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lunedì 6 aprile 2026

TUTTO E' COMPIUTO !

 

Alessandro D'Avenia interpreta l'ultima frase di Cristo, "Tutto è compiuto" (Consummatum est), non come una fine nichilista, ma come il culmine della realizzazione di sé e dell'amore. Secondo D'Avenia, significa trasformare la vita in un capolavoro, allargandola attraverso la passione e il dono di sé, trasformando la morte in un nuovo inizio. 

 

All’ingresso dell’esposizione della bellissima Crocifissione (1470) del pittore tedesco-fiammingo Hans Memling, abitualmente al Museo civico di Vicenza ma in questo periodo pasquale ospitata come opera-mondo al Museo diocesano di Milano, Nadia Righi, direttrice del museo, ha voluto l’ultima frase pronunciata dall’uomo sulla croce prima di morire e raccolta da Giovanni (19,30): «Tutto è compiuto» (letteralmente: «ha raggiunto la pienezza», potremmo dire: «nulla è andato sprecato, sono felice»). 

E mentre noi di fronte alla morte diciamo «è finita», qui la fine è un inizio, come l’artista di fronte all’opera compiuta: è finita, ma proprio per questo inizia un’altra vita, la propria, il presente continuo di ciò che non passa proprio perché ha raggiunto la pienezza che vince sul tempo. Infatti «compiere» (latino cum-plere) significa «riempire», una creazione che diventa ri-creazione per chi ne è «capace», cioè ha spazio interiore per essere colmato. 

Fede o no, l’uomo sulla croce è un capolavoro mai visto: è infatti, come nell’opera di Memling, il soggetto più rappresentato e il simbolo più diffuso al mondo. 

Ma aveva ragione Tommaso d’Aquino a dire che Cristo in croce è il culmine della bellezza? O Nietzsche che vi vedeva l’esaltazione del brutto, della sconfitta, il trionfo di una morale da sottomessi? Come fa un crocifisso a essere bello? È un’illusione a cui ci ha abituato la grazia dei dipinti? 

Trovo risposta nella Maddalena di Memling che si aggrappa alla croce incarnando la domanda di ogni uomo di fronte alla morte: è finita? Pare di sì, ma quel «tutto è compiuto» stabilisce un canone nuovo di bellezza rispetto a quello classico basato sull’armonia delle parti. Qui c’è un corpo torturato, slogato, insanguinato, tutt’altro che bello. Occorre allora ampliare il campo della bellezza: è quando l’amore si realizza. C’è bellezza, anche senza armonia, dove c’è cura per qualcosa o qualcuno: una pianta secca, una tela bianca, un bambino sporco, un malato solo… 

E così la «passione», che in questo caso è passione per l’uomo, non consiste nella quantità di sangue sparso ma in quello che diventa vita, come quello dei donatori di sangue: «Nessuno mi toglie la vita, sono io che la do» (Gv 10,18) aveva detto qualche giorno prima l’uomo sulla croce. 

Come se Tolstoj, talmente innamorato del suo personaggio, decidesse di entrasse nel libro per salvare Anna Karenina dal suicidio, la spingesse via finendo lui sotto il treno. Anna riceve una nuova vita. 

Tutto è compiuto significa passare dalla convinzione che felicità sia allungare la vita a quella in cui felicità è allargare la vita, come sa chiunque la dedichi con «passione» a qualcosa. Tutto è compiuto quando tutto è trasformato in vita, anche a costo della vita. Il primo spettatore di questa forma inattesa di bellezza non è un critico d’arte né un discepolo, ma un crudele soldato romano, che ha appena contribuito alla morte del condannato. Eppure dopo ciò che ha visto (anche lui ha sentito quel «Perdona loro perché non sanno ciò che fanno») dice: «Costui era veramente figlio di Dio». Ha visto qualcosa che un uomo non sa fare: amare i propri carnefici. 

Questo è il capolavoro, quando anche la morte diventa vita, solo allora la fine è inizio, come l’opera d’arte compiuta. E qui l’opera è l’amore assoluto finalmente incarnato, visibile, reale. 

Vedendo un crocifisso non si potrà più dire che un amore così non esiste: l’amore che non ti devi meritare, l’amore che ama senza chiedere nulla, l’amore che smaschera qualsiasi potere violento (politico, religioso, economico, psicologico, fisico…), l’amore che ti vuole esistente chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, l’amore che non ti fa sentire solo anche quando lo sei, questo amore c’è, è reale. Questo è divino, come diciamo dei capolavori fatti dagli uomini ma in cui si manifesta qualcosa che supera l’uomo. 

Ecco perché questo è il culmine della bellezza e la croce il simbolo più diffuso al mondo. Infatti il segno della croce, a ben vedere e a farlo bene, mette in linea testa e cuore, l’asse verticale di quel miracolo che è il corpo umano. Il segno della croce unisce la testa e il petto: testa fredda e cuore caldo, e non il contrario, testa calda e cuore freddo, l’uomo sottosopra, distruttore e guerrafondaio. Una testa fredda cerca la verità perché solo la verità rende liberi. Un cuore caldo cerca la vita, ne diventa custode e lotta per farla crescere. Che cosa ami? Quale pezzo di mondo non può fare a meno di te per fiorire?

Quando testa e cuore, verità e vita, si allineano, tutto può nascere, perché solo se testa e cuore sono allineati è possibile amare non di quell’egoismo camuffato chiamato indebitamente amore e che resta solo fino a prova contraria. Nel segno della croce dopo l’asse verticale viene infatti quello orizzontale. Prima una spalla e poi l’altra, da dove ha inizio l’azione: braccia e mani aperte fanno più mondo, più vita, come le braccia di Cristo inchiodate da non potersi chiudere a nessuno. Danno, non prendono. 

 Per questo amo un crocifisso ligneo del 1600 senza braccia, che arricchisce una chiesetta che visito prima di entrare a scuola, ritrovato tra le macerie di un deposito e restaurato senza aggiungere nuove braccia al posto di quelle perdute: tutte le volte che lo vedo chiedo di affrontare la giornata in modo verticale, allineato, e essere quelle braccia e mani per chi incontrerò e per quel che posso. 

Non ho mai trovato un simbolo più fecondo di questo, e non per vincere guerre come vuole la leggenda di Costantino o per trovare facili consolazioni in un mondo fantastico, ma per vincere se stessi qui e ora, e fare ciò che la parola «simbolo» significa: unire, mettere insieme (dal greco synballo, il cui contrario è diaballo, dividere, separare, da cui «diabolon», diavolo) carne e spirito, divino e umano, invisibile e visibile, compiuto e incompiuto, cielo e terra, vita e morte, dolore e gioia… 

Questo è il capolavoro della croce: se esiste l’amore assoluto che mi vuole come sono e dove sono, allora posso andare incontro alla vita senza paura. 

Ne ho in mente un esempio concreto nella storia di Gianluigi Rho (ginecologo) e Mirella Capra (pediatra), che nei primi anni ‘70 lasciano Milano e creano un ospedale in Uganda: «“Non l’ho fatto come ripiego e nemmeno come rinuncia, ma come scelta. Sia io sia Mirella avevamo offerte in università e in ospedale, tanto che il mio professore mi dava il tormento ripetendomi che dovevo fare la carriera universitaria, e quando gli dissi che partivo per l’Uganda si lasciò andare a un solo commento: “Un’intelligenza sprecata”. 

