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giovedì 28 marzo 2024

UNO PSICOLOGO PER I GIUDICI ?

 



- di GIUSEPPE SAVAGNONE*


La polemica

Le decisione del Consiglio dei ministri di introdurre delle valutazioni psico-attitudinali per coloro che aspirano a diventare magistrati continua ad essere al centro di un acceso dibattito . «Misure sacrosanta», titola il «Giornale». Invece, secondo il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia, esse servono solo «a creare una suggestione, che i magistrati hanno bisogno di un controllo psichico o psichiatrico».

 Cosa pensare di questo scontro frontale e delle opposte valutazioni che lo determinano? La prima cosa da fare è ascoltare gli argomenti che le giustificano. Cominciamo da quelli dei difensori delle nuove misure adottate.

 Le ragioni del governo…

Secondo il direttore del «Giornale,» Sallusti, i test psico-attitudinali sono necessari «per verificare se il livello di equilibrio e serenità è compatibile con una professione che maneggia una merce unica e importante qual è la libertà degli uomini, cosa che già avviene senza alcun problema per categorie altrettanto sensibili, tipo forze dell’ordine e piloti di aerei».

Argomentazioni che riprendono, peraltro, quelle autorevolmente espresse dal ministro della Giustizia Nordio, a cui si deve la proposta appena approvata:  «L’esame psico-attitudinale» – ha ricordato – «è previsto per tutte le funzioni più importanti del Paese, ma soprattutto è previsto per le forze dell’ordine. Il pubblico ministero è il capo della polizia giudiziaria che è sottoposta al test. Se sottoponiamo ai test chi obbedisce al comandante, è possibile non sottoporre a test chi ha la direzione della polizia giudiziaria?».

 In ogni caso, egli ha sottolineato, l’esame psico-attitudinale non riguarderà i giudici attualmente in servizio, ma solo coloro che faranno il concorso per diventare magistrati.

E «non è affatto invasione di campo da parte del governo nei confronti della magistratura», per il semplice fatto che «tutta la procedura di questi test è affidata al Csm (Consiglio superiore della magistratura)», che è per due terzi composto da magistrati (membri “togati”) e solo per un terzo da membri eletti dal Parlamento (membri “laici”).

 Per ogni concorso, il CSM nominerà alcuni docenti universitari in materie psicologiche, che avranno il compito di preparare i test scritti a cui seguirà un colloquio.

 Tutto ciò riguarderà solo i candidati che avranno superato le prove scritte del concorso, come una precondizione per essere ammessi all’orale. E a dare la valutazione finale sarà comunque la commissione, salvaguardando così il principio, stabilito dall’art. 106 della Costituzione, secondo cui «le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso» (motivo per cui, ha spiegato il ministro, i testi non potevano essere previsti prima delle prove scritte).

 … E quelle degli oppositori

Ma perché, allora, le veementi contestazioni di cui la nuova normativa è oggetto in questi giorni? Può aiutare a comprenderle la storia travagliata del rapporto fra la destra oggi al governo e la magistratura.

 L’introduzione dei test psico-attitudinali si inserisce inevitabilmente in questa storia, in particolare nell’atteggiamento di fondo dell’uomo politico che ha avuto in essa un ruolo determinante, Silvio Berlusconi.

 È noto che il “cavaliere” si è sempre sentito perseguitato dai magistrati, attribuendo le motivazioni delle sue innumerevoli vicende giudiziarie, volta a volta, al loro essere “comunisti” o a disturbi mentali. E non si riferiva solo ad alcuni di loro, ma all’intera categoria: «Questi giudici», affermava nel 2003, quando era presidente del Consiglio, «sono doppiamente matti.

 Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana».

 Da qui, sempre nel 2003, il tentativo – non portato a termine – fatto dall’allora ministro della Giustizia, il leghista Castelli, di introdurre già allora i test per valutare la salute mentale dei magistrati. La decisione dell’attuale Consiglio dei ministri corona, dunque, un sogno tradizionale della destra, maturato in un clima di esplicita ostilità nei confronti dell’ordine giudiziario.

