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sabato 30 maggio 2026

L'ARTE CI SALVERA'

 Il genio creativo come resistenza all’algoritmo. L’arte ci salverà


CREATIVITA'

ALGORITMO


di Antonio Spadaro

Dove l'IA ottimizza, accelera e replica, l’uomo si espone 

al rischio, alla lentezza, all’errore, alla trasformazione. 

È dall’attraversamento del limite che nasce la nostra capacità 

di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, 

la pittura, persino il cinema

/Foto Icp

La Magnifica humanitas non è un trattato di estetica: è un documento di dottrina sociale, firmato il 15 maggio 2026, che legge l’Intelligenza artificiale alla luce del Vangelo e la confronta con il paradigma tecnocratico del nostro tempo. Eppure, a chi la legga con attenzione, l’enciclica di Leone XIV rivela un filo rosso che attraversa l’intero tessuto del testo e ne illumina il centro: l’arte. Non come ornamento, non come parentesi colta tra un capitolo e l’altro, ma come il terreno su cui si gioca la distinzione decisiva tra ciò che la macchina può fare e ciò che soltanto l’umano sa essere. Dove l’IA calcola, l’essere umano crea; dove l’algoritmo ottimizza, la persona rischia, sbaglia, si espone. Leone XIV colloca l’arte al crocevia tra vulnerabilità e trascendenza, tra limite creaturale e apertura al mistero. È lì che vuole portarci.

La semplicità

La prima mossa è disarmante nella sua semplicità. Il Papa osserva che la velocità con cui oggi si ottengono contenuti, elaborazioni, assistenza concreta può «indebolire il giudizio personale e la creatività» (n. 100). Niente di apocalittico: una constatazione. La creatività non è un lusso né un talento riservato a pochi. È una facoltà umana, e come ogni facoltà si atrofizza quando non viene esercitata. Il rischio non sta nell’uso occasionale dello strumento — nessuno chiede di rinunciare alla calcolatrice per amore dell’aritmetica mentale — ma nel fatto che la facilità del risultato spegne il desiderio della ricerca. Platone lo sapeva già: nel Fedro avvertiva che ogni tecnologia capace di alleggerire la fatica può anche indebolire la facoltà che quella fatica allenava. Leone XIV raccoglie l’intuizione e la radicalizza con un’espressione che potrebbe sembrare anacronistica, quasi monastica, e che invece coglie nel segno con una precisione sorprendente: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA» (n. 140).

Digiunare dall’IA.

L’immagine è forte perché rovescia la narrativa dominante: non si tratta di stare al passo, di aggiornarsi, di imparare a usare meglio gli strumenti, ma di saper rinunciare al risultato facile per proteggere il lavoro interiore che rende possibile la creazione. L’artista lo sa per esperienza: il quadro nasce dalla resistenza del materiale, il verso dalla lotta con la lingua, la composizione musicale dal confronto con il silenzio. Eliminare la resistenza non significa liberare la creatività. Significa abolirla. E una civiltà che delega la produzione dei propri contenuti culturali a un sistema che — come il Papa stesso afferma — «non capisce ciò che produce» (n. 99) è una civiltà che sta rinunciando non a una funzione, ma a una dimensione del proprio essere.

Qui l’enciclica compie il suo affondo filosofico più radicale. Le intelligenze artificiali, scrive Leone XIV, «possono simulare empatia o comprensione, ma non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (n. 99). Il verbo è preciso: abitare. Abitare è essere dentro, essere coinvolti, essere esposti. L’IA non abita il linguaggio che usa: lo attraversa come un flusso di dati, non come un’esperienza di senso. Può generare un sonetto perfetto dal punto di vista metrico, ma non sa cosa significhi essere innamorati. Può comporre una sinfonia, ma non conosce il silenzio dopo l’ultimo accordo. Il suo apprendimento, precisa il Papa, «non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è un adattamento statistico che non implica una crescita interiore». La creazione artistica richiede esattamente questo: crescita interiore. Un cammino esistenziale che l’opera rende visibile. L’IA non lotta con nulla. Non conosce resistenza. E una creatività senza resistenza non è creatività: è produzione.

La creatività

Ma Leone XIV non si limita a difendere l’artista. Compie un’operazione più sorprendente: assimila lo sviluppatore di intelligenza artificiale all’autore di un’opera. Il codice è la sua creazione. «Ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità» (n. 111), esattamente come ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni nota. Il design algoritmico è un atto culturale, non solo tecnico. Il Papa usa un verbo rivelatore: coltivare. Le moderne intelligenze artificiali sono «più coltivate che costruite» (n. 98): gli sviluppatori creano un’architettura sulla quale il sistema cresce, come il contadino prepara il terreno ma non fabbrica il frutto. La responsabilità non diminuisce per questo: cresce, perché il risultato è meno prevedibile. La creatività non è più il privilegio dell’artista nel suo atelier: è il marchio dell’umano in ogni gesto costruttivo, dal dipinto all’algoritmo. E nessun gesto costruttivo può invocare la neutralità della tecnica.

Leone XIV chiama questa facoltà «intelligenza creativa» e la definisce un dono ordinato al bene comune (n. 129). La parola dono la sottrae al registro prometeico dell’autoaffermazione e la colloca in quello della grazia. Un algoritmo può generare un’immagine mai vista prima; un artista crea un’immagine che dice qualcosa di vero sull’umano. La differenza non sta nella novità del risultato, ma nella relazione tra chi crea e la comunità per cui crea. La creatività, nella visione dell’enciclica, è sempre relazionale: nasce dentro una trama di legami e a quella trama restituisce senso.

