Visualizzazione post con etichetta regioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta regioni. Mostra tutti i post

giovedì 11 gennaio 2024

SCUOLA E AUTONOMIA DIFFERENZIATA


 
«Tenete fuori l’istruzione

 dall’autonomia

 differenziata»

I sindacati della scuola ribadiscono la contrarietà a un sistema d’istruzione organizzato su base regionale

 -         di Paolo Ferrario

 Escludere l’istruzione dal disegno di legge 615 sull’autonomia differenziata, presentato dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, che il 16 gennaio andrà in discussione al Senato. È il senso dell’appello lanciato dai sindacati della scuola, per «salvaguardare il carattere unitario» del sistema nazionale d’istruzione e non aumentare «divari territoriali» già molto accentuati. «Vanno evitate ipotesi di decentramento che possano produrre squilibri inaccettabili per quanto riguarda l’accesso al diritto all’istruzione nelle diverse realtà territoriali del Paese», sottolinea la segretaria generale della Cisl Scuola, Ivana Barbacci, dichiarando la disponibilità del sindacato a «un confronto aperto e costruttivo con il governo e il Parlamento, per apportare modifiche migliorative al testo».

 Assolutamente da evitare, ricorda Barbacci, la creazione di «inaccettabili disomogeneità » sul versante della «disciplina del rapporto di lavoro» del personale scolastico. «Crediamo che ordinamenti, organizzazione del servizio, modalità di reclutamento del personale, trattamento economico e normativo non possano essere differenziati a livello regionale, ma debbano iscriversi in uno stesso quadro di riferimento definito a livello nazionale», aggiunge Barbacci. Che esprime preoccupazione anche per quanto riguarda la stessa autonomia delle istituzioni scolastiche, che potrebbe essere «compressa» dalla riforma targata Calderoli.

«L’effetto – ribadisce la segreteria generale della Cisl Scuola – sarebbe quello di un centralismo ancor più marcato, per le istituzioni scolastiche, di quello ipotizzabile in un sistema governato a livello nazionale , con grave rischio di condizionamento per la stessa libertà di insegnamento». Anche secondo la segretaria generale della Flc-Cgil, Gianna Fracassi, la riforma dell’autonomia differenziata «potrebbe radicalmente mutare il quadro, in peggio, della scuola italiana e quindi del nostro Paese».

«Vogliamo sottolineare – prosegue Fracassi – che esiste un tema che chiama direttamente in causa la missione principale della scuola ovvero la costruzione della cittadinanza, la condivisione di valori e il senso di appartenenza, che fondano la convivenza democratica. Questo ruolo del sistema di istruzione statale sarebbe inevitabilmente pregiudicato da una scelta regionalistica e territorialistica. Per queste molteplici ragioni crediamo che tutto ciò vada scongiurato». Il segretario generale della Uil Scuola Rua, Giuseppe D’Aprile, ricorda le «oltre centoventimila firme» e la «lunga mobilitazione» contro il ddl Calderoli, ribadendo che «l’introduzione di diversi sistemi regionali di istruzione potrebbe rendere impraticabile la mobilità su tutto il territorio nazionale, parcellizzando il reclutamento del personale e permettendo l’ingerenza delle autorità regionali negli obiettivi della scuola».

Preoccupazione, infine, è espressa anche dal coordinatore nazionale della Gilda Unams, Rino Di Meglio: «Questa riforma – dice – rappresenta una forte minaccia per la disgregazione del sistema nazionale e un pericolo per la scuola italiana». Mentre la segretaria generale dello Snals, Elvira Serafini, ribadisce che «con l’autonomia differenziata si creerebbero i presupposti per una disuguaglianza di diritti che inciderebbe inevitabilmente sulla qualità del servizio educativo».

    www.avvenire.it


 

 

 


venerdì 31 marzo 2023

AUTONOMIA DIFFERENZIATA

RADIOGRAFIA

 DI UNA RIFORMA 

- di Giuseppe Savagnone*

 Il varo, il 2 febbraio scorso, del disegno di legge sull’autonomia differenziata costituisce forse il primo passo veramente significativo che il governo di Giorgia Meloni ha fatto per realizzare gli ambiziosi propositi di cambiamento più volte enunciati alla vigilia delle elezioni. Insieme all’altra grande riforma prevista nel programma della destra – il presidenzialismo – , quella dell’autonomia riguarda, infatti, la struttura stessa dello Stato e, se passasse, comporterebbe una svolta epocale nella storia della nostra nazione.

