Visualizzazione post con etichetta istruzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta istruzione. Mostra tutti i post

sabato 9 maggio 2026

ASACOM E INCLUSIONE

 «Con i nuovi Assistenti per l’autonomia un grave arretramento sull’inclusione»

 Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat sono circa 80mila le figure professionali attualmente nelle classi. Ma almeno 20mila studenti con disabilità ne avrebbero bisogno ma non ce l’hanno.

Grandi disparità territoriali tra Nord, Centro e Sud Italia

 

-         -di PAOLO FERRARIO

Sta sollevando non poche perplessità, la riforma della legge 66 del 2017 sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità, approvata dal Senato il 28 gennaio e ora in discussione alla Camera. La principale innovazione della proposta di legge riguarda l’istituzione della figura professionale dell’Assistente per l’autonomia e la comunicazione (Asacom), per altro già prevista dalla legge 104 del 1992. Ma proprio la mancanza da un profilo professionale specifico, ha fatto sì che queste figure, gestite dagli Enti locali, finissero per occupare spesso uno spazio residuale all’interno delle classi, con evidenti disparità territoriali, come documentato dall’Istat nel suo Rapporto annuale sull’inclusione scolastica.

Nell’anno scolastico 20232024, certifica l’Istituto di statistica, gli Asacom – che affiancano gli insegnanti per il sostegno - erano circa 80mila (+18% rispetto all’anno precedente) e di questi il 4,2% conosce la Lingua italiana dei segni. In media, a livello nazionale si registrano quattro alunni per assistente, ma nel Nord e nel Mezzogiorno, il rapporto sale a 4,3 e a 4,2. In Campania, però, il rapporto arriva a 7,5 alunni con disabilità per ciascun assistente. Il territorio con il rapporto migliore è il Centro, con 3,3 alunni per assistente. Anche sul versante delle ore di assistenza cui gli alunni disabili avrebbero diritto, ci sono differenze territoriali. A livello nazionale, le ore settimanali medie sono 9,6 per alunni disabile e nei casi più gravi salgono a 11,5. 

« Le differenze territoriali - si legge nel Rapporto Istat – si riscontrano soprattutto in relazione agli alunni con maggiori limitazioni, che nelle scuole del Nord e del Centro ricevono rispettivamente 1,6 e 1,5 ore settimanali in più rispetto agli alunni del Mezzogiorno». E ancora: oltre 15mila studenti (il 4,2% degli alunni con disabilità) avrebbero bisogno del supporto di un assistente all’autonomia e alla comunicazione, ma non ne usufruiscono. Nelle regioni del Sud, la quota di alunni che avrebbero diritto all’assistente ma non ce l’hanno, sale al 5,4%. «Tale carenza spesso viene colmata con un aumento delle ore di sostegno, anche se le due figure professionali sono complementari e non sostitutive», ricorda l’Istat. Infine, una quota residuale, ma non trascurabile, di alunni con disabilità (1,3%, quasi 5mila studenti) avrebbe inoltre bisogno di un assistente igienico personale. 

Questa percentuale aumenta nelle regioni del Mezzogiorno attestandosi all’1,7%. «Nel complesso - conclude l’Istat - sono circa 20mila gli studenti con disabilità che avrebbero bisogno di assistenza da parte di figure specializzate ». In questo quadro già piuttosto problematico, si inserisce, appunto, la riforma degli Asacom in discussione in Parlamento. Che sta sollevando non pochi dubbi tra gli addetti ai lavori. Di «forte preoccupazione e netta contrarietà » parla in una nota la Federazione italiana per il superamento dell’handicap (Fish), che fa riferimento, in modo particolare, «alla disciplina dei requisiti di accesso alla professione di Assistente », paventando il rischio di «un grave arretramento nella qualità dei servizi rivolti agli alunni e studenti con disabilità, compromettendo il pieno esercizio del diritto allo studio e l’effettiva inclusione scolastica».