Il limite e la fioritura

Il passaggio forse più potente dell’intera enciclica, su questo terreno, è quello in cui Leone XIV affronta il limite come luogo di fioritura. Contro ogni tentazione transumanista, il Papa sostiene che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 122). Ed è qui che l’arte irrompe con tutta la sua forza: «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male». Leone XIV sceglie tre icone, tre opere che funzionano come altrettante sentinelle della coscienza: la Nona di Beethoven come desiderio di unità – un uomo sordo che compone un inno alla gioia universale, immagine stessa della creatività che nasce dal limite; Guernica come denuncia della disumanizzazione – Picasso che trasfigura il bombardamento in un grido capace di parlare a ogni generazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio. Musica, pittura, cinema. Tre linguaggi diversi, un’unica funzione. E l’aggettivo scelto dal Papa è decisivo: profetico. Non estetico, non decorativo, non consolatorio. L’arte parla prima, vede prima, sa prima. E può farlo perché chi crea ha un corpo esposto, una storia attraversata, una ferita da cui sgorga la parola. La macchina non ha ferite.

L’evaporazione dell’arte

C’è un rischio, però, che il Papa individua con lucidità: non la scomparsa violenta dell’arte, ma la sua lenta evaporazione. L’intelligenza, se assolutizzata, «finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita» (n. 113). L’immagine scelta è quella dell’ecosistema: l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre. L’IA è una specie cognitiva in crescita esponenziale. Senza contrappesi — e l’arte è uno di questi — rischia di colonizzare l’intero habitat mentale dell’umanità. Un quadro di Rothko non è riducibile a dati. Un quartetto di Beethoven non è una prestazione. Un verso di Leopardi non è un’informazione. Sono esperienze che eccedono ogni codifica, e in questo eccesso sta il loro valore. L’arte è il contrario della solitudine: un ponte tra coscienze, un gesto che chiede di essere accolto, interpretato, discusso, amato o rifiutato. La Magnifica humanitas mette in guardia da un mondo che dell’arte non sente più il bisogno.

L’enciclica si chiude con un dittico. Il primo pannello è una citazione di Tolkien, strappato a una lettura di parte politica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo». Il secondo pannello è il Magnificat di Maria. Richiamandolo Paolo VI, che definiva la Vergine «poetessa e profetessa della redenzione», Leone XIV indica nel cantico l’archetipo di ogni arte autentica: un gesto creativo che nasce dalla piccolezza, vede l’invisibile, impedisce la normalizzazione del male e annuncia un ordine nuovo dentro il disordine del presente. Il rovesciamento dei potenti operato dalla bellezza, non dalla violenza. Alla fine, ciò che salva l’umano non è il calcolo, ma il canto.

 Non l’ottimizzazione, ma la lode.

«Nessun sistema di calcolo genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», scrive Leone XIV (n. 233). «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato». L’arte abita esattamente in quello spazio: è il gesto di un cuore che si consegna, un volto che chiede di essere guardato. È questa la scintilla che la macchina non possiede.

Avvenire

 

sabato 7 marzo 2026

EDUCARE ALLA BELLEZZA

 

Scuola, siglato con il Ministero della Cultura il Protocollo “Educare alla e con la bellezza



Valditara: “La bellezza non è solo un valore estetico, ma rappresenta l'identità del nostro Paese”.

 Giuli: "Comprendere la bellezza è la base della creatività e della cultura"

Il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e il Ministro della Cultura Alessandro Giuli hanno siglato un Protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio e promuovere la crescita culturale, artistica e civica delle nuove generazioni.

“Nelle scuole che visito sottolineo sempre l’importanza di un’educazione alla bellezza. La bellezza non è solo un grande valore estetico, ma un elemento che rappresenta l’identità del nostro Paese: è parte integrante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra tradizione. Portare le opere d’arte nelle scuole può rappresentare uno strumento straordinario per educare concretamente i nostri giovani alla bellezza”, ha dichiarato il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
"Il valore di questo Protocollo sta nel riconoscere, come Ministero della Cultura e come Ministero dell'Istruzione e del Merito, il fatto che la bellezza esiste, ha un suo canone ed è un bene non negoziabile. Quando si coglie la potenza della creatività, in un fiore o in un verso, si capisce che obbedisce a un concetto di armonia, di proporzione, di complementarità tra principi che fanno parte della bellezza del cosmo: il sole, la luna, il maschio, la femmina, tutto ciò che fa della natura qualcosa di straordinario. Questo l'abbiamo imparato dai nostri antenati e cerchiamo di tradurlo in modo serio, non intrusivo e non assertivo: semplicemente riconoscendo che l'educazione alla bellezza è la nostra missione principale", ha dichiarato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Il Protocollo prevede la promozione, nelle istituzioni scolastiche, di iniziative volte a valorizzare il patrimonio artistico e a rafforzare l’alfabetizzazione all’arte come strumento per educare alla bellezza promuovendo i talenti di ogni giovane.
L’intesa mira, inoltre, a riconoscere l’arte quale strumento di riqualificazione degli edifici scolastici e di rigenerazione culturale dei territori caratterizzati da marginalità sociale ed economica, anche attraverso l’allestimento di spazi espositivi dedicati all’interno delle Scuole secondarie di II grado e il coinvolgimento di enti pubblici e privati per la realizzazione di mostre, iniziative e collaborazioni dedicate.

Ecco i dettagli principali del protocollo:

  • Obiettivo: Rafforzare la cooperazione tra scuola, arte e territorio per la crescita culturale e civica degli studenti.
  • Azioni chiave: Allestimento di spazi espositivi nelle scuole secondarie di secondo grado e realizzazione di mostre e iniziative in collaborazione con enti pubblici e privati.
  • Riqualificazione: L'arte viene utilizzata come strumento di rigenerazione culturale e miglioramento degli ambienti scolastici.
  • Focus: Valorizzazione del patrimonio culturale e promozione dei talenti giovanili.
  • Visione: La bellezza è intesa non solo come valore estetico, ma come parte dell'identità nazionale e strumento di cittadinanza. 