Sorride ripensando al professore e gli replica a distanza: “Non mi interessa, la mia vita non è stata sprecata. Forse abbiamo sbagliato non dando nessuna importanza al profilo economico, la mia pensione è bassa e avrei potuto comprare una casa ai miei figli, sistemarli meglio. Ma gli ho dato altro e, alla fine, rifarei ogni scelta”. Scuote un po’ la testa, mi guarda e dice ancora una frase soltanto: “No, nessun rimpianto, è stata una vita meravigliosa”» (M.Calabresi, Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa). 

Il Saint Kizito Hospital a Matany ha 284 posti letto, 7 medici, 65 infermieri, 8 ostetriche, 4 fisioterapisti. Visite ambulatoriali a 10 anni fa: 39.352; ricoveri: 10.000; operazioni chirurgiche: 2.089. Bambini nati: 1.416. Mirella e Gianluigi, poco più che 25enni, avevano chiesto per la lista di nozze ciò che serviva a iniziare quell’avventura. 

Questo potrebbe far pensare che servano scelte straordinarie, ma straordinario diventa l’ordinario dove noi siamo e creiamo vita con le nostre attitudini, professioni, mestieri, come hanno scritto dei giovani in un testo che mi ha colpito, un commento alla XII stazione della Via Crucis per la loro parrocchia frequentata dai miei genitori: «Tutto è compiuto. Anche noi possiamo sperimentare questa pienezza, pure in mezzo a sconfitte e umiliazioni, se impariamo a lasciarci condurre dall’Amore e non dal bisogno di affermarci e avere successo. 

Abbiamo paura di amare ed essere amati davvero, di metterci a nudo con tutte le nostre fragilità, di farci carico delle ferite degli altri, di investire tutto in una strada e rinunciare alle altre possibilità. Il “per sempre” ci mette ansia, perché con un impegno così ci sembra di perdere qualcosa, rimanere bloccati, dover sacrificare tutto. 

Fermo sul legno della croce tu ci ricordi che solo amando fino in fondo potremo sperimentare la pienezza, che solo imparando a rimanere anche quando ci costa sperimenteremo cos’è la vera libertà.

il coraggio di dare tutto, Signore, e di realizzare il nostro “per sempre”. Fa’ che ogni sera prima di andare a letto e al termine della nostra vita possiamo dire con fiducia “Tutto è compiuto”». 

Alzogliocchiversoilcielo

 

mercoledì 17 dicembre 2025

PRESEPE A SCUOLA ?

 

PRESEPE

 E CROCIFISSO 

NON OFENDONO NESSUNO



Caro Aldo,

i segni cristiani stanno scomparendo ovunque. Non vi è più un crocifisso nelle scuole, negli uffici pubblici (raramente) se ne intravede qualcuno caso mai nascosto da un quadro o calendario. Nei tempi forti del nostro Cristianesimo (Avvento Natale-Quaresima Pasqua) per non urtare la sensibilità di altre religioni non si può più fare il presepe nelle scuole, guai a proporlo. Non si dice più calendario dell’Avvento ma calendario natalizio. Noi cristiani dobbiamo adeguarci alle sensibilità altrui, quindi dobbiamo togliere ciò che identifica il nostro credo. Niente segni cristiani. Lei che ne pensa di tutto questo?

Luca Barretta

 

Risponde Aldo Cazzullo

Caro Luca,

Le dico la verità: sono affezionato ai simboli cristiani, anche nei luoghi pubblici. So che in Francia ad esempio non è così, fin dall’Ottocento una legge impone la laicità anche negli aspetti simbolici. E sicuramente la laicità dello Stato è un valore importante, a maggior ragione adesso che la popolazione italiana e in genere europea non è più certo rappresentata esclusivamente da cattolici: avanzano altre fedi, soprattutto avanza la secolarizzazione.

Tuttavia, ripeto, sarò di parte, ma non capisco che cosa possa esserci di offensivo in un uomo crocifisso: non un persecutore ma un perseguitato, non un carnefice ma una vittima. È vero che in nome della croce si sono commessi orribili delitti, ma non è certo colpa di Gesù, una figura luminosa, di grande interesse anche per le altre religioni. Ricordiamoci sempre che Gesù era ebreo, anche se per gli ebrei è un falso Messia, e che la sua figura è molto importante per l’Islam. Ci sono punti impressionanti di contatto tra la storia di Gesù e quella di Buddha, e se è per questo anche con quella di San Francesco.

È proprio Francesco a inventare il presepe. Il bue e l’asinello nei Vangeli approvati dalla Chiesa non ci sono; li inventa lui, perché ama talmente tanto gli animali che vuole che anche loro abbiano una parte nel presepe, nella rappresentazione della nascita di Gesù.

Il presepe nasce a Greccio nel 1223, in un contesto che più umile non si potrebbe, tra pastori veri che recitano in qualche modo se stessi, che partecipano alla grande speranza della nascita del Salvatore. Davvero non capisco cosa ci possa essere di offensivo in tutto questo. Dio è uno solo per i cristiani, per gli ebrei, per i musulmani. Personalmente avverto il grande fascino dell’ebraismo e dell’Islam, e credo che il dialogo tra le culture e le fedi sia proficuo; noi cristiani possiamo e dobbiamo affrontarlo consapevoli di noi stessi, dei nostri principi, dei nostri valori. Compresa la fede, per chi ha il dono di averla. Per secoli i diritti umani e la storia della Chiesa hanno seguito percorsi divergenti.

Ma ormai è nata una civiltà umanista e cristiana, che tiene insieme il rispetto dei diritti dell’uomo e della donna e il valore di ogni persona, che è al centro del mondo e della storia. Non a caso si parla di personalismo cristiano. Senza il cristianesimo non si capisce l’Europa, e certo non si capisce l’Italia.

 

Corriere della Sera

giovedì 17 aprile 2025

IL CROCIFISSO

UN CROCIFISSO

 CHE CI INTERROGA

 E CI SALVA



Donatello, Bianchi- di Enzo Bianchi


Vorrei contemplare insieme con voi Gesù crocifisso, secondo le tre splendide interpretazioni fornite cinque secoli fa da Donatello (…) Queste opere di eccezionale bellezza, che hanno accompagnato la fede di innumerevoli cristiani nel corso degli ultimi cinquecento anni, accompagnano ancora la nostra fede, qui e oggi, perché il Crocifisso resta per il cristiano il luogo per eccellenza in cui egli può conoscere Dio. La croce è davvero la cattedra della sapienza di Dio (cf. 1Cor 1,18-25), è il luogo dove Dio è stato massimamente narrato da suo Figlio Gesù Cristo (cf. Gv 1,18: exeghésato).

Tutte le testimonianze scritte sulla fine della vita terrena di Gesù sono concordi nel dichiarare che egli è morto in croce. Per le sante Scritture questa è la morte del maledetto da Dio («Maledetto chi pende dal legno»: Dt 21,23; Gal 3,13), appeso tra cielo e terra perché rifiutato da Dio e dagli uomini. Gesù, un galileo che aveva radunato attorno a sé una comunità di pochi uomini e alcune donne coinvolti nella sua vita itinerante, ritenuto maestro e profeta da questi discepoli e da un numero più ampio di simpatizzanti, è stato condannato e messo a morte mediante la crocifissione a Gerusalemme, il venerdì 7 aprile dell’anno 30. Questa fine fallimentare è subito apparsa uno scandalo, «lo scandalo della croce» (cf. 1Cor 1,23), un grave ostacolo per la fede in Gesù, specialmente quando si cominciò a confessarlo Messia di Israele e Figlio di Dio. Ecco perché, ancora all’inizio del II secolo d.C., il giudeo rabbi Trifone afferma nel dialogo con il cristiano Giustino: «Noi sappiamo che il Messia deve soffrire ed essere condotto come pecora (cf. Is 53,7); ma che egli debba essere crocifisso e morire in un modo così vergognoso e ignominioso, attraverso la morte maledetta dalla Legge, non possiamo neppure arrivare a concepirlo» (Giustino, Dialogo con Trifone 90,1).

