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giovedì 14 agosto 2025

CRESCIUTI SENZA INFANZIA

 


Quei rom alla guida

 dell’auto pirata?

 Bambini cresciuti 

senza infanzia 

che diventeranno 

uomini “amputati”

Dopo l'uccisione di un'anziana in via Saponaro, a Milano, investita da un’auto guidata da quattro ragazzini tra gli 11 e i 13 anni, ci si chiede: si sarebbe potuto evitare? Cosa si potrebbe fare per l'educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom che vivono in emergenza abitativa? «Per combattere la povertà educativa è necessario un approccio integrato: scuola, sanità, lavoro».

Dialogo con Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’associazione 21 luglio che da anni mappa gli insediamenti rom e sinti nel nostro Paese

di Ilaria Dioguardi

Le magliette dei Pokemon. Le indossavano tre dei quattro bambini tra gli 11 e i 13 anni nel momento in cui, a bordo di un’auto rubata, lunedì 11 agosto hanno investito e ucciso a Milano la 71enne Cecilia De Astis, mentre attraversava sulle strisce pedonali. Indossavano magliette da bambini «ma sono adulti cresciuti troppo in fretta», dice Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’associazione 21 luglio, che dal 2010, con l’attività di advocacy, lavora per favorire il cambiamento di misure politiche che producono esclusione e marginalizzazione su base etnica.

Stasolla, un fatto come quello successo a Milano si sarebbe potuto evitare?

Il fallimento della società

Al di là della responsabilità individuale su cui non entro nel merito, è chiaro che ogni fatto di marginalità, soprattutto per la durata nel tempo (parliamo di famiglie che dagli anni ’90, quindi da 30-40 anni, vivono in quelle condizioni), è un fallimento della società.

È un fallimento della società perché non è riuscita ad avere strumenti, competenze, capacità per includere persone che nomadi non sono, che noi abbiamo reso nomadi attraverso le azioni di sgombero forzato. Quei ragazzini vivono una diffusa situazione di povertà educativa con evasione scolastica, con tutte le caratteristiche tipiche di chi vive la povertà educativa, che non sono solamente i rom. C’è tutta una “enclave” di periferie italiane dove si riscontrano le stesse problematiche che si riscontrano nei campi rom. Molti bambini non vanno a scuola, l’evasione scolastica è molto alta, la microcriminalità è diffusa e le competenze non ci sono. Quei bambini sono figli di rom di origini bosniache. Spesso queste famiglie, essendoci stata una cancellazione della cittadinanza, negli anni 2000, da parte dei governi che poi si sono staccati dalla ex Jugoslavia (parliamo di Bosnia Erzegovina, Montenegro, Serbia, Croazia), sono prive di documenti. Può essere che i genitori di questi ragazzini siano da 40 anni in Italia senza documenti. Quindi, in questa vicenda c’è una responsabilità istituzionale molto forte e grave. Parlo in generale, non entro nell’accaduto perché qui ci sono altre responsabilità che non spetta a me definire.

Per combattere la povertà educativa non basta lavorare solamente sulla scuola o sui minori, è necessario un approccio integrato che prevede il sostegno nella regolarizzazione documentale, l’inclusione abitativa, l’inclusione a livello sanitario e quella lavorativa.

 Poi è fondamentale la questione scolastica

A proposito di povertà educativa, cosa si dovrebbe fare per l’educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom?

Prima di tutto, bisogna specificare che parliamo di bambini e ragazzi rom “che vivono in emergenza abitativa”, in questo caso: non tutti i rom vivono in povertà educativa. La nostra associazione aggiorna costantemente un sito, Il paese dei campi, con la mappatura e le informazioni degli insediamenti abitati da rom e sinti in Italia. Un dato interessante è che solo il 6% dei rom oggi in Italia vive nei campi, quindi dire che “i rom vivono nei campi” è assolutamente falso.

Per favorire l’educazione e l’inclusione di bambini e ragazzi rom che vivono in emergenza abitativa, anzitutto è centrale proprio la questione abitativa, bisogna avviare dei programmi. Il nostro lavoro come associazione è quello di dare supporto alle amministrazioni affinché le persone dal campo passino alla casa. Per combattere la povertà educativa è necessario un approccio integrato che prevede il sostegno e l’inclusione nella regolarizzazione documentale prima di tutto: senza documenti e senza residenza non si può fare nulla. Poi, sono necessari l’inclusione abitativa, l’inclusione a livello sanitario e quella lavorativa. Poi è fondamentale la questione scolastica.

Quindi, sono cinque gli assi importanti attraverso i quali, con un approccio integrato, una famiglia rom in emergenza abitativa può uscire dalla marginalità e includersi. Nei campi, che sono in superamento in tutta quanta l’Italia, lavoriamo su questi cinque assi. Un intervento legato solamente alla questione scolastica è insufficiente: se un bambino frequenta la scuola ma non ha, a casa, un posto dove studiare o dove mangiare un pasto, ogni tentativo è vanificato.

Dei bambini protagonisti della drammatica vicenda nel capoluogo lombardo, cosa vuole dirci?