 Secondo la definizione data dalla proposta di legge, l’Asacom è «un operatore socioeducativo che svolge funzioni di mediazione e assistenza alla comunicazione e di supporto all’acquisizione delle autonomie e alle relazioni rispetto ai contesti educativi, didattici e formativi, tenendo conto delle diverse condizioni di disabilità e facilitando anche l’esercizio del diritto all’educazione e alla formazione delle persone affette da malattie rare». Questa attività, stando alla proposta di legge, può essere svolta da un ventaglio di operatori: da chi è in possesso della qualifica di educatore professionale socio-pedagogico, da chi ha un diploma di scuola superiore e ha superato un corso professionale riconosciuto dalle Regioni, da chi ha svolto, per almeno 12 mesi, anche non continuativi, funzioni di assistenza per l’autonomia e la comunicazione nelle scuole, da chi ha un titolo di assistente conseguito al termine di un percorso di formazione di almeno 830 ore (di cui 810 ore di pratica della Lingua italiana dei segni) o, in alternativa, ha un’esperienza come assistente nelle scuole di almeno 36 mesi, anche non continuativi.

« La proposta, così come formulata, introduce requisiti disomogenei e inadeguati, privi di un solido impianto formativo nazionale – si legge in un comunicato della Fish – . Si tratta di una scelta che non garantisce standard minimi uniformi e che rischia di tradursi in una riduzione della qualità degli interventi educativi e assistenziali ». Fish evidenzia, in particolare, «la mancanza di una formazione obbligatoria e strutturata sulle principali modalità di comunicazione e intervento (come Braille, Comunicazione Aumentativa e Alternativa, metodologie comportamentali e altre competenze fondamentali), nonché l’ingiustificata equiparazione tra percorsi formativi qualificati ed esperienze lavorative prive di adeguata preparazione».

Per queste ragioni, la Federazione «ha formalmente proposto un emendamento che prevede un requisito formativo chiaro, omogeneo e di livello universitario, ritenuto indispensabile per garantire competenze adeguate in un ambito di così elevata rilevanza sociale». « La qualità dell’inclusione scolastica passa dalla qualità delle professionalità coinvolte – ricorda la Fish –. Il percorso educativo di ogni alunno e ogni alunna con disabilità è un diritto inalienabile sancito dalla nostra Carta e dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità», conclude la Federazione. Invitando «il Parlamento a rivedere la norma accogliendo l’emendamento proposto» e «ribadendo la propria disponibilità a contribuire al confronto istituzionale».

www.avvenire.it  

 

 

martedì 2 dicembre 2025

EQUITA' E INCLUSIONE

 


L’istruzione leva

 per l’uguaglianza 

di genere




Quando si parla di inclusione uno dei punti dolenti che emergono è quello delle disuguaglianze di genere e delle ingiustizie che a livello sociale si legano alla loro stereotipizzazione. Sono differenze dalle quali il sistema di istruzione è tutt’altro che immune, come mostrano gli esiti delle indagini nazionali e internazionali, con effetti che si riverberano inevitabilmente sulla crescita economica e sull’inclusione sociale, con conseguenze più sottili e pervasive di quanto a volte non appaiano.

Le disuguaglianze di genere in ambito educativo sono cambiate nel tempo, assumendo una complessità diversa per quanto riguarda il rendimento scolastico.

In molti Paesi, così come in Italia, l’accesso delle donne ai diversi livelli di istruzione formale è un risultato raggiunto e consolidato; tuttavia, permangono squilibri nella distribuzione per materie, nei tassi di abbandono e nella transizione scuola-lavoro.

