Visualizzazione post con etichetta disagio sociale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta disagio sociale. Mostra tutti i post

mercoledì 31 agosto 2022

IL SONNO DELLA RAGIONE


 Fine dell’abbondanza, illusioni e iniquità. 

Addio al sonno della ragione

 

- di Mauro Magatti

 

«È finita l’epoca dell’abbondanza»: così ha affermato il presidente Macron, forse per preparare i suoi concittadini a un autunno e a un inverno che si annunciano complicati. Le reazioni sono state immediate: in un Paese come la Francia, con 9 milioni di poveri, una dichiarazione del genere è apparsa a molti fuori luogo. Per tanti francesi «la fine dell’abbondanza» non è iniziata oggi, ma diversi anni fa. E tuttavia la presa di posizione di Macron – politico molto vicino alla tecnocrazia internazionale – è qualcosa in più di una semplice battuta.

Fine dell’abbondanza significa, molto concretamente, l’uscita forzosa dalla lunga stagione di una crescita quantitativa pensata come illimitata, cioè senza vincoli dal punto di vista finanziario, energetico, delle risorse naturali e umane. A cui nell’immediato rischia di seguire una grandinata di cattive notizie: scarsità di energia e materie prime, inflazione a due cifre, recessione economica. La paura (giustificata) è che le difficoltà annunciate possano scatenare un’ondata di protesta e destabilizzare le democrazie. A cominciare da quella italiana. Esattamente ciò che spera Putin, che ha saputo rivoltare contro l’Occidente le sanzioni decise dopo l’invasione dell’Ucraina.

In questa situazione la risposta automatica è: più risorse pubbliche. Una soluzione che, seppur necessaria, è tuttavia insufficiente. E che però, in una campagna elettorale che guarda a mesi che si annunciano tempestosi, diventa il flauto magico suonato da tutti i leader. In fondo, nel nostro Paese l’abbondanza si è per lo più tradotta nell’ampliamento abnorme del debito pubblico e della rendita, al punto che, come ha fatto notare qualche giorno fa Alberto Brambilla, oggi «metà degli italiani vive 'a carico' di qualche altro».

Ma non esistono soluzioni facili a problemi difficili: e così, al di là delle pezze che pure occorre mettere, le difficoltà che abbiamo davanti sono un invito a cercare la via di uno sviluppo migliore rispetto a quello alle nostre spalle. Per quanto difficile, ciò è possibile a tre condizioni. In primo luogo, 'fine dell’abbondanza' significa tornare a declinare crescita economica e giustizia sociale. Una relazione che proprio l’idea di crescita infinita ha rimosso: se la torta cresce, non importa preoccuparsi troppo di come la si divide. Sappiamo, invece, che le cose sono andate diversamente: nel corso degli anni, la ricchezza si è sempre più concentrata, la quota di valore aggiunto destinato al lavoro si è ridotta a vantaggio dei profitti, gli squilibri territoriali sono aumentati.

C’è bisogno di ricomporre le divaricazioni che spaccano le nostre società, dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. Con ampie quote del ceto medio che scivolano verso una condizione di precarietà. E con le nuove generazioni che stentano a mantenere le condizioni di vita dei padri. In secondo luogo, 'fine dall’abbondanza' non significa necessariamente meno, ma può anche volere dire più.

Un più diverso dal semplice aumento del Pil. In gioco vi è l’idea di 'valore', cioè la misura di ciò che è davvero in grado di accrescere il nostro ben vivere. Sono gli choc che si stanno susseguendo a imporcelo: lo sviluppo è fatto di tutte quelle dimensioni immateriali, qualitative e relazionali che abbiamo messo tra parentesi e che invece, alla fine, sono essenziali per la nostra vita, individuale e collettiva. In terzo luogo, 'fine dell’abbondanza' comporta la capacità di gestire e trasformare il forte risentimento che cresce in una società abituata ad avere tutto ed è perciò insofferente all’idea stessa di limite. Lo abbiamo visto durante la pandemia.

Le restrizioni che ci sono state imposte dal virus hanno generato un diffuso senso di responsabilità. Ma hanno anche sviluppato forti reazioni che in alcuni casi hanno rasentato la violenza. Una società più sobria ha bisogno di una pedagogia che oggi non c’è. Ecco perché è necessario che tutti coloro che hanno responsabilità pubbliche – dai politici agli imprenditori, dai manager ai docenti – evitino di cavalcare la tigre dell’odio che questa stagione inevitabilmente alimenta.