Che sono bambini diventati adulti troppo in fretta. Sono bambini che si perdono tutta l’infanzia, il gioco, lo studio, il rapporto con i loro coetanei. Crescendo diventeranno degli uomini amputati di tanti valori che non hanno mai potuto conoscere e apprezzare. Hanno un futuro fortemente segnato, non c’è un’ascensione sociale in questi casi. I loro genitori sicuramente hanno vissuto le stesse vicende e, se non si cambia qualcosa, i loro figli faranno lo stesso. È qualcosa che diventa fisiologico in tutte le situazioni di esclusione, di marginalità e di povertà.

Un fatto come quello accaduto a Milano può alimentare facili stereotipi.

Sì, e faccio qualche riflessione. Nel caso specifico, molti come il ministro Matteo Salvini sbagliano perché dove vivono quei ragazzini non è un campo, né abusivo né formale, non si può sgomberare tecnicamente. C’è da fare una grossa riflessione su questi gruppi marginali di famiglie vittime di sgomberi forzati, che sono pochi in Italia, ma da 40 anni vivono in condizioni di grave marginalità e il governo centrale, il più delle volte anche i governi locali, fanno finta di nulla se non in occasione di questi eventi.

Il luogo in cui vivono quei bambini è uno spazio acquistato probabilmente dalle stesse famiglie o da una di loro, è un posto sulla Terra dove si sono collocate con delle roulotte, delle baracche. Chiaramente è una situazione di deprivazione, di povertà educativa molto grave. I ragazzini di cui parliamo sono di origine bosniaca. L’errore di fondo viene da quando negli anni ’90, con la morte di Tito e la disgregazione dell’ex Jugoslavia, molte persone della minoranza rom sono scappate in Italia. Se altrove, come in Germania, in Svezia, in Inghilterra, sono stati riconosciuti come rifugiati politici e hanno fatto dei percorsi di inclusione (tra l’altro nella ex Jugoslavia tutti quanti vivevano nelle case), in Italia ciò non è avvenuto.

 

E si fa un errore, in cui tra l’altro è caduta anche Debora Serracchiani, che in una dichiarazione ha affermato: «Non tutti i nomadi sono così». L’abbaglio è di considerarli nomadi. Chi è scappato dalla ex Jugoslavia per la guerra non è un nomade, queste famiglie non erano nomadi nel loro Paese, dove vivevano nelle case. In Italia c’è questo abbaglio culturalista per cui si dice che sono nomadi, vanno messi nei campi e dobbiamo creare degli spazi all’aperto per tutelare la loro cultura.

Sicuramente se vivono in campi oggi, a distanza di quasi 40 anni, è perché hanno subito diversi sgomberi. Oggi un gruppo molto marginale di rom vive come queste famiglie, in camper, appoggiandosi in punti nascosti della città. Come dicevo, il 94% vive in casa, altri in campi formali, come quello della Chiesa Rossa (che è un campo adiacente a quello in cui vivono a Milano quei ragazzini), o in campi informali, che sono molto pochi. Oppure, vivono in situazioni di povertà e di esclusione estrema, che è quella in cui vivono le famiglie di questi ragazzini.

VITA

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mercoledì 22 dicembre 2021

IL VACCINO ? UN ATTO DI AMORE


 La Santa Sede ribadisce 

la posizione favorevole ai vaccini: 

“Un atto d’amore”

 

Oggi la pubblicazione di due documenti della Pontificia Accademia per la Vita e della Commissione Vaticana Covid-19 sui disagi e le patologie provocate dalla pandemia in bambini e adolescenti. L’invito ad un'equa vaccinazione, soprattutto nei Paesi poveri, e al sostegno di governi e parrocchie a bambini rimasti orfani o vittime di violenza. Dalla Pav l’appello a lasciare le scuole più aperte possibile: "Chiuderle sia l'ultima ratio"

 

-         Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano

-          

Vaccinarsi è “un atto d’amore”. Lo aveva detto il Papa, esortando ad una campagna vaccinale seria ed egualitaria soprattutto per le popolazioni più povere, lo ribadisce ora la Santa Sede, mentre sono in corso nel mondo le campagne di inoculazione dei più piccoli. In un breve comunicato il Vaticano riafferma “la posizione favorevole” ai vaccini anti Covid. “Il Santo Padre – si legge - ha definito la vaccinazione un atto d’amore, poiché finalizzata alla protezione delle persone contro il Covid-19. Inoltre, ha recentemente ribadito l’esigenza che la comunità internazionale intensifichi maggiormente gli sforzi di cooperazione, affinché tutti abbiano accesso rapido ai vaccini, non per una questione di convenienza, ma di giustizia”.

L'Accademia per la Vita e la Commissione Covid a favore dei bambini 

Il comunicato viene diffuso oggi, ad un anno dalla divulgazione delle note sullo stesso tema della Congregazione per la Dottrina della Fede e delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali, e in occasione della pubblicazione di due documenti della Pontificia Accademia della Vita e della Commissione vaticana Covid-19, istituita e operante in seno al Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. Entrambi i testi concentrano la loro attenzione su quella “pandemia parallela” che ha colpito duramente la già fragile categoria di bambini e adolescenti, costretti a rivedere abitudini e stili di vita, con conseguenze gravi come disagi e patologie, estremamente diversificate a seconda dell’età e delle condizioni sociali e ambientali.

