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sabato 30 maggio 2026

L'ARTE CI SALVERA'

 Il genio creativo come resistenza all’algoritmo. L’arte ci salverà


CREATIVITA'

ALGORITMO


di Antonio Spadaro

Dove l'IA ottimizza, accelera e replica, l’uomo si espone 

al rischio, alla lentezza, all’errore, alla trasformazione. 

È dall’attraversamento del limite che nasce la nostra capacità 

di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, 

la pittura, persino il cinema

/Foto Icp

La Magnifica humanitas non è un trattato di estetica: è un documento di dottrina sociale, firmato il 15 maggio 2026, che legge l’Intelligenza artificiale alla luce del Vangelo e la confronta con il paradigma tecnocratico del nostro tempo. Eppure, a chi la legga con attenzione, l’enciclica di Leone XIV rivela un filo rosso che attraversa l’intero tessuto del testo e ne illumina il centro: l’arte. Non come ornamento, non come parentesi colta tra un capitolo e l’altro, ma come il terreno su cui si gioca la distinzione decisiva tra ciò che la macchina può fare e ciò che soltanto l’umano sa essere. Dove l’IA calcola, l’essere umano crea; dove l’algoritmo ottimizza, la persona rischia, sbaglia, si espone. Leone XIV colloca l’arte al crocevia tra vulnerabilità e trascendenza, tra limite creaturale e apertura al mistero. È lì che vuole portarci.

La semplicità

La prima mossa è disarmante nella sua semplicità. Il Papa osserva che la velocità con cui oggi si ottengono contenuti, elaborazioni, assistenza concreta può «indebolire il giudizio personale e la creatività» (n. 100). Niente di apocalittico: una constatazione. La creatività non è un lusso né un talento riservato a pochi. È una facoltà umana, e come ogni facoltà si atrofizza quando non viene esercitata. Il rischio non sta nell’uso occasionale dello strumento — nessuno chiede di rinunciare alla calcolatrice per amore dell’aritmetica mentale — ma nel fatto che la facilità del risultato spegne il desiderio della ricerca. Platone lo sapeva già: nel Fedro avvertiva che ogni tecnologia capace di alleggerire la fatica può anche indebolire la facoltà che quella fatica allenava. Leone XIV raccoglie l’intuizione e la radicalizza con un’espressione che potrebbe sembrare anacronistica, quasi monastica, e che invece coglie nel segno con una precisione sorprendente: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA» (n. 140).

Digiunare dall’IA.

L’immagine è forte perché rovescia la narrativa dominante: non si tratta di stare al passo, di aggiornarsi, di imparare a usare meglio gli strumenti, ma di saper rinunciare al risultato facile per proteggere il lavoro interiore che rende possibile la creazione. L’artista lo sa per esperienza: il quadro nasce dalla resistenza del materiale, il verso dalla lotta con la lingua, la composizione musicale dal confronto con il silenzio. Eliminare la resistenza non significa liberare la creatività. Significa abolirla. E una civiltà che delega la produzione dei propri contenuti culturali a un sistema che — come il Papa stesso afferma — «non capisce ciò che produce» (n. 99) è una civiltà che sta rinunciando non a una funzione, ma a una dimensione del proprio essere.

Qui l’enciclica compie il suo affondo filosofico più radicale. Le intelligenze artificiali, scrive Leone XIV, «possono simulare empatia o comprensione, ma non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (n. 99). Il verbo è preciso: abitare. Abitare è essere dentro, essere coinvolti, essere esposti. L’IA non abita il linguaggio che usa: lo attraversa come un flusso di dati, non come un’esperienza di senso. Può generare un sonetto perfetto dal punto di vista metrico, ma non sa cosa significhi essere innamorati. Può comporre una sinfonia, ma non conosce il silenzio dopo l’ultimo accordo. Il suo apprendimento, precisa il Papa, «non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è un adattamento statistico che non implica una crescita interiore». La creazione artistica richiede esattamente questo: crescita interiore. Un cammino esistenziale che l’opera rende visibile. L’IA non lotta con nulla. Non conosce resistenza. E una creatività senza resistenza non è creatività: è produzione.