Eppure per l’autentica fede cristiana è proprio il Crocifisso colui che ha raccontato Dio; anche sulla croce, anzi soprattutto sulla croce, Gesù «ha reso testimonianza alla verità» (cf. Gv 18,37), trasformando uno strumento di esecuzione capitale nel luogo della massima gloria. Ma com’è stato possibile che un uomo appeso a una croce diventasse colui sul quale i cristiani tengono fissi lo sguardo come Signore e Salvatore? Per rispondere a questo interrogativo occorre innanzitutto guardarsi dalla tentazione di leggere Gesù a partire dalla croce. Al contrario – come vedremo meglio tra breve – bisogna leggere anche la croce a partire dalla vita di chi vi è salito, l’uomo Gesù: questa morte è l’atto che ricapitola l’intera sua esistenza spesa nella libertà e per amore di Dio e degli uomini.

Per contemplare il Crocifisso è necessario meditare sulla paradossale «parola della croce» (1Cor 1,18), il mistero centrale della nostra fede. In verità, di fronte alla «parola della croce», debolezza di Dio, debolezza del cristiano, debolezza della chiesa, ma pienezza della vita perché «vita in abbondanza» (cf. Gv 10,10), «vita eterna» (cf. Gv 3,15-16.36; 4,14; ecc.), nessuno di noi è all’altezza di definirsi discepolo di Cristo. Se mai, potrà fare sue le parole di Ignazio di Antiochia: «Ora comincio a essere discepolo» (Ai Romani 5,3). D’altra parte, se questa nostra debolezza è assunta consapevolmente, in essa può manifestarsi «Cristo crocifisso, … potenza di Dio» (1Cor 1,23-24), secondo la parola rivolta dal Signore a Paolo: «Ti basta la mia grazia: la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). E saranno proprio alcune riflessioni di Paolo nelle sue due lettere alla chiesa di Corinto a costituire la trama della mia meditazione.

1. «Gesù Cristo, e Cristo crocifisso»

Nella Prima lettera ai Corinti, rivolgendosi a una chiesa che a pochi anni dalla sua fondazione appare attraversata da contese, ed è tentata dal culto delle personalità apostoliche (cf. 1Cor 1,12), ma soprattutto di avere ragioni per gloriarsi davanti a Dio (cf. 1Cor 1,27-29) e di fare della fede cristiana una religione capace di convincere quanti cercano miracoli, e un’ideologia per quanti cercano la sapienza, Paolo rinnova l’annuncio del Vangelo. A Corinto è infatti il cuore stesso del Vangelo a essere compromesso: la croce di Cristo rischia di essere svuotata (cf. 1Cor 1,17)! Di fronte a tale depauperamento, l’Apostolo pronuncia parole decisive, frutto di esperienze patite in prima persona: «Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2).

Alla sapienza mondana (sophía toû kósmou: 1Cor 1,20) insinuatasi nella comunità cristiana, cultura antropocentrica e autosufficiente (sophía anthrópon: 1Cor 2,5), Paolo oppone «la parola della croce» (1Cor 1,18), non un annuncio fondato su discorsi persuasivi o ragionamenti che hanno la loro forza nella sublimità della parola e della cultura. Nella chiesa di Corinto sono già in atto tentativi di trasformare il messaggio del Vangelo in speculazione culturale: ciò si traduce nel rifiuto del volto di Dio manifestatosi nel Figlio Gesù Cristo crocifisso, in un’interpretazione della resurrezione in termini trionfali, nel misconoscimento della debolezza quale cardine della vita cristiana. In reazione a tutto questo, l’Apostolo, che attraverso la sua vicenda personale e con la grazia del Signore ha approfondito la scientia crucis, legge sì la croce come follia perché evento inaudito, fallimento agli occhi del mondo, ma contemporaneamente la predica come «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24), cioè pienezza della vita, possibilità di giungere a quella vita piena che Dio aveva pensato per l’uomo all’atto di crearlo per mezzo e in vista del Figlio (cf. Col 1,16).

La morte di Cristo non è stata una morte qualsiasi, non è stata neppure rivestita dalla gloria del martirio, come quella del suo maestro Giovanni il Battista, ma è stata una morte vergognosa: «mortem autem crucis» (Fil 2,8). Ebbene, il carattere infamante di tale morte non può essere taciuto né rimosso: questo evento – personalizzato e quasi ipostatizzato nel termine «croce» – era e resta scandalo e follia! Non si dimentichi: al tempo di Gesù la croce era uno strumento di morte terribile, un patibolo turpissimo agli occhi dei romani, un supplizio che, agli occhi dei giudei, rendeva chi vi era appeso un maledetto da Dio e dagli uomini. Eppure Gesù ha trasformato la croce in luogo veramente glorioso, in luogo in cui egli ha amato gli uomini fino all’estremo, in luogo in cui è morto per noi, per donarci la salvezza (cf. 1Ts 5,9-10)!

Ma è necessario approfondire quest’ultima affermazione, troppo spesso ripetuta a vuoto, senza cioè comprenderla nel suo reale significato. Lo faccio prendendo a prestito un’acuta riflessione del teologo Giuseppe Colombo:

Nell’immaginario «cristiano» la croce sembra prevalere sul Crocifisso, dando libero sfogo alle tendenze ambigue insite nel subconscio dell’uomo … Non è la croce a fare grande Gesù Cristo; è Gesù Cristo che riscatta persino la croce, la quale è propriamente da comprendere, non retoricamente da esaltare (Sulla evangelizzazione, Milano 1997, p. 64).

In altre parole, la morte in croce di Gesù non è nient’altro che l’esito di un’esistenza vissuta nella libertà e per amore degli uomini. Per non dimenticare questo, basterebbe prestare attenzione a quanto la chiesa, facendo memoria della vita di Gesù, sente il bisogno di proclamare al cuore della preghiera eucaristica:

  • Egli, nell’ora in cui andava liberamente alla sua passione, prese il pane… (Preghiera eucaristica II).
  • Per attuare il tuo disegno di amore, [Padre Santo], si consegnò liberamente alla morte … Venuta l’ora d’essere glorificato da te, Padre Santo, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre cenava con loro, prese il pane… (Preghiera eucaristica IV)

Nella libertà e per amore: ecco come la follia della croce è diventata potenza di Dio e sapienza di Dio!

La potenza di Dio si è rivelata in Gesù crocifisso, uomo e Figlio di Dio, che è stato fatto peccato per noi (cf. 2Cor 5,21), che si è mostrato Messia perduto, annoverato tra i peccatori, agnello afono, vittima tra le vittime della storia. La croce è il patibolo impuro, chi vi sale è un anáthema, rigettato dalla comunità cui Dio si è legato in alleanza; chi vi muore, muore fuori dell’accampamento e della porta della città (cf. Eb 13,11-13), nel luogo sconsacrato in cui Dio è ritenuto assente. Davvero, la croce è l’anti-sacrificio per eccellenza, secondo le norme cultuali di Israele: è follia, stoltezza e scandalo! Ma solo chi conosce questa verità e assume fino in fondo questa follia, vedendo Gesù morire in croce, può confessare con il centurione: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39; cf. Mt 27,54).