Equa distribuzione dei vaccini

Nei due testi si parla di stress, lutti familiari, abusi psicologici e sessuali durante il lockdown, regressione scolastica, problematiche relazionali e, in merito, sono illustrate proposte e soluzioni concrete per rendere meno traumatico questo passaggio, arduo anche per gli adulti. Il primo passo è un'equa distribuzione del vaccino, perché – si legge nel testo della Commissione Covid - “gli effetti nocivi del virus sui bambini possono essere completamente mitigati solo se si limita la diffusione del Covid-19. Vaccinarsi è un atto d’amore, amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli”. A tal proposito la Santa Sede ricorda che "la vaccinazione dei minorenni, a partire dai 5 anni, con i vaccini mRna è stata autorizzata ampiamente, considerando l'elevato valore dei benefici rispetto ai rischi". Quindi, afferma il documento, "preme, in questa sede, sottolineare che, date le circostanze dell'attuale diffusione della pandemia e della qualità dei vaccini autorizzati, la vaccinazione dei minori sopra i 5 anni può essere ritenuta raccomandabile, compatibilmente con un'equa distribuzione dei vaccini in tutto il mondo". "Le controindicazioni e i possibili effetti collaterali - annota ancora la PAV - sono di rilievo decisamente inferiore rispetto ai benefici che si ottengono".  

Il rapporto bambini-scuola

Non si dimentica, poi, la questione del rapporto bambini-scuola. La Commissione Covid chiede di proteggere i bambini che hanno subito un trauma durante il lockdown ("compresi abusi fisici e sessuali") alla riapertura delle scuole. In particolare, ci sono ragazze che “potrebbero non tornare più a scuola a causa delle sfide specifiche che devono affrontare”. Gli istituti, pertanto, dovrebbero lavorare “per rispondere ai bisogni dei bambini colpiti dal trauma e per aiutare quelli che affrontano barriere all'accesso e alla partecipazione scolastica”, incita il documento.

Il testo della PAV, invece, affronta il tema facendo un passo indietro e, cioè, a partire dalla scelta stessa di chiudere le scuole, motivata dalla comunità scientifica con la necessità di evitare la diffusione del contagio nelle comunità. Un'esperienza efficace per l’appiattimento della curva del contagio, ma che, d’altra parte, ha provocato effetti gravi. “La chiusura delle scuole ha interrotto anche le relazioni sociali o le ha gravemente mutilate”, sottolinea il testo. È evidente agli occhi di educatori, clinici, genitori e operatori sociali “l’accumulo di frustrazione e di disorientamento soprattutto degli adolescenti, particolarmente aggravato da pregressi contesti di povertà e disagio sociale. La mancanza di interazione multidimensionale nel rapporto educativo e nella relazione sociale prova un impatto negativo sul sentimento della qualità della vita, sulle motivazioni della formazione della persona, sulla cura della responsabilità sociale”. “Non possiamo non sottolineare che la frequenza quotidiana della scuola non è solo strumento educativo”, afferma la PAV. “Per tutti, ma soprattutto in età adolescenziale, si tratta anche di ‘scuola di vita’, di relazioni, di legami amicali e di educazione affettiva”.

Per questo l’Accademia della Vita chiede che la chiusura delle scuole “dovrà in futuro essere considerata solo l’ultima ratio da adottare in casi estremi e solo dopo aver sperimentato altre misure di controllo epidemico quali una diversa sistemazione dei locali, dei mezzi di trasporto e dell’organizzazione dell’intera vita scolastica e dei suoi orari”.

Esempi di resilienza

Lodando comunque l’uso dei mezzi tecnologici e le risorse della rete che hanno permesso la didattica a distanza, la PAV ricorda che nel disagio generale sono, tuttavia, emersi positivi di “resilienza” creativa e ingegnosa, come quella dei bambini che si sono messi in moto con “commovente ostinazione”, percorrendo chilometri a piedi pur di raggiungere la scuola, oppure quella di insegnanti itineranti che raggiungono piccoli gruppi di alunni nei loro villaggi, con i mezzi più diversi.

“I ragazzi devono frequentare la scuola. Lasciamo che i bambini vadano a scuola”, è dunque l’appello della Pontificia Accademia. “Lasciamo che la scuola sia un ambiente sano, dove si apprendano il sapere e la scienza del vivere insieme e delle relazioni. Lasciamo che i più piccoli abbiano buoni maestri, attenti ai talenti di ciascuno e capaci di pazienza e di ascolto”.

Sostenere e accompagnare gli orfani del Covid

Nella riflessione dei due documenti non si dimentica la delicata questione dei bambini rimasti orfani di genitori deceduti a causa del Covid, considerando la stima che, "entro il 30 settembre 2021, più di 5 milioni di bambini abbiano perso un genitore, un nonno o un tutore secondario, a causa del Covid-19". Per questi minori si chiede di “rafforzare i sistemi che promuovono la cura dei bambini all’interno della famiglia”: “Ogni sforzo dovrebbe essere fatto per evitare la separazione dei bambini e per fornire assistenza ai genitori superstiti o alle famiglie affidatarie/adottive”, si legge nel documento, che cita la campagna lanciata da Catholic Relief Services e dai suoi partner, “Changing the Way We Care”, che contiene risorse utili su come i governi possano assicurare che i bambini rimangano con le loro famiglie. “Ai bambini in lutto dovrebbe essere fornito un sostegno psicosociale”.