Con la differenza, rispetto al presidenzialismo, che in questo caso non si tratterebbe di cambiare la nostra Costituzione, ma semplicemente – come viene spesso sottolineato dai fautori della riforma – di applicarla.

La modifica in questo senso del Titolo V della Carta costituzionale fu infatti realizzata già nel 2001, con l’approvazione della legge costituzionale n. 3, per volontà della maggioranza, che allora era di centrosinistra, sotto la presidenza di Giuliano Amato.

L’intento era quello di vanificare le spinte tendenzialmente secessioniste portate avanti dalla Lega, che oggi si appella a questa riforma costituzionale – finora rimasta inapplicata – chiedendone l’attuazione, mentre, paradossalmente, a cercare di bloccarla sono le opposizioni di sinistra.

In ogni caso, al di là delle contrapposizioni tra i partiti, ci sembra che,  dato il rilievo dell’iniziativa del governo, essa meriti un esame approfondito.

Di che cosa si tratta

L’articolo 116, terzo comma della Costituzione, nel testo riformulato del 2001, prevede la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario (c.d. “regionalismo differenziato” o “regionalismo asimmetrico”, in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre).

Nel nuovo testo costituzionale, le materie su cui potranno essere raggiunte le intese tra lo Stato e le Regioni a questo scopo sono elencate all’art. 117 e sono:

«Rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione (salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale); professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione;

produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale».

Inoltre, nello stesso articolo si afferma che «spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato».

In coda si precisa che «nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato».

Come si vede l’autonomia prevista dalla Costituzione è potenzialmente amplissima. Naturalmente non è detto che le Regioni la chiedano per tutto l’arco di queste materie, ma possono farlo.

Ovviamente, quelle che vorranno avvalersene avranno bisogno di adeguate risorse, che consentano loro di svolgere le nuove funzioni attribuite alla loro competenza e che, secondo il disegno di legge, potranno essere assegnate loro dallo Stato attraverso compartecipazioni al gettito fiscale maturato nel territorio regionale.

Gli aspetti positivi

Dei vantaggi sarebbero indubbi. Il più evidente è che verrebbe definitivamente superata la logica – che ha segnato il nostro Stato fin dalla sua nascita –  di una burocrazia piramidale e pachidermica, valorizzando il rapporto diretto dell’amministrazione regionale col territorio, mettendola in grado di recepire più immediatamente le specifiche esigenze degli abitanti e, al tempo stesso, rendendola maggiormente responsabile nei loro confronti dell’uso delle risorse a disposizione.

 In questo senso il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, al termine della Conferenza delle Regioni che ha approvato, a maggioranza (tranne quattro Regioni del centrosinistra), il progetto di legge del ministro Calderoli, ha parlato della riforma come di una «possibilità di valorizzare le tante diversità che esistono nel nostro Paese» e di «rendere risposte più efficienti ai bisogni dei territori e dei cittadini». Motivazioni forti, che hanno spinto Fontana a definire «risibili» quelle delle Regioni che hanno preferito votare contro. «Il centralismo», ha commentato a sua volta il governatore del Veneto, Luca Zaia, «è l’equa divisione del malessere, l’autonomia è l’equa divisione del benessere». E questo, secondo lui, vale per tutti, comprese le Regioni del Sud: «Questa Italia a due velocità deve finire e le Regioni devono essere tutte messe nelle condizioni di dare servizi e risposte ai loro cittadini; senza lasciare indietro nessuno».

I problemi sul piano tecnico-finanziario

Dei problemi, tuttavia, sono innegabili. Già sul piano meramente finanziario. Un giornale che non è certo sospetto di essere “di sinistra”, come il «Sole24ore», pur apprezzando gli aspetti positivi del disegno di legge, ammette che esso comporterebbe «una crescita del bilancio regionale ed un ridimensionamento di quello statale, per via della diversa allocazione del gettito fiscale».