Ministero

Immagine

venerdì 19 dicembre 2025

EDUCARE CON L'ARTE


 

  Quando l’arte insegnava come comportarsi

 

-         di Eleonora Alberti

-          

Prima dei manuali e dei social, le immagini spiegavano come vivere in società

 

Per molti secoli l’arte non è stata soltanto un medium tecnico e/o estetico da ammirare, bensì un mezzo di comunicazione essenziale, quale strumento educativo e un linguaggio condiviso. In un mondo in cui la maggior parte delle persone era analfabeta e dunque non sapeva leggere, le immagini avevano il compito di spiegare come ci si doveva comportare, cosa era giusto desiderare e cosa evitare.

Guardare un’opera non significava imparare in modo astratto, ma piuttosto attraverso esempi visivi, emozioni riconoscibili e storie facili da ricordare. L’arte funzionava come un manuale di morale aperto a tutti i ceti sociali.

Già Giotto (1267-1337) lo aveva capito con straordinaria lucidità. Nella Cappella degli Scrovegni (1303-1305) a Padova i suoi affreschi non si limitano a raccontare episodi della vita di Cristo e di Maria, ma mostrano reazioni umane: il dolore composto, il tradimento, la compassione. Le figure piangono, si abbracciano, si voltano. Lo spettatore non osserva da lontano, ma si riconosce in quelle emozioni. L’insegnamento passa attraverso l’empatia: capire cosa è giusto significa anche sentire cosa si prova.

Poco più tardi, Ambrogio Lorenzetti (1290-1348) realizza nel Palazzo Pubblico di Siena il ciclo del Buon Governo e del Cattivo Governo (1338-1339). Qui l’arte entra direttamente nella vita civile. Le immagini mostrano una città ordinata, prospera e sicura quando la giustizia guida il potere, e una città in rovina quando domina la corruzione. Non servono testi complessi: l’immagine spiega tutto. È un’educazione politica visiva, pensata per chi governa ma anche per chi è governato.

Nel Rinascimento, l’arte sviluppa un altro potente strumento educativo: l’allegoria. Concetti astratti diventano figure riconoscibili. Nella Primavera (1480) di Botticelli (1445-1510), la Grazia, la Castità e l’Armonia non sono idee vaghe, ma corpi, gesti, movimenti. L’opera suggerisce un modello di equilibrio morale e sociale, un’idea di bellezza legata alla misura e alla convivenza ordinata. Anche senza comprenderne ogni riferimento filosofico, lo spettatore coglie un messaggio chiaro: esiste un modo “giusto” di stare al mondo.

Con il tempo, questa funzione educativa non scompare ma si trasforma. Nei secoli successivi, opere come I proverbi fiamminghi (1559) di Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569) mostrano comportamenti umani attraverso scene quotidiane e spesso ironiche. L’osservatore riconosce vizi, errori e assurdità della vita comune. L’arte non impone più solo un modello ideale, ma invita a riflettere su sé stessi attraverso il riconoscimento.

Dalle immagini del passato a quelle di oggi

Se ci fermiamo a guardare, il meccanismo non è poi così distante da quello che viviamo oggi. Anche nel presente impariamo molto senza rendercene conto, attraverso immagini che scorrono davanti ai nostri occhi ogni giorno. Video brevi, post, storie, contenuti educativi o motivazionali costruiscono modelli di comportamento, di successo, di accettabilità sociale.

Come gli affreschi medievali o le allegorie rinascimentali, anche queste immagini non spiegano con regole scritte. Mostrano esempi, ripetono schemi, premiano atteggiamenti. Cambia il mezzo, ma non il potere formativo dell’immagine.

Capire che l’arte del passato insegnava come comportarsi ci aiuta a leggere con più consapevolezza il presente. Le immagini non sono mai neutre. Educano, influenzano, modellano.

Forse la differenza più grande non è tra ieri e oggi, ma nel nostro livello di attenzione. Un tempo sapevamo che quelle immagini servivano a educare. Oggi spesso dimentichiamo di chiederci cosa ci stanno insegnando e, per questo, le immagini stesse vengono depauperate del loro valore educativo. 

Ogni immagine educa. La vera domanda è: a cosa?

 

venerdì 9 agosto 2024

NUOVI LINGUAGGI PER INSEGNARE

Guidare le Scelte con Integrità e Passione -

 Insegnare è una sfida quotidiana, e non soltanto perché bisogna costantemente aggiornarsi sulla propria materia, sulle tendenze dei più giovani, sulle nuove teorie pedagogiche, ma anche perché bisogna inventarsi sempre nuovi modi di coinvolgere la classe. Abbiamo chiesto al professor Carlo Rovelli qualche consiglio per trovare nuovi linguaggi e registri per non annoiare (e annoiarsi!).

 

La capacità di cambiare registro 

 Fisico teorico e docente universitario, impegnato nella astrusa ricerca di una soluzione capace di combinare la Teoria della relatività e la Meccanica quantistica, Carlo Rovelli è diventato all’improvviso famoso in tutto il mondo come divulgatore scientifico grazie a un libretto scarno e prezioso, Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), tradotto in tutto il mondo. 

 La cosa che più colpisce del suo lavoro di divulgatore e di scienziato è la capacità di usare linguaggi e registri diversi: ha scritto libri brevi e semplici, di grande successo, ma anche testi complessi e meno conosciuti. E poi ai suoi studenti all’università e nei suoi lavori scientifici, parla in modo ancora diverso. Ma a scuola come si deve fare? Si deve scegliere uno stile o provarne tanti? 

Perché è utile usare linguaggi e registri diversi 

 “Nella mia esperienza di insegnante ho capito che è più efficace usare linguaggi diversi”, racconta Rovelli. “I corsi che tengo all’università sono composti da più momenti: lezioni dure, racconti leggeri, discussioni aperte. Passo dalla presentazione di un argomento difficile e rigoroso a considerazioni generali, dalle chiacchiere ai teoremi. I motivi sono tre. Il primo è che gli studenti sono diversissimi fra di loro: il modo di imparare di ciascuno è soggettivo”. 