L’appello va soprattutto a diocesi e parrocchie che “dovrebbero essere preparate a intervenire rapidamente quando le famiglie sono colpite dal Covid-19”, istituendo squadre di risposta per identificare preventivamente le famiglie a rischio, fornire loro preghiera e assistenza, guidarle attraverso il processo di lutto. “L'improvviso insorgere della povertà può aumentare il rischio che un bambino venga separato dalla sua famiglia”, ammonisce la Commissione vaticana. “Garantire un’assistenza sicura e arricchente all’interno della famiglia dovrebbe essere una priorità per la Chiesa”. I membri della parrocchia possono quindi mobilitarsi per assicurare che i bambini colpiti dal coronavirus rimangano nell'assistenza familiare e, in caso di morte di un genitore o di chi si prende cura del bambino, le chiese possono anche aiutare a identificare e sostenere i parenti che si prenderanno cura del bambino, o sostenerne affidamento o adozione. In quest’ultimo caso, si chiede di trovare una famiglia amorevole per il maggior numero possibile dei bambini organi e di poter realizzare il passaggio dagli orfanotrofi ad altre risorse della comunità, come asili o altri fornitori di servizi sociali.

I piccoli vittime di violenza

Alla protezione di questi piccoli, come a quella di coloro che sono vittime di violenza, sfruttamento e abbandono, i due organismi della Santa Sede chiedono di dedicare una maggiore spesa di bilancio. “La protezione dell’infanzia è spesso una bassa priorità e riceve finanziamenti minimi dal governo. I governi dovrebbero sviluppare, rafforzare e finanziare i loro sistemi di protezione dell’infanzia”, evidenzia il documento della Commissione. Mentre quello della PAV elenca alcuni dati reali, come l’aumento del 40-5% dei casi di violenza domestica diretta o passiva durante il lockdown, o l’incremento del 20% delle richieste di aiuto nei soli primi giorni delle chiusure. A ciò si aggiunge anche l’aumento dello stress genitoriale dopo un periodo prolungato di lockdown che si è ripercosso direttamente sul benessere mentale dei bambini. Vengono chiamate pertanto in causa anche le parrocchie che “possono lavorare per ridurre la banalizzazione della violenza contro i bambini dentro e fuori la famiglia”, magari creando spazi sicuri e gruppi di sostegno dove i bambini a rischio possano ricevere consulenza, riducendo anche l’isolamento sociale determinato dall’emergenza sanitaria. “Le chiese possono anche individuare i bambini a rischio di violenza e fornire loro un sostegno diretto o metterli in contatto con i programmi e servizi disponibili”, si legge in un altro passaggio del testo, dove peraltro si denuncia che "circa 10 milioni di ragazze sono a rischio di matrimonio infantile a causa della pandemia, e numerosi rapporti parlano di un aumento delle gravidanze infantili".

Programmi di assistenza sociale

Tra le iniziative proposte anche quella di combinare i trasferimenti di denaro in contanti per i poveri con programmi complementari di assistenza sociale come il sostegno psicosociale e la genitorialità positiva. Iniziative che “affrontano le significative barriere non finanziarie con cui devono fare i conti i bambini poveri e le loro famiglie”.

Proprio alle famiglie è dedicato un ampio passaggio del documento dell’Accademia della Vita, che esorta a custodire le relazioni familiari, a trasmettere la fede nel Dio della vita e educare i più giovani alla mondialità e alla fraternità universale.

 Vatican News

 Approccio equo e solidale

DOCUMENTO SUI VACCINI



 

venerdì 30 ottobre 2020

CORONA VIRUS. NESSUNO SCAGLI LA PRIMA PIETRA

DI CHI E' LA COLPA?

-          Giuseppe Savagnone *

 A differenza di quello che era accaduto prima dell’estate – quando era sembrato che il Paese si stringesse intorno al governo, perdonandogli le non poche incertezze e contraddizioni con cui aveva affrontato la pandemia –, il clima che si respira in questi giorni in Italia appare fortemente deteriorato. Le proteste di piazza sono solo la punta dell’iceberg. Il malcontento, la sfiducia, la rabbia si sono diffusi con la stessa rapidità del virus. Anche qui, naturalmente, ci sono livelli diversi di contagio: dietro quelli che gridano, ce ne sono molti altri – gli asintomatici – che la preoccupazione e la disillusione se la portano dentro.

Di nuovo colti di sorpresa!