 Al di là di questo contesto che potremmo definire “politico”, i critici sottolineano che lo stesso statuto scientifico della psicologia esclude – tranne, ovviamente casi chiaramente patologici – che essa possa essere utilizzata per valutare la personalità del magistrato in modo da prevederne la capacità di esercitare correttamente le proprie funzioni.

 Lo diceva un documento, firmato, sempre nel 2003, da 134 soci della “Società Psicoanalitica Italiana” e da 35 psichiatri e psicologi della “Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica”. «Nessun tecnico, anche soltanto minimamente competente in materia» – si legge in esso – «saprebbe in coscienza avallare una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica del futuro magistrato.

 E questo non per un’attuale insufficienza dei nostri strumenti di indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici, che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili».

 Il punto è che il giudice non è un meccanico esecutore delle norme scritte. Ormai l’ermeneutica giuridica ha ampiamente dimostrato il ruolo decisivo che ha nel diritto l’interpretazione. Ogni applicazione della legge – come quella che avviene nel processo – implica che, se dia una certa lettura, indispensabile per collegare l’astratta norma dei codici alla situazione concreta che bisogna valutare.

 E l’interpretazione coinvolge sempre «ideali, motivazioni, passioni, interessi» di chi la fa. Impossibile ingabbiare questa ricchezza di fattori personali dentro standard precostituiti, puramente “oggettivi”, come quelli che si traducono poi nella somministrazione di test.

 Di conseguenza, continua il documento degli psicologi «gli “esperti” esaminatori, non avendo alcun vero ancoraggio scientifico per validare i propri giudizi, si troverebbero, nella migliore delle ipotesi, in balia di suggestioni intuitive ed empatiche», o, nella peggiore, sarebbero tentati «da un ‘disciplinato’ affidamento (…) all’ordinamento politico del momento».

 Questo non significa, naturalmente, che il giudice possa procedere arbitrariamente. Ma, a garantire la sua capacità di svolgere il proprio ruolo non può essere una problematica previsione a priori di ordine pseudo-scientifico, bensì un controllo costante sul suo modo effettivo di essere e di operare nello svolgimento delle sue funzioni. E questo controllo già esiste. In una lettera firmata da tutti e venti i membri togati del Consiglio superiore della magistratura e dai due laici eletti in Parlamento dalle opposizioni (non da quelli eletti dai partiti della destra) si fa notare «come il governo autonomo della magistratura conosca già reiterate e continue verifiche sull’equilibrio del magistrato che viene sottoposto a valutazione dal momento del suo tirocinio e, successivamente, con intervalli regolari ogni quattro anni».

 E si denuncia il fatto che le nuova normativa è stata introdotta dal Consiglio dei ministri senza prima averla neppure fatta conoscere, per un parere, al CSM, che è l’organo costituzionalmente preposto a garantire l’autonomia della magistratura.

 Il problema costituzionale

È difficile negare la forza di queste motivazioni critiche. Ma, ad essere decisivi per un giudizio negativo, paradossalmente non sono tanto gli argomenti degli oppositori, quanto quelli dei suoi sostenitori.

 Essi, come abbiamo visto, insistono molto sul fatto che già il test psico-attitudinale «è previsto per le forze dell’ordine», in particolare per la polizia giudiziaria (Nordio) e per altre categorie sensibili, come «i piloti d’aereo» (Sallusti).

 Ciò che sembra sfuggire, a chi fa questo paragone, è che la magistratura è un organo costituzionale il quale – nella logica della separazione dei poteri, su cui si regge lo Stato italiano – si pone sullo stesso piano e ha diritto alla stessa indipendenza del Parlamento e del governo. L’autonomia della funzione giudiziaria, di quella legislativa e di quella esecutiva è fondamentale per la nostra democrazia.

 Per questo la Costituzione dice, all’art. 101: «I giudici sono soggetti soltanto alla legge». I membri delle forze dell’ordine, come i piloti di aereo, no. Hanno dei superiori a cui devono obbedire, delle particolari regole professionali, dei modelli di comportamento precostituiti, entro cui devono conformarsi. Si può essere ottimi cittadini ed essere scartati da una selezione per diventare poliziotto se all’esame fisico risultano dei problemi di vista o, a quello psicologico, scarsa capacità di adattamento alla severa disciplina richiesta da questo lavoro.