La creatività

Ma Leone XIV non si limita a difendere l’artista. Compie un’operazione più sorprendente: assimila lo sviluppatore di intelligenza artificiale all’autore di un’opera. Il codice è la sua creazione. «Ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità» (n. 111), esattamente come ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni nota. Il design algoritmico è un atto culturale, non solo tecnico. Il Papa usa un verbo rivelatore: coltivare. Le moderne intelligenze artificiali sono «più coltivate che costruite» (n. 98): gli sviluppatori creano un’architettura sulla quale il sistema cresce, come il contadino prepara il terreno ma non fabbrica il frutto. La responsabilità non diminuisce per questo: cresce, perché il risultato è meno prevedibile. La creatività non è più il privilegio dell’artista nel suo atelier: è il marchio dell’umano in ogni gesto costruttivo, dal dipinto all’algoritmo. E nessun gesto costruttivo può invocare la neutralità della tecnica.

Leone XIV chiama questa facoltà «intelligenza creativa» e la definisce un dono ordinato al bene comune (n. 129). La parola dono la sottrae al registro prometeico dell’autoaffermazione e la colloca in quello della grazia. Un algoritmo può generare un’immagine mai vista prima; un artista crea un’immagine che dice qualcosa di vero sull’umano. La differenza non sta nella novità del risultato, ma nella relazione tra chi crea e la comunità per cui crea. La creatività, nella visione dell’enciclica, è sempre relazionale: nasce dentro una trama di legami e a quella trama restituisce senso.

Il limite e la fioritura

Il passaggio forse più potente dell’intera enciclica, su questo terreno, è quello in cui Leone XIV affronta il limite come luogo di fioritura. Contro ogni tentazione transumanista, il Papa sostiene che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 122). Ed è qui che l’arte irrompe con tutta la sua forza: «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male». Leone XIV sceglie tre icone, tre opere che funzionano come altrettante sentinelle della coscienza: la Nona di Beethoven come desiderio di unità – un uomo sordo che compone un inno alla gioia universale, immagine stessa della creatività che nasce dal limite; Guernica come denuncia della disumanizzazione – Picasso che trasfigura il bombardamento in un grido capace di parlare a ogni generazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio. Musica, pittura, cinema. Tre linguaggi diversi, un’unica funzione. E l’aggettivo scelto dal Papa è decisivo: profetico. Non estetico, non decorativo, non consolatorio. L’arte parla prima, vede prima, sa prima. E può farlo perché chi crea ha un corpo esposto, una storia attraversata, una ferita da cui sgorga la parola. La macchina non ha ferite.

L’evaporazione dell’arte

C’è un rischio, però, che il Papa individua con lucidità: non la scomparsa violenta dell’arte, ma la sua lenta evaporazione. L’intelligenza, se assolutizzata, «finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita» (n. 113). L’immagine scelta è quella dell’ecosistema: l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre. L’IA è una specie cognitiva in crescita esponenziale. Senza contrappesi — e l’arte è uno di questi — rischia di colonizzare l’intero habitat mentale dell’umanità. Un quadro di Rothko non è riducibile a dati. Un quartetto di Beethoven non è una prestazione. Un verso di Leopardi non è un’informazione. Sono esperienze che eccedono ogni codifica, e in questo eccesso sta il loro valore. L’arte è il contrario della solitudine: un ponte tra coscienze, un gesto che chiede di essere accolto, interpretato, discusso, amato o rifiutato. La Magnifica humanitas mette in guardia da un mondo che dell’arte non sente più il bisogno.

L’enciclica si chiude con un dittico. Il primo pannello è una citazione di Tolkien, strappato a una lettura di parte politica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo». Il secondo pannello è il Magnificat di Maria. Richiamandolo Paolo VI, che definiva la Vergine «poetessa e profetessa della redenzione», Leone XIV indica nel cantico l’archetipo di ogni arte autentica: un gesto creativo che nasce dalla piccolezza, vede l’invisibile, impedisce la normalizzazione del male e annuncia un ordine nuovo dentro il disordine del presente. Il rovesciamento dei potenti operato dalla bellezza, non dalla violenza. Alla fine, ciò che salva l’umano non è il calcolo, ma il canto.

