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venerdì 10 maggio 2024

GIUBILEO. RIACCENDERE LA SPERANZA


Testimoniare la speranza 

è una necessità

All’indomani della consegna della Bolla di indizione, il pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione riprende l’appello di Francesco a riaccendere la speranza in un mondo segnato dalla guerra, dalla disperazione e dalla sfida delle nuove tecnologie: “Davanti a tante forme di male e di morte dobbiamo essere annunciatori e testimoni di vita e di speranza"

-         di Marie Duhamel - Città del Vaticano

Alle 17.30 di giovedì sera, 9 maggio, il Papa ha consegnato la Bolla di indizione del Giubileo 2025 "Spes non confundit" agli arcipreti delle basiliche papali. La bolla è stata letta nella Basilica di San Pietro prima della celebrazione dei Secondi Vespri della Solennità dell'Ascensione e il Giubileo ordinario del 2025 è stato così proclamato ufficialmente. Dall'apertura della Porta Santa nella prima delle basiliche maggiori, il prossimo 24 dicembre, fino alla sua chiusura, il 6 gennaio 2026, Roma, città dei Santi Pietro e Paolo, prevede di accogliere 32 milioni di persone, tra cui almeno 100 mila fedeli a piedi, “pellegrini della speranza” che vivranno l’esperienza del perdono e dell’indulgenza. Fondamentali in ogni Anno Santo, come afferma a Vatican News monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione.

Monsignor Rino Fisichella, perdono e indulgenza sono ancora questi i significati primari del Giubileo?

Il Giubileo conserva ancora la sua caratteristica nel corso dei secoli, poche cose si sono modificate nella storia del Giubileo. Il Giubileo di Papa Bonifacio VIII rimane come l'inizio della grande indulgenza. Il termine indulgenza già secoli prima era sinonimo di misericordia, di perdono e Papa Bonifacio offre, come scrive lui stesso nella Bolla, non solo un perdono, un'indulgenza piena, ma pienissima. Io credo che questo è ancora l'esperienza che può essere vissuta nel Giubileo del 2025, cioè l'esperienza del perdono e l'esperienza della misericordia. Dopotutto, viviamo anche una cultura che parla poco di perdono e aumentano sempre di più i casi di rancore, casi di odio, davanti a forme di violenza si è sempre più rinchiusi in se stessi, mentre troviamo una opportunità, con il Giubileo, di ripercorrere con forza la grande strada del perdono.

Perché la grazia del perdono tutt’oggi è un cammino da intraprendere?

Innanzitutto, il perdono è un impegno concreto dell'amore cristiano. Non possiamo dimenticare che il perdono è frutto dell'amore. Chi ama perdona, chi non ama non è capace di perdono e chi non perdona non è capace di amare. I due termini sono strettamente collegati l'uno con l'altro e una conseguenza dell'altro. Quindi, in un contesto come il nostro che culturalmente vive di violenza - non dimentichiamo le guerre che sono presenti, ma non dimentichiamo anche quegli atti di violenza che ogni giorno fanno parte della vita quotidiana delle nostre comunità di ciascuno di noi soprattutto per chi vive nelle grandi città - tutto questo deve essere un impegno che dona la speranza di accedere al perdono.

Il sogno del Papa per il Giubileo: tacciano le armi, abolire pena di morte e debiti per i poveri

Sappiamo quanto la misericordia, il sacramento del perdono, sono nel cuore al Papa che propone appunto la parola speranza. Perché?

Perché il mondo di oggi ha bisogno di speranza. La speranza è la grande dimenticata nella nostra predicazione. Noi parliamo sempre di fede e carità, non parliamo mai di speranza. Eppure la speranza è il contenuto di cui il mondo oggi ha più particolarmente bisogno. E non soltanto per la violenza, ma anche più positivamente. Chi potrebbe intraprendere di iniziare a guardare al futuro senza avere speranza? La speranza appartiene agli stadi della vita di ciascuno di noi, il bambino spera l'adolescente spera, i giovani sperano, gli adulti sperano, gli anziani sperano, la speranza accompagna gli stadi della vita delle persone. E noi dobbiamo essere capaci di accompagnare questa speranza con dei contenuti e con dei segni che la rendono concreta. Il Giubileo vuole essere questo, vuole essere un ricordo e una provocazione, perché l'annuncio della speranza, che è l'annuncio della risurrezione di Gesù Cristo, non dimentichiamolo, per noi cristiani, lo dice l'apostolo Paolo, Cristo è nostra speranza. La speranza nasce per noi dalla certezza della risurrezione di Gesù, e quindi, davanti a tante forme di male, a tante forme di morte e davanti anche una cultura di morte dobbiamo essere annunciatori e testimoni con segni concreti di vita e di speranza.