Ad essere sul banco degli imputati, in questo processo virtuale, è naturalmente il governo, e, prima di tutti, il presidente del Consiglio. Gli si rimprovera di non avere saputo prendere le misure necessarie – né sul piano sanitario, né su quello economico – per fronteggiare la prevedibile (e ampiamente prevista) “seconda ondata”. Oggi ci ritroviamo con l’acqua alla gola, come e peggio che a marzo, costretti di nuovo a contare con ansia i posti ancora liberi negli ospedali, soprattutto nei reparti di terapia intensiva, e a prendere atto della carenza di personale medico e infermieristico. Si ha la netta sensazione che sia mancato un progetto organico e che siamo stati di nuovo “colti di sorpresa”, come a marzo. Con la differenza che allora la sorpresa era legittima, adesso no.

La mancata elaborazione di un piano complessivo

Anche sul piano economico, non sembra che il governo abbia elaborato un piano complessivo per fronteggiare la crisi che inevitabilmente – lo si sapeva – avrebbe colpito il Paese, soprattutto la piccola imprenditoria e alcuni settori. E anche quando ha cercato di predisporre misure per proseguire alcune attività, queste non sono state abbastanza tempestive e risolutive da evitare che il ritorno in forze del virus costringesse, dopo tante spese, a una parziale chiusura o – come è stato nel caso delle lezioni nella scuola superiore – a un sostanziale ridimensionamento.

Il carente apporto dell’opposizione

Abbiamo dunque un colpevole da lapidare? A farne dubitare è la prova offerta, a sua volta, dall’opposizione. I leader dei partiti di destra hanno ragione di criticare lo stile verticistico del premier. Ma, quando si va a vedere nel merito quali sono state, in questi mesi, le loro proposte, si constata che esse hanno oscillato da un estremo all’altro, come se fossero ispirate più alla necessità di far sentire la propria voce critica nei confronti del governo, che non a una coerente progettualità. Ed anche per quelle poche rivendicazioni su cui l’opposizione è stata schierata univocamente, è difficile rimpiangere che non siano state prese in considerazione. Basti pensare alla richiesta ossessivamente ripetuta di nuove elezioni, del tutto irrealistica, nel contesto attuale di emergenza, o a quella di chiudere i porti, accusando i migranti di essere la causa dell’aumento dei contagi. Accusa smentita dai dati oggettivi, secondo cui solo il 3-5% degli immigrati erano positivi e molti a causa delle disumane condizioni dei nostri centri di accoglienza.

Le responsabilità delle regioni

Insomma, se il governo ha fatto degli errori, neanche i partiti di opposizione è innocente. Tanto più che ad essi appartengono i governatori di ben quindici regioni su venti, tra cui la Lombardia, che è stata e rimane l’epicentro della pandemia. E, per quanto riguarda i servizi relativi alla tutela della salute dei cittadini, dal punto di vista giuridico, la competenza delle regioni e quella dello Stato si intrecciano strettamente, rendendo difficile stabilire le rispettive responsabilità di ciò che sta accadendo.

Ma la colpa non è solo della politica

La colpa di tutto, allora, è della classe politica nel suo insieme? Ancora una volta, si tratta di una risposta troppo semplice e troppo comoda, anche se molti se ne accontentano e la traducono in slogan qualunquisti. La verità è che anche gli italiani nel loro complesso hanno sottovalutato la minaccia. Pur con l’attenuante del comprensibile bisogno di libertà e di svago, dopo la cupa stagione del lockdown, i nostri giovani si sono scatenati nelle discoteche e nella movida, ed anche gli adulti hanno preso spesso alla leggera le raccomandazioni degli esperti che invitavano alla prudenza, affollandosi nelle code delle vacanze e sulla spiagge – ovviamente senza mascherina –, o festeggiando senza alcuna cautela, in locali privati e pubblici, matrimoni, lauree, battesimi, successi professionali.

Perché il governo non è intervenuto?

Certo, il governo avrebbe potuto bloccare tutto questo con rigorosi divieti. Ma dobbiamo dargli atto che a impedirlo erano due ordini di difficoltà. Le prime, quelle derivanti delle esigenze oggettive di categorie legate al turismo e alla ristorazione, che avevano particolarmente sofferto per le chiusure dei mesi precedenti. L’altro ordine di difficoltà è stato costituito dalle prese di posizione di quegli scienziati che, contrapponendosi alla maggioranza dei loro colleghi, hanno dato man forte al partito di coloro (ancora una volta l’opposizione in questo ha avuto il suo peso) che accusavano il governo di sfruttare il virus per limitare le libertà personali. Ricordiamo tutti i nomi di questi medici che irresponsabilmente – oggi posiamo dirlo senza esitazioni – hanno cavalcato la voglia diffusa di spensieratezza, invitando le persone a non preoccuparsi più del virus e a vivere la propria vita “normalmente”.

Davvero essere positivi non significa nulla?

«Essere positivi non significa essere malati», è stato lo slogan di questi illustri studiosi, applauditi dalla folla dei negazionisti o semi-negazionisti. Ed è vero. Ma hanno dimenticato di aggiungere quello che essere positivi significa: poter infettare altri, che invece il virus fa ammalare e può uccidere o menomare gravemente (sempre più i medici segnalano dei seri danni anche nell’organismo di coloro che risultano guariti). Che l’aumento vertiginoso dei positivi “non significhi nulla” lo smentisce clamorosamente il rapporto con la crescita dei casi di malattia vera e propria. Oggi in Italia ci sono più 16.000 pazienti che hanno avuto bisogno di essere ricoverate in ospedale e di esse 1.500 sono in terapia intensiva. E si tratta di numeri purtroppo in costante, rapidissima crescita. Per non parlare dei decessi, che in sole ventiquattr’ore ormai raggiungono e superano la soglia dei 200. Chi ha convinto gli italiani a sfidare le regole della prudenza, suggerite e ribadite dalla maggioranza del corpo scientifico, forse dovrebbe riflettere sulle responsabilità dei cattivi maestri.