 Non l’ottimizzazione, ma la lode.

«Nessun sistema di calcolo genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», scrive Leone XIV (n. 233). «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato». L’arte abita esattamente in quello spazio: è il gesto di un cuore che si consegna, un volto che chiede di essere guardato. È questa la scintilla che la macchina non possiede.

Avvenire

 

venerdì 29 maggio 2026

GIOVANI. EMERGENZA SALUTE

 


La salute mentale

 dei giovani, 


emergenza 

che richiede 

risposte strutturali



La crisi di senso al centro dell’intervento del segretario di Stato al convegno su salute mentale, tecnologie digitali ed educazione in corso alla Casina Pio IV in Vaticano: "La società offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine"

-di Fausta Speranza - Città del Vaticano

Il legame profondo tra l’educazione che “si trova al crocevia di tensioni molteplici”; la “crisi di senso” di “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine”; la “responsabilità enorme” per “decisioni” e “politiche” che “avranno effetti che si protrarranno per generazioni”. È questo il cuore dell’intervento del segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, questa mattina al convegno internazionale “Mappe di speranza per un’agenda educativa regionale: salute mentale, tecnologie digitali ed educazione” in corso oggi e domani alla Casina Pio IV. L’incontro riunisce ministri e ministre dell’educazione dei Paesi iberoamericani, insieme con esperti, accademici e rappresentanti degli organismi internazionali, per riflettere sulle principali sfide educative contemporanee. Un incontro che il cardinale Parolin ha definito “di particolare rilevanza e attualità” ricordando “la consapevolezza, sempre più diffusa nella comunità internazionale, che l’educazione non è un capitolo tra i tanti dell’agenda politica, ma un pilastro dello sviluppo umano integrale, della convivenza pacifica e della giustizia sociale”.

Un futuro più umano

In particolare, in relazione allo spazio iberoamericano, il cardinale rileva che “i sistemi educativi della regione, pur avendo compiuto progressi significativi nei decenni scorsi in termini di accesso e copertura, si confrontano oggi con sfide qualitative, che richiedono risposte nuove: la formazione integrale della persona, lo sviluppo delle competenze socioemotive, la protezione dei più vulnerabili, l’integrazione responsabile delle tecnologie digitali”. Sono “sfide che non possono essere affrontate con interventi settoriali o frammentari, ma esigono una cooperazione strutturata, multidimensionale e sostenuta nel tempo”. E sono sfide che peraltro la Santa Sede segue da sempre nel mondo nella convinzione che “l’educazione sia una delle forme più alte della carità e uno degli strumenti più efficaci al servizio della dignità umana e del bene comune”. Da qui, l’appello del segretario di Stato a “tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano”.

Il Patto Educativo Globale

È chiaro il richiamo al Patto Educativo Globale che Papa Francesco ha lanciato nel 2019 affinché tutti gli uomini e le donne di buona volontà si unissero in “un’alleanza per l’educazione capace di generare fraternità, pace e giustizia”. La prospettiva è quella indicata dalla lettera apostolica Disegnare mappe di speranza firmata da Leone XIV il 27 ottobre scorso in occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis.  “In quel testo – sottolinea il cardinale Parolin - il Santo Padre ha ricordato che l’educazione non è un’attività accessoria, ma forma la trama stessa della missione della Chiesa nel mondo; ha invitato a costruire una ‘costellazione educativa globale’, nella quale ogni istituzione, ogni comunità, ogni soggetto educativo, come una stella nel firmamento, brilli della propria luce e, al tempo stesso, contribuisca a tracciare una rotta comune”.  Pertanto, Parolin chiarisce che sono tre “le nuove priorità che arricchiscono i percorsi del Patto Educativo Globale: la cura della vita interiore, il digitale umano e l’educazione alla pace”. Precisamente le questioni alle quali è dedicato l’incontro. 

