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martedì 11 novembre 2025

BASTA BOCCIATURE !

 

Andrea Maggi: “Basta bocciature e votacci.

 Più obiettivi, meno lezioni frontali.

Dovremmo chiedere agli studenti perché non riescono ad apprendere”


-       - di Andrea Carlino

La scuola rappresenta una comunità educativa in cui studenti acquisiscono competenze, allenano il senso critico e si mettono alla prova non solo sul piano didattico, ma soprattutto relazionale.

L’istituzione scolastica dovrebbe costituire uno spazio di scoperta e crescita, capace di trasformare l’impegno scolastico in un trampolino per sviluppare passioni e coltivare talenti, evitando che sia percepito come un obbligo privo di significato.

Durante la giornata dedicata a Figli&Genitori al Tempo della Salute, evento organizzato dal Corriere della Sera a Milano il 9 novembre 2025, esperti e docenti hanno analizzato le modalità per rafforzare il legame tra ragazzi e scuola.

Tra gli ospiti è intervenuto Andrea Maggidocentescrittore e volto televisivo noto per la partecipazione al docu-reality Il Collegio. Il professore ha sottolineato l’urgenza di ripensare l’approccio educativo per rispondere concretamente ai bisogni degli studenti, superando modelli tradizionali ormai inadeguati.

Bocciature e abbandoni: serve un cambio di paradigma

«Non serve bocciare, gli abbandoni sono già troppi. Non dobbiamo dare votacci, ma obiettivi da raggiungere; semmai dovremmo chiedere agli studenti perché non riescono ad apprendere”, ha affermato Maggi durante l’incontro. La proposta del docente si colloca in un contesto nazionale in cui la dispersione scolastica è in calo: nel 2024 il tasso è sceso al 9,8%, avvicinandosi all’obiettivo europeo del 9% previsto per il 2030, mentre le stime per il 2025 indicano un ulteriore ribasso all’8,3%.

Gli studenti con cittadinanza straniera presentano tuttavia tassi di abbandono drammaticamente più elevati: 24,3% contro il 9,8% della media nazionale. La bocciatura può innescare, secondo la ricerca pedagogica, impotenza appresa, disaffezione verso la scuola, vergogna, senso di fallimento, perdita di autostima e isolamento sociale.

“Sarebbe meglio abbandonare le lezioni frontali, che si dimenticano dopo poco”, ha aggiunto Maggi, suggerendo l’adozione di metodologie didattiche attive capaci di mantenere viva l’attenzione e la motivazione degli studenti, come l’apprendimento basato su progetti o la didattica cooperativa.

Una scuola a misura di adulti o di ragazzi?

“La scuola oggi sembra essere più a misura delle fragilità degli adulti“, ha dichiarato Maggi, denunciando un sistema che da un lato offre ai genitori un falso senso di sicurezza – per esempio limitando l’uso del cellulare a scuola – dall’altro «li carica di aspettative e si aspetta performance irrealizzabili, rendendoli ansiosi”. Il professore ha invitato a ripensare il rapporto tra studentidocenti e famiglie: “I ragazzi non dovrebbero aver paura di sbagliare, di arrabbiarsi; nei genitori dovrebbero trovare la spalla su cui piangere, nella scuola un luogo che trasmetta contenuti e soprattutto la forza delle idee”.

Orizzonte Scuola

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domenica 9 gennaio 2022

SCUOLE E PANDEMIA. ALLARME DI SAVE THE CHILDREN


 Scuole e pandemia

un problema molto italiano: 

l'appello di Save the Children

L'organizzazione internazionale a difesa dell'infanzia e dell'adolescenza, chiede al Governo un piano straordinario e una “dote educativa” per tutti i bambini e i ragazzi danneggiati dalla pandemia. I rischi di una nuova chiusura delle scuole: diminuzione delle competenze, perdita degli apprendimenti, emersione di disturbi psicologici, perdita di socialità e rischio di abbandono scolastico

Diminuzione delle competenze, perdita degli apprendimenti, emersione di disturbi psicologici, perdita di socialità e rischio di abbandono scolastico: queste secondo Save the Children, organizzazione internazionale in difesa dell'infanzia, le gravi conseguenze della possibile chiusura delle scuole in Italia, ventilata da molti, che deve invece rimanere solo l’ultima opzione per assicurare il diritto alla salute e il diritto all’educazione di tutti i bambini, le bambine e gli adolescenti. 