 “Qualcuno trova facile ciò che per un altro è un passaggio insormontabile e viceversa”, continua il fisico. “Ognuno di noi impara diversamente e per insegnare bisogna arrivare a tutti. Il secondo motivo per mescolare registri è che la scuola è noiosa. Ricordo ancora con angoscia la noia che provavo sui banchi di scuola. Quindi almeno variamola! Il terzo motivo è che imparare mette sempre in gioco parti diverse di sé: la memoria, l’attenzione, la capacità di assorbire concetti e le emozioni che motivano tutto questo. E quindi è necessario ricorrere a più registri”. 

 Trasmettere passione significa seminarla 

 Carlo Rovelli è certamente appassionato di quello che fa. Ma la passione per la scienza, come quella per la letteratura o per l’arte, è qualcosa che si ha o che si trasmette? E poi: l’educatore deve scoprire la passione del suo studente o deve suscitarla? Ecco la risposta del professore. 

 “Penso sia la stessa cosa. Un’intervista precedente fatta a Umberto Galimberti dalla vostra rivista si intitola Per insegnare bisogna saper affascinare. Credo che questo titolo in fondo dica tutto quello che ci sia da dire sull’insegnamento; il resto sono dettagli. Affascinare vuol dire suscitare passione. Ma suscitare passione vuol dire entrare in sintonia con le passioni profonde dei giovani, che ci sono già, e notoriamente gli adulti non le vedono". 

 "Con ogni probabilità" continua il professore, "Leopardi, che coltivava mondi sterminati nella sua anima, era visto come un giovane svogliato e ‘sdraiato’ da suo padre e il giovane Einstein era notoriamente un perdigiorno. L’intero progetto del sapere, della conoscenza, che si trasmette nella scuola, è raccontato così bene nel ‘Simposio’ di Platone: un progetto di meraviglia, di fascinazione, di amore e plagio fra maestro e studente. Quando la scuola da oceano di noia si apre in questi momenti di entusiasmo, e per fortuna succede spesso, allora la scuola funziona, io credo. E, mi permetta di aggiungere, ho visto scuole francesi, americane e inglesi: l’Italia ha forse la migliore scuola del mondo”. 

 Chi insegna può prendere posizioni? 

 Carlo Rovelli non è solo fisico e docente, ma ha scelto anche una attività di impegno civile, scrivendo per il Corriere della Sera e intervenendo su temi che esulano dalla sua competenza scientifica. Per questo, qualcuno l’ha anche criticato. I docenti corrono lo stesso rischio a scuola. Come dovrebbero comportarsi quindi? 

 “È un equilibrio delicato” spiega Rovelli, “ma che va cercato con determinazione e intelligenza. Come nella vita, ogni insegnante deve sapere mantenere il rispetto profondo per chi la pensa diversamente da lui. Il rispetto delle idee diverse è un grande insegnamento che può dare la scuola. Ma questo non significa che un insegnante debba presentare tutte le idee come eguali. Al contrario, i docenti migliori sono quelli che difendono e argomentano con passione le proprie idee, anche politiche, senza nasconderle. Non esiste l’obiettività nel mondo del sapere e delle idee. E la scuola è il mondo delle idee. Gli insegnanti che ciascuno di noi ricorda sono quelli appassionati. La scuola non deve riempire la testa degli studenti: deve dare strumenti e scatenarla”. 

 Gestire la relazione con gli studenti 

 E sull’effetto che fa entrare nelle scuole per qualche incontro, Rovelli dice: “Ogni volta rimango ammirato dal lavoro dei docenti. È molto più difficile insegnare nelle scuole che all’università, dove comunque la distanza è maggiore e i contatti minori. È bellissimo insegnare, ma quanto è difficile!”. 

 Ma con chi è più facile avere a che fare? Con i bambini delle elementari o i ragazzi delle superiori? 

 “Non saprei dire”, risponde il fisico. “Credo che ogni età sia diversa. A volte basta pochissimo per rendere facile una cosa difficile o viceversa. Ricordo una supplenza in una scuola media quando ancora ero studente universitario. 

 Appena arrivato, sbarbatello e inesperto, la classe mi ha mangiato. Facevano i fatti loro e non mi degnavano di interesse. Era una supplenza di matematica e mi hanno subito detto che detestavano la matematica. In programma avevano degli esercizi con equazioni lineari e dovevano fare dei grafici, che evidentemente trovavano insensati e noiosissimi. 

 Per un po’ ho insistito per farglieli fare. Poi ho lasciato perdere e ho raccontato loro di Cartesio, della sua idea di trasformare le formule in disegni e disegni in formule. Ho spiegato come questa piccola idea sia alla base di tutta la scienza moderna, perché le formule non sono astratte ma sono sempre espressione di una forma, di un disegno. Dopo un po’ erano tutti rapiti e ascoltavano in silenzio. E alla fine scherzavano fra di loro chiedendosi quale fosse la formula che disegna la bicicletta. E disegnare rette, tutto d’un tratto, era diventato bello”. 

 Usare nuovi linguaggi e registri, aggiornarsi continuamente e modificare il proprio stile in base al contesto e al pubblico è fondamentale, secondo Carlo Rovelli! 

 Con la collaborazione di Paolo Magliocco

 

Fonte: Focus Scuola

 

 

 

 

giovedì 21 dicembre 2023

LA FORZA DELLA BELLEZZA

 "Vedere cose belle ci motiva a diventare più buoni"

Gli studenti (di Napoli) e l'esperienza della bellezza dell'arte: il valore di una conoscenza che cambia il loro e il nostro io.