Mi si conceda di riassumere la paradossale potenza della croce in questo modo: guai a chi deifica Gesù e lo chiama Dio senza conoscere la vita umanissima di Gesù, senza conoscere come egli è vissuto, facendo della vita un dono e amando gli altri fino all’estremo; nello stesso tempo, guai a chi non sa fare del sigillo ignominioso della croce, télos di questa vita, la cattedra del magistero cristiano! Ma quando della croce si misura la follia, allora essa appare potenza di Dio, allora è distrutta la sapienza dei saggi e l’intelligenza degli intellettuali (cf. 1Cor 1,19), allora si conosce veramente il mistero di Dio e si vede in Gesù «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15).

Mistero paradossale: la croce di Cristo è realmente stoltezza e debolezza di Dio che urta quelli che richiedono manifestazioni di una sua presunta onnipotenza, o confidano su una raffinata sapienza religiosa. Ma è precisamente nella croce che Dio mostra la sua sapienza e la sua potenza, «perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25). È proprio nella croce che egli chiede che sia riconosciuto il suo agire folle di amore per l’umanità! Sì, è nello svuotamento della sua forma divina (cf. Fil 2,7) e nell’atto del con-discendere là dove sono gli uomini, che il Figlio di Dio ha svelato la grammatica della potenza di Dio. Gregorio di Nissa ha potuto scrivere in proposito:

La croce è teologa per coloro che hanno lo sguardo penetrante, e proclama con la sua forma l’autentica potenza di colui che appare su di essa ed è «tutto in tutti» (1Cor 15,28) (Primo discorso sulla resurrezione di Cristo).

E Lutero fa eco: Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e maestà, ma è anche necessario conoscerlo nell’umiliazione e nell’infamia della croce … In Cristo, nel Crocifisso, stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio (La disputa di Heidelberg, Tesi 20).

Una volta compresa, o almeno intuita, questa indicibile realtà, spetta al cristiano e alla chiesa nel suo insieme vivere in modo che questa follia e debolezza di «Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2) si riverberi nella vita dei suoi discepoli: qui e qui soltanto sta la verità della sequela Christi.

2. «Sono stato crocifisso con Cristo»

Nella Seconda lettera ai Corinti Paolo si dedica ampiamente a descrivere la stoltezza della croce e la debolezza, quali si rivelano nella sua vita e nel suo ministero, con affermazioni che non possono non riguardare la vita di ogni cristiano. In questo testo l’Apostolo si propone certamente di difendere il suo ministero di fronte ad avversari provenienti sia dal giudaismo, sia dall’interno della stessa comunità di Corinto; più di ogni altra cosa, però, ciò che gli sta a cuore è la salvaguardia dell’integrità del Vangelo, al cui servizio egli si è totalmente dedicato. Per questo egli afferma innanzitutto la potenza del proprio ministero apostolico (cf. 2Cor 2,14-4,6), ma nel contempo ne sottolinea la debolezza (cf. 2Cor 4,7-5,10). In tal modo, come già a proposito della potente stoltezza della croce, siamo posti di fronte al carattere di paradosso del ministero apostolico e, più in profondità, dell’intera vita cristiana.

Dopo aver affermato la centralità normante della Parola di Dio, del Vangelo e della predicazione su Gesù Cristo, Paolo delinea i criteri non mondani che ispirano il suo servizio all’interno della chiesa (cf. 2Cor 4,2-6): rifiutare le doppiezze, i raggiri, la falsificazione della verità, l’operare ipocritamente, l’agire diversamente da come si predica, il piegare ai propri fini, anche religiosi ed ecclesiali, il Vangelo. L’Apostolo non predica se stesso, non manipola la Parola di Dio rendendola ideologia umana, non cerca il successo servendosi del proprio posto nella chiesa, né aspira ad ottenere facili consensi. Al contrario, il suo ministero è efficacemente sintetizzato in due compiti ben precisi: predicare Gesù quale Messia e Signore e, conseguentemente, servire i propri fratelli (cf. Mt 20,25-28 e par.; Gv 13,12-15). A questo ministero solo Dio può rendere idoneo un credente (cf. 2Cor 3,5) perché è il servizio della Nuova Alleanza, servizio condotto nello Spirito che vivifica (cf. 2Cor 3,6), diakonía ben più gloriosa di quella svolta da Mosè (cf. 2Cor 3,7-8).

Sì, il ministero è potenza di Dio, potenza che si mostra in primo luogo nella misericordia usata verso la debolezza di chi è incaricato di tale servizio. Ma ecco, puntuale, il riverbero della stoltezza della croce: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di argilla, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). Il contrasto tra l’argilla e il tesoro non va inteso nel senso di un’antropologia dualista, ma serve solo a definire la paradossale grandezza della vita cristiana. Il tesoro del Vangelo, il tesoro della Nuova Alleanza o, meglio ancora, il mistero pasquale della morte e resurrezione di Gesù (cf. 2Cor 4,10) è infatti affidato all’uomo, creatura debole e fragile: nella nostra carne mortale siamo chiamati a manifestare la vita di Gesù, vita piena e autentica, vita divina! Paolo sembra testimoniare questa inenarrabile verità quando confessa: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me … Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 2,19-20; 6,17).

Ma in vari altri passi il Nuovo Testamento ama evocare il «Vangelo di Gesù Cristo» (Mc 1,1; cf. Rm 16,25; 2Ts 1,8) il «mistero del regno di Dio» consegnato da Gesù ai credenti (Mc 4,11), con le espressioni «perla preziosa» (Mt 13,46), «tesoro nel campo» (Mt 13,44), e si compiace di definire la fede «molto più preziosa dell’oro» (1Pt 1,7), poiché «in Cristo sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3). È questo il tesoro che il cristiano porta nel suo vaso d’argilla! E il cristiano maturo è proprio colui che ha la consapevolezza, da un lato, del tesoro affidatogli e, dall’altro, della propria debolezza (linguaggio paolino); è colui che ha la consapevolezza di essere straniero e pellegrino sulla terra, ma nel contempo è abitato dalla speranza della vita eterna (linguaggio petrino: cf. 1Pt 2,11 e 1Pt 3,15).

Occorre peraltro comprendere bene il significato di questa debolezza. Certo, se l’uomo è anche solo minimamente attento alla trama della propria quotidianità, l’esperienza è impietosa nel mostrargli la propria natura debole e fragile, la costante tentazione di cadere nella schiavitù del peccato, cioè di quanto si oppone alla vita piena e alla comunione fraterna. È ciò che viene espresso lapidariamente da Paolo: «Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19). Si faccia però attenzione a non intendere questa debolezza quale sinonimo di bassa qualità umana, sovente mascherata sotto le spoglie della virtù religiosa. Dietrich Bonhoeffer mette in guardia da tutto ciò:

Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana … è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani … Io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo … Gesù non ha mai messo in questione la salute, la forza, la felicità di un uomo in quanto tali, né li ha considerati dei frutti bacati: perché altrimenti avrebbe risanato i malati, ridato forza ai deboli? Gesù rivendica per sé e per il regno di Dio la vita umana tutta intera e in tutte le sue manifestazioni (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Cinisello Balsamo 1988, pp. 350-351.417).