Differenze di rendimento e scelte disciplinari                                 

Due esempi che le Rilevazioni sugli apprendimenti a livello nazionale e internazionale mettono in luce da tempo circa la disuguaglianza di genere nell’istruzione sono individuabili nel minore accesso da parte delle ragazze a percorsi di istruzione superiore e universitaria nelle discipline STEM (matematica, scienze e tecnologie) e una probabilità più alta che i ragazzi abbiano risultati più modesti in ambito linguistico e maggiori difficoltà scolastiche, dalle quali deriva un rischio più elevato di sotto rendimento o di abbandono.

Queste due dinamiche parallele – la sottorappresentazione femminile nelle discipline tecniche e la maggiore fragilità maschile nelle competenze di base – sono fattori che orientano la distribuzione delle preferenze disciplinari nel breve come nel lungo periodo, sottolineando quanto le questioni legate al genere in educazione siano un problema multidimensionale e multiforme.

Il concorso di molte cause

Le ragioni che determinano queste differenze e il loro persistere sono sicuramente molte e agiscono combinandosi tra loro in diversi modi, dei quali non sempre siamo consapevoli.

Uno di questi fattori sono gli stereotipi di genere, il cui peso influenza le aspettative dei docenti, delle famiglie e degli stessi studenti in quanto sono legati a opinioni sociali e culturali. Le ragazze possono essere indirizzate lontano dalle materie tecniche in base a convinzioni ingenue su attitudini “naturali” che sarebbero loro prerogativa in quanto appartenenti al genere femminile.

Sul fronte opposto i maschi possono ricevere minore supporto nelle competenze linguistiche, con una sottovalutazione immotivata delle difficoltà in lettura o comunque nell’area linguistica. A queste ragioni se ne aggiungono altre di tipo strutturale, come la qualità dell’offerta formativa locale, la presenza di modelli professionali visibili e le modalità di orientamento scolastico.

L’analisi delle disuguaglianze mette in luce anche ulteriori cause, come le differenze territoriali e generazionali, che amplificano gli effetti di genere, creando percorsi educativi e di vita molto diversi in base al contesto di appartenenza.

Conseguenze economiche e sociali delle differenze di genere

Le conseguenze delle diseguaglianze di genere nel rendimento e nel percorso scolastico non si limitano alla singola studentessa o studente; il persistere di differenze nelle competenze e negli accessi ai diversi settori disciplinari hanno infatti ricadute a livello economico e sociale.

Una presenza femminile ridotta nelle professioni ad alta innovazione ha ripercussioni negative sulla crescita economica e sulla capacità di un Paese di competere in settori strategici, come quelli collegati alle tecnologie; allo stesso modo risultati educativi più deboli tra i ragazzi possono generare maggiore disoccupazione giovanile e favorire la marginalizzazione.

In entrambi i casi si rischia la perdita di capitale umano, con l’inevitabile impoverimento che ne consegue in termini economici e di benessere, individuale e collettivo.

Uscire dal circolo vizioso

Affrontare efficacemente le disuguaglianze richiede un approccio strategico che combini più misure, quali:

  • Rafforzare l’orientamento e la promozione delle discipline STEM tra le ragazze con programmi didattici, mentoring e l’offerta di modelli femminili in questo settore
  • Intervenire precocemente per migliorare le competenze di lettura e linguaggio nei bambini, con attenzione specifica ai ragazzi a rischio e interventi di rete che coinvolgano scuola, famiglie e comunità
  • Favorire la formazione dei docenti con percorsi focalizzati sulle differenze di genere e sulle pratiche inclusive, per evitare che aspettative differenziate in base al genere portino al replicarsi di convinzioni di senso comune e si traducano di fatto nell’offerta di differenti opportunità formative
  • Sostenere politiche integrate scuola-lavoro che contrastino le discontinuità femminili nella carriera e facilitino la transizione verso professioni ad alto valore aggiunto, collegando istruzione, orientamento e mercato del lavoro.