-         di Innocenzo Calzone

Percepire l’opera d’arte come qualcosa che trasmette significato, storia, legame con un popolo o, meglio, comunicazione della vita di un popolo è certamente occasione di crescita. Avere la possibilità di “incontrarla”, conoscerla, apprezzarne la valenza non è cosa da poco. Il legame con l’opera d’arte, visto come legame con una tradizione, è inesorabilmente occasione di migliorìa vitale. Chi non ne gode la potenzialità è sicuramente monco, slegato, distratto dalle proprie origini. Ma perché tanto interesse? Perché sottolineare nelle aule di una scuola l’importanza dell’arte?

L’occasione di portare avanti un progetto, conoscere luoghi ahimè sconosciuti (è luogo comune a Napoli giustificare la propria ignoranza per l’enormità di “beni” presenti nel territorio) scombussola ogni conoscenza pregressa. Sempre cose nuove, sempre aspetti inediti. Un’infinità di pietre parlanti, di storie, racconti, aneddoti che testimoniano quanta vita, quanta strada è stata vissuta, percorsa. E ora a noi il gusto di percepirne il sapore. È indiscutibile il vantaggio di chi vive in una città ricca in ogni angolo di arte, di storia, di luoghi magici come è Napoli. L’opportunità per tanti alunni di vedere il Museo MANN con la mostra sui gladiatori, il museo Madre e l’arte contemporanea, incontrare Paolo Giulierini, direttore del Museo MANN, conoscere la Disciplina di Santa Croce, la Chiesa dell’Annunziata con una fetta straordinaria dell’opera napoletana rivolta ai più fragili, i resti di San Carminiello ai Mannesi presentati dal Sovrintendente ai beni artistici Luigi La Rocca e conoscere anche un aspetto non certo positivo di ciò che qualcuno ha fatto dei luoghi in questione, è stato incredibile.

Insomma, anni intensi, sudati nel contenere l’entusiasmo (così si chiama ora?) degli alunni della scuola, irrefrenabili ma colpiti fin nelle ossa, è stato di una bellezza incredibile tanto da far dire ad uno di loro: “Qui riesci a vedere una luce di speranza; quindi, sei più motivato a diventare una persona buona”. Cosa desiderare di più? Quest’espressione di Giuseppe, 12 anni, ha raggiunto il cuore, l’obiettivo che ci si era prefissati, il Valore. Valore con la “V” maiuscola perché Giuseppe ha colto l’essenza, il lavoro, “l’offerta” che gli è stata data, perché il Valore è proprio raccogliere la grandezza, il Bello di certi luoghi, non per conoscerli e basta ma perché uno, lui, noi, possano vedere una speranza ed essere più buoni, migliori, che è lo scopo dell’arte.

E non è una questione solamente napoletana, ci mancherebbe. La bellezza dell’arte è proprio questa: vedere per essere diversi, nuovi, più ricchi dentro. L’arte è comunicatrice di senso, inteso nell’aspetto più positivo. Essere coinvolti nella storia implica la partecipazione attiva, la trasmissione del Bene, di un Bene. Non ci si può fermare al semplice vedere. Occorre guardare, entrare, compenetrarsi, leggere, studiare (cioè appassionarsi), gustare e trasmettere.

 La scuola ha questo compito sacrosanto. Attraverso le opere, la vita degli artisti, le gesta dei protagonisti capire il perché, come si viveva, che livello di sensibilità potevano avere gli artisti di un tempo. E questo ha valore solo se serve a me ora. Se mi rigenera in maniera nuova, più vera, ora. Si dice che l’arte è lo specchio dei tempi; niente di più vero. E oggi? Come educarsi se non rivolgendo uno sguardo indietro per promuovere una nuova vita, figlia anche di una nuova arte più ricca, più piena? Migliorarsi anche attraverso lo studio del rinnovamento dell’arte con effetti che giungono sino ai nostri giorni. L’arte napoletana è protagonista di una vicenda intensa che passa dalle mura greche alla contemporaneità di Mimmo Paladino, di Picasso, dai decumani alle Chiese e ai conventi specchio di una civiltà operosa e prossima ai bisogni della gente.

 Napoli è stata la città che ha attirato dalle nazioni limitrofe i migliori talenti, che poi invia a conquistare la propria definitiva maturità nelle indiscusse capitali mondiali dell’arte. La storia dell’arte napoletana diviene così uno spazio carico di tensioni e di inquietudini, di passionalità, ricercate nei monumenti, nelle statue, nel movimento dei colori, nelle vibrazioni cromatiche dei grandi artisti locali e di chi, passando, è rimasto abbagliato dalla ricchezza dei luoghi. A noi l’arduo compito di sollecitare gli animi degli alunni, dei figli, di noi stessi. La scuola come finestra spalancata sul mondo ha cercato di suscitare interesse, amore, passione. Se è vero, come è vero, ciò che ha detto spontaneamente Giuseppe, allora il tentativo quotidiano sortisce ottimi risultati.

Il Sussidiario

 

mercoledì 13 settembre 2023

ARTE E POESIA

 

- di Giuseppe Liberto*

 

Osservare un fiore, contemplare un tramonto, nutrirsi di bellezza…ed è subito poesia!

Lo scolorirsi dello sguardo induce sempre a relazioni squallide e pallide, a costruzioni asettiche di cuore e di mente, senza brividi di tenerezza. Frutti e fiori sono “sacramenti” di bontà e di bellezza che insieme costruiscono l’uomo in armonia con se stesso, con i propri simili e con la natura.

Gli occhi del cuore e la poesia della vita fanno contemplare e gustare l’Invisibile Eterno Infinito. Questa sublime esperienza ci salva dall’idolatria che non è solo il peccato degli atei per i quali Dio non esiste, è anche il peccato dei falsi credenti che scambiano Dio con le realtà terrene!