L'emergenza dei giovani

Il tema della salute mentale merita un’attenzione particolare, ribadisce Parolin, affermando che “i dati sono eloquenti e, per molti versi, allarmanti” e che “in molti contesti questi disturbi rimangono senza diagnosi e senza trattamento adeguato, soprattutto là dove le condizioni di vulnerabilità socioeconomica sono più acute”. Al centro del problema ci sono i giovani con l’incremento di livelli di ansia, depressione e sofferenza psicologica del post-pandemia.

Di fronte alla tentazione di “ridurre il problema a una questione clinica, delegandolo esclusivamente al sistema sanitario”, il cardinale Parolin ricorda che la “Chiesa ha sempre insegnato che la persona umana è un’entità inscindibile di corpo, mente e spirito” per poi definire “mutilata” una visione educativa che trascuri una di queste dimensioni. Sarebbe “incapace di rispondere alla pienezza del bisogno umano”. Di contro, si deve ribadire “la necessità di riconoscere e coltivare questa unità: di offrire ai giovani non soltanto competenze e conoscenze, ma anche gli strumenti per comprendere sé stessi, per gestire le proprie emozioni, per costruire relazioni significative, per trovare un senso alla propria esistenza”. È ciò che la tradizione cristiana chiama «cura dell’anima» e – aggiunge il cardinale Parolin – è ciò che la sapienza pedagogica più avvertita traduce oggi nel linguaggio delle competenze socio-emotive e del benessere psicologico.

Indubbio il ruolo della scuola e delle famiglie. La scuola “deve aspirare ad essere un luogo di protezione, riconoscimento, di cura”, un ambiente nel quale “ogni studente si senta visto, ascoltato, accompagnato”. E proprio per queste deve poter avere “le risorse necessarie”. A proposito del “ruolo fondamentale delle famiglie e delle comunità locali”, il cardinale Parolin precisa: se la famiglia è “sostenuta e accompagnata, rappresenta il più potente fattore di protezione per la salute mentale dei bambini e degli adolescenti”. Ma se “lasciata sola di fronte alle pressioni economiche, sociali e culturali, la sua capacità protettiva si indebolisce e il rischio di disagio aumenta”.

La persona prima dell’algoritmo

Si aggiunge la questione del rapporto tra educazione e tecnologie digitali. Si tratta – ricorda il cardinale - del tema che la Lettera Apostolica di Papa Leone XIV affronta con lucida consapevolezza, invitando a promuovere un "digitale umano" che metta la persona prima dell’algoritmo e armonizzi le diverse forme di intelligenza: tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. Il punto è che se le tecnologie digitali rappresentano un’opportunità straordinaria per l’educazione “soprattutto in una regione vasta e diversificata come l’Iberoamerica” in particolare “per ridurre le disuguaglianze educative”, al tempo stesso “l’esposizione intensiva agli ambienti digitali, soprattutto in assenza di adeguati strumenti critici e di accompagnamento educativo, può generare effetti profondamente negativi sulla salute mentale dei giovani”. Parolin parla di “frammentazione dell’attenzione, dipendenza dagli schermi, cyberbullismo, isolamento sociale, sovraccarico informativo, esposizione a contenuti inadeguati o dannosi”.  La sfida non è quella di accettare o rifiutare le tecnologie, ma di governarle che significa “investire nella formazione digitale degli insegnanti, nello sviluppo di curricoli che integrino le competenze digitali con le competenze socio-emotive”.

Il rischio esplicitato è che rimanga ai margini proprio la questione che Parolin definisce centrale: “La dimensione della vita interiore e della ricerca di senso”. Anche in questo caso viene in aiuto la citata lettera apostolica che parlando della “cura della vita interiore” interpella ogni sistema educativo.