Da qui l’interrogativo: «Riusciranno i conti a quadrare o lo Stato dovrà giocoforza rinunciare a gran parte delle sue politiche economiche e sociali?» (Francesco Bruno sul «Sole 24ore.com», 15 novembre 2023).

Proprio in rapporto a questa domanda il disegno di legge prevede che l’attuazione della riforma sia subordinata alla determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali di cui tutti i cittadini italiani, in quanto tali, devono poter godere.

Solo che – leggiamo sempre sul «Sole24ore», «lo Stato, per definire e per garantire i LEP in tutta la nazione, dovrà spendere molto. Per farlo, dovrà ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse e/o incrementare il debito. Politicamente ciò non è semplice».

I problemi sul piano politico

Al di là del problema strettamente finanziario, ce n’è uno politico che riguarda il bene comune dell’Italia. La tesi del ministro Calderoli e dei governatori favorevoli è che l’autonomia gioverebbe anche alle Regioni del Sud. È vero?

Secondo l’Istat, in un focus denominato “I divari italiani nel Pnrr”, nel 2021 il prodotto interno lordo (Pil) pro-capite italiano è stato pari a 33 mila euro circa. Una cifra che scende a 18 mila nel Sud. La Regione italiana con il Pil pro-capite più basso è la Calabria, a quota 17.500 euro, seguita dalla Sicilia a 18.200 euro. Il “gap” tra le due regioni più meridionali d’Italia e la prima in classifica, il Trentino-Alto Adige, che sfiora quota 44 mila euro, è di circa 26 mila euro.

Basterebbero questi dati a far dubitare fortemente che il venir meno della redistribuzione di risorse – fino ad oggi possibile – tra Nord e Sud finisca per avvantaggiare anche le Regioni meridionali.

E questo è tanto più evidente in quanto, secondo il disegno di legge Calderoli approvato dal governo, la ripartizione dei fondi fra le Regioni – che, fino ad oggi, viene effettuata in base ai fondi spesi negli anni precedenti (“spesa storica”) – dipenderà invece dall’ammontare delle tasse pagate dai cittadini residenti nel loro territorio. Con la conseguenza che il livello dei servizi nella Regione non dipenderebbe dai “bisogni”, che tutto sommato sono simili sia al Nord che al Sud, ma dal “reddito” regionale, cioè dal parametro che, come abbiamo appena visto, più macroscopicamente registra l’abissale divario tra le due aree del paese.

E, se sono realistiche le perplessità sopra esposte nell’articolo del «Sole24ore», neppure l’appello ai LED può costituire una soluzione, perché anche questi non avrebbero nella realtà una possibile copertura da parte dello Stato.

Resta da spiegare come i governatori di Regioni come la Sicilia e la Calabria abbiano approvato anche loro, nella Conferenza delle regioni tenutasi all’inizio di marzo, il progetto di legge Calderoli. Ma forse dovrebbero essere loro a spiegarlo meglio.

Il problema dell’unità nazionale

Ma, al di là della sperequazione tra le Regioni, qualche domanda non può non porsi anche riguardo all’impatto dell’autonomia sull’unità nazionale. 

 Sarà ancora un unico paese l’Italia il giorno in cui i sistemi scolastici regionali saranno diversificati strutturalmente e, col tempo, inevitabilmente, anche dal punto di vista dei contenuti (sfruttando sempre più la libertà che già ora l’autonomia consente)? Quando il commercio con l’estero di una regione la porterà a legarsi a Stati stranieri che invece non hanno legami con le altre regioni? Quando la ricerca scientifica, la previdenza sociale, il sistema tributario sarà diverso da regione a regione?

Per non dire che è molto probabile che si instaurino fra Nord e Sud gli stessi meccanismi discriminatori che oggi portano a “difendere le frontiere” nei confronti dei migranti provenienti dall’Africa e dall’Asia. Già in passato in qualche bando di concorso al nord si escludevano i laureati di università meridionali.