Conclusioni

Per affrontare costruttivamente le disuguaglianze di genere nell’istruzione, e più in generale in ambito educativo, non basta promuovere l’accesso ai diversi percorsi scolastici. Occorre comprendere come e in quali aree si manifestano le differenze di rendimento, scegliere gli strumenti idonei per rimuovere barriere strutturali e culturali per favorire una reale inclusione.

La ricerca in campo educativo e scolastico è strumento essenziale per assicurare a ogni allieva e allievo l’offerta di pari opportunità disciplinari e il rafforzamento delle competenze di base, sottolineando una volta di più il ruolo di leva per l’uguaglianza e lo sviluppo sostenibile proprio dell’istruzione.

 

Approfondimenti



 

 

 

 

lunedì 3 novembre 2025

INSEGNANTI, PELLEGRINI DELLA SPERANZA

 


“Un’educazione che guarisce 
e difende l’umanità”

 Il ruolo dell'istruzione, della religione e della fede 

nei contesti post-conflitto

 

 

-       - di Izzeldin Abuelaish < izzeldin.abuelaish@utoronto.ca *

 Introduzione

Cari fratelli e sorelle,

Cari insegnanti e pellegrini della speranza,

Cari amici nella fede e nell'umanità e servitori della pace,

È una benedizione e un profondo onore trovarmi in mezzo a voi, insegnanti, credenti e servitori della pace, per parlare di ciò che ci unisce: la nostra fede condivisa nell'umanità, la nostra dedizione all'istruzione e la nostra speranza in un mondo guarito dall'odio.

È con un cuore colmo di gratitudine e umiltà che mi presento oggi davanti a voi – tra insegnanti, credenti e guaritori del mondo – per parlare di ciò che ci unisce: la nostra fede nell’umanità, la nostra dedizione all’istruzione e la nostra speranza di pace.

È con un cuore colmo di gratitudine e umiltà che mi presento oggi davanti a voi – tra insegnanti, credenti e guaritori del mondo – per parlare di ciò che ci unisce: la nostra fede nell'umanità, la nostra dedizione all'istruzione e la nostra speranza e le nostre azioni per la libertà, la giustizia, la dignità, i diritti, l'uguaglianza, la responsabilità e la pace per tutti, dove nessuno è lasciato indietro. Un mondo libero dall'odio, dall'ingiustizia, dalla discriminazione, dalle guerre, dalla violenza...

Non vengo a voi dalla teoria o dall'astrazione, ma dalla vita stessa: una vita segnata dalla perdita, ma guidata e sollevata dalla fede; un viaggio attraverso il dolore e la sofferenza, ma ancorato e guidato nella speranza.

Ho vissuto la guerra. Ho seppellito le mie figlie.

Ma non ho mai seppellito la mia fede e la mia convinzione che l'istruzione, la fede e la compassione possano trasformare l'oscurità in luce, le sfide in opportunità e il dolore in promesse e speranza, non in Dio, non nelle persone e non nel potere dell'istruzione di trasformare l'oscurità in luce.

Ho vissuto la guerra. Ho seppellito le mie figlie.

Ma non ho mai seppellito la mia fede: né in Dio, né nelle persone, né nel potere dell'istruzione di trasformare l'oscurità in luce.

Mi presento davanti a voi non come vittima della guerra, ma come testimone delle sue ferite più profonde e come credente nel potere di ciò che può guarirle: l'istruzione, la religione e la fede.

Ho visto cosa può distruggere l'odio.

Ho seppellito le mie amate figlie, la mia famiglia, la mia casa, eppure mi rifiuto di seppellire la mia speranza. Perché dalle ceneri della distruzione ho imparato che nessuna bomba può uccidere lo spirito della conoscenza e nessun proiettile può mettere a tacere la fede nell'umanità.

In ogni conflitto, le vittime più gravi non sono solo vite umane: sono la perdita di fiducia, di compassione, della convinzione di poter vivere insieme. Quando le armi tacciono, la guerra invisibile continua: una guerra nei cuori, nelle menti e nelle anime.
Ed è qui che l'educazione e la fede devono emergere, non come armi di divisione, ma come strumenti di guarigione e rinascita.