Il Papa interpella i fedeli, li invita a testimoniare segni di speranza, ma interpella anche chi è al potere per dare al mondo questo impulso di speranza. Pensiamo ovviamente ai prigionieri da liberare, ai debiti da cancellare. In quale modo il Papa interpella i leader di oggi?

Il Papa ha delle espressioni molto forti nella Bolla e si rivolge a quanti hanno la responsabilità del governo delle nazioni perché possano attuare, lui dice, delle forme di amnistia, usa un'espressione che si apre a tanti significati e a tante possibilità e chiede di condonare il debito che i Paesi poveri hanno contratto verso gli istituti internazionali. E chiede anche che si abbia un occhio di riguardo per quanti muoiono di fame mentre si spendono risorse finanziarie destinate alla violenza della guerra. Ci sono diversi appelli che si coniugano anche con l'impegno concreto dei singoli cristiani, perché il Papa dice di non dimenticare che tutti coloro che operano per la pace con le loro mani, costoro sono veramente beati, cioè costoro fanno parte del Regno di Dio.

Francesco: c’è bisogno di speranza in questo mondo deturpato da guerre e egoismi

In "Spes non confundit" Francesco parla anche del Giubileo come spostamento verso Roma, mettendosi in cammino verso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Qual è l'importanza di questo spostamento fisico?

Il pellegrinaggio è uno dei segni che appartiene alla vita della Chiesa, ma il pellegrinaggio è anche l'icona della vita di ogni persona, credente o non credente. Spesso noi siamo degli erranti, cioè andiamo, ma non abbiamo una meta, ed è quello che distingue invece il pellegrino. Il pellegrino ha una meta davanti a sé e la vita non può essere quella di un errante che non ha una direzione e non ha un senso. La vita deve avere un senso, deve avere una direzione, ecco perché diventa un pellegrinaggio. Il pellegrinaggio appartiene, soprattutto al mondo giovanile, oggi. Il mondo giovanile è entusiasta di mettersi in cammino. Lo vediamo ogni qual volta ci sono delle iniziative per dei pellegrinaggi e lo si può constatare quotidianamente. A Roma attendiamo circa 100 mila persone, 100 mila pellegrini che verranno a piedi e compiranno il loro pellegrinaggio camminando da diversi Paesi e mostrando come sia vero il significato stesso della parola pellegrino, cioè colui che attraversa i campi, colui che attraversa i confini, perché i confini sono superati dal senso di unità di tutto il genere umano e della fratellanza che ci deve accomunare tutti. E il pellegrinaggio alla tomba di Pietro e Paolo per i credenti è un essere confermati nella fede, noi viviamo un momento di crisi della fede davanti agli occhi di tutti. Il pellegrinaggio può essere veramente uno strumento per riflettere sulla nostra esistenza, per ritornare in noi stessi e per capire che abbiamo veramente bisogno del Signore Gesù.

Stava parlando dei giovani, c'è un'altra parola che il Papa spinge, che mette avanti, ed è la pazienza. Perché questa pazienza è importante alla luce della speranza?

Il Papa scrive che nell'epoca di Internet la pazienza è scomparsa del tutto dalla nostra vita. Vogliamo tutto e subito e questa è la nuova cultura digitale tra i suoi aspetti negativi. La pazienza a cui il Papa richiama è un profondo contenuto biblico, la pazienza non vuol dire subire o sopportare, la pazienza biblica vuol dire ben altro, vuol dire avere il coraggio di affrontare le situazioni e quindi vuol dire avere la capacità di saper attendere. La speranza parla di attesa e quindi l'attesa richiede da parte di ciascuno di noi anche quel sentimento di pazienza che è la tenacia con la quale vediamo lo scorrere del tempo, ma non veniamo meno nella certezza della speranza che ci è stata data.

Come vivere questo momento di Giubileo che arriva in pieno cammino sinodale? In che modo Sinodo e Giubileo sono legati?

Innanzitutto perché il Sinodo e il Giubileo sono un cammino, un cammino comune, un cammino di tutto il popolo di Dio. Il Giubileo nasce per un movimento di popolo, il Giubileo non nasce perché il Papa ha voluto un Giubileo, anzi, Bonifacio VIII neppure sapeva che cosa fosse un Giubileo e abbiamo i documenti che attestano proprio questo. Quindi, è il popolo di Roma che ha chiesto il Giubileo e il cammino sinodale è il cammino di un popolo, è un popolo in cammino per annunciare la speranza e la certezza della speranza con la risurrezione del Signore. Ambedue hanno lo stesso scopo è quello di portare il Vangelo dell'annuncio della risurrezione di Gesù Cristo, che è la nostra speranza.