Non ci sarebbe da stupirsi se gradualmente criteri di selezione o almeno di priorità – “prima i nostri figli!” – cominciassero a scattare anche per l’accesso a posti pubblici, a ospedali, a scuole…

Neppure alle Regioni del nord, però, tutto questo, in ultima istanza, gioverà. Il mondo attuale va verso forme di aggregazione, sempre più necessarie per difendere efficacemente, a livello internazionale, i propri interessi. La Lombardia o il Veneto scopriranno prima o poi, a loro spese, che far parte di un grande Stato unitario aveva i suoi vantaggi.

Il dibattito, ovviamente, rimane aperto a tutte le letture. A patto, naturalmente, che ci si ricordi di tener conto della realtà.

 * Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.

 www.tuttavia.eu

 

sabato 16 febbraio 2019

UN ACCORDO PER LE AUTONOMIE. CUI PRODEST?

  - di Giuseppe Savagnone *

L’accordo per le autonomie
La notizia di questi giorni che il governo sta per approvare un accordo che trasferisce a tre regioni del Nord – Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – una serie di funzioni (con relativi budget finanziari), finora riservate allo Stato, può essere letta a vari livelli.
Uno è quello del metodo, per la verità ben poco democratico – e per nulla “populista” – che si è seguito. Dopo aver gridato a gran voce contro gli “inciuci” della “casta”, consumati sulle teste degli italiani, i partiti al governo si trovano oggi a discutere a porte chiuse una scelta che non potrà non avere una portata storica per il nostro Paese e conseguenze rilevantissime per la vita concreta delle persone.
Se, infatti, le tre regioni italiane più ricche potranno gestire i servizi fondamentali, avranno anche il diritto di trattenere all’interno dei loro confini quel surplus che deriva dal loro gettito fiscale e che attualmente viene redistribuito dallo Stato in modo da venire incontro ai bisogni delle altre regioni, in particolare di quelle meridionali, i cui bilanci sono invece in deficit. Non è un’ipotesi, ma una certezza, la previsione di un serio contraccolpo sulle economie già precarie di queste regioni.
La fine di un modello unitario statale: l’istruzione
Ma, dicevo, non è un problema solo economico. Trasferendo alle regioni che ne stanno facendo richiesta l’autonomia in ambiti decisivi come, per fare un esempio, l’istruzione, lo Stato italiano rinuncerà ad avere un modello unitario di scuola.
Potrà diventare diverso studiare in Lombardia o in Veneto e in Calabria o in Sicilia, come lo è oggi tra studiare in Italia e in Germania (potrà essere diversa anche l’offerta formativa).
Ma lo sarà anche insegnare: si parla già di stipendi più alti per i professori che lavoreranno al Nord e quelli del Sud. E, naturalmente, toccherà alle rispettive regioni stabilire le regole per l’assunzione, ivi inclusa la provenienza regionale dei candidati.
Del resto le motivazioni non mancheranno: fa parte dell’armamentario culturale della Lega il luogo comune che i “terroni” sono degli scansafatiche e dei parassiti.
Proprio a proposito di scuola, il ministro leghista dell’Istruzione Marco Bussetti, alla domanda di un cronista su come le scuole meridionali possano recuperare il gap con quelle del Nord, ha risposto che «ci vuole l’impegno del Sud, vi dovete impegnare forte».
E, all’insistenza del cronista che gli chiedeva se fosse previsto un piano di aiuti economici, si è visibilmente irrigidito: «Più fondi? No, più impegno: lavoro, sacrificio, impegno, lavoro e sacrificio».
Insomma, come titolava, «Libero» (vicino alla Lega), anche per i meridionali, dopo che per i migranti, «la pacchia è finita».
Il rischio della discrezionalità e delle discriminazioni
Ma a tutti i livelli, non solo a quello scolastico, bisogna spettarsi una ricaduta analoga del nuovo regime dell’autonomia. Ormai è prevedibile che nei bandi di concorso, nelle ammissioni a tutti i servizi, compresi quelli sanitari, possano scattare meccanismi di discriminazione che vanificherebbero la comune cittadinanza italiana, dando la precedenza a quella regionale.
Dopo il «Prima gli italiani», scatta (come ampiamente previsto dai pochi, inascoltati, che hanno fin dall’inizio diffidato delle promesse elettoralistiche di Salvini al Sud) la seconda fase: «Prima il Nord».
Roba di fronte a cui la riforma costituzionale proposta da Renzi e su cui si sono spesi fiumi di discorsi, sui giornali, in televisione, sui social, diventa ben poca cosa.
Mappa delle persone a rischio povertà nelle varie regioni, pubblicata dall’istituto tedesco BBSR
Il mancato ascolto dell’opinione pubblica
 Se c’era, dunque, una questione su cui sarebbe stato necessario un vastissimo coinvolgimento dell’opinione pubblica era proprio questa.
Invece, già il governo Gentiloni (che ha avviato la procedura) sia questo (che la sta portando a compimento) sono stati talmente riservati che solo all’ultimo momento si è cominciato a parlarne sui mezzi di comunicazione.
