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domenica 26 maggio 2024

AMBIENTE e FAKE NEWS

Le nuove bugie sull'ambiente servono a bloccare le politiche per il clima

 


Il negazionismo tende a spostarsi dal fenomeno del cambiamento climatico in sé ai rimedi proposti. 

Dietro a molte campagne sui social media ci sono anche le compagnie petrolifere


-           di Gianluca Schinaia

    E se fossero i nostri stessi governi ad affamarci, distruggendo i raccolti per far crescere i prezzi del cibo, usando come scusa questa storia dei cambiamenti climatici? O se invece questo “climate change” sia solo un'espressione straniera che condanna a morte i nostri valori culturali? Le fake-news sui dati climatici, il complottismo sull’economia circolare, la diffidenza per la scienza ufficiale: le bufale su tutto ciò che riguarda le motivazioni di una quanto mai più urgente rivoluzione socio- economica in favore della sostenibilità sono ancora diffuse. Secondo un rapporto della coalizione Climate Action Against Disinformation (CAAD), la disinformazione online sui cambiamenti climatici continuano a prosperare. Nell'ultimo anno, secondo la ricerca, i post con l'hashtag #climatescam (“truffa climatica”) hanno ottenuto più like e retweet sulla piattaforma social X rispetto a quelli con #climatecrisis o #climateemergency.

Tra i motivi principali di questo successo della propaganda negazionista sui cambiamenti climatici ci sono il grande appeal delle fake news, il ruolo delle echo chambers (le camere dell’eco), la spinta consapevole alla disinformazione promossa dalle lobby delle energie fossili. Ecco ad esempio perché la metà degli statunitensi non crede che i cambiamenti climatici siano legati all’attività dell’uomo, e il 15% tra loro è addirittura convinta che ci sia una grande cospirazione dietro l'azione climatica. Tutto ciò nonostante il 99% dei climatologi a livello mondiale affermi che il cambiamento climatico sia reale e causato dall’uomo, così come ha ribadito la più alta autorità scientifica al mondo sul tema climatico: l’IPCC.

E se il problema fossero proprio loro, gli esperti? Se quest’ansia climatica non fosse altro che colpa degli scienziati del clima che hanno interessi a noi ignoti per diffondere dati falsi, non sarebbe giusto metterli a tacere nel mondo digitale inondandoli di insulti? Secondo il rapporto di CAAD, circa il 73% degli scienziati del clima che appaiono regolarmente sui media ha subito attacchi online. È parte del problema dell’oggettività informativa, oggi sempre più parziale nel mondo digitale. Spiega Emma Frances Bloomfield, docente dell’Università del Nevada in Texas, che molte persone fanno leva su informazioni cospirazionistiche dato che «dubitano del cambiamento climatico perché dubitano delle autorità scientifiche. Prendono decisioni sull'ambiente non in base ai fatti o alla scienza, ma in base ai loro valori o ad altre cose che sono importanti per loro». E infatti, come spiega la scrittrice Naomi Klein, «non è l'opposizione ai fatti scientifici del cambiamento climatico a guidare il negazionismo, ma l'opposizione alle implicazioni concrete di questi fatti». Segue Bloomfield: « Nella storia del cambiamento climatico, noi siamo i cattivi, o almeno parzialmente colpevoli di ciò che sta accadendo all'ambiente, e questo ci impone di fare molti sacrifici: è più comodo proporre il dubbio che la certezza».

Molto dipende dalle proprie convinzioni politiche. Al giorno d'oggi, tutto ciò che suona ambientale o sostenibile è identificato come “verde”, e per molti partiti conservatori il “green” è una forma di “rosso”, inteso come identità di una fazione politica sinistroide. È quindi più semplice identificare il “green” come vessillo di un nemico da sconfiggere piuttosto che di un problema da risolvere. Ecco uno dei motivi della popolarità delle fake news sul clima: strumenti oggi comuni per diffondere le idee che stanno minando la lotta contro i cambi climatici, secondo quanto riferisce la Royal Swedish Academy of Science.