In definitiva, la 'fine dell’abbondanza' potrebbe essere il vincolo esterno per avviare quella trasformazione di cui si sente il bisogno ma che non si sa come realizzare. Riuscendo a immaginare una crescita che, senza ridursi all’aumento dei consumi privati, sia capace di rigenerare i legami sociali, di affiancare ai diritti individuali i doveri sociali, di scommettere sulla sussidiarietà intesa come responsabilità diffusa, di investire sulla generazione e sulla formazione, di portare avanti la transizione energetica sapendo della sua urgenza e dei suoi costi.

La 'fine dell’abbondanza' significa fondamentalmente risvegliarsi dal sonno della ragione che ci ha portati a credere che la crescita sia frutto di un meccanismo automatico, di un funzionamento sistemico, indipendente dalla spinta spirituale e dalla intelligenza che vengono dalle persone e dalla comunità. Nella società che abbiamo la possibilità di costruire non si tratta più semplicemente di rivendicare il proprio benessere individuale, ma di contribuire al bene comune.

 

www.avvenire.it

 

 

sabato 6 febbraio 2021

ABBANDONO SCOLASTICO IN ITALIA


Di generazione 

in generazione

 

-         DIEGO MOTTA

 I figli delle nostre periferie rischiano di essere esclusi dai percorsi di istruzione e formazione. A pesare è sempre di più la condizione sociale di partenza: dimmi da che famiglia arrivi e ti dirò come andrai a scuola. Soprattutto, se si cresce in situazioni di marginalità. Il rapporto nazionale promosso da Openpolis e Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile ha un titolo che spiega già tutto: 'Scelte compromesse. Gli adolescenti in Italia, tra diritto alla scelta e povertà educativa minorile'. È soprattutto intorno alla capacità della scuola di trasformarsi in veicolo d’integrazione che si gioca il futuro delle nuove generazioni colpite dalla pandemia e i primi dati relativi all’anno del Covid sono purtroppo drammatici. La forbice sociale tra chi completa il percorso scolastico regolarmente e chi non ce la fa si sta ampliando pericolosamente. Il risultato? 

Cresce l’abbandono scolastico. Con alcuni aspetti inediti. Primo: il disagio sociale si trasferisce di generazione in generazione. I due terzi dei figli con entrambi i genitori senza diploma non si diplomano a loro volta. Chi ha alle spalle una famiglia con status socioeconomico e culturale alto nel 54% dei casi raggiunge risultati buoni o ottimi nelle prove di italiano. Per i loro coetanei più svantaggiati, nel 54% dei casi il risultato è insufficiente. Secondo: nelle grandi città c’è una relazione inversa tra indicatori di benessere economico e quota di neet, i giovani che né studiano né lavorano. A Milano, Quarto Oggiaro ha il doppio di neet della zona di corso Buenos Aires, a Roma, Torre Angela ha il doppio di neet del quartiere Trieste, a Napoli, i quartieri con più neet compaiono anche nella classifica delle zone con più famiglie in disagio. Le periferie d’Italia sono ancora più emarginate e la loro distanza dai salotti buoni delle grandi città è cresciuta con la pandemia. Terzo: sui percorsi scolastici differenti pesa anche la cittadinanza. È di 25,2 il divario in punti percentuali tra l’abbandono dei giovani con cittadinanza straniera e i loro coetanei e non va dimenticato che nel nostro Paese un adolescente su 12 ha una cittadinanza diversa da quella italiana.

«Con la pandemia le disuguaglianze sociali ed educative crescono e aggravano una situazione caratterizzata da grandi divari strutturali – osserva Marco Rossi-Doria, vicepresidente di Con i Bambini –. La povertà educativa ha spesso origine in queste disparità, non solo economiche, ma sociali e culturali. È un fenomeno che non può riguardare solo la scuola o le singole famiglie, ma chiama in causa l’intera comunità educante».

Il fenomeno della dispersione scolastica è l’emblema di un diritto alla scelta che è stato compromesso. È il risultato di tanti fattori, dall’origine sociale e familiare alle prospettive del territorio in cui si abita. Nelle aree interne l’offerta educativa viene minata da fattori come l’alta mobilità dei docenti, le pluriclassi composte da alunni di età diverse, le scuole sottodimensionate, il fenomeno delle classi pollaio. Un incrocio pericoloso tra difficoltà storiche delle comunità e ritardi cronici del mondo scolastico.

«Dietro ogni ragazzo e ragazza che lascia la scuola anzitempo ci sono tanti fallimenti educativi che non possono essere considerati solo problemi individuali o delle istituzioni scolastiche – sottolinea ancora Rossi-Doria –. Sono fallimenti per l’intera società nel preparare la prossima generazione di adulti».

www.avvenire.it

 Conibambini