Si dirà che l’accordo deve ancora essere definito e che poi sarà necessaria l’approvazione del Parlamento. Ma chi ricorda che in Senato l’ultima legge di bilancio è stata approvata dai senatori senza che neppure avessero il tempo di eleggerla, e che alla Camera i deputati hanno dovuto votare senza avere quello discuterla, non può certo sentirsi rassicurato sulla possibilità di un vero confronto pubblico.
E, in ogni caso, la decisone resterà nelle mani di gruppi parlamentari di maggioranza che hanno dimostrato inequivocabilmente di dipendere totalmente dalla volontà dei loro leader, e dunque del governo di ci essi sono i (vice)premier.
Autonomia suona meglio di secessione
Un altro livello di lettura è quello riguarda il significato politico. Quella che si sta verificando ha potuto essere definita, da un serio economista studioso dei problemi Nord-Sud, Gianfranco Viesti, la «secessione dei ricchi».
La realizzazione, cioè, del programma che la Lega Nord aveva invano perseguito con Bossi partendo dalla periferia e attaccando “Roma ladrona”, questa volta attuato da Salvini a partire proprio dal centro dello Stato. Ha aiutato anche cambiare il nome: “autonomia” suona meglio di “secessione”…
L’utilità delle autonomie per lo sviluppo della nazione
Da parte del governo, a dire il vero, arrivano le più ampie rassicurazioni. Conte al termine della riunione di governo che ha trattato l’argomento, dopo aver sottolineato che «sull’autonomia c’è assoluta unanimità e pieno consenso», ha promesso che sarà lui il «garante della coesione nazionale; non sarà un percorso che arricchirà alcune regioni e ne impoverirà altre».
Senza i miliardi che per ora lo Stato eroga, attingendo alle entrate fiscali del Nord e reinvestendole al Sud, i meridionali saranno, secondo loro, molto più felici.
Perché anche loro, si fa notare, potranno chiedere la stessa autonomia che oggi viene data alla Lombardia, al Veneto e all’Emilia Romagna. «Mi auguro che questo percorso venga raccolto dalle regioni del sud», ha detto Salvini in conferenza stampa.
Già. Forse il nostro ministro degli Interni non ricordava che questa autonomia già la Sicilia ce l’ha fin dal dopoguerra e che essa non ha portato, finora, particolare felicità, anzi ha favorito corruzione, mafia e degrado economico.
Finora si era contato sull’aiuto dello Stato per cercare di vincere queste derive. Ora che ogni regione prende la sua strada, per la parte sana della popolazione si delinea un futuro sempre più problematico.
La Chiesa e il rapporto nord-sud
Un’ultima lettura può essere quella che guarda alla visione della Chiesa italiana, che si è molto occupata del rapporto tra Nord e Sud.
Già nel documento della CEI del 1989, Chiesa italiana e Mezzogiorno: sviluppo nella solidarietà, si era voluto riflettere «sulla “questione meridionale” come problema di tutto il Paese» (n.1) e si era notato che «la questione meridionale implica sostanzialmente l’esistenza di una crisi che è di tutto il Paese e non solo del Mezzogiorno» (n.8).
In continuità con questa impostazione, nel nuovo documento Per un Paese solidale, pubblicato poco più di dieci anni dopo, i vescovi osservano che oggi «affrontare la questione meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull’Italia di oggi» (n.1).
I vescovi denunziavano senza mezzi termini una deriva culturale che «ha fatto crescere l’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo» (n.5).
Non si tratta, però, di scaricare i meridionali delle loro responsabilità. Già nel documento del 1989 ciò si diceva chiaramente: «Sono necessari, e doverosi, l’aiuto e la solidarietà dell’intera Nazione, ma in primo luogo sono i meridionali i responsabili di ciò che il Sud sarà nel futuro» (n.15).
Citando Giovanni Paolo II, il documento del 2010 dice la stessa cosa: «Spetta “alle genti del Sud essere le protagoniste del proprio riscatto, ma questo non dispensa dal dovere della solidarietà l’intera nazione”» (n.2).
Oltre l’assistenzialismo
Basta, dunque, col vittimismo e con l’assistenzialismo. L’aiuto che il Paese può e deve dare il Sud è di stimolarlo a trovare in se stesso le energie e le risorse per uscire dal degrado.
Ma questo, se da un lato esclude che si continui come si è fatto finora, richiede una più stretta e autentica collaborazione tra le regioni italiane: «Proprio per non perpetuare un approccio assistenzialistico alle difficoltà del Meridione, occorre promuovere la necessaria solidarietà nazionale» (n.8).
Mi sembra il contrario di ciò che si sta facendo. Invece di studiare progetti di intervento e di cooperazione tra Nord e Sud alternativi all’ “approccio assistenzialistico”, si abbandona il Meridione al suo destino. Accompagnando il gesto con parole di vago conforto, come si usa ai funerali.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo. Scrittore ed Editorialista.
            www.tuttavia.eu  