Nel 2023 compagnie petrolifere come Shell, ExxonMobil e BP hanno speso tra i 4 e i 5 milioni di dollari in annunci su Facebook relativi a temi sociali e politici, secondo quanto riporta CAAD. Se però qualche anno fa i negazionisti erano chiamati tali perché negavano l’esistenza del climate change, oggi invece cercano di screditare le politiche e le soluzioni necessarie per affrontare la crisi climatica. Il Center for Countering Digital Hate ha conteggiato i messaggi del “nuovo negazionismo” che, come riporta il sito Scienza in rete, sono passati da un 35% del totale nel 2018 a un 70% nel 2023. Al contempo, quelli relativi al “vecchio negazionismo” variano dal 65% al 30%. Non si tratta solo della spinta pubblicitaria ad idee avverse alla sostenibilità: parte del problema della persuasione è il fascino genuino delle fake news. Infatti, un altro studio pubblicato su Nature Human Behavior rivela che la disinformazione sul cambiamento climatico è più persuasiva dei fatti scientifici.

Perché? Gioca con le emozioni delle persone e coinvolge elementi di appartenenza sociale legati alla propria psicologia. Infatti, le convinzioni ideologiche creano disaccordo sulla percezione della crisi climatica e il disaccordo causa la sfiducia nei dati scientifici relativi al cambiamento climatico. A questi elementi si sommano difficoltà oggettive: ad esempio, la conoscenza di un quadro complesso per analizzare a fondo le sfide della sostenibilità. Oppure il fatto che le massicce alterazioni del clima non hanno un impatto sulla percezione quotidiana. E per risolvere queste problematiche l’intelligenza artificiale non sarà di grande aiuto: « Abbiamo già un problema enorme di disinformazione», afferma Lauren Cagle, docente di retorica e studi digitali all'Università del Kentucky. « I modelli linguistici di grandi dimensioni come ChatGPT sono sul punto di farlo esplodere ancora di più». Infatti, alcuni ricercatori dell'Università del Wisconsin- Madison hanno scoperto che il tipo di informazioni fornite da GPT-3 dipendeva dall'interlocutore.

Per i conservatori e le persone meno istruite, l’IA generativa tendeva a usare parole associate a emozioni negative e a parlare degli effetti distruttivi del riscaldamento globale. Per coloro che sostenevano il consenso scientifico, era più probabile che parlasse di cosa si può fare per ridurre l'impronta di carbonio, come mangiare meno carne o andare in bicicletta. Insomma, il chatbot tendeva a compiacere le inclinazioni dell’interlocutore: qualcosa di simile a come funzionano i feed sulle pagine social. Nonostante questi difetti, l'uso dei chatbot per aiutare le persone a conoscere i cambiamenti climatici può avere dei lati positivi. In una normale conversazione tra esseri umani sono in gioco molte dinamiche sociali, mentre all’IA generativa è riconosciuta un’oggettività che nessun uomo potrà incarnare. E poi da poco esiste un chatbot che mira specificamente a fornire informazioni di qualità sul cambiamento climatico: si chiama ClimateGPT, un modello linguistico open-source di grandi dimensioni che è stato addestrato su studi e dati relativi al clima.

Oltre all’intelligenza artificiale, sarà utile sdrammatizzare. Come spiegava in un convegno organizzato dal Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici John Cook, esperto di scienze cognitive presso il Melbourne Centre for Behaviour Change, i giochi e l'umorismo applicati al pensiero critico sono strumenti potenti per riconoscere e smontare le tecniche retoriche: « Le persone capiscono meglio e di più se sono coinvolte nel pensiero critico. Una delle tecniche più efficaci è quella di coinvolgere attivamente le persone, con app e giochi per smartphone, e renderle protagoniste delle attività necessarie a smascherare il negazionismo».