 Questo non vale per chi deve intraprendere la carriera di magistrato. E il ragionamento del ministro, secondo cui è assurdo che la polizia giudiziaria sia sottoposta a test e non lo sia il giudice che ne è a capo, rivela una radicale incapacità – scoraggiante in un membro del governo – di capire la differenza abissale tra un funzionario dipendente e il rappresentante di un organo costituzionale.

 Quanto all’argomento, anch’esso spesso ripetuto, che il test «è previsto per tutte le funzioni più importanti del Paese» (sempre Nordio), esso apre la strada alla provocazione del giudice Gratteri, il quale ha fatto notare che allora dovrebbe essere adottato anche per valutare l’idoneità a ricoprire la carica di parlamentare o  di presidente del Consiglio, di ministro e di sottosegretario, la cui funzione non è certo meno decisiva di quella dei giudici

 Che forse non sarebbe male, se è vero che il deputato Pozzolo, amico personale del sottosegretario alla Giustizia Delmastro, è andato a una festa di Capodanno armato di pistola, ferendo a una gamba un agente della corta. Questo non sembra che nessun magistrato l’abbia mai fatto.

*EDITORIALISTA E PUBBLICISTA.  Pastorale Cultura, Arcidiocesi Palermo

www.tuttavia.eu


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sabato 10 giugno 2023

SCUOLA. OLTRE LO PSICOLOGO

 Sognando Pasolini: oltre lo psicologo,

 l’incontro che manca 

ai giovani

 


Forse a scuola ci vorrà lo psicologo per i giovani, 

mai così fragili. 

Di certo però ciò che chiedono 

è l’esperienza di un incontro con la realtà e se stessi

 

- di  Francesco Manzo

 Lo sapremo fra poco, perché il ministro ha annunciato che sull’argomento è al lavoro una task force. L’ennesima, formata dai soliti “esperti del giorno dopo”, che di scuola, educazione e lavoro degli insegnanti ne sanno pochissimo o quasi niente. Forse ci vuole lo psicologo a scuola; sicuramente ci vuole un ottimo psichiatra per i dirigenti ed esperti ministeriali. C’è bisogno di una rivoluzione nel campo dell’istruzione che parta proprio dalla sempre più drammatica “emergenza educativa”, ma che l’elefantiaca macchina ministeriale non riesce proprio ad affrontare. Possibile che dal disastro educativo non si
scenda mai alla radice del problema? Da alcune settimane il quotidiano La Stampa ospita un’inchiesta di Elena Stancanelli su “Giovani e salute mentale”. È un “dolore evolutivo” la nuova “malattia” che attanaglia gli adolescenti nella società post-narcisistica, dove essi si sentono vuoti e mai all’altezza delle aspettative. L’autolesionismo e il ritiro sociale sono la manifestazione di quel dolore (La Stampa, 29 maggio 2023). C’è un luogo dove un adolescente può dire “io” con verità?

 Tante volte, in questi tempi, genitori, insegnanti, adulti si sorprendono di fronte a certi atteggiamenti dei giovani, senza rendersi conto che nella maggior parte dei casi sono la logica conseguenza dell’angustia che sono riusciti a trasmettere nel disperato impegno di assicurare loro un futuro senza rischi. Adolescenti che hanno paura di crescere, perché intorno non vedono gente cresciuta. Già Pasolini sul Corriere scriveva che “I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa”.

Ed è proprio durante l’anno centenario della sua nascita che Pasolini, una notte, mi è apparso in sogno.

Sarà perché l’ho sempre scoperto amico in tutti questi anni, compagno delle mie lezioni in classe. Non semplici citazioni, ma profonda commozione per la sua unica e straordinaria intelligenza sull’esperienza umana e sulla realtà. L’unico intellettuale cattolico, come diceva don Giussani spiazzando tutti.