La poesia non ha come metro di giudizio il consumismo o la mercificazione, che insidiano i valori più alti dello spirito umano.

La poesia scaturisce dal mistero dell’uomo che è alla ricerca della Luce di Verità e della Bellezza di Bontà. Fare poesia è cantare col cuore la Verità dando voce al fascino e al dramma della Vita!

Il linguaggio poetico è canto di chi è capace di ascoltare col silenzio del cuore e di chi sa vedere con l’intuito della ragione.

Lo sguardo caldo e raffinato e la voce potente e delicata, spalancano insieme le porte della vita per inebriarsi della verità. Il punto di concentramento del poeta è nella sua anima, dove contempla un’impressione, un’idea, una suggestione che poi esprime attraverso il linguaggio poetico. In effetti, l’arte della poesia serve per dare fragranza alla vita con occhi assetati di umanità e per attraversare la storia con serenità e coraggio, nonostante le debolezze, le preoccupazioni e le sconfitte. Ogni artista esprime idee, sentimenti e ideali che ogni uomo può liberamente rivivere, perché rivelano parte della coscienza e dell’esperienza umana in ogni luogo e in ogni tempo.

La poesia richiede parole che diventino vita e non rimangano suoni squallidi, vuoti e talvolta sporchi di insensatezza e di degrado. L’arte poetica esige l’in-canto delle parole che sgorgano dal cuore e dimorano nel cuore per nutrire e arricchire lo spirito.

Nella pittura, lo sfondo dell’icona, con termini tecnici è chiamato “luce”, perché con essa l’iconografo dipinge i personaggi che sono immersi in una trasparenza che è pura e trasfigurante luminosità.

Nella poesia è la parola che è luce nell’armonia delle frasi che cantano il mistero, l’uomo e il cosmo.

 Fare arte poetica è dunque realizzare Amore ricercando Verità nella Bellezza: magnifico e drammatico cammino dell’uomo pellegrino dell’Assoluto!

* Direttore Emerito della Cappella Musicale Pontificia "Sistina"


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lunedì 20 marzo 2023

SERVE ANCORA LA POESIA ?

21 MARZO

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

E’ ancora possibile la poesia oggi, nel nostro mondo che è il regno del prosaico, di Amazon, del tutto e subito? E non la intendo come una critica, anzi – sono tutt’altro che ostile nei confronti della modernità, in pratica venero internet e sono felice come una bambina di sei anni a Natale quando arriva un corriere, però credo che venga spontaneo chiedersi se ci sia un posto per qualcosa di così astratto e poco immediato nel nostro mondo che si basa largamente sulle cose concrete e istantanee. Naturalmente non me lo chiedo solo io; in tanti lo hanno fatto, uno per tutti Montale, nel discorso che tenne quando gli fu conferito il Nobel, nel 1975 (se a qualcuno si interessa, lo trovate qui).

Montale era profeticamente consapevole dei rischi della contemporaneità, eppure sosteneva che la diffusione incontrollata della comunicazione in ogni sua forma e il proliferare della cultura di massa non sono in sé una condanna a morte, e che anche se siamo in un mondo in cui, oggi più che allora, tutto è sempre di più alla portata di tutti – col risultato che è facile perdersi e perdere interesse per quello che ci viene spiattellato di fronte in ogni angolo della rete – ‘non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione’.

Ecco, io credo che parte della risposta sia qui. Di fronte all’innumerevole quantità di parole scritte da cui siamo costantemente bombardati ci vuole qualcosa che faccia da argine, e per me alle fondamenta di questo argine sta la poesia. La poesia è ancora possibile perché è un anticorpo contro il dilagare della superficialità. Detto ciò, come Montale, credo che sia inutile interrogarsi ulteriormente sul destino delle arti: non possiamo indovinarlo, così come del futuro non riusciamo ad indovinare nient’altro, e va benissimo così.

Quello che credo sia importante chiedersi è: qual è il senso della poesia nel nostro mondo? Probabilmente per molti rievoca ricordi polverosi di pomeriggi spesi a parafrasare un inno di Manzoni o un canto di Dante, seguiti in età adulta da un disinteresse generico o magari da un’intolleranza vera e propria nei confronti di tutto ciò che si presenta in forma di verso. La poesia è noiosa, non va di moda, è lenta, a volte ci sono parole assurde… Credo che ogni studente, anche il più sensibile alle arti, abbia avuto di questi pensieri. Io amo la poesia con tutto il mio cuore, eppure di fronte a Tasso ho pensato ben di peggio. Quello che conta è non mettere una croce sopra ad un intero genere.

Fatto sta che, al giorno d’oggi, che sia per un retaggio dell’odio liceale, o perché anche se ci piace leggere la narrativa è più immediata, o per puro e semplice disinteresse, quasi nessuno si interessa di poesia. Perché è fuori dal quotidiano, è complessa, richiede tempo e attenzione e spesso noi siamo stanchi e di corsa. Ma è proprio perché il nostro mondo è veloce e la nostra vita non può che cercare di stare al passo che, ogni tanto, fa bene confrontarsi con qualcosa che richieda uno sforzo e una concentrazione un po’ maggiori di quelli che occorrono per scorrere distrattamente qualche articolo sul telefono mentre siamo in metro o in bus.

Il compito della poesia è di ricordarci che esiste qualcos’altro, tirarci fuori dalla quotidianità – non anestetizzandoci o offrendoci una banale via di fuga dalla realtà, ma risvegliando qualcosa che magari non ci siamo nemmeno resi conto si fosse addormentato – e metterci in contatto con la nostra anima. Ci ricorda che abbiamo un’anima, consapevolezza che troppo spesso lasciamo affondare sotto il peso delle mille cose che affollano le nostre giornate.