Un altro approccio promettente è il “deep canvassing”, che cerca di persuadere le persone attraverso conversazioni individuali e non giudicanti. Questo metodo consiste nell’ascoltare le preoccupazioni delle persone e aiutarle a elaborare i loro sentimenti contrastanti. Parlare di fatti locali e di persone che si conoscono davvero aiuta anche i potenziali negazionisti ad aprirsi al dialogo. Per questo ottenere informazioni da amici, familiari e altre persone fidate possono essere davvero utile come conclude Bloomfield: «Non sono necessariamente autorevoli come l'IPCC, ma ti aiutano a connetterti con quelle informazioni: ti fidi di quella persona, quindi ti fidi delle informazioni che sta condividendo». Il buon vecchio dialogo umano, che proprio all’alba della quarta rivoluzione industriale rimane necessario e sempre più utile per superare gli steccati ideologici issati perfino su temi di interesse assoluto: come il futuro dell’umanità.

www.avvenire.it

 

mercoledì 16 agosto 2023

CRISI IDRICA ESTREMA

Il mondo vive una crisi idrica estrema 

e la situazione è destinata a peggiorare

Secondo il nuovo rapporto del World Resources Institute, l'aumento della domanda e l'accelerazione della crisi climatica hanno generato una situazione senza precedenti. Medio Oriente e Nordafrica le regioni più stressate

-         di Emanuela Prisco – Città del Vaticano

 Ogni anno un quarto della popolazione mondiale si trova ad affrontare uno "stress idrico estremamente elevato”: emerge dal rapporto quadriennale Aqueduct Water Risk Atlas del World Resources Institute, pubblicato oggi, 16 agosto, secondo il quale, entro il 2050, un altro miliardo di persone – oltre a quelle già colpite – ne verrà coinvolto. Per “stress idrico estremamente elevato” si intende che taluni Paesi stanno utilizzando quasi tutta l'acqua di cui dispongono, almeno l'80% della loro disponibilità rinnovabile. I Paesi maggiormente colpiti, così come indicati dal rapporto, sono Bahrein, Cipro, Kuwait, Libano e Oman, dove anche una siccità di breve durata potrebbe mettere questi luoghi a rischio di esaurimento dell'acqua. In tutto sono 25 i Paesi, che rappresentano il 25% della popolazione mondiale, che ogni anno sperimentano tale stress. È Samantha Kuzma, responsabile dati dell’Acqueduct e autrice di quest’ ultimo rapporto, a denunciare come nonostante l’acqua sia la risorsa più importante del pianeta non viene però gestita “in modo adeguato”.

L’ aggravamento della crisi

La domanda di acqua, a livello globale, dal 1960 ad oggi, è più che raddoppiata e il rapporto prevede che entro il 2050 aumenterà di un ulteriore 20-25%. Sono diversi i fattori che hanno determinato l’aumento, quali l’aumento della popolazione e la domanda di industrie come quella agricola, oltre a politiche di utilizzo dell'acqua non sostenibili e alla mancanza di investimenti nelle infrastrutture.

Le regioni più sotto stress

Medio Oriente e Nordafrica sono le regioni idricamente più stressate, sempre secondo il rapporto, dove entro la metà del secolo, vi saranno ripercussioni sulle forniture di acqua potabile, danni alle industrie e potenziali conflitti politici. Il rapporto evidenzia anche come il cambiamento maggiore nella domanda di acqua si verificherà nell'Africa subsahariana dove, entro il 2050, si prevede un aumento del 163%. Kuzma evidenzia come nell’Africa sub-sahariana la domanda di acqua stia salendo alle stelle, soprattutto per l'uso domestico e l'irrigazione delle colture. Di contro, la domanda di acqua si sarebbe stabilizzata, grazie a misure ad hoc, sia in Nord America che in Europa, salvo alcune regioni ancora interessate dallo stress.