Gli scenari mondiali ed europei relativizzano i nostri errori

Nessuno, in questo contesto, ha il diritto di tirare la prima pietra. Tanto più che, per quanto grandi siano stati gli errori commessi da tutti nel nostro Paese, la situazione degli altri – a livello mondiale, come a quello europeo – ci avverte che le difficoltà oggettive create dal virus sono immani. Questo vale anche per il governo. Avremmo voluto Macron, o Johnson, o Sánchez oppure Trump, al posto di Conte? I loro Paesi stanno peggio del nostro. Perfino la Germania, le cui strutture sono da sempre ben più solide ed efficienti di quelle italiane, si trova oggi a decretare misure ancora più drastiche di quelle che suscitano le proteste degli italiani.

Lasciamo cadere le pietre e tendiamoci a vicenda le mani

Forse sarebbe il caso, allora, di cambiare tutti atteggiamento e di passare, dalla caccia ai colpevoli, al riconoscimento degli sforzi che ognuno, comunque, con i suoi limiti, ha fatto e sta facendo e alla decisione di collaborare al bene comune del Paese in questo concreto momento storico. L’urgenza vera non è un governo di unità nazionale – che sarebbe, nel clima attuale, solo l’occasione per una diversa suddivisione delle famose “poltrone” –, ma l’unità nazionale, di cui questo governo se mai potrebbe essere, successivamente, l’espressione. A questo ognuno può fin da ora contribuire, tendendo la propria mano, dopo aver lasciato cadere la pietra che stringeva.

 *Pastorale Cultura – Diocesi Palermo

 www.tuttavie.eu

 

martedì 26 maggio 2020

ONU: UNA NUOVA UNITA' E SOLIDARIETÀ' PER VINCERE OGNI VIRUS


Guterres: le minacce globali esigono una nuova solidarietà

L'Osservatore Romano pubblica oggi l'intervista in esclusiva ai media vaticani del Segretario Generale delle Nazioni Unite, nelle cui parole è la profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno all’appello per un cessate il fuoco mondiale e la forte sottolineatura di quanto la pandemia sia un segnale di allarme che richiede unità e rinnovata solidarietà globale
di Andrea Monda