Religione e fede: dalle ferite alla saggezza

La fede è la bussola interiore che ci mantiene umani in tempi disumani.
La religione – nella sua forma più autentica – non ci divide; ci lega gli uni agli altri.

La religione, se compresa nella sua essenza, non è un elemento di divisione, ma unificante.
Tutte le fedi condividono un comandamento fondamentale: amare il prossimo, cercare la giustizia e proteggere la vita. Tutte le fedi ci chiamano a mostrare compassione, a perdonare e a guarire.

Ma troppo spesso la religione è stata presa in ostaggio, usata o abusata da coloro che la usano per giustificare odio, crimini, avidità.

Dobbiamo rivendicarlo, come fonte di guarigione, non di danno.

La fede non consiste nel costruire muri; consiste nel costruire ponti.
Non riguarda "noi e loro", ma tutti noi, insieme.

Tra le rovine della guerra, ho scoperto che la fede – la vera fede – non inizia nei templi o nelle moschee, ma nel cuore che si rifiuta di rinunciare all'umanità e alla speranza.
È la fede che ci dice:

"Anche dopo l'oscurità, c'è l'alba. Anche dopo la morte, c'è la resurrezione."

La fede non è passiva; ci chiama ad agire, a perdonare, a ricostruire e a restituire la dignità a coloro che sono stati disumanizzati.


Senza fede – fede in Dio, fede nella giustizia, fede reciproca – la riconciliazione è impossibile.

Nelle società post-conflitto, la religione dà alle persone la forza di andare avanti, di ricostruire e di credere nuovamente nella sacralità della vita.


Trasforma le vittime in testimoni e i difensori, i testimoni in insegnanti di giustizia, libertà, dignità e uguaglianza, dove la pace è una conseguenza...

 

La guerra distrugge più delle infrastrutture: distrugge l'architettura morale ed emotiva dell'umanità. Mentre la ricostruzione ricostruisce i muri, l'istruzione e la fede ricostruiscono le persone.

La religione guarisce le ferite invisibili:

ci insegna a vivere di nuovo, ad avere di nuovo fiducia, a credere di nuovo.


Ci ricordano che la nostra comune umanità è sacra, che nessuna vita è sacrificabile e che il potere più grande che deteniamo è il potere di prenderci cura degli altri.
La religione, nella sua forma pura, aiuta sia le vittime che i carnefici a riscoprire la loro comune umanità.

La vera religione non insegna contro chi combattere , ma insegna come perdonare.

La religione ripristina il significato e l'ordine morale: la guerra non distrugge solo corpi ed edifici, ma ne distrugge il significato. Le persone perdono la fede nell'umanità, nella giustizia, in Dio, nella vita stessa.

La religione pura ripristina l'orientamento morale, ricordando ai sopravvissuti che la sofferenza non è la fine, che la vita ha ancora un valore sacro, che la giustizia e la pace rimangono mandati divini.

Nelle situazioni post-conflitto, questo è fondamentale:

        Aiuta le persone a dare un senso alla perdita.

        Sostituisce la disperazione con uno scopo.

Trasforma le vittime in testimoni morali che lavorano per impedire il ripetersi della violenza. "All'indomani della guerra, la religione può riaprire le porte delle nostre comunità, ma la fede riapre le porte dei nostri cuori. Una ricostruisce ciò che è stato distrutto fuori di noi; l'altra ricostruisce ciò che è stato spezzato dentro di noi. Insieme, sono le due ali della speranza – e solo con entrambe l'umanità può risorgere".

La religione rielabora il tessuto sociale. "La religione e la fede non consistono nel costruire muri, ma nel costruire ponti di umanità". La religione pura fa proprio questo: trasforma gli insegnamenti sacri in atti condivisi di compassione.