venerdì 15 febbraio 2019

REGIONALIZZARE LA SCUOLA?????

Appello delle Associazioni professionali e dei Sindacati 
contro la regionalizzazione del sistema di istruzione

Come è noto, le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno, tra l’altro, chiesto al Governo forme ulteriori e condizioni specifiche di autonomia in materia di istruzione e formazione. 
L’obiettivo  è  quello  di  regionalizzare  la  scuola  e  l’intero  sistema formativo  tramite  una  vera  e  propria  “secessione”  delle  Regioni  più ricche, che porterà a un sistema scolastico con investimenti e qualità legati  alla  ricchezza  del  territorio.  
Si  avranno,  come  conseguenza immediata, inquadramenti contrattuali del personale su base regionale; salari, forme di reclutamento e sistemi di valutazione disuguali; livelli ancor più differenziati di  welfare  studentesco e percorsi educativi diversificati. Di fatto viene meno il ruolo dello Stato come garante di unità nazionale, solidarietà e perequazione tra le diverse aree del Paese; ne consegue una forte diversificazione nella concreta esigibilità di diritti fondamentali.
La  proposta  avanzata  dalle  Regioni  si  basa  sulle  previsioni  contenute  nell’art.  116  della Costituzione,  modificato  dalla  riforma  del  Titolo  V  approvata  nel  2001,  che  consente  a ciascuna  Regione ordinaria di negoziare particolari  e  specifiche  condizioni di autonomia. Fino ad oggi quelle disposizioni non erano mai state applicate,  essendo peraltro già riconosciute alle Regioni potestà legislativa regionale esclusiva e concorrente in molte materie; ora invece, nelle richieste avanzate da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, gli effetti dell'autonomia regionale ulteriormente rinforzata investono l’intero sistema dell’istruzione con conseguenze gravissime.  Vengono  meno  principi  supremi  della  Costituzione  racchiusi  nei  valori inderogabili  e  non  negoziabili  contenuti  nella  prima  parte  della  Carta  costituzionale,  che impegnano lo Stato ad assicurare un pari livello di formazione scolastica e di istruzione a tutti, con particolare attenzione alle aree territoriali con minori risorse disponibili e alle persone in condizioni di svantaggio economico e sociale.
La scuola non è un semplice servizio, ma una funzione primaria garantita dallo Stato a tutti i ....

Leggi: APPELLO