Le misure per evitare il peggio

Ad aggravare la crisi vi è anche il cambiamento climatico. "L'acqua è il modo in cui i cambiamenti climatici impattano più direttamente sulle persone in tutto il mondo", dichiara Charles Iceland, direttore globale per l'acqua del programma Food, Forests, Water and the Ocean del WRI. Il cambiamento climatico alimenta siccità e ondate di calore sempre più gravi e prolungate, che rendono le forniture di acqua molto meno affidabili. La mancanza d'acqua rende inoltre più difficile per le persone sopravvivere a questi eventi estremi. Lo stress idrico costa vite umane, minaccia la sicurezza alimentare e causa interruzioni di energia, per questo il rapporto suggerisce alcune misure per evitare che questi si possa trasformare in una crisi idrica. Si tratta della conservazione e del ripristino delle zone umide e delle foreste, dell'adozione da parte degli agricoltori di tecniche di irrigazione più efficienti, come l'irrigazione a goccia, e poi dell'attenzione dei politici verso fonti energetiche che non dipendano così pesantemente dall'acqua, come l'energia solare ed eolica. L’acqua, aveva detto Papa Francesco in occasione dell’ultima Giornata mondiale dell’acqua, lo scorso 22 marzo, “non può essere oggetto di sprechi o di abusi o motivo di guerra, ma va preservata a beneficio nostro e delle generazioni future”. Secondo gli autori del rapporto, città come Las Vegas e Singapore hanno dimostrato che è possibile gestire risorse idriche molto scarse attraverso politiche come il trattamento e il riutilizzo delle acque reflue e la rimozione delle piante assetate d'acqua. Un’azione però in ritardo, a livello globale, dati i risultati del rapporto che, ancora una volta, ricorda all’umanità che ormai è sull’orlo di una crisi idrica globale.

 Francesco: l’acqua bene primario, non sia oggetto di sprechi, abusi e guerre


Vatican News



 

giovedì 27 luglio 2023

INCENDI COME PREVENIRLI E COME EDUCARE


Incendi boschivi: 
una proposta geodidattica

 

-         di Emanuele Poli

-          

Gli incendi boschivi afferiscono alla qualità dei rapporti che la società contemporanea è in grado di creare con l’ambiente circostante e sono causa di grave degrado e di profonda alterazione ambientale, nonché indice di compromissione degli ecosistemi naturali. Nell’analisi di tale problematica sono stati realizzati diversi GIS (Geographic information system) in differenti province italiane, tra il 1980 e il 2010. Dall’elaborazione dei dati, redatti dal Corpo Forestale dello Stato, emergono una miriade di casi, che hanno provocato la perdita di migliaia di ettari di superficie boschiva, con ingenti danni economici.

Le cause sono legate principalmente ai comportamenti umani mentre sono scarse quelle naturali (1%), nel 28% dei casi si tratta di incendi involontari o colposi e il 71% è attribuibile a cause dolose o volontarie.

Le azioni di ricostituzione e di rimboschimento non sempre sono riuscite a rimediare ai danni prodotti dagli incendi. Il clima, con il suo regime pluviometrico e la dominanza dei venti e il suo andamento stagionale, gioca un ruolo fondamentale nel predisporre le condizioni ottimali per la propagazione degli incendi volontari e involontari o per innescare quelli naturali. Per tale motivo il maggior numero di incendi annui è concentrato nei mesi più caldi e con scarse precipitazioni. Altri elementi scatenanti sono le tipologie forestali, la quantità di acqua presente nei tessuti delle piante, nonché le condizioni del sottobosco, dettate dal governo e dal trattamento dello stesso. Queste ultime fanno emergere una diversa distribuzione del numero di incendi tra le diverse aree geografiche. È pur vero che, oltre a questi fattori fisici-naturali, anche la conoscenza sulla normativa sulle zone e sulle realtà più frequentemente soggette a rischio di incendio, costituisce la base per un’attività di monitoraggio ambientale ed evidenzia le aree ove installare i punti di avvistamento o gli strumenti di controllo.