La religione traduce la fede in azione:

nella sua forma più pura, la religione non è solo preghiera, ma compassione in azione. La ripresa post-conflitto necessita sia del conforto spirituale della fede sia della compassione pratica che la religione ispira:

        Guarire i malati.

        Educare i bambini.

        Prendersi cura delle vedove e degli orfani.

        Difendere la giustizia e i diritti umani.

Quando la religione è vissuta come servizio – a Dio attraverso gli altri – diventa il motore più potente di guarigione sociale. "La preghiera più autentica dopo la guerra", si potrebbe dire, "è quella di guarire le ferite di chi soffre".

 

La religione come ponte tra comunità divise: se vissuta con umiltà, la religione diventa il ponte più forte per superare le divisioni causate dalla guerra.

La collaborazione interreligiosa, quando è radicata in principi etici condivisi, può ricostruire la fiducia tra gruppi un tempo ostili.

Dopo la guerra, i cuori sono pieni di dolore, rabbia e sfiducia.

La religione pura offre un linguaggio di perdono ed empatia, invitando le persone ad andare oltre la vendetta.

Guarire l'anima post-conflitto : nelle società post-conflitto, ricostruiamo strade e case, ma spesso dimentichiamo di ricostruire cuori, menti e anime.
Il trauma della guerra non è solo fisico: si radica nel tessuto sociale, trasmettendosi di generazione in generazione.

Se l'odio può essere contagioso, allora lo può essere anche la compassione. Se la violenza può diffondersi, lo può fare anche la guarigione .

Ecco perché educazione e fede devono andare di pari passo.
Le scuole non devono solo insegnare i fatti, ma anche promuovere empatia, giustizia, libertà, dignità, rispetto e uguaglianza.

I leader religiosi non devono solo predicare, ma anche praticare il perdono.
E i politici devono considerare l'istruzione e la riconciliazione come sicurezza nazionale: non lussi, ma necessità.

 

L’odio, una malattia da prevenire

Il nostro mondo non conoscerà mai la pace finché non tratteremo l'odio come una malattia da prevenire, non come un destino da accettare.

Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di salute pubblica, che guarisca sia il corpo che l'anima e la mente.

 

Costruiamo insieme un mondo in cui l'istruzione dia potere, la fede illumini e l'umanità unisca. Dove leader e bambini imparino non il linguaggio della vendetta, ma la grammatica della riconciliazione.

Dove le nostre religioni si incontrino non nel conflitto, ma nella compassione. E dove noi, come un'unica famiglia umana, diciamo: "Mai più l'odio vincerà. Mai più il silenzio sarà la nostra risposta".

Perché la compassione è più forte dell'odio. La conoscenza è più forte dell'ignoranza.
E la fede, quando è guidata dalla giustizia e dalla misericordia, è più forte della guerra.

 

L’etica, una bussola morale

La vera religione non chiede mai alle persone di dimenticare l'ingiustizia, ma le invita a trasformarla attraverso la verità e la responsabilità. Nelle società post-conflitto, l'etica religiosa fornisce una bussola morale per i processi di verità e riconciliazione:

        Tutelare la dignità delle vittime.

        Richiedere la verità e il pentimento.

        Incoraggiare il perdono come atto morale libero, non come amnesia forzata.

Questa verità equilibrata con la misericordia, la giustizia con la compassione, è al centro di ogni messaggio profetico. Previene il ritorno della violenza trasformando la rabbia in responsabilità.

La religione nella sua forma più pura: una fonte di guarigione e speranza; la religione, quando intesa nella sua essenza più pura, non riguarda dogma, dominio, divisione o differenza: riguarda liberazione, dignità e compassione divina.
Non si tratta di dividere l'umanità in "noi" e "loro", ma di vedere il riflesso divino in ogni volto umano.