In altri termini, il cristiano è chiamato a vivere una vita piena, una vita bella, buona e beata come quella di Gesù Cristo, e a fare questo senza confidare in se stesso con folle e arrogante autosufficienza – salvo poi ritornare a Dio nel momento dell’angoscia e del bisogno! –, ma solo nella grazia e nell’amore sempre preveniente di Dio. Si tratta in definitiva di fare obbedienza a una precisa parola di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23; cf. Mt 16,24; Mc 8,34). Non occorre cercare, invano, di scegliere una «croce» per sé: è la vita stessa a fornire, volta per volta, quella peculiare a ciascuno di noi. Sono i limiti insiti nella propria storia familiare, nel proprio corpo, nella propria psiche, sono le contraddizioni immancabili nei rapporti umani, fino all’estenuante e decisiva lotta che ci attende: fare dell’enigma della morte un mistero che, illuminato dal Crocifisso, riveli il senso del senso, la chiamata dell’uomo alla resurrezione e alla vita eterna.

Noi e il Crocifisso

Verranno sicuramente giorni in cui sentiremo come una contraddizione questa debolezza, e potremo anche chiedere a Dio di togliercela, ma egli risponderà anche a noi, come a Paolo: «Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Ecco, la debolezza scelta da Dio per rivelare e attuare la salvezza (cf. 1Cor 1,27) è lo strumento privilegiato da Dio stesso per manifestare la sua azione nel cristiano. Essa va colta dal credente alla luce del dono preveniente («Se tu conoscessi il dono di Dio…»: Gv 4,10) e nella consapevolezza del tesoro che in essa è racchiuso. Solo così può essere letta e accolta come debolezza «beata», «gradita», come afferma con audacia Bernardo di Clairvaux:

O beata debolezza (optanda infirmitas), colmata dalla potenza di Cristo … L’ignominia della croce è gradita a chi non è ingrato verso il Crocifisso (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7.8). Sì, la croce è scandalo e follia, ma al cristiano è chiesto solo di non contraddirla, bensì di accettare che, attraverso di essa, la potenza di Dio, la potenza del Crocifisso risorto operi nella sua vita!

Conclusione

Proprio la croce, il simbolo più terribile e umiliante conosciuto all’interno della società romana, accogliendo su di sé Gesù Cristo è divenuto il punto culminante della storia di salvezza di Dio con l’umanità, l’evento in cui avviene la rivelazione definitiva del volto di Dio: davvero la croce è teologa! La croce è il segno della responsabilità illimitata di Dio nei confronti dell’umanità peccatrice. Nel Figlio Gesù Cristo, giusto e innocente, è Dio stesso che sulla croce assume le conseguenze dei peccati commessi dall’umanità e si sottomette alla pena riservata ai peccatori. Questa gratuità fino all’estremo, questa «follia» (1Cor 1,18.23.25) che si può spiegare solo con un eccesso d’amore diventa allora ciò che fa intravedere nella croce il senso radicale dell’esistenza umana del credente come esistenza responsabile.

Il Crocifisso ci rimanda all’amore per l’altro fino al dono della vita: la croce è il compimento dell’amore di Cristo per i suoi discepoli e per l’umanità tutta (cf. Gv 13,1); la croce è il compimento dell’obbedienza del Figlio al Padre (cf. Mc 14,35-36); la croce è il compimento della libertà di Cristo che depone da se stesso la propria vita (cf. Gv 10,17-18). Sì, la croce è compimento più che fine: è il compimento di un’esistenza vissuta nell’amore, nell’obbedienza e nella libertà, di una vita di fede come vita responsabile, di fronte a Dio e di fronte agli uomini.

Ebbene, sulla croce Gesù è stato l’uomo che si è caricato delle sofferenze dei fratelli, l’uomo che non si è difeso rispondendo con violenza alla violenza che gli veniva inflitta, ma ha speso la vita per gli altri, offrendo se stesso «fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8).

in questa morte che agli occhi del mondo è una sconfitta consiste la vittoria dell’amore di Gesù, il Servo del Signore crocifisso, «vincitore perché vittima» (Agostino, Confessioni 10,43).

Testimoniare l'Amore

 E come Gesù ha narrato Dio, vivendo e predicando l’amore fino ai nemici, così i cristiani sono chiamati a rinnovare questo racconto tra gli uomini. Certo, questo è possibile solo per grazia, solo perché lo Spirito è stato effuso nel cuore del cristiano (cf. Rm 5,5; Tt 3,5-6); solo perché il cristiano può gemere gridando: «Abba, Padre!» (cf. Rm 8,15; Gal 4,6); solo perché nel cristiano non vive più l’io segnato dall’egoistica philautía e dall’odio verso gli altri, ma vive Cristo (cf. Gal 2,20). È lui, il Cristo crocifisso e risorto, il Signore vivente, che nel cristiano vive, ama, perdona, prega, intercede. Questo è follia per il mondo, ma è il linguaggio del Crocifisso: chi lo contempla non può non vedere i segni di questo amore, che spinge al dono totale di sé. Scrive Guglielmo di Saint-Thierry:

Ci poniamo davanti una rappresentazione della Tua passione affinché i nostri occhi di carne abbiano qualcosa a cui aderire. Essi però non adorano una immagine perché l’immagine rinvia alla realtà della Tua passione. Quando infatti guardiamo più attentamente l’immagine della Tua passione, nel silenzio ci sembra di udire la Tua voce che dice: Ecco come vi ho amati, vi ho amati fino alla fine.

(Meditativae orationes 10,7)

I Crocifissi di Donatello narrano certamente un Cristo sofferente, con il capo reclinato in un dolore umanissimo… La bocca però è aperta ed emette lo Spirito. “Tutto è compiuto!” sono le ultime parole del Crocifisso nel vangelo secondo Giovanni. E l’evangelista prosegue: “Chinato il capo, effuse lo Spirito”. Marco, Matteo e Luca dicono “chinato il capo, morì, spirò”; Giovanni invece precisa “consegnò, effuse lo Spirito”. Quello Spirito che lo abitava, lo Spirito santo, che aveva presieduto al suo concepimento nel seno della Vergine Maria, che era disceso su di lui al momento del Battesimo… Gesù con la sua morte lo effonde su tutto l’universo, su tutta la terra. La Pentecoste per Giovanni è sotto la Croce!

Stare sotto la croce di Donatello è ricordare che sotto la Croce c’eravamo anche noi e che lo Spirito che Gesù ha emesso dalla sua bocca è lo Spirito santo che perdona i peccati di tutti gli uomini (“ipse remissio omnium peccatorum“, recita un testo liturgico). Quello stesso Spirito nella cui potenza Dio ha risuscitato Gesù, ravviva tutta la Chiesa e tutta l’umanità.


http://www.monasterodibose.it



 

 

venerdì 4 ottobre 2019

LA GUERRA DEL ... CROCIFISSO ....