A volte bastano poche parole di cui magari non capiamo nemmeno bene il significato ad evocare mondi sconosciuti, a far vibrare qualche corda impolverata. La poesia ci sveglia, al contrario di quasi tutto il resto, il cui scopo sembra essere quello di narcotizzarci. Per quanto mi riguarda è la risposta alla necessità di qualcosa di alto nella nostra vita, è una divinità più vera di qualsiasi altra perché è umana, ed è creata da ponti e fusioni e passaggi tra le menti che ci hanno preceduti e quelle che ci seguiranno. Non sarà la soluzione a nessun problema, ma è un’ancora per l’esistenza. Come scrive Edward Morgan Forster: la poesia non aveva fatto “bene” a nessuno, ma era un transitorio memento, un alito delle divine labbra della bellezza, un usignolo tra due mondi di polvere.

In più contiene una traccia vividissima del nostro passato. Tutta la poesia del mondo consiste, almeno in parte, nel prendere qualcosa in prestito da chi è venuto prima, rielaborarlo e aggiungerci qualcosa di nuovo.

Ho sempre pensato che sia un concetto molto bello: in qualche modo esiste una rete sottilissima che parte da Omero e arriva fino a noi, ogni poeta è un nodo e noi che li leggiamo possiamo intravedere uno scheletro dietro le loro parole e quello scheletro è la nostra umanità. Niente, in tutta la storia dell’uomo, ha avuto una simile durata e ci rispecchia così tanto, come eravamo e Come siamo cambiati e come non siamo cambiati.

 La sottile linea d’ombra


giovedì 10 maggio 2018

SCUOLA E ARTE

Da un lato il Belpaese celebra (anche a sproposito) l’unicità del suo patrimonio, dall’altro nelle aule la storia dell’arte è ridotta a cenerentola.
 Un saggio di Irene Baldriga rilancia il “diritto alla bellezza” 
di ALESSANDRO BELTRAMI
Per uno di quegli strabismi tipici del nostro Paese, da una parte si celebra l’unicità e “l’eccellenza” (termine su cui servirebbe una moratoria) del patrimonio artistico, architettonico e archeologico italiano – tanto sulla spinta di una sincera volontà di valorizzazione, tanto cavalcando la cattiva retorica del “petrolio”, che trasforma il bene culturale in bene di consumo, e quindi soggetto a un costante logorio fisico e di senso – dall’altra la storia dell’arte, ossia la disciplina che elabora gli strumenti per leggere quel patrimonio, è la cenerentola della scuola. Dopo lo scempio della riforma Gelmini (che aveva virato i piani di studio verso l’area tecnico-scientifica), la Buona Scuola avrebbe dovuto far rientrare la storia dell’arte nel biennio di tutti gli indirizzi degli istituti secondari di secondo grado, compresi quelli tecnici e professionali dai quali era stata cancellata, sia nel biennio del liceo classico, dove era stata rimossa insieme alla sperimentazione. Promessa poi disattesa nell’iter legislativo: e dunque la materia oggi è presente solo nei trienni dei licei (salvo nell’artistico e quindi nel liceo scientifico, dove però è in condominio con disegno), assente negli istituti tecnici – è infatti ridotta persino nell’indirizzo turistico ed è inspiegabilmente assente nell’indirizzo Grafica e Comunicazione (non dimentichiamo che nel vecchio diploma di geometra e nel nuovo CAT manca storia dell’architettura).
Almeno il 45% degli studenti italiani non ha la possibilità di studiare la storia dell’arte nella scuola. Eppure c’è fame di conoscere e capire l’arte. Al di là di come si vogliano analizzare i numeri, la crescita costante dei visitatori dei musei italiani è un dato di fatto, mentre le mostre (anche qui restando ai dati lordi, senza entrare nel problema della qualità dell’offerta) staccano biglietti su biglietti.
Fioriscono con riscontro di pubblico le conferenze dedicate alla storia dell’arte, i documentari su mostre e artisti approdano al cinema, vanno esaurite le proposte didattiche e i laboratori per bambini, famiglie e ormai anche adulti. C’è un desiderio di arte, spinto da numerosi fattori, pulsioni e mode, che va assecondato e educato. La scuola non può dunque perdere l’occasione né abdicare al suo ruolo: perché nella storia dell’arte si condensa molto più di una questione di stili e di autori. 
Lo ricorda a ogni pagina Irene Baldriga in Diritto alla Bellezza (Le Monnier, pagine 174, euro 16,0. 
 «L’idea portante di questo volume – scrive Baldriga, storica dell’arte, dirigente scolastico a Roma e presidente di Anisa, Associazione nazionale insegnanti di Storia dell’arte – consiste nell’evidenziare la storia dell’arte come risorsa per la crescita e il miglioramento del nostro Paese (…) Con la sua vocazione alla laboratorialità, al rapporto con il territorio e a una didattica interdisciplinare che naturalmente si proietta nell’esercizio di competenze trasversali, la storia dell’arte è la carta vincente per promuovere nuova consapevolezza, pensiero critico, valorizzazione sostenibile delle risorse, senso identitario e cittadinanza». No, non pare esagerato. Nell’opera d’arte, in virtù della sua natura spesso pubblica, originaria o acquisita, convergono vettori molteplici – estetici, storici, religiosi, politici, sociali… – in un rimando continuo tra passato (stratificato: non solo il tempo della sua genesi ma ogni momento attraversato deposita la sua patina) e presente (il suo essere nell’oggi che rende contemporanea ogni opera d’arte), micro e macrostoria, esperienza personale e dimensione comunitaria, e si offrono all’esperienza con una disponibilità unica grazie alla doppia consistenza fisica e simbolica. La chiave della complessità è in grado di aprire molte porte: «L’allenamento alla decifrazione della complessità costituisce un tratto peculiare della storia dell’arte, nella quale oltretutto si combinano aspetti teorici e culturali a particolarità del “fare” (la tecnica, la materia): un approccio mentale che nutre il senso identitario dei cittadini, fornendo loro elementi di ricostruzione delle proprie radici e dei propri modelli di riferimento, ma che veicola al tempo stesso una nuova consapevolezza della globalizzazione che connota il nostro presente». C’è spazio per ragionare su sviluppo sostenibile, il tema sempre più attuale della cittadinanza e dell’inclusione (c’è un legame tra il “diritto alla bellezza” e ius culturae), ma anche dell’affetto e dell’arma a doppio taglio dell’abitudine verso il patrimonio. Accanto al valore intrinseco della conoscenza della storia dell’arte, sostiene Baldriga, «la comprensione dei riferimenti culturali e identitari di cui l’opera d’arte è documento e veicolo, consente al tempo stesso l’assimilazione di codici di lettura e la maturazione di un’attrezzatura epistemologica idonea a superare gli ostacoli della complessità dell’era postmoderna».