La speranza, virtù attuale

È proprio la convinzione che la crisi della salute mentale tra i giovani non sia solo crisi clinica, ma “crisi di senso” che può aiutare a comprende meglio gli orizzonti di speranza possibili.  “Molti giovani si sentono disorientati non perché manchino loro informazioni o strumenti, ma perché manca loro un orizzonte di significato entro il quale collocare la propria vita, le proprie scelte, le proprie speranze”, afferma Parolin. “una società che offre ai giovani ogni mezzo ma nessun fine; ogni connessione ma nessuna relazione autentica; ogni risposta ma nessuna domanda profonda, è una società che, nonostante le apparenze, li abbandona”. Peraltro, “in un mondo segnato da conflitti, da disuguaglianze, da una crisi ecologica che minaccia il futuro delle giovani generazioni, la speranza è una virtù eminentemente attuale”, riconosce Parolin. È “il fondamento di ogni impegno per il bene comune, di ogni investimento nell’educazione, di ogni cura per le persone più fragili”. Disegnare mappe di speranza, come ci chiede il Santo Padre, - spiega - significa esattamente questo: tracciare percorsi concreti, realistici, condivisi, che conducano verso un futuro più giusto e più umano. Il fine ultimo è sempre il servizio al bene comune.

Inoltre, se “l’educazione è il terreno privilegiato di questa speranza”, “l’educazione ha il compito e il privilegio di aprire orizzonti di senso”. Non si tratta di imporre risposte preconfezionate - ribadisce Parolin -  ma di “accompagnare i giovani nella scoperta delle domande che abitano la loro interiorità, nel confronto con le grandi tradizioni di pensiero e di spiritualità dell’umanità, nello sviluppo di quella capacità di riflessione e di discernimento che è il fondamento di ogni autentica libertà”.

Investimenti e cooperazione

Nella consapevolezza della “responsabilità enorme” e, al tempo stesso, del “privilegio straordinario” della politica, il cardinale Parolin a ministri e ministre chiede di “portare nelle vostre capitali, nei vostri Parlamenti, nei vostri Consigli dei ministri, la consapevolezza che la salute mentale dei giovani è un’emergenza che richiede risposte strutturali: investimenti adeguati, cooperazione interministeriale, integrazione tra politiche educative e sanitarie, formazione e sostegno per gli insegnanti, coinvolgimento delle famiglie e delle comunità”. In definitiva, l’auspicio essenziale: “Possa questo incontro essere davvero ciò che il suo titolo promette: un’occasione per disegnare nuove mappe di speranza, affinché i nostri giovani possano trovare nella scuola, nella comunità, nella società, gli strumenti e gli orizzonti di cui hanno bisogno per vivere una vita piena, libera, significativa. Come ha scritto Papa Leone XIV: "Siate servitori del mondo educativo, coreografi della speranza». Sia questo il nostro impegno comune”. 

Vatican News

Immaagine


sabato 29 luglio 2023

COMUNICAZIONE E MEDIA

Nel mondo postmediale l’algoritmo vela la comunicazione

 I media perdono ogni specificità: da un lato crescono velocità e precisione, dall’altro la connessione ai dispositivi sociali avviene tramite processi invisibili


Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Ruggero Eugeni I media dopo la comunicazione. Algoritmi e condizione postmediale che appare nell’ultimo numero della “Rivista del clero italiano”. Eugeni è professore ordinario di Semiotica dei media presso l’Università Cattolica di Milano, dove dirige l’Alta Scuola in Media, comunicazione e spettacolo. Tra i vari contributi della rivista, diretta da Giuliano Zanchi, l’intervento sul futuro degli atenei cattolici tenuto dal cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’educazione, a un recente convegno in Cattolica.

- di Ruggero Eugeni

 Alla metà degli anni Ottanta il filosofo francese Félix Guattari osservava che i media stavano cambiando profondamente volto: fenomeni quali l’avvento delle radio libere o quello delle reti telematiche (Guattari segue il caso di Radio Alice a Bologna ed è uno dei primi iscritti al Minitel francese) segnalano la fine dei mass media e lasciano presagire un nuovo tipo di società più reticolare, pluricentrica e orizzontale. Lo studioso parla a questo proposito di una «era postmediale». La morte, avvenuta nel 1992, impedisce a Guattari di vedere lo sviluppo del Web, che diviene per un certo periodo il simbolo più evidente di un utilizzo dei media decisamente alternativo a quello tipico novecentesco.