Sguardo all'Italia

“Alla ripresa lunedì, in gran parte d’Italia, di un anno scolastico pieno di incognite, è sconfortante vedere la facilità con la quale si pensa di poter 'chiudere le scuole' per un mese - afferma Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia Europa di Save the Children - in un Paese in cui sono regolarmente aperte tutte le attività produttive anche non essenziali. Non parliamo delle giuste e concrete preoccupazioni espresse da dirigenti scolatici e docenti che operano sul campo affrontando problemi serissimi, ma della difficoltà che ancora oggi hanno molti rappresentanti istituzionali nel comprendere la portata della catastrofe educativa che la pandemia sta comportando al livello globale - con più di 10 milioni di bambini, e soprattutto di bambine che, nel mondo, rischiano di non tornare mai più a scuola - e che colpisce anche il nostro Paese”. L’organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, segnala che nel nostro Paese i dati Invalsi hanno già registrato un aumento del numero di ragazzi e di ragazze che alla fine del percorso di istruzione non raggiungono il livello mimino di competenze in italiano e in matematica, passato su base nazionale dal 7 al 9,5% degli studenti, con punte in Calabria e in Campania del 22,4% e del 20,1%.

Non solo competenze

Al calo di apprendimento si associa la perdita di socialità con gravi problemi di carattere psicologico e relazionale che affliggono gran parte degli adolescenti. In una consultazione promossa da Save the Children qualche mese fa, coinvolgendo oltre mille docenti, in maggioranza della scuola primaria e secondaria di primo grado, la metà degli insegnanti interpellati ha rilevato nella classe una generale perdita degli apprendimenti (55,3%), 1 su 4 ha notato l’emersione di disturbi psicologici in almeno un caso tra i suoi studenti, e 1 su 5 constata un forte impatto della povertà su famiglie e bambini che frequentano la scuola, mentre  il 6,5% segnala nella propria scuola almeno un caso di abbandono scolastico.

Gli esclusi dalla Dad

Occorre ricordare che nei periodi di interruzione della didattica in presenza, tra aprile e giugno 2020, secondo l’Istat, sarebbero stati circa 600mila i ragazzi delle scuole primarie e secondarie che non hanno partecipato alle video lezioni, con un minimo di esclusi al Centro (5%) e un massimo nel Mezzogiorno (9%) e un picco del 12% (più di 1 su 10) degli iscritti alle primarie. E tutto questo in un Paese che ha uno dei tassi più elevati, in Europa, di dispersione scolastica, con più del 13% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato la scuola senza conseguire un diploma di scuola superiore. Un quadro che si fa ancora più critico se si considera l’impressionante aumento del numero dei giovani “NEET”, più di due milioni di ragazzi e ragazze, tra i 15 e i 29 anni che oggi in Italia sono fuori da ogni percorso di studio, formazione e lavoro, quasi il doppio dei loro coetanei nella medesima condizione in Europa.  “Ogni giorno di scuole chiuse provoca danni, e questi danni si moltiplicano per i bambini, le bambine e gli adolescenti che vivono nei contesti più svantaggiati, allargando le disuguaglianze. L’interruzione della scuola in presenza va dunque considerata come l’ultima opzione da assumere, in modo circostanziato e puntuale, solo quando tutte le altre strade siano state percorse – a partire dalla informazione e dalla sensibilizzazione a tappeto delle famiglie sui vaccini – per tutelare contemporaneamente il diritto alla salute e il diritto all’educazione di tutti i bambini, le bambine e gli adolescenti”, continua Raffaela Milano.