Nella sua forma più autentica, la religione è una medicina spirituale per le società ferite.
Dopo la guerra, quando le persone si portano dietro dolore, rabbia e sfiducia, la religione ricorda loro che la misericordia è più forte della vendetta e la compassione più profonda delle ferite.

Tutte le fedi condividono questo DNA morale. La religione, nella sua purezza, insegna il perdono come forma di forza, non di resa. Restituisce un significato alla sofferenza ricordandoci che la vita, anche dopo una devastazione, rimane sacra. Trasforma il trauma in responsabilità morale, invitando i sopravvissuti a non perpetuare il dolore, ma a impedirlo agli altri.

La religione riaccende la speranza e lo scopo: dopo la guerra, le persone spesso vivono in quello che i teologi chiamano "esilio spirituale".

Sopravvivono, ma senza speranza.

La religione pura riaccende la speranza:

segna che la vita, per quanto spezzata, può essere rinnovata; che la sofferenza può essere redentrice; che la pace non solo è possibile, ma è necessaria per la fede stessa

Dopo un conflitto, la religione pura diventa una medicina spirituale.
Aiuta le persone a trovare un senso nella sofferenza e la forza nel perdono. Ripristina l'orientamento morale in un mondo in cui la verità è stata infranta. Unisce le comunità attraverso la compassione e il servizio.

Istruzione:

 l'istruzione, amici miei, non è solo il trasferimento di conoscenze: è la nascita dell'umanità. Ogni classe, soprattutto in una società post-conflitto, è un santuario dove il dolore può essere trasformato in scopo e la disperazione in dignità.
Ogni vero insegnante è un pellegrino di speranza, che cammina con le anime ferite, aiutandole a riscoprire il significato e l'autostima.

Quando l'odio brucia le case, l'istruzione ricostruisce i cuori. Quando la guerra distrugge i libri, gli insegnanti riscrivono la storia dell'umanità. Quando l'ignoranza, l'arroganza, l'avidità e la paura accecano le menti, l'istruzione restituisce loro la vista. L'istruzione è l'antidoto più forte alle malattie del pregiudizio, della paura e della violenza.

Di che tipo di istruzione abbiamo bisogno? Non tutta l'istruzione guarisce.
Abbiamo visto l'istruzione usata per dividere, per indottrinare, per giustificare l'ingiustizia. Ma l'istruzione di cui il nostro mondo ha bisogno oggi – e che la nostra fede ci chiama a costruire – è un'istruzione con un impatto umano, sano e pacifico. Questa è un'istruzione che umanizza, non disumanizza.

Insegna agli studenti non solo come guadagnarsi da vivere , ma anche come rendere la vita degna di essere vissuta.

Coltiva l'empatia, il pensiero critico e il coraggio morale: la capacità di difendere la verità e la dignità anche quando il silenzio sembra più sicuro. La vera educazione è un'educazione del cuore e della mente.

Insegna il rispetto per la diversità, la compassione per i deboli e la responsabilità reciproca.
Incoraggia gli studenti a chiedersi non solo "Chi sono io?", ma anche "Chi siamo noi, insieme?".

Tale educazione difende l'umanità. È radicata nell'etica, nutrita dalla giustizia e guidata dall'amore.

Prepara i giovani non a dominare gli altri, ma a servirli, non a sfruttare il mondo, ma a guarirlo.

Un’educazione sana

Questo è ciò che chiamo educazione sana: un'educazione che alimenta il benessere emotivo, spirituale e sociale come parte della salute pubblica stessa.

Perché la salute di una società non si misura solo negli ospedali, ma anche nelle sue aule, nel modo in cui insegna ai suoi bambini a essere umani.

È stata questa convinzione a spingermi a creare la Daughters for Life Foundation , per dare alle giovani donne provenienti da regioni devastate dalla guerra la possibilità di imparare, di essere leader e di portare guarigione alle loro comunità.

Perché quando una ragazza riceve un'istruzione, la pace ha una madre, un futuro e un battito cardiaco.