 Non casualmente qualche anno prima, nel 1984, la Apple aveva lanciato il primo computer domestico Macintosh con un commercial raffigurante un futuro distopico alla Orwell in cui un Grande Fratello utilizza televisione, radio e cinema per guidare masse ipnotizzate, ma la cui immagine sullo schermo viene distrutta da una giovane rivoluzionaria che simboleggia l’inarrestabile avvento dei nuovi media digitali. E nel 2008 lo studioso americano Henry Jenkins potrà esaltare varie forme di collaborazione di utenti che unendosi “dal basso” grazie alla Rete si oppongono con successo al potere delle multinazionali della comunicazione: un caso per tutti, i giovanissimi fan di Harry Potter che hanno la meglio sul tentativo della Warner Bros di bloccare le produzioni amatoriali in base a una antiquata concezione della difesa del copyright. Il ruolo dirompente e rivoluzionario delle nuove tecnologie della comunicazione viene peraltro celebrato nelle primavere arabe tra il 2019 e il 2011, all’interno delle quali gli scambi via social media rivestono un ruolo fondamentale.

 Per Guattari e per vari altri studiosi, l’etichetta “postmedia” rimanda insomma al superamento dei mezzi di comunicazione di massa. Ma Guattari non è il solo a utilizzare questa etichetta. Nel 1999 la studiosa e critica d’arte Rosalind Krauss parla in un influente libretto di post-medium era. La postmedialità possiede però per l’autrice un senso molto differente: Krauss pensa al superamento dell’estetica modernista, che fonda il riconoscimen- to di artisticità di un’opera sulla esibizione dei caratteri materiali del proprio medium: per esempio un quadro astratto esibisce la natura piatta delle forme pittoriche e non cerca di simulare una profondità tridimensionale come fanno le ben più banali immagini figurative. Per Krauss l’utilizzo dei media (per esempio, del video) nel campo artistico costringe a ripensare questo principio e a superare il principio della “specificità mediale” delle arti (...). Altri studiosi, quali Lev Manovich e Peter Weibel, osserveranno di lì a poco che questa nuova fluidità di confini tra media e arte è il segnale di una seconda fluidità di confini tra gli stessi media; e che questa è a sua volta legata all’avvento del digitale con la conseguente “convergenza” di media differenti all’interno del computer come “metamedium”. Il superamento della specificità mediale modernista sarebbe insomma legato al superamento dei media analogici e all’avvento dei media digitali.

 Non è difficile osservare che tutte queste definizioni di postmedialità si muovono all’interno di quella che ho definito la terza fase di sviluppo, quella dei media elettronico-digitali: il superamento dei media cui alludono è la fine dei media otto-novecenteschi, pensati nei termini di un modello di distribuzione verticistico dei segnali legato a ragioni politiche (Guattari), e di una distinzione rigida delle differenti tecnologie coinvolte (Krauss, Manovich, Weibel). Tuttavia, come ho accennato, questa terza fase, pur introducendo trasformazioni profonde negli assetti mediali, non mette in crisi il principio di fondo dei media del passato: la logica è sempre quella di una infrastruttura di circolazione dell’informazione che consenta il dispiegarsi di progetti di comunicazione. Che si tratti di un film, di una conversazione in un social, di una installazione artistica, il flusso dei segnali è funzionale alla manifestazione e alla condivisione di differenti interiorità (oppure alla sua percepita difficoltà o impossibilità). A partire da qui, si comprende come la svolta algoritmica introduce una logica differente e quindi costringe a riformulare la definizione di postmedialità in un senso molto più radicale.