Il 2025, anno del Giubileo e i cristiani festeggeranno tutti Pasqua lo stesso giorno. Quest'anno, il Papa ne parla nella bolla, sono anche i 1700 anni del Concilio ecumenico di Nicea. Come questo Giubileo si propone di essere occasione per andare avanti nell'unità tra i cristiani?

Il Papa dice che la fortuna di celebrare il prossimo anno la Pasqua tutti insieme diventa anche una opportunità per far comprendere che le diatribe del passato tante persone oggi non le comprendono più. E quindi sarebbe necessario uno sforzo comune per arrivare, almeno tutti i cristiani, a celebrare la Pasqua nello stesso giorno. Ma questo era anche un dibattito presente a Nicea. A Nicea si discusse anche della data di Pasqua. Ecco, io penso e spero, da questo punto di vista sono convinto che la celebrazione dell'anniversario del 1700 anni del primo Concilio della storia della Chiesa, possa diventare anche un impegno ecumenico molto forte per tutti i cristiani. Innanzitutto, perché Nicea, nonostante le diatribe, le difficoltà, le lotte, le divisioni, Nicea però scrive per la prima volta la professione di fede utilizzando l'espressione "Noi crediamo". Fino a quel momento tutte le professioni di fede che noi abbiamo dicono "Io credo", perché sono le formule di fede battesimale. Per la prima volta la Chiesa a Nicea prende consapevolezza di quello che è il noi della Chiesa e quindi un noi che nel corso dei secoli forse è stato dimenticato, forse ha subito anche delle menomazioni, certamente dobbiamo constatare delle divisioni, ma la consapevolezza, la responsabilità, davanti al mondo di essere noi Chiesa, noi che crediamo, noi che speriamo, noi che diamo testimonianza della risurrezione del Signore Gesù, non può venir meno.

Vatican News

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giovedì 5 novembre 2020

DIALOGO E INCONTRO: UN DENOMINATORE COMUNE

    La fraternità nella nuova enciclica 

di Papa Francesco

                                                      - di Rino Fisichella

 Un insegnamento comporta sempre una consegna che viene fatta perché altri possano partecipare della propria esperienza. L’enciclica appartiene all’insegnamento ordinario del magistero e con Fratelli tutti Papa Francesco intende consegnare un messaggio alla luce della fraternità e amicizia sociale. Addentrarsi in questo insegnamento richiede l’esigenza di non trasferire le proprie precomprensioni all’interno dell’enciclica, ma porsi nell’atteggiamento dell’accoglienza per verificare anzitutto l’intenzione dell’autore. Una regola fondamentale per una corretta ermeneutica infatti consiste nel lasciarsi provocare dal testo, prima di fargli dire quanto si vorrebbe secondo le proprie intenzioni. In questo senso, la lettura coerente di qualsiasi testo impone di rispettare la globalità prima di fermarsi al particolare, e l’accortezza di non togliere mai un’espressione dal contesto in cui vive e assume significato pieno.

Fratellifraternitàfratellanza sono termini che ricorrono frequentemente nell’enciclica, utilizzati spesso come sinonimi anche se la semantica evidenzia alcune sfumature che ne caratterizzano il senso. Prendere tra le mani il testo del Papa partendo da questi concetti può essere utile per entrare maggiormente nel suo insegnamento. La categoria di fraternità sembra essere assunta da Francesco per tentare di trovare nell’epoca della globalizzazione un denominatore comune che possa permettere il dialogo e il confronto sincero tra le persone che abitano il nostro piccolo mondo. Il tentativo è lodevole. In altre epoche della storia i cristiani non si sono sottratti a questa impresa. Forti del comando all’evangelizzazione, hanno sempre intrapreso la strada per comprendere quale via migliore si dovesse seguire. Ai primordi della nostra storia, ad esempio, colpisce non poco l’esperienza di Giustino che nel suo Dialogo con Trifone non fa altro che perseguire la strada dell’incontro con il suo interlocutore pagano per annunciare la novità della fede cristiana. Alla stessa stregua, Tommaso d’Aquino scrive la sua Summa contra Gentiles con l’obiettivo di dialogare con ebrei e mussulmani. Non potendolo fare alla luce della Bibbia, ritrovò nella categoria della “ragione” lo spazio necessario per un dialogo universale. Ai nostri giorni, giunge questa enciclica di Francesco con la categoria di “fratellanza” per esprimere la preoccupazione di trovare un interfaccia comune per il dialogo tra i popoli e le religioni. L’intento è chiaro: «Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà» (n. 6).