Molto, ancora, deve essere realizzato, grazie anche a una maggiore sensibilizzazione politica, sociale e amministrativa che renda gli abitanti del territorio consapevoli delle minacce provocate dal fuoco al già compromesso equilibrio tra uomo e ambiente. Un importante passo in avanti, in tal senso, è avvenuto con l’entrata in vigore della legge quadro sugli incendi boschivi n°353 del 21 novembre 2000, che ha esaltato il ruolo della conoscenza e della prevenzione (art. 4 comma 2), introducendo il reato d’incendio boschivo nel nostro Codice Penale (art. 423 bis).

Forse è anche per questo se dal 2000 al 2007 la media degli incendi in Italia è calata di un terzo rispetto a quella dei due decenni precedenti, secondo quanto riferito dalle informazioni pubblicate dal Corpo Forestale dello Stato1 .

Il caso Sardegna

Il fenomeno degli incendi in Sardegna nella gran parte dei casi non è dovuto a cause naturali (1% del totale) bensì al fattore antropico2. Nonostante ciò, il problema è stato sempre vissuto e affrontato come se si trattasse di una calamità naturale da contrastare per contenere i danni e minimizzarne i pericoli. La necessità di tutelare l’ambiente e le comunità ha messo in secondo piano la ricerca delle cause antropiche che, nel caso della Sardegna, rappresentano la base del problema. Anche laddove se ne riconosce l’origine antropica, l’idea più diffusa è che gli incendi nell’isola siano legati a un sistema agro-pastorale arretrato: una visone che, almeno in parte, andrebbe rivalutata.
Al momento l’unica certezza è che ogni anno il fuoco continua ad arrecare danni all’ambiente, a distruggere il patrimonio economico e a causare gravi lutti nelle comunità3, mentre la Regione Sardegna e lo Stato si impegnano nella sorveglianza e nella lotta al fuoco mettendo in gioco risorse finanziarie e umane. Si tratta, come prevede la legge nazionale, di attività di prevenzione che consistono nel porre in essere azioni mirate a ridurre le cause e il potenziale innesco d’incendio nonché interventi finalizzati alla mitigazione dei danni conseguenti (art. 4, comma 2, della legge n°353). Tra queste anche interventi destinati all’uomo, tesi a prevenire comportamenti scorretti, sia dolosi che colposi, quale principale causa di incendio.

La salvaguardia e la tutela dei boschi sono oggi strettamente connesse al grado di civiltà degli uomini, alla loro cultura e sensibilità, alla qualità dei rapporti che sono in grado di stabilire con l’ambiente. Al riguardo, l’opera di sensibilizzazione delle popolazioni e di informazione dei cittadini, anche con il coinvolgimento dei mass media, non sarà mai pienamente efficace se non mira a realizzare una cultura della tutela del patrimonio forestale inteso come bene imprescindibile che appartiene alla stessa collettività. É necessario, pertanto, dare opportuno impulso a tutte quelle azioni di carattere informativo e formativo che concorrono alla crescita di una cultura dell’ambiente e del bosco, promuovendo la consapevolezza che uomini e alberi appartengono al medesimo contesto naturale.