Un falso problema


Le polemiche sulla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, riaccese qualche giorno fa da una dichiarazione del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, rischiano di nascondere, piuttosto che evidenziare, i reali problemi sia della nostra società che della Chiesa.
È evidente, infatti, che le enormi difficoltà strutturali e culturali in cui si dibatte cronicamente la scuola statale non hanno nulla a che vedere con una simile questione. Come del resto ha riconosciuto lo stesso ministro, che, investito da una bufera mediatica, si è affrettato a ribadire che essa non rientra neanche di striscio nelle priorità del governo.
Forse era meglio dirlo prima, invece di sbilanciarsi in considerazioni personali che sono state subito strumentalizzate (come era ovvio che avvenisse!), dagli organi di stampa per “fare notizia”, dai nemici del governo per prolungare l’equivoco di una “destra” cristiana contro una “sinistra” miscredente.
Un equivoco su “destra” e “sinistra”
La verità è che entrambe sono profondamente estranee allo spirito del Vangelo. La prima per la sua radicale incapacità di coglierne lo spirito e per la sua tendenza inveterata a usarne i simboli in un’ottica identitaria e discriminatoria che è agli antipodi del messaggio d’amore illimitato verso tutti annunciato da Cristo.
La seconda per la sua adesione a una prospettiva liberal-borghese di stampo individualista, secondo cui si è persone in quanto proprietari di noi stessi – delle nostre facoltà, del nostro corpo («l’utero è mio e ne faccio quello che voglio») –, senza doverne rispondere a nessuno.  
 Un cristianesimo senza amore e senza Chiesa
Non stupisce, così, che la storia della Lega sia caratterizzata, fino ad oggi, da un doppio binario che l’ha sempre vista, da una parte, imbevuta di elementi religiosi panteisti ed esplicitamente pagani (Calderoli si sposò addirittura con un rito celtico!), nonché sprezzante verso il «primo comandamento» cristiano, quello di amare Dio e gli altri esseri umani anche se lontani e perfino nemici; dall’altra critica verso le gerarchie ecclesiastiche, troppo morbide verso i nemici della fede (soprattutto l’islam), e convinta di rappresentare meglio di esse il “vero” cristianesimo, ridotto peraltro alla sua crosta superficiale.
Il trionfo dell’individuo
Così come non stupisce la ricorrente battaglia del Pd – a dispetto dell’alleanza tra socialisti e cattolici da cui esso ha avuto origine – a favore di una “cultura dei diritti” che interpreta questi ultimi sganciandoli dai doveri e privilegiando, di conseguenza, quelli civili (modellati, a loro volta sul diritto di proprietà), a detrimento di quelli sociali e delle responsabilità che ne deriverebbero.
Con la conseguente indifferenza verso le forme comunitarie – prima fra tutte la famiglia – che su questo inscindibile intreccio di diritti e responsabilità si fondano. E l’altrettanto inevitabile risultato di privilegiare le preferenze dei più forti, economicamente e socialmente, rispetto alle esigenze e alla dignità dei più deboli (dall’embrione, al malato terminale, alla donna che “affitta” il proprio utero).
Di fronte a questo quadro, che vede tanti crocifissi in carne ed ossa vittime di logiche disumane, il problema dei crocifissi di legno nelle scuole diventa francamente molto secondario.
L’eredità ricevuta da papa Francesco
A maggior ragione lo è, in questo momento, per la Chiesa, che non solo deve fronteggiare, all’esterno, questi allarmanti scenari culturali, ma si trova alle prese, al suo interno, con una crisi profonda, al tempo stesso di ordine dottrinale e strutturale, in cui stanno venendo al pettine i nodi del passato.
Il pontificato di papa Francesco ha ereditato, infatti, tutto l’immenso carico di problemi irrisolti che il suo predecessore, onestamente, si era ritenuto incapace di affrontare.
Da una Chiesa arroccata…
Problemi di principio, innanzi tutto. La Chiesa di Benedetto rischiava di ridursi a una roccaforte, impegnata con tutte le sue forze a difendere i «valori non negoziabili», vale a dire la sacralità della vita biologica (dell’embrione o del malato terminale), la famiglia fondata sul matrimonio e a libertà della scuola (cattolica).
Una cittadella assediata. Senza dire che il concetto stesso di “valori non negoziabili” – ridotti a tre – poteva dar luogo all’equivoco che tutti gli altri fossero invece negoziabili…
…ad una aperta e centrata sull’essenziale
Francesco ha esordito, già col suo stile e poi con i suoi documenti, capovolgendo questo atteggiamento difensivo – e l’immagine di Chiesa che gli era connesso – in uno sereno e dialogico.
Al tempo stesso, però, ha allargato l’orizzonte e ristabilito il primato dell’essenziale, sottolineando con forza che l’annuncio fondamentale del vangelo non è di ordine morale, ma teologale, salvifico – Dio ci ama e ci salva! – e che, nella stessa sfera morale, il valore non negoziabile, da cui tutti gli altri derivano la loro intangibilità, è l’essere umano.
Non l’Uomo, ma gli uomini, le donne reali, con le loro povere storie piene di errori e di contraddizioni, con le loro fragilità, con il loro anelito, sempre incompiuto, al bene.
Gli uomini e le donne che Gesù ha incontrato nel suo cammino e a cui ha detto che il Padre li amava anche così com’erano, e che perciò potevano rialzarsi.
La misericordia al centro
Perciò Francesco ha insistito sulla misericordia, nello stile di Gesù, non subordinandola al preventivo pentimento, ma donandola come un appello ad esso e alla conversione: «Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).
Da qui un richiamo – in piena linea con la grande tradizione del pensiero cattolico – al superamento di una morale delle regole precostituite e al primato della coscienza personale, anche se non in chiave individualistica, ma, al contrario, nella prospettiva di una dimensione comunitaria indispensabile per superare il rischio del soggettivismo.
Una duplice minaccia
Era un rinnovamento necessario, se si voleva uscire dalla logica puramente difensiva e proporre alla nostra società una versione più adeguata del messaggio cristiano. Ma ha dovuto fare i conti con una duplice minaccia.
Da una parte, quella di un clima culturale fortemente secolarizzato, impregnato di individualismo e soggettivismo, che ha portato molti a scambiare questa lettura – non meno, anzi più rigorosa ed esigente della precedente – per una rinunzia a parlare ancora di peccato (quando invece proprio il richiamo alla salvezza e alla misericordia lo implica!).
Dall’altra, quella di una rivolta di quanti erano abituati alla via facile delle regole, alla sicurezza dei tre “valori non negoziabili”, e hanno visto in questa apertura di orizzonti il dissolvimento della morale cristiana.
Una protesta che, a dire il vero, è stata alimentata dalla mancanza di direttive più concrete sulle modalità di quell’accompagnamento ecclesiale che il papa ha sempre unito al cammino della coscienza personale. Col risultato che la prima minaccia di cui abbiamo parlato si è spesso realizzata, per mancanza di più precisi punti di riferimento ecclesiali.
I problemi strutturali
Dicevo prima che i problemi della Chiesa ereditati da Francesco non erano solo di ordine dottrinale, ma anche strutturale.
Il Vaticano è un riassunto di questi problemi. Benedetto ne è stato soverchiato e alla fine ha dovuto prendere atto della sua impotenza. Francesco non sembra in grado neanche lui di fronteggiare con successo questa situazione. Anzi, ha tutta l’aria di aver ereditato dal suo predecessore, oltre al problema, un limite che rende impossibile risolverlo, vale a dire l’incapacità di individuare i collaboratori giusti.
Benedetto si è fidato del card. Bertone, Francesco del card. Pell, e non solo. La notizia di nuovi gravi scandali finanziari, legati a monsignori e cardinali “di fiducia” del papa, fa temere che anche i successori di Pell non siano stati degni di questa fiducia.
Il Dio crocifisso nella storia degli uomini
Il credente non può non soffrire di tutto questo, anche se sa bene che fin dall’inizio Gesù sapeva di non aver lasciato la sua Chiesa in buone mani (dei dodici, Giuda lo tradì, Pietro lo rinnegò, gli altri scapparono) e si ricorda che in secoli successivi, per fortuna ormai lontani, abbiamo avuto personaggi – perfino papi – ben più scandalosi di Bertone, di Pell o dei monsignori dell’ultima ora.
Forse egli può vedere, in quello che accade oggi – la situazione culturale dell’Occidente, le divisioni della Chiesa, gli scandali del Vaticano – un nuovo modo in cui il suo Dio viene crocifisso, non simbolicamente, sulla parete di un’aula scolastica, ma ben più tragicamente, nella storia degli uomini. Non è una rinunzia a lottare per una cultura e per una Chiesa diverse, ma la presa di coscienza che questa lotta sarà lunga e non sarà mai conclusa una volta per tutte.
Giuseppe Savagnone




martedì 1 ottobre 2019

IL CROCIFISSO A SCUOLA. UNA PRESENZA CHE "PARLA" DI AMORE E DI FRATERNITA'