Un Recovery educativo

Considerando la gravità del quadro sanitario, con la consapevolezza che i prossimi mesi saranno in ogni caso difficili e che molte scuole sono e saranno chiuse per periodi più o meno lunghi per limitare i contagi, Save the Children chiede al Governo il varo di un piano straordinario di sostegno all’educazione che preveda, sin da subito, il monitoraggio nazionale di tutte le aperture/chiusure degli istituti scolastici disposte ai diversi livelli e la messa a punto, per i bambini e gli adolescenti che hanno visto la loro frequenza scolastica interrompersi a causa della pandemia, di una “dote educativa”, rappresentata da un monte ore di sostegno allo studio gratuito fruibile in gruppo o individualmente durante l’anno scolastico e per tutto il periodo estivo e che comprenda non solo il recupero delle materie scolastiche, ma anche opportunità culturali e relazionali. È urgente, infatti, mettere in campo un serio piano di “ristoro” educativo che, al pari di quanto si è fatto per le attività produttive, intervenga per limitare i danni di lungo periodo che rischiano di colpire intere generazioni e interrompere definitivamente i percorsi educativi dei bambini, delle bambine e degli adolescenti che vivono nei contesti più poveri e svantaggiati.

 SAVE THE CHILDREN

Vatican News

 

 

 

sabato 6 febbraio 2021

ABBANDONO SCOLASTICO IN ITALIA


Di generazione 

in generazione

 

-         DIEGO MOTTA

 I figli delle nostre periferie rischiano di essere esclusi dai percorsi di istruzione e formazione. A pesare è sempre di più la condizione sociale di partenza: dimmi da che famiglia arrivi e ti dirò come andrai a scuola. Soprattutto, se si cresce in situazioni di marginalità. Il rapporto nazionale promosso da Openpolis e Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile ha un titolo che spiega già tutto: 'Scelte compromesse. Gli adolescenti in Italia, tra diritto alla scelta e povertà educativa minorile'. È soprattutto intorno alla capacità della scuola di trasformarsi in veicolo d’integrazione che si gioca il futuro delle nuove generazioni colpite dalla pandemia e i primi dati relativi all’anno del Covid sono purtroppo drammatici. La forbice sociale tra chi completa il percorso scolastico regolarmente e chi non ce la fa si sta ampliando pericolosamente. Il risultato? 

Cresce l’abbandono scolastico. Con alcuni aspetti inediti. Primo: il disagio sociale si trasferisce di generazione in generazione. I due terzi dei figli con entrambi i genitori senza diploma non si diplomano a loro volta. Chi ha alle spalle una famiglia con status socioeconomico e culturale alto nel 54% dei casi raggiunge risultati buoni o ottimi nelle prove di italiano. Per i loro coetanei più svantaggiati, nel 54% dei casi il risultato è insufficiente. Secondo: nelle grandi città c’è una relazione inversa tra indicatori di benessere economico e quota di neet, i giovani che né studiano né lavorano. A Milano, Quarto Oggiaro ha il doppio di neet della zona di corso Buenos Aires, a Roma, Torre Angela ha il doppio di neet del quartiere Trieste, a Napoli, i quartieri con più neet compaiono anche nella classifica delle zone con più famiglie in disagio. Le periferie d’Italia sono ancora più emarginate e la loro distanza dai salotti buoni delle grandi città è cresciuta con la pandemia. Terzo: sui percorsi scolastici differenti pesa anche la cittadinanza. È di 25,2 il divario in punti percentuali tra l’abbandono dei giovani con cittadinanza straniera e i loro coetanei e non va dimenticato che nel nostro Paese un adolescente su 12 ha una cittadinanza diversa da quella italiana.

«Con la pandemia le disuguaglianze sociali ed educative crescono e aggravano una situazione caratterizzata da grandi divari strutturali – osserva Marco Rossi-Doria, vicepresidente di Con i Bambini –. La povertà educativa ha spesso origine in queste disparità, non solo economiche, ma sociali e culturali. È un fenomeno che non può riguardare solo la scuola o le singole famiglie, ma chiama in causa l’intera comunità educante».