“La pandemia deve essere un campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e solidarietà”. Lo ha sottolineato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, in questa intervista in esclusiva ai media vaticani:
Lei ha recentemente lanciato un appello per la pace nel mondo colpito dalla pandemia. Un'iniziativa che ancora una volta si collega a quelle di Papa Francesco -  da lei incontrato in Vaticano alla fine dello scorso anno e insieme al quale  ha diffuso un videomessaggio - che non smette di chiedere la cessazione di ogni guerra. Lei ha detto: la furia del virus illustra la follia della guerra. Perché secondo lei è cosi difficile far passare questo messaggio?
R. - Anzitutto vorrei ribadire la mia profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno dato al mio appello globale per il cessate il fuoco e al lavoro delle Nazioni Unite. Il suo impegno globale, la sua compassione e i suoi inviti all’unità riaffermano i valori centrali che guidano il nostro lavoro: ridurre la sofferenza umana e promuovere la dignità umana.
Quando ho lanciato l’appello per il cessate il fuoco, il mio messaggio alle parti coinvolte in  conflitti in tutto il mondo è stato semplice: i combattimenti devono cessare di modo che possiamo concentrarci sul nostro nemico comune, il Covid-19.
Finora l’appello ha ricevuto l’appoggio di 115 Governi, di organizzazioni regionali, di più di 200 gruppi della società civile nonché di altri leader religiosi. Sedici gruppi armati si sono impegnati a porre fine alla violenza. Inoltre, milioni di persone hanno firmato una richiesta di sostegno on-line.
Ma la diffidenza continua a essere grande, ed è difficile tradurre questi impegni in azioni che facciano la differenza nella vita di quanti subiscono gli effetti dei conflitti.
I miei rappresentanti e inviati speciali si stanno adoperando instancabilmente in tutto il mondo, con il mio coinvolgimento diretto laddove è necessario, per trasformare le intenzioni espresse in cessate il fuoco concreti.
Continuo a esortare le parti in conflitto, e tutti coloro che possono influenzarle, a mettere al primo posto la salute e la sicurezza delle persone.
Vorrei anche ricordare un altro appello che ho lanciato e che considero essenziale: un appello per la pace domestica. In tutto il mondo, con il diffondersi della pandemia stiamo assistendo anche a un preoccupante aumento della violenza contro donne e ragazze.
Ho chiesto ai Governi, alla società civile e a tutti coloro che possono  aiutare nel mondo di mobilitarsi per proteggere meglio le donne. Ho chiesto anche ai leader religiosi di tutte le fedi di condannare in modo inequivocabile ogni atto di violenza contro le donne e le ragazze e di sostenere i principi fondamentali dell’uguaglianza..
Alcuni mesi fa, ben prima dell'esplosione della pandemia,  lei ha parlato della paura come la merce più facile da vendere. E' una questione che ora, in queste settimane,  rischia di essere ulteriormente amplificata. Come contrastare secondo lei, e soprattutto in questo difficile periodo, il sentimento di paura che si diffonde tra le persone?
R. - La pandemia del Covid-19 non è soltanto un’emergenza sanitaria globale. Nelle ultime settimane c’è stata un’impennata delle teorie del complotto e dei sentimenti xenofobi. In alcuni casi sono stati presi di mira giornalisti, operatori sanitari o difensori dei diritti umani solo per aver fatto il loro lavoro.
Sin dall’inizio di questa crisi ho esortato alla solidarietà tra società e tra paesi. La nostra risposta deve basarsi sui diritti umani e sulla dignità umana. Ho invitato anche le istituzioni educative a concentrarsi sull’alfabetismo digitale, e ho esortato I media, specialmente le società della comunicazione sociale, a fare molto di più per segnalare ed eliminare contenuti razzisti, misogini o altrimenti dannosi, in linea con le leggi internazionali sui diritti umani.
I leader religiosi hanno un ruolo cruciale da svolgere nel promuovere il rispetto reciproco nelle loro comunità e anche al di fuori di esse. Si trovano in una posizione ottimale per sfidare messaggi inesatti e dannosi e per incoraggiare tutte le comunità a promuovere la non violenza e a respingere la xenofobia, il razzismo e ogni forma di intolleranza.
Ad alimentare la paura contribuiscono sicuramente le false notizie di cui lei ha recentemente denunciato una diffusione sempre maggiore. Come combattere la disinformazione senza rischiare, in nome di questa battaglia, di offuscare libertà e diritti fondamentali?
R. - La gente nel mondo vuole sapere che cosa fare e dove rivolgersi per avere consiglio. Invece è costretta a gestire una epidemia di disinformazione che, se va male, può mettere in pericolo delle vite. Rendo onore ai giornalisti e a coloro che controllano le informazioni nella montagna di storie e post fuorvianti pubblicati nei social media. A sostengo di tale impegno, ho lanciato una iniziativa delle Nazioni Unite di risposta alle comunicazioni chiamata Verified, volta a dare alla gente informazioni accurate e basate sui fatti, incoraggiando al tempo stesso soluzioni e solidarietà mentre passiamo dalla crisi alla ripresa.
Anche i leader religiosi hanno un ruolo da svolgere, utilizzando le loro reti e le loro capacità di comunicazione per sostenere i governi nel promuovere le misure di salute pubblica raccomandate dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – dal distanziamento fisico a una buona igiene – e per  smentire false informazioni e voci.
Tra le informazioni infondate che quotidianamente raggiungono l'opinione pubblica figurano in questi giorni molte critiche contro agenzie dell'Onu, come l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Qual è il suo giudizio in proposito?
R. - Mentre piangiamo le vite perse a causa del virus, ci angoscia il fatto che ce ne saranno molte altre, specialmente nei luoghi meno capaci di far fronte a una pandemia. Guardare indietro a come la pandemia si è sviluppata e alla risposta internazionale sarà essenziale. Ma in questo momento l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’intero sistema delle Nazioni Unite stanno facendo una corsa contro il tempo per salvare vite.
Mi preoccupa in modo particolare la mancanza di un’adeguata solidarietà con i paesi in via di sviluppo – sia nel fornire loro il necessario per rispondere alla pandemia del Covid-19 sia per far fronte al drammatico impatto economico e sociale sui più poveri nel mondo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’intero sistema delle Nazioni Unite sono interamente  mobilitati per salvare vite, prevenire la carestia, attenuare il dolore e pianificare la ripresa.