I termini usati da Papa Francesco, comunque, si muovono nel solco di almeno tre contesti peculiari che è bene non dimenticare. Il primo è l’orizzonte della spiritualità francescana. Il Papa lo esplicita fin dall’inizio dell’enciclica quando ricorda che l’appellativo utilizzato dal santo di Assisi era rivolto in forza dell’amore evangelico a tutti, vicini e lontani non solo nel senso spaziale, per proporre «una forma di vita dal sapore di Vangelo» (n. 1). Per san Francesco, che chiamava “sorella” perfino la morte, l’essenziale consisteva nel riconoscere ogni singola persona, senza distinzione alcuna per il colore della pelle, lo stato sociale, la religione e la sessualità, come un fratello e una sorella da amare. Chiamarli fratelli e sorelle era lo strumento, la mediazione per far emergere il vero contenuto della fede: l’amore di Gesù Cristo. Se si dovesse togliere questa componente, si distruggerebbe l’originalità stessa della fede e con essa l’esigenza dell’evangelizzazione come testimonianza dell’incontro con il Risorto che invia quanti credono in lui a partecipare alla trasformazione del mondo con un nuovo stile di vita.

Il secondo contesto a cui far riferimento è il rimando alla parabola del buon samaritano «un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo» (n. 67). Non è un caso che Papa Francesco dopo aver commentato la parabola ponga come titolo alla sua attualizzazione il verbo “Ricominciare”. È proprio così. Si tratta di ripartire ancora una volta dal Vangelo, perché per un credente non c’è alternativa alcuna. «La storia del buon samaritano si ripete: risulta sempre più evidente che l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate» (n. 71), che richiedono la nostra presenza fattiva, senza volgere lo sguardo altrove per paura, disinteresse o indifferenza. Quando c’è qualcuno che ha bisogno di aiuto, lì si è chiamati ad agire con misericordia perché si riconosce la presenza di un fratello e una sorella che soffrono. Tra le povertà più emergenti oggi è innegabile che quella dell’emigrazione e dell’ingiustizia sociale abbiano il sopravvento per le cause storiche che si conoscono. Chiedere almeno la solidarietà in nome della fratellanza, è il comando evangelico a essere misericordiosi come il Padre. La misericordia costituisce il retroterra per riconoscere un fratello nel bisogno e non passare oltre. Il terzo contesto è il richiamo a Charles de Foucauld, un santo dei nostri anni che ha saputo dare testimonianza feconda in forza della sua fede in Cristo, diventando ultimo con gli ultimi del deserto africano fino a essere identificato come “fratello universale” (nn. 286-287).

Quando un cristiano va alla ricerca di un denominatore comune non lo fa prescindendo dalla propria fede. A volte, è come se la mettesse tra parentesi per allargare lo sguardo e trovare uno spazio in cui poter far confluire la maggior parte delle convinzioni in modo tale da esprimere al meglio la sua ricerca. È questa alla fine la vera dimensione della fede: una ricerca che non smette mai di interrogare non solo i contenuti della fede, ma la realtà stessa a cui bisogna dare una risposta. Una fede avulsa dalla realtà, che si concretizza nelle diverse culture e nelle persone che le abitano, sarebbe una teoria, non la risposta alla domanda di senso. In questo orizzonte è necessario porre la dinamica stessa della fede che non si isola dal mondo creando bastioni insormontabili per sentirsi sicura. La sicurezza le è già data dalla Parola di Dio che la obbliga a seguire sotto l’azione permanente dello Spirito Santo nuove strade. Tra queste c’è quella dell’incontro che la porta non solo a guardare come la cultura di oggi impone, ma soprattutto ad ascoltare ogni uomo e donna che incontra nel proprio cammino, per trovare una via condivisa. Come annunciare il Vangelo oggi se le categorie sono talmente differenti e ognuno sembra rinchiudersi sempre più in se stesso senza voler entrare in relazione? Ricordare a viva voce che esiste una fraternità vera, reale e originale che appartiene alla fede cristiana e comunque trova riscontro in altre religioni e filosofie è un tentativo che i cristiani non possono lasciarsi sfuggire. Ne va della credibilità della loro presenza nel mondo globalizzato che mentre impone modelli spesso in contrasto con le tradizioni dei popoli, richiede tuttavia la presenza di uomini e donne che testimoniano ancora l’efficacia dell’amore per ogni singolo volto che incontrano.

 

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