Il fenomeno della dispersione scolastica è l’emblema di un diritto alla scelta che è stato compromesso. È il risultato di tanti fattori, dall’origine sociale e familiare alle prospettive del territorio in cui si abita. Nelle aree interne l’offerta educativa viene minata da fattori come l’alta mobilità dei docenti, le pluriclassi composte da alunni di età diverse, le scuole sottodimensionate, il fenomeno delle classi pollaio. Un incrocio pericoloso tra difficoltà storiche delle comunità e ritardi cronici del mondo scolastico.

«Dietro ogni ragazzo e ragazza che lascia la scuola anzitempo ci sono tanti fallimenti educativi che non possono essere considerati solo problemi individuali o delle istituzioni scolastiche – sottolinea ancora Rossi-Doria –. Sono fallimenti per l’intera società nel preparare la prossima generazione di adulti».

www.avvenire.it

 Conibambini


 

venerdì 10 luglio 2020

LA "GENERAZIONE Z" IN CERCA DI UNO SGUARDO DI VERA FIDUCIA


La nuova fotografia del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo sulle relazioni dei ragazzi nati tra il 1997 e il 2012
Gli adolescenti oggi testimoniano una buona qualità dei rapporti familiari ma patiscono le stesse ambivalenze del mondo adulto, sentendosi fragili.
Occorre guardare al fenomeno adolescenza attuale non limitandosi a concentrarsi su ciò che manca ma cercando di valorizzare il bene che c’è perché possa esprimersi al meglio 
Chi ha la responsabilità di guidare i ragazzi deve aprirgli uno spiraglio di speranza per farli uscire dalla «liquidità»