Abbiamo definito un piano di risposta umanitaria globale per 7.6 miliardi di dollari americani per le popolazioni più vulnerabili, tra cui i rifugiati e le persone internamente dislocate.  Finora i donatori hanno offerto quasi un miliardo di dollari e io proseguo nel mio impegno per assicurare che questo piano venga finanziato per intero.
I nostri team nei diversi paesi stanno lavorando in coordinamento con i Governi per mobilitare finanziamenti, aiutare i ministeri della salute a essere preparati e sostenere le misure economiche e sociali, dalla sicurezza alimentare e l’istruzione da casa al trasferimento di contanti e molto altro ancora.
Le nostre operazioni di pace continuano a svolgere i loro importanti mandati di protezione e a sostenere i processi di pace e politici. Le reti di distribuzione delle Nazioni Unite sono state messe a disposizione dei paesi in via di sviluppo, con milioni di kit per il test, respiratori e mascherine chirurgiche che sono ormai arrivate in più di cento paesi. Abbiamo organizzato voli solidali per portare più forniture e operatori in decine di paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. E sin dall’inizio, ho mobilitato le competenze di cui dispone la famiglia delle Nazioni Unite per fornire una serie di relazioni e ragguagli sulle politiche al fine di offrire analisi e consigli per una risposta efficace e coordinata da parte della comunità internazionale. (https://www.un.org/en/coronavirus/un-secretary-general)
Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano gli attacchi al multilateralismo. C’è bisogno, a suo giudizio, di rafforzare la fiducia nei confronti delle istituzioni internazionali? E come ciò può avvenire?
R. - La collaborazione e il contributo di tutti gli stati – compresi quelli più potenti – sono essenziali non solo per combattere il Covid-19, ma anche per affrontare le sfide della pace e della sicurezza che si presentano. Sono anche essenziali per aiutare a creare le condizioni per una ripresa efficace nel mondo sviluppato e in quello in via di sviluppo. Il virus ha dimostrato la nostra fragilità globale. E questa fragilità non è limitata ai nostri sistemi sanitari. Riguarda tutti gli ambiti del nostro mondo e delle nostre istituzioni.
La fragilità degli sforzi globali coordinati è evidenziata dalla nostra mancata risposta alla crisi climatica, dal rischio sempre crescente della proliferazione nucleare, dalla nostra incapacità di riunirci per regolamentare meglio il web.
La pandemia deve essere un campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e solidarietà.
Lei ha pubblicamente plaudito all'iniziativa europea che mira allo sviluppo del vaccino contro il covid-19. Eppure proprio la scoperta del vaccino potrebbe far nascere in alcuni la tentazione di assumere una posizione dominante all'interno della comunità internazionale. Come scongiurare questo pericolo? E come far sì che, prima ancora di arrivare al vaccino, si sperimentino le cure che hanno mostrato di avere qualche efficacia?
R. - In un mondo interconnesso, nessuno è al sicuro fino a quando non lo sono tutti. È stata questa, in sintesi, l’essenza del mio messaggio al lancio del “ACT Accelerator”, ovvero la collaborazione globale per velocizzare lo sviluppo, la produzione e l’equo accesso a nuove diagnostiche, terapie e vaccini per il Covid-19. Va visto come un bene pubblico. Non un vaccino o delle cure per un paese o una regione o una metà del mondo – ma un vaccino e una cura che sono accessibili, sicuri, efficaci, facilmente somministrabili e universalmente disponibili per tutti, ovunque. Questo vaccino deve essere il vaccino della gente.
Come si può far sì che nella lotta al virus vi siano Paesi di serie A e paesi di serie B? Si rischia comunque che la pandemia allarghi nel mondo il divario tra ricchi e poveri. Come evitare che questo accada?
R. - La pandemia sta portando alla luce disuguaglianze ovunque. Disuguaglianze economiche, disparità nell’accesso ai servizi sanitari e tanto altro ancora.Il numero delle persone povere potrebbe crescere di 500 milioni – il primo aumento in trent’anni.
Non possiamo permettere che ciò accada ed è per questo che continuo a chiedere un pacchetto di aiuti globale per un ammontare pari ad almeno il dieci percento dell’economia globale. I paesi più sviluppati possono farlo con risorse proprie, e alcuni hanno già iniziato a mettere in atto simili misure. Ma i paesi in via di sviluppo hanno bisogno di un sostegno consistente e urgente.
Il Fondo Monetario Internazionale ha già approvato finanziamenti di emergenza per un primo gruppo di paesi in via di sviluppo. La Banca Mondiale ha comunicato che, con risorse nuove e già esistenti, nei prossimi 15 mesi può fornire finanziamenti per 160 miliardi di dollari americani. Il G20 ha appoggiato la sospensione del pagamento dei debiti per i paesi più poveri.
Apprezzo pienamente queste misure, che possono tutelare persone, posti di lavoro e recare vantaggi in termini di sviluppo. Ma anche questo non sarà sufficiente e sarà importante prendere in considerazione misure aggiuntive, tra cui la riduzione del debito, per evitare crisi finanziarie ed economiche prolungate.
C'è chi sostiene che dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso. Quale potrebbe essere il futuro delle Nazioni Unite nel mondo di domani?
R. - La ripresa dalla pandemia offre opportunità per condurre il mondo su un cammino più sicuro, sano, sostenibile e inclusivo.Le disuguaglianze e i divari nella protezione sociale che sono emersi in modo così doloroso dovranno essere affrontati. Avremo anche l’opportunità di mettere in primo piano le donne e l’uguaglianza di genere per aiutare a costruire una  resilienza a choc futuri.
La ripresa deve andare anche di pari passo con l’azione per il clima. Ho chiesto ai Governi di assicurare che i fondi per rivitalizzare l’economia siano utilizzati per investire nel future, non nel passato..
I soldi dei contribuenti dovrebbero essere utilizzati per accelerare la decarbonizzazione di tutti gli aspetti della nostra economia e privilegiare la creazione di lavori verdi. È questo il momento per imporre una tassa sul carbone e far pagare chi inquina per il suo inquinamento. Le istituzioni finanziarie e gli investitori devono tenere pienamente conto dei rischi climatici.Il nostro modello continuano a essere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.
Questo è il tempo di essere determinati. Determinati a sconfiggere il Covid-19 e a uscire dalla crisi costruendo un mondo migliore per tutti.