IL CROCIFISSO PARLA CHIARO 
ANCHE NELLE AULE DI SCUOLA

Una nota di “Avvenire” dopo alcune dichiarazioni del ministro Fioramonti

Il crocifisso nelle aule scolastiche? Meglio di no, perché «è una questione divisiva», perché «la scuola deve essere laica», perché «tutte le culture» hanno diritto di «esprimersi». 
Così, inanellando a sorpresa ben tre luoghi comuni in una sola dichiarazione radiofonica, il ministro a 5 stelle dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, ha rispolverato una questione felicemente risolta da due pronunciamenti del Consiglio di Stato, una sentenza della Corte Costituzionale e una della Grand Chambre della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. 
Eppure il ministro sostituirebbe volentieri il crocifisso in aula con «una cartina del mondo con dei richiami alla Costituzione». 
Ma, al di là dei verdetti e visto che parliamo di scuola, bisognerebbe interrogarsi su come una delle radici culturali della nostra civiltà (italiana ed europea), nonché simbolo della fratellanza universale possa essere divisivo o far sentire altre culture nelle condizioni di non potersi liberamente esprimere. La risposta è semplice: in nessun modo. 
Con una postilla: a riaprire certe 'pratiche' si rischia soltanto di dare fiato proprio a coloro che quel simbolo di sconfinato amore e di pace vorrebbero usare, impropriamente, a guisa di randello.



Nella sentenza n. 556, il Consiglio di Stato afferma che il crocifisso deve restare nelle aule scolastiche non perché sia un “suppellettile” o un “oggetto di culto”, ma perché “è un simbolo idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili” (tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, etc…) che hanno un’origine religiosa, ma “che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato”.




sabato 28 luglio 2018

IL CROCIFISSO OVUNQUE? QUAL E' IL VERO MOTIVO?



Fa discutere la proposta leghista per ribadire l'obbligo 
in tutti gli edifici pubblici

LE REGOLE CI SONO GIA’!
di Carlo Cardia, giurista

 Probabilmente, la polemica che s’è aperta con la proposta di prevedere la presenza del Crocifisso in tutti gli uffici e i luoghi pubblici, con una estensione senza confini, perfino nelle Università, nei porti e aeroporti, terminerà presto, per la sua inutilità e per qualche profilo, contraddittorio e rischioso. Ciò che rende del tutto inutile la proposta è anzitutto la tradizione italiana, e il nostro ordinamento giuridico, che pur in tempi diversi, si sono ispirati a una laicità positiva che ha sempre salvaguardato il nostro Paese da polemiche aggressive, e l’ha indotto a scelte inclusive dall’epoca risorgimentale a oggi.
Proprio il Crocifisso, in opposto a opinioni non informate, è collocato nelle scuole italiane per impulso della Legge Casati del 1859 e per il Regio Dec. 15 settembre 1860, n. 4336 che lo prevedeva in ogni scuola, mentre il Decreto 6 febbraio 1908, n. 150, confermò il simbolo e l’insegnamento religioso nelle scuole elementari. Non tutti sanno che tale insegnamento introdotto in epoca liberale, dalla Legge Coppino del 1877, fu legittimato dal Consiglio di Stato, e ogni ipotesi d’abrogazione venne respinta. Per i nostri "padri liberali", d’altronde, la legge si deve «adoprare perché il sentimento religioso non scada» e non ceda all’indifferentismo, e Marco Minghetti osserva «i padri di famiglia si disvogliano dal mandare i figliuoli loro» a una scuola lontana dalla religione, che doveva tra l’altro contribuire anche a formare buoni cittadini.
Con lo stesso spirito inclusivo, la presenza del Crocifisso in alcuni spazi pubblici, è stata mantenuta in epoca concordataria (1929), ed è passata successivamente al vaglio delle nostre Magistrature superiori, nonché della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), come ricordato ieri su queste stesse pagine, superando ogni opposizione, con motivazioni sempre ispirate alla laicità positiva propria del nostro ordinamento. In particolare, sia la sentenza della Cedu del 18 marzo 2011, emessa dalla Grande Chambre di Strasburgo dopo un lungo giudizio, sia il Consiglio di Stato nel 2009, hanno sottolineato come la Scuola italiana sia improntata ai princìpi di libertà religiosa, e comprenda più presenze religiose anche non cattoliche: il Crocifisso quindi riflette la tradizione religiosa, storica e culturale italiana, nella quale la libertà religiosa s’è costantemente ispirata al rispetto del pluralismo e, possiamo dire oggi, del dialogo interreligioso con altre fedi e orientamenti ideali.
Di qui, una prima considerazione. Non c’è alcuna ragione per modifiche normative, dal momento che la nostra laicità, proprio sul tema dei simboli negli spazi pubblici, è stata ribadita dalle più alte magistrature a livello nazionale ed europeo. Può, invece, nascere il sospetto, rimbalzato sui primi commenti, che gli obiettivi della proposta siano altri rispetto a quelli enunciati. Che si voglia sottolineare ultra vires un elemento identitario che va ben oltre la previsione normativa, e che facilmente si colora di spirito esclusivista. Inoltre, un’estensione così ampia della presenza del simbolo in tanti luoghi pubblici crea più problemi di quanti ne risolva, lasciando alle autorità una discrezionalità che può provocare nuove controversie amministrative o giudiziarie: l’estensione alle assemblee elettive, alle aule universitarie, dello stesso concetto di ufficio pubblico, fino agli spazi portuali, più che il rispetto per il simbolo religioso sembra suggerire una esibizione quasi impositiva. Infine, crea disagio il fatto che una maggioranza politica voglia appropriarsi di una identità religiosa e culturale che è di tutti, e che si connota per la sua apertura al pluralismo.
Né va dimenticata la coralità di consensi che ha accompagnato in Italia la difesa del Crocifisso secondo le norme odierne. Ciò che spinse la Grande Chambre nel 2011 a dare ragione all’Italia fu proprio quella communis opinio che unì cattolici, liberali, uomini di sinistra, nel vedere nel simbolo della Croce il riflesso dei valori etici e culturali della nostra tradizione. "Avvenire" ha già ricordato le parole di Natalia Ginzburg, per la quale il Crocifisso rappresenta tutti coloro che hanno sofferto per la propria fede, e che per il Dio della Bibbia sono uguali e fratelli tutti, e tutti legati da una comune solidarietà.
Si unirono le parole di Umberto Eco secondo cui nell’epoca della multiculturalità ciascuno deve accettare le diversità degli altri, che non vanno nascoste ma proposte nella loro autenticità e per la ricchezza che ne deriva.
Ancora Massimo Cacciari ricordò che la Croce «parla di una sofferenza che sa accogliere in sé tutte le sofferenze e in qualche modo redimerle. Un segno di straordinaria accoglienza, di straordinaria donazione di sé».
E l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano evocò il significato del Crocifisso per la nostra tradizione e per i valori religiosi ed etici che esprimeva. Al consenso della cultura italiana, seguì una adesione ancor più ampia in Europa all’epoca del giudizio davanti alla Corte di Strasburgo. Quando molti Paesi ortodossi appoggiarono formalmente l’Italia nella difesa della sua legislazione, e diversi Paesi del Nord Europa a maggioranza protestante sostennero le nostre ragioni anche perché in quasi tutte le loro bandiere nazionali figura la Croce come emblema nazionale: in Gran Bretagna la bandiera nazionale evoca tre Croci, di San Giorgio, Sant’Andrea e San Patrizio. Questa coralità di adesioni convinse la Grande Chambre a legittimare la presenza del Crocifisso nelle scuole, e ottenne il consenso di una forte maggioranza dei giudici che si pronunciarono sull’argomento.
Possiamo ammettere che il tempo presente non è tempo di moderazione, e che le esasperazioni identitarie e nazionaliste sembrano prevalere in alcune parti d’Europa e oltre Atlantico, ma ciò non toglie che anche nei momenti di decadenza è sempre necessaria una saggezza elementare quando si parla di valori universali che riguardano tutte le donne e gli uomini, e ricordano che nessuno deve mai essere discriminato o privato dei suoi diritti fondamentali.
Il Crocifisso è tra i simboli che vengono rispettati, spesso riconosciuti, da uomini di tutte le fedi proprio per il loro significato di soccorso nelle sofferenze, d’esaltazione della vita buona che possiamo dedicare agli altri. Una cosa, però, va evitata tutti insieme, che venga utilizzata la Croce per esibire un orgoglio che divide e rifiutata poi quell’accoglienza ai più deboli e più poveri che invece il Crocifisso rappresenta e chiede di promuovere in ogni tempo e luogo.