Molti incendi si verificano lungo i bordi delle strade, a partire dalle scarpate e dalle cunette spesso interessate da vegetazione facilmente infiammabile, oppure lungo le piste e i sentieri che si addentrano nei boschi. Questi fuochi possono essere prevenuti sia con azioni tendenti a rendere più consapevole e responsabile il comportamento dell’uomo (l’educazione ambientale), che con interventi di vigilanza delle amministrazioni preposte. Spesso le tensioni sociali portano ad atti vandalici o a ricatti delle istituzioni. Constatato ciò è necessario adottare misure che tendono a prevenire tensioni e motivazioni che, come conseguenza, hanno vere e proprie forme di vandalismo che sfociano in incendi dannosi. Le comunità devono impedire sul nascere gli incendi rendendo il territorio meno combustibile e isolare gli incendiari. È indispensabile cambiare la mentalità dell’intera popolazione, coinvolgendo tutte le componenti della società, dalla classe politica alla scuola, dalle Provincie ai Comuni, dalle associazioni professionali, sportive e culturali (allevatori, agricoltori, cacciatori, ambientalisti) ai volontari, in modo che agiscano, ognuno nel proprio settore di competenza, in modo attivo e convinto verso il problema. L’ambiente è il soggetto fondamentale e il nucleo dell’unico sviluppo possibile della Sardegna e tale sviluppo sarà possibile solo nel momento in cui tutte le forze insieme riusciranno a sconfiggere questo fenomeno, causato per colpa e per volontà dell’uomo.

Io sto col bosco

La proposta didattica “Io sto col bosco” è stata ideata e progettata nell’anno accademico 2010/2011 presso l’Università di Cagliari, durante l’attività frontale del corso di Geografia e Didattica della geografia, corso di laurea in Scienze della Formazione primaria. L’occasione si è presentata nel momento in cui, le province di Sassari, Olbia-Tempio, Cagliari e Nuoro e i maggiori Comuni sardi (Pozzomaggiore, Stintino, Porto Torres, Torralba, Sorso, Florinas, Cossoine, Usini, Bottidda, Trinità d’Agultu e Vignola, Santa Maria Coghinas) hanno invitato l’ateneo cagliaritano, dove il sottoscritto, in qualità di ricercatore di Geografia, è impegnato nell’attività didattica e in alcuni studi di ricerca, a partecipare alla quinta edizione di “Adotta un albero”, un progetto che coinvolge alunni della scuole secondarie di I e II grado della Sardegna. L’intento è quello di sensibilizzare le giovani generazioni alle problematiche ambientali attraverso attività di messa a dimora di nuovi alberi e la visione di filmati. Questo invito ha motivato a pensare a qualche attività da proporre ai futuri insegnanti, impegnati tutt’oggi in attività di supplenze, di tirocini o e laboratori vari.
Le discipline coinvolte sono oltre alla geografia, le scienze, l’educazione ambientale, l’educazione all’immagine, l’educazione alla salute e la convivenza civile. Attraverso questa proposta didattica i discenti hanno avuto atteggiamenti di cura verso l’ambiente sociale e naturale, apprezzandolo e valorizzandolo con maggior consapevolezza, hanno formulato ipotesi e previsioni, prospettato soluzioni, prodotto rappresentazioni grafiche, analizzato e raccontato in forma chiara ciò che hanno avuto modo di imparare precedentemente e valutato i possibili effetti delle decisioni e delle azioni dell’uomo sui sistemi territoriali. Tra gli obiettivi possibili, si può pensare all’acquisire una consapevolezza del prezioso patrimonio naturale, ambientale e flori-faunistico presente nel proprio territorio, acquisire consapevolezza della sempre maggiore responsabilità umana nei danni ambientali causati dagli incendi, conoscere le norme fondamentali di prevenzione e le principali norme di comportamento in caso di incendi, conoscere le istituzioni che si occupano della salvaguardia dell’ambiente e attivare comportamenti di prevenzione ai fini della salute nelle diverse situazioni di vita.

Note

1) I dati citati sono disponibili sul sito del Corpo forestale dello Stato, al seguente link.

2) Questo dato è confermato dalle indagini effettuate dal Corpo Forestale dello Stato a livello nazionale ed è sufficiente per differenziare la nostra realtà da altre realtà ambientali e territoriali, come ad esempio il versante Ovest degli Stati Uniti d’America, dove gli incendi dovuti ai fulmini rappresentano il 90% degli eventi totali registrati (American Forests,4, Winter 2004).

  ECO – Educazione sostenibile

 

PROGETTO SUGLI INCENDI E I CAMBIAMENTI CLIMATICI