 All’interno della condizione che si è creata negli ultimi quindici anni circa, infatti, l’informazione si affranca dalla comunicazione per sviluppare processi del tutto autonomi di elaborazione automatizzata dei dati (ripulitura, confronto, estrazione, integrazione e fusione, etc.). Certo, a monte di tali processi ci sono dispositivi di rilevazione visuale e sonora simili a quelli dei media: telecamere, microfoni, etc. Tuttavia, essi ricadono ora nella più ampia categoria di sensori; e i sensori possono non essere dispositivi di ripresa tradizionali: per esempio alcuni modelli di telefonini, varie consolle di videogioco, le automobili a guida autonoma utilizzano oggi ampiamente il Lidar, un radar a raggi laser che costruisce una rappresentazione digitale tridimensionale del mondo di tipo non fotografico. E certo, a valle dei processi di elaborazione dei dati ci sono ancora delle immagini: per esempio il mio volto che appare sul mio telefonino e consente eventualmente lo sblocco del dispositivo. Ma anzitutto questa apparizione visuale non è necessaria: se la sliding door in aeroporto riconosce che l’immagine del mio volto è la stessa di quella sul mio passaporto si apre, ma senza che nessuna immagine fisica del mio volto venga manifestata; e poi, una enorme serie di processi resta non visibile e non udibile: per esempio non mi accorgo (se non perché devo dare il mio consenso per il suo utilizzo) che il telefonino ha prelevato l’impronta facciale del mio volto e l’ha trasmessa a una piattaforma social.

 Questo affrancamento dei processi di elaborazione delle informazioni dai processi di comunicazione presenta mi sembra due conseguenze fondamentali (...). In primo luogo, i media continuano a operare come entità socialmente individuabili (il cinema, la radio, la televisione, i nuovi media, etc.), ma in realtà essi fanno ormai parte di una nuova galassia molto più ampia costituita dalla produzione, estrazione, accaparramento, elaborazione, commercio etc. di dati. Questa economia non è del tutto nuova, perché ogni società ha sempre rappresentato se stessa in termini informazionali (di tipo censuario, economico, statistico, etc.). Ciò che oggi cambia e che costituisce una serie di fenomeni inediti è la quantità e quindi il livello di dettaglio dei dati, la velocità con cui essi vengono aggiornati, e l’accuratezza con la quale gli algoritmi utilizzano tali dati per produrre previsioni e ipotesi attendibili sugli andamenti futuri.

 I media insomma perdono la propria specificità e si connettono profondamente da un punto di vista tecnologico e pratico con tutti gli altri ambiti e dispositivi della vita sociale, civile e politica: oggi dobbiamo considerare dispositivi mediali i nostri elettrodomestici “intelligenti”, le automobili e gli altri veicoli a guida autonoma, le telecamere e gli altri apparecchi di sorveglianza, e così via in una lista tendenzialmente infinita. Tutti questi dispositivi seguono infatti la stessa logica: estrazione di dati dal mondo, loro elaborazione e eventualmente loro parziale visualizzazione. In secondo luogo, e di conseguenza, i media non servono più alla comunicazione. Questo non vuole dire che essi non permettano ancora di comunicare; ma il loro obiettivo ultimo è ora differente: il fatto che la elaborazione dell’informazione si sia affrancato della comunicazione ha trasferito il baricentro dei processi mediali dalla trasmissione visibile e udibile di suoni, parole e immagini alla elaborazione non direttamente percepibile dei dati.

 L’informazione non è più l’infrastruttura che permette di comunicare: esattamente all’opposto, è la comunicazione a essere divenuta l’infrastruttura che consente la estrazione di dati e quindi di elementi informazionali. I social media sono un esempio evidente di questo capovolgimento, con la costruzione di reti di relazioni il cui unico fine è la implementazione dei “doppi digitali” degli utenti. Ora, una simile prospettiva potrebbe apparire pessimistica, se non terrorizzante. Ma a ben vedere questa non è l’unica conclusione possibile. La dismissione del legame di dipendenza tra informazione e comunicazione su cui si sono basati i media libera certo le valenze della prima assegnandole un maggiore potere; ma al tempo stesso costringe anche a ripensare la seconda; a interrogarci su cosa intendiamo per “comunicazione” e quanto il modello che abbiamo fin qui seguito non richieda un ripensamento. La datificazione dei processi comunicativi ci spinge insomma a riflettere in termini nuovi su cosa sia la comunicazione, su quali sono i suoi strumenti, per quali ragioni ci sentiamo chiamati a condividere la nostra esperienza, e quali mezzi sono i più indicati per farlo.

Avvenire