PAOLA BIGNARDI*
ELENA MARTA

Quale sguardo siamo soliti posare sui giovani nati tra il 1997 e il 2012, i membri della cosiddetta Generazione Z, i fratelli minori dei Millennials, i primi veri nativi digitali? Una generazione nata e cresciuta in un mondo fortemente connotato dalla guerra al terrorismo seguita all’11 settembre, che ha vissuto gli esiti di una forte crisi economica e che ora, nel pieno della sua adolescenza e transizione all’età adulta, sta vivendo un’emergenza pandemica inedita e inattesa. Cosa vediamo quando li guardiamo? La loro condizione di rischio, in parte fisiologica data la fase che stanno vivendo e in parte legata alle letture mass-mediatiche dei 'rischiologi'? La loro visione concreta e realista, che sembra porre in secondo piano sogni e ideali? La loro capacità di appassionarsi per le condizioni ambientali del nostro pianeta, di scendere in piazza, di delineare scenari futuri di sviluppo, con competenza e caparbietà, alternando momenti di serietà con momenti di gioiosa confusione?
Non è indifferente lo sguardo che posiamo su di loro perché da esso discende il modo con cui li sappiamo valorizzare o squalificare, accompagnare e sostenere o dominare e mortificare e da cui, certo in maniera non deterministica ma possibile, a sua volta deriva il modo con cui si penseranno cittadini nelle loro comunità di vita. C onsapevole di questo, nel 2016 l’Istituto Toniolo, attraverso il suo Osservatorio Giovani, ha dato avvio alla ricerca nazionale longitudinale denominata «Generazione Z», giunta alla sua quarta rilevazione, che ha coinvolto mediamente 6mila adolescenti all’anno, studenti di diversi tipi di scuole secondarie superiori (licei, istituti tecnici e istituti professionali). In questa ricerca abbiamo deciso di guardare gli adolescenti con uno sguardo né malevolente né benevolente a priori, quanto piuttosto curioso, empatico, non giudicante ma nemmeno de-responsabilizzante, accogliente ma connotato dalla fermezza che dovrebbe caratterizzare l’adulto che si assume, in maniera generativa, la responsabilità di far crescere la generazione successiva alla propria. Abbiamo deciso di metterci in ascolto della loro voce, dei loro desideri, dei loro sogni. Ma anche di considerarli come soggetti-in-relazione con pari e adulti e soggetti-nei- contesti di vita che con essi condividono.
Dal punto di vista scientifico abbiamo assunto come frameworkteorico il «Positive Youth Development», un approccio nato all’interno della psicologia degli interventi di comunità che, pur non dimenticando i rischi e le difficoltà dell’ado- lescenza, focalizza l’attenzione contemporaneamente sia sui talenti delle persone sia sui contesti relazionali in cui essi possono svilupparsi e venir valorizzati.
Q uesto framework ci ha consentito di considerare gli adolescenti come persone nella loro pienezza senza ridurre i loro talenti a profili di competenze standard, ma valorizzandoli in termini di qualità personali che hanno un valore in sé e danno valore al Sé di ciascuno. Inoltre, focalizzare l’attenzione sui contesti relazionali ha significato per noi trattare il tema di ciò che fonda il legame interpersonale e sociale, ovvero la fiducia. Costrutto relazionale per eccellenza, essa si compone di tre aspetti: cognitivo, ovvero le informazioni che si possiedono sull’altro e le strategie co- gnitive che si possono utilizzare per prevedere il suo comportamento; emotivo, ovvero la paura di fidarsi dell’altro o, al suo opposto, un coinvolgimento 'cieco' e acritico nelle relazioni; pro-sociale o morale, ovvero l’interesse non tanto e non solo per sé, non tanto e non solo per l’altro, quanto soprattutto per la relazione. Non una relazione purchessia, ma una relazione generativa, attraversata dalla dinamica del dono, che sempre porta con sé gratuità e obbligo, riconoscimento dell’altro e gratitudine. Ecco perché lo sguardo che poniamo sui giovani è importante: se la fiducia è un prerequisito affinché la relazione si generi, è lo sguardo che noi poniamo sull’altro – e viceversa – che di fatto genera il legame o lo rigenera nel caso si sia incrinato o rotto.
L o sguardo degli adulti sui giovani dunque non è privo di conseguenze. Ecco perché è così importante guardare alla Generazione Z con fiducia e studiare la qualità delle relazioni che essa vive nei diversi contesti della sua quotidianità: per dare avvio a questo circolo relazionale virtuoso che offre senso al vivere e fonda il convivere con gli altri e con le altre generazioni.
Ecco perché abbiamo dedicato al tema della fiducia e delle relazioni significative degli adolescenti un capitolo del Rapporto Giovani 2020 (edito dal Mulino) e più diffusamente ne tratteremo nella pubblicazione di prossima uscita a fine luglio per i tipi di Vita e Pensiero.
Le relazioni indagate sono quelle con i familiari, padre, madre e fratelli/sorelle; con il partner e con i pari; con compagni di squadra e allenatori. Alle relazioni con gli insegnanti era stato dedicato il volume precedente. In generale i dati della ricerca ci mostrano che la qualità delle relazioni familiari è buona e che la mamma continua a rimanere la figura cardine delle relazioni degli adolescenti. Vale la pena notare, però, che anche con il padre vi sono relazioni positive: in particolare i dati pongono in luce un interessante asse padre-figlio maschio. È questo un dato che conferma come si sia chiusa l’epoca dei cosiddetti 'padri pallidi': il padre non ha più una posizione marginale ma è difficile definire i contorni della sua presenza all’interno del nucleo familiare.
Un altro elemento interessante è l’intensità con cui sembra che questa generazione viva le relazioni al Sud: sia gli aspetti più positivi sia quelli più critici, in questa parte del nostro Paese sono vissute 'al massimo', e restituiscono l’immagine di relazioni ricche e vive. Lo stesso profilo sembrano avere le relazioni per le sorelle rispetto ai fratelli.
Chi sono, dunque, i giovani e le giovani della Generazione Z? Sono persone/ cittadini in formazione che sperimentano più degli adulti le ambivalenze del vivere: sono figli delle libertà autoespressive e sono vittime di uno scenario sociale che li rende fragili ed esclusi. In questo non sono diversi dalla generazione adulta, con la quale oggi purtroppo troppo spesso condividono la difficoltà di dare una direzione e un senso coerente al proprio vivere. Come gli adolescenti delle generazioni precedenti hanno sogni e desideri, ancorati al loro tempo. E come ci siamo spesso trovate a dire, riconfermiamo che spetta a ogni generazione assumersi le proprie responsabilità. Agli adulti viene chiesto costantemente di assumersi le proprie responsabilità, termine molto usato soprattutto in questi tempi, che nella pratica però si traduce in stretti e impervi sentieri poco frequentati. È nostra la responsabilità di iniziare a guardare al 'fenomeno adolescenza' con occhi diversi: non solo puntare il dito su ciò che non funziona, che manca, che crea disagio o problemi, ma anche e soprattutto valorizzare ciò che già c’è e che ha bisogno di essere sostenuto per potersi esprimere al meglio. È responsabilità della generazione adulta aprire lo spiraglio alla speranza d’uscita dalla liquidità baumaniana, che significa rendere pensabile e possibile la speranza in un mondo veramente a misura di persona, capace di valorizzare i talenti di ciascuno/a e rinforzi costantemente quei circoli virtuosi di fiducia che rendono la vita degna di essere vissuta.