Mi ha subito detto che oggi, anche a causa del suo recente centenario, tutti lo citano, tutti dicono che ci vorrebbe uno come lui per capire nel profondo questo cambiamento d’epoca e si è detto sorpreso che anche un noto cardinale lo abbia evocato in quei giorni. Non si contano più quelli che dicono “ci vorrebbe un Pasolini, oggi”. Però quand’ero vivo…

“Ciò che mi ha spinto a manifestarmi è un moto di indignazione e anche di grande irritazione nate dall’ultimo ed ennesimo inutile dibattito sulla nostra scuola. Non lo volevo dire, ma devo! Dopo tanti anni avevo proprio ragione e la mia non era una sterile provocazione, ma la sfida radicale sulla questione educativa: ‘Abolire immediatamente la scuola (allora dicevo scuola media dell’obbligo)’ . Intendiamoci, detta così sembra un’assurdità, e lo è. Infatti, ciò che bisogna immediatamente abolire, cancellare, licenziare sono i responsabili del disastro educativo ed organizzativo della scuola italiana. Ciò che mi stupisce, ma non più di tanto, e che tutte le analisi sulla scuola non toccano mai (o non lo vogliono toccare) il vero problema, che passa anche dallo snellimento (io se potessi direi dall’abolizione) del ministero dell’Istruzione e le sue diramazioni regionali e provinciali. Certo, non è il solo problema; ma sono questi i luoghi dove migliaia di funzionari imbrigliano e puntellano edifici in macerie o parzialmente crollati sotto l’urto dell’emergenza educativa. È giunta l’ora di portare provocatoriamente ‘i libri della scuola’ in Tribunale ed attivare il procedimento per ‘bancorotta fraudolenta’. È troppo tempo che le nostre ragazze ed i nostri ragazzi ‘vanno a scuola’, ma non ‘fanno scuola’. Invece, fanno tante, tantissime attività (basta vedere le centinaia circolari ministeriali che ogni anno intasano le segreterie scolastiche con proposte di iniziative e concorsi di ogni genere); ma le fanno proprio perché non hanno la forza, non riescono a proporre un lavoro educativo che arrivi a toccare il cuore degli studenti: cercare un significato che abbracci, aiuti a verificare e a sottoporre al vaglio della ragione il valore esistenziale delle risposte che man mano il mondo gli propone per cercare di soddisfare tutti i loro desideri. 

Ci si limita, nel migliore dei casi, a stabilire un rapporto che non li disturbi, un patto di non belligeranza. Così si evita che maturi un pensiero critico che può nascere dal confronto con una esperienza di vita comunicata, non con il nulla. Se qualcuno ti ha educato può averlo fatto solo con il suo essere, non con le sue parole. Questa verifica o è libera o non è. E qui vengo al punto cruciale. Punto che avevo già affermato nel famoso articolo (‘Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo’): la scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la nuova produzione (produzione di umanità). E qui che, secondo me, c’è il vulnus irrisolto della scuola: è statale. Non è pubblica, è statale. E di conseguenza è autoritaria (esercizio dei funzionari). Solo una vera scuola pubblica può iniziare e tentare di ricostruire un percorso educativo all’altezza delle aspettative di chi la frequenta: giovani e adulti. Perciò, liberiamo il gigante. ‘Processiamo’ i ‘bancorottieri’. Portiamo i libri in Tribunale… 

Facciamo fare scuola a chi la vuole fare, liberamente. Si, lo devo dire, me ne sono convinto, la vera rivoluzione è la libertà di educazione, fare scuola come la scuoletta che feci a Casarsa nel ’44, una forma inedita di educazione popolare che, guarda caso, un improvviso veto burocratico del provveditore agli studi di Udine fece chiudere (continuammo nella sala pranzo di casa mia). Da quella esperienza ho maturato, come ho scritto a Gennariello, un’idea del maestro: chi sta in cattedra non deve essere oggetto d’amore ma saper provocare amore per l’oggetto di studio e farlo vivere come un’avventura. Basta, non parlerò più. Tanto fra trent’anni staremo ancora qui a dire le stesse cose”.

I trent’anni sono ampiamente trascorsi. Non sarà lo psicologo in classe, da solo, a rispondere al dolore evolutivo dei nostri ragazzi. Deve accadere qualcosa, un imprevisto, la sorpresa di un “incontro”. Imbattersi in persone in cui quelle domande determinino una vera ricerca, aprano a una soluzione. Ci vuole un luogo di libertà.

 Il Sussidiario