www.Avvenire.it




mercoledì 1 febbraio 2017

IMPORTANZA DELL'ARTE PER LE GIOVANI GENERAZIONI

UN MINORE SU TRE MAI HA VISITATO
 UNA MOSTRA O UN MUSEO

di Giusi Andolina

In Italia, secondo i dati contenuti nell’Atlante dell’infanzia di Save the Children, 2 minori su 3 di età compresa tra i 6 e i 17 anni, non hanno visitato una mostra o museo, un sito archeologico, non sono andati a concerti o a teatro, non hanno letto un libro, durante l’ultimo anno.
Eppure, il nostro è il Paese della cultura e della bellezza per eccellenza. Che, più di ogni altro, potrebbe puntare sull’arte come risorsa per affrontare questa povertà educativa, culturale e sociale. Una povertà educativa che porta spesso all’apatia, alla perdita di valori e di significato nella vita dei nostri ragazzi.
Questi dati fanno riflettere e dimostrano che in Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, c’è una situazione che penalizza i ragazzi delle aree svantaggiate.
Ma perché, in concreto, l’arte è così importante per lo sviluppo emotivo, cognitivo e comportamentale di bambini e ragazzi?
I programmi educativi tradizionali sono prevalentemente incentrati sulle “risposte corrette” e sulle “regole”, mentre attraverso l’arte ci si allena ad esprimere le proprie opinioni e i propri giudizi. L’arte sviluppa il senso critico, permettendo fin da bambini di elaborare una prospettiva multipla che influenza il modo di osservare e interpretare la realtà attraverso il coinvolgimento dell’individuo in un processo del “come” e del “perché”. Inoltre, la fruizione artistica sviluppa il libero giudizio, favorendo l’autonomia, intesa come l’indipendenza emotiva dal giudizio degli altri.
Attraverso l’arte si possono sviluppare altre due abilità indispensabili per migliorare la qualità della vita di bambini e ragazzi, ovvero il pensiero creativo e la capacità di problem solving. L’arte, infatti, aiuta a comprendere che i problemi possono avere più di una soluzione e che le soluzioni raramente sono fisse, ma cambiano in base alle circostanze e alle opportunità.
L’arte educa all’intelligenza emotiva, favorendo l’ascolto di se stessi e degli altri, sviluppando l’empatia. Osservare e sentire un’opera d’arte, è, in un certo senso, sentire noi stessi. Nell’arte ci si sposta da un atteggiamento di mera osservazione esterna, al come ci si sente interiormente mentre si sta facendo quella esperienza. Bambini e ragazzi imparano così ad ascoltare se stessi, le proprie sensazioni e emozioni. E non solo. Attraverso l’ascolto di se stessi imparano ad ascoltare l’altro, ad andare verso l’altro sviluppando un rapporto di empatia.
Nell’incontro con l’altro, la prospettiva dei ragazzi si amplia e si arricchisce e permette loro di aprirsi verso cose che non conoscono o che sono lontane dalla loro sfera abituale. Il linguaggio dell’arte, fatto di tempi e di forme emotive proprie, ha, infatti, la capacità di colmare le lacune di lingue, culture e generi, favorendo così l’integrazione e il superamento delle “diversità”.
Il semplice guardare un’opera d’arte è un impegno che a sua volta diventa esperienza e che entra a far parte integrante della costruzione dell’identità di bambini e ragazzi. L’esperienza dell’arte è, dunque, un processo creativo che favorisce l’attivazione e quindi il cambiamento. Attivazione e cambiamento che possono svilupparsi, ad esempio, verso una maggiore consapevolezza e sensibilità alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio artistico-monumentale delle loro città.

Giova ricordare, in questo senso, quanto detto da Peppino Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».



sabato 6 febbraio 2016

SCEGLI L'ITALIA E VINCI - Alla ricerca della bellezza di casa nostra


Scegli l’Italia
Premio per gli insegnanti che progettano
un’uscita didattica alla ricerca della Grande Bellezza
Scegli l’Italia
… e diventa “Ambasciatore di Bellezza” per i tuoi allievi
Anno scolastico 2015–16


La bellezza italiana come radice, come matrice culturale che crea valore economico, come opportunità per l’individuo e per la società, come identità competitiva del Paese.

Scopo del progetto è quello di avviare un percorso di informazione e di educazione che coinvolge insegnanti, studenti, famiglie attraverso cui diffondere la cultura della bellezza tipicamente italiana e creare consapevolezza circa quanto essa sia un fulcro di sviluppo per l’Italia.
Vitale dunque è il coinvolgimento degli insegnanti, ai quali si chiede di diventare “Ambasciatori della Bellezza” presso i propri allievi, progettando un’uscita didattica che rifletta il significato panoramico, multi tematico della bellezza italiana, che insieme ai tradizionali temi dell’arte e della cultura accosta argomenti meno immediati, quali la manifattura, la sapienza gastronomica e l’innovazione.
Il premio si riferisce all’anno scolastico 2015-16. 

Per partecipare: Scegli l'Italia