UN VALORE CHE NON PUO' DIVIDERE
 di Lucia Bellaspiga, giornalista

Duemila anni dopo è ancora scontro sul Crocifisso. E sulla croce alla quale fu inchiodato. Esibito in campagne elettorali, espulso (nelle intenzione di alcuni) da aule scolastiche e stanze d’ospedale, evocato in altre Aule per giustificare proclami spesso tutt’altro che cristiani, bestemmiato in manifestazioni di pessimo gusto, imposto senza crederci, il simbolo per eccellenza di riconciliazione e rispetto infuoca ancora oggi il dibattito. Un dibattito viziato spesso dal fatto che, del Crocifisso, i due estremismi in guerra alla fine sanno ben poco e del resto non è Lui a interessare loro, ma la valenza propagandistica che gli attribuiscono. «Usare il Crocifisso come un Big Jim qualunque è blasfemo», ha twittato ieri padre Antonio Spadaro, direttore gesuita di "Civiltà cattolica", «la croce è segno di protesta contro peccato, violenza, ingiustizia e morte – ha ricordato –, non è mai un segno identitario. Grida l’amore al nemico e l’accoglienza incondizionata. È l’abbraccio di Dio senza difese. Giù le mani».
Big Jim, la bambola maschile tutta muscoli e snodabile, adattabile a qualsiasi posizione e circostanza, è immagine cruda quanto drammatica di un Cristo che oggi in croce ci torna tutti i giorni, brandito come arma e usato come alibi per respingere il prossimo. Esattamente sull’uso improprio di quel termine, "identitario", sottolineato da padre Spadaro, fa perno oggi una presunta "difesa" del Crocifisso che in realtà è un’offesa: «Ora in tutti gli edifici un bel crocifisso obbligatorio regalato dal Comune!», aveva trionfato su Facebook nel 2014 il neo sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci, dopo la vittoria elettorale, e ancora nel Padovano nel marzo scorso il sindaco leghista di Brugine, Michele Giraldo, regalava croci alle scuole del paese ma con parole minacciose: «Chi non rispetta determinati simboli deve adeguarsi, se desidera essere un nostro concittadino», e chi ha orecchie per intendere intenda... Volendo gli esempi si sprecano.
Così come da parte opposta si sprecano i deliri delle croci violate nelle piazze da certo femminismo (che offende le donne stesse) o dagli eccessi in stile gay pride, o ancora da chi in nome di un frainteso "diritto alla laicità" pretende di esiliare la croce.
               www.Avvenire.it

E' LA SCELTA MIGLIORE?
di Lucandrea Massaro, esperto in sociologia e scienza delle religioni

Nel bel mezzo di una (presunta) crisi migratoria, mentre nel frattempo Trump dichiara che l’Europa è nemica degli Stati Uniti, mentre in Nicaragua la Chiesa viene perseguitata (e non solo lì naturalmente) l’onorevole Barbara Saltamartini (Lega) ha depositato una proposta di legge sul crocifisso nei luoghi pubblici: per rendere obbligatoria l’esposizione della croce nei luoghi pubblici: scuole, università, accademie, carceri, uffici pubblici tutti, consolati, ambasciate. E nei porti, naturalmente: ancorché chiusi, per volontà del ministro dell’Interno, ai disperati raccolti in mare, dovrebbero tuttavia, per volontà del suo partito, esporre la croce «in luogo elevato e ben visibile» (L’Espresso).
La pena in caso di infrazione sarebbe di 1000 euro, niente male, ma posto che l’idea di vedere più spesso il Crocefisso in giro per la città fa piacere tanto a noi che scriviamo, quanto probabilmente a chi ci legge, forse non né la via migliore per risvegliare la fede in Italia, né il primo provvedimento legislativo che ci viene in mente in un paese con 5 milioni di poveri  e oltre 7 milioni in difficoltà.
L’intento della deputata salviniana (in linea con la presunta missione della Lega di difendere le radici cristiane italiane) è – leggendo la relazione introduttiva della legge – quella di correre ai ripari rispetto al laicismo imperante:
“Risulterebbe inaccettabile per la storia e per la tradizione dei nostri popoli, se la decantata laicità della Costituzione repubblicana fosse malamente interpretata nel senso di introdurre un obbligo giacobino di rimozione del Crocifisso; esso, al contrario, rimane per migliaia di cittadini, famiglie e lavoratori il simbolo della storia condivisa da un intero popolo” (TPI).
In ossequio al principio del primato della coscienza per il credente Cristo viene prima dello Stato, viene prima delle leggi e vive radicato nel cuore del buon cristiano, il quale probabilmente darà maggiore testimonianza della sua fede se si acconcia a servire Dio, se aiuta il fratello in difficoltà, se prega e se opera per il miglioramento della comunità in cui vive.
Costruire una Chiesa o un luogo di culto è un’opera pia meritoria, ma non sarebbe più utile lasciare che nei luoghi pubblici dipendenti e (nel caso delle scuole, studenti) possano discutere se mettere o meno il crocifisso appeso? Non sarebbe, magari all’inizio di ogni anno prendersi un paio d’ore per dibattere e lasciare che le domande che la Croce propone a tutti gli uomini entrassero nel dibattito anche se per poco? Anche chi è contrario non sarebbe “costretto” a chiedersi cosa significa quell’uomo inchiodato “per la Salvezza di molti”?
Più che imporre per legge il Crocifisso, non sarebbe assai più utile ed edificante proporlo e vedere che succede invece di esporlo a quello che – ne siamo certi – diventerà altrimenti l’ennesima lotta tra forze politiche, tra cittadini divisi tra l’indignazione e lo scontento?

Del resto come ebbe a dire San Giovanni Crisostomo:
Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: «Questo è il mio corpo», confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l’avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.
Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell’onore che egli ha comandato, fa’ che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.
Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l’elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.
Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Che bisogno c’è di adornare con veli d’oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d’oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere.
Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello.     
Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni.                    Perciò mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello”.