*Paola Bignardi è coordinatrice dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo Elena Marta è componente dell’Osservatorio Giovani docente di Psicologia sociale e di comunità all’Università Cattolica




lunedì 28 ottobre 2019

LA CONDIZIONI DEI BAMBINI IN ITALIA - Rapporto 2019 di Save the children

A dieci anni dalla pubblicazione della prima edizione dell’“Atlante dell’Infanzia a rischio”, proponiamo quest’anno un bilancio sulla condizione dei bambini in Italia: cosa è successo tra il 2008 e il 2018? Quali sono stati i cambiamenti e quali le risposte allo scenario in evoluzione? Ne parleremo in questo breve estratto dell'Atlante dell'Infanzia.
Quello che ci lasciamo alle spalle è stato un decennio critico, segnato da due crisi economiche molto gravi, prima nel 2008 poi tra il 2011 e il 2012. In Italia più che altrove, questa congiuntura tanto negativa ha impattato soprattutto sui bambini e le loro famiglie, compromettendo gravemente le aspettative di crescita e producendo uno squilibrio generazionale senza precedenti.
 I pilastri del futuro del nostro Paese, i bambini, sono stati i più penalizzati.
La questione delle povertà minorili era un tema all’attenzione delle istituzioni già a metà degli anni Novanta.
Eppure ci si è limitati - nel corso del tempo - ad azioni tampone, sporadiche e selettive, e non è mai stato implementato un intervento strutturale per contrastare il problema.
Analizzando il lavoro svolto dall’ISTAT in questi dieci anni sugli indicatori della povertà, i dati che emergono diventano emblematici del tempo perso dalla politica sul fronte della tutela dell’infanzia e restituiscono un quadro molto preoccupante della situazione nel nostro Paese.
Nel 2008 appena 1 minore su 25 (il 3,7%) era in povertà assoluta, un decennio dopo si trova in questa condizione ben 1 su 8 (12,5%). Sono numeri che spaventano: nel 2007 i minori in povertà assoluta erano circa mezzo milione, oggi sono
L’impatto negativo della crisi si è concentrato soprattutto sulle famiglie con figli piccoli, ha allargato la forbice dei divari territoriali (con un picco di minori in povertà nelle regioni del Mezzogiorno) e ha colpito particolarmente i nuclei familiari degli stranieri.
In termini di abbandono scolastico l’Italia ha recuperato qualche punto percentuale nel decennio 2008-2018, ma il trend positivo di riduzione del fenomeno ha subito una battuta di arresto e dal 2016 al 2018 è passato dal 13,8% al 14,5% allontanando ulteriormente l’obiettivo europeo del 10%.



ATLANTE INFANZIA


 l'Atlante dell'Infan

giovedì 17 ottobre 2019

Scuola: LA BELLEZZA PER SCONFIGGERE L'ABBANDONO

Abbandono la scuola. Anzi, no

Da Cagliari a Como, da Napoli a Catania a Milano, buone pratiche in campo in chiave anti-dispersione I progetti puntano sulla “bellezza”, potente fattore di cambiamento sociale e di rigenerazione urbana

di PAOLO FERRARIO

E’ la bellezza, la principale alleata della scuola, nella lotta alla dispersione che, in Italia, colpisce il 14% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, ma supera il 20%, se si considera anche la “dispersione implicita”. Quella cioè che, secondo la definizione dell’Invalsi, interessa i giovani che, pur aven-È do completato le scuole superiori, arrivando a conseguire il diploma, sono ben lontani dal raggiungimento dei traguardi minimi previsti dopo tredici anni di istruzione. Con tutte le difficoltà e le fatiche che questo comporta per l’inserimento nel mondo del lavoro.
Dunque, proprio la bellezza (ma anche il coraggio, la fantasia e la generosità di tanti insegnanti, educatori e filantropi), è stata l’elemento più ricorrente nelle testimonianze ospitate a “Presenti... inclusi”, evento promosso ieri a Milano da Intesa Sanpaolo, con la Fondazione Lang Italia, per presentare alcune buone pratiche di inclusione scolastica. «La dispersione scolastica colpisce i giovani, riduce le possibilità di sviluppo personale e l’autostima», ha sottolineato Gian Maria Gros-Pietro, presidente Intesa Sanpaolo, che nel triennio 2016-2018, attraverso il Fondo di beneficenza, ha investito 27 milioni di euro (e altri 13,5 milioni quest’anno), in opere di carattere sociale e culturale. Come il progetto“Proud of you”, attivato alle Vele di Scampia, periferia degradata di Napoli, dall’associazione Next-Level di Torino, in collaborazione con l’Università “Luigi Vanvitelli”. Attraverso una didattica innovativa, centrata molto sul gioco e sulla collaborazione tra i ragazzi, il progetto ha coinvolto gli alunni dell’Istituto “Virgilio IV” e le loro famiglie. «Qui si parla di dispersione scolastica già alle elementari», ha ricordato Caterina Corapi, fondatrice di Nexy-Level, sottolineando i risultati ottenuti dal progetto: gli scolari sono passati da una media del “4” a “7” in Matematica e anche le assenze sono crollate in modo verticale. E pure le mamme, al 90% disoccupate, hanno avuto l’opportunità di riqualificarsi, frequentando un corso di pasticceria.
Sugli artisti ha puntato Antonio Presti, imprenditore e mecenate, che ha ridisegnato, in senso letterale, il quartiere Librino, confinante con l’aeroporto di Catania, dove vivono 700mila persone e ci
sono nove scuole. «Con la politica della bellezza abbiamo scardinato il potere mafioso», ha sottolineato Presti. Che nel suo progetto ha arruolato gli studenti, molti dei quali a rischio dispersione, ai quali ha fatto ridipingere il cavalcavia della tangenziale, oggi diventata “Porta della bellezza”. Sui muri dei vecchi casermoni di cemento, ha poi affisso le foto degli abitanti del quartiere, diventato così il “Cantico del Librino”.

Anche l’ex-Mercato civico di Cagliari è una periferia dimenticata del Sud. Qui opera “Domus de luna”, cooperativa sociale fondata da Ugo Bressanello, che, attraverso il progetto “I buoni e i cattivi”, dà lavoro a 48 ragazzi, tra cui anche alcuni ex-detenuti, altrimenti destinati a disperdersi nella grande periferia urbana. Oggi, invece, gestiscono attività di ristorazione, con un fatturato di 1 milione di euro all’anno. E sull’inserimento lavorativo punta anche l’associazione Cometa di Como, che ha il 62% di studenti con una certificazione Bes (Bisogni educativi speciale), che, però, per il 75% trovano lavoro entro sei mesi dal diploma. «Attraverso la bellezza, noi pratichiamo l’accoglienza e offriamo educazione », ha raccontato il direttore generale Alessandro Mele. Annunciando che, presto, i ragazzi della scuola, una delle pochissime in Italia specializzata nell’inserimento dei drop-out, gestiranno un negozio di articoli di moda nel centro del capoluogo lariano. Sul recupero dei “ritardatari” punta, infine, il progetto “Scuola bottega” dell’associazione “La strada” di Milano. In accordo con le scuole del territorio, ogni anno vengono formate due classi per portare alla licenza media, una trentina di ragazzi tra i 14 e i 18 anni, che altrimenti finirebbero anch’essi nel limbo dei dispersi.