Istruzione: il cammino sacro dalla sofferenza alla speranza

L'istruzione, amici miei, non è solo un atto di apprendimento: è un atto di fede.
Ogni aula in una società post-conflitto è uno spazio sacro, dove la disperazione può essere trasformata in possibilità.

Ogni insegnante è un pellegrino della speranza: cammina con le anime ferite, aiutandole a riscoprire il significato della vita, la dignità e la pace.

Quando l'odio brucia le case, l'istruzione ricostruisce cuori e anime.
Quando la guerra distrugge i libri, gli insegnanti riscrivono le storie dell'umanità. Quando l'ignoranza, l'avidità e l'arroganza accecano le menti, l'istruzione restituisce loro la vista.

Il Sacro Cammino dalla Sofferenza alla Speranza:

l'istruzione, amici miei, non è solo un atto di apprendimento, è un atto di fede. Ogni aula in una società post-conflitto è uno spazio sacro, dove la disperazione può essere trasformata in possibilità.

Ogni insegnante è un pellegrino di speranza: cammina con le anime ferite, aiutandole a riscoprire il significato della vita, la dignità e la pace.

Quando l'odio brucia le case, l'istruzione ricostruisce i cuori.

Quando la guerra distrugge i libri, gli insegnanti riscrivono le storie dell'umanità.

Quando l'ignoranza acceca le menti, l'istruzione restituisce loro la vista.

L'istruzione è il vaccino contro l'odio, la medicina più potente per curare le malattie morali della paura, del pregiudizio e della vendetta.

L'istruzione è la medicina più potente per curare le malattie morali della paura, del pregiudizio e della vendetta.

L'istruzione è l'antidoto e il vaccino contro l'odio. L'istruzione non riguarda solo la lettura e la scrittura. È il vaccino contro l'odio, l'antidoto all'ignoranza e alla paura.
È ciò che trasforma il dolore in uno scopo e la rabbia in azione. Quando insegnavo tra le macerie di Gaza, vedevo bambini che avevano perso tutto, eppure i loro occhi brillavano ancora della luce dell'apprendimento. Non erano solo studenti; erano semi di un futuro che dobbiamo coltivare.

L'istruzione fornisce al figlio della guerra il linguaggio per dire: "Non odierò".
Dà ai giovani nei campi profughi il potere di sognare oltre i muri. Dà ai sopravvissuti la capacità di ricostruire la società sulla giustizia, la conoscenza e la compassione.

Ecco perché ho fondato la Daughters for Life Foundation: per dare alle giovani donne, che hanno perso così tanto a causa della guerra, la possibilità di rivendicare il loro diritto a imparare, a guidare e a guarire il mondo attraverso la loro saggezza.

Perché quando una ragazza riceve un'istruzione, la pace ha la possibilità di vivere.

L'istruzione e la religione possono guarire ciò che la guerra frantuma: i fondamenti morali ed emotivi della società. Ci insegnano a vivere, non solo a sopravvivere. Ci ricordano che siamo tutti figli di Dio, indipendentemente dal nostro nome, dalla nostra nazione o dal nostro credo.

Nei contesti post-conflitto, dobbiamo educare non solo la mente, ma anche il cuore.
Dobbiamo insegnare la storia senza odio, la memoria senza vendetta e la fede senza fanatismo. Perché una pace costruita sulla paura è fragile, ma una pace costruita sull'educazione e sulla fede dura.

Insegnanti:

I veri pellegrini della speranza, messaggeri dell'umanità

Cari insegnanti, voi siete gli architetti della pace di domani. Siete voi che piantate semi di speranza nel terreno della sofferenza. Ogni lezione che insegnate con amore è una sfida all'odio.

Ogni atto di pazienza è un atto di fede.

Non siete solo trasmettitori di conoscenza, siete custodi dell'umanità.
Attraverso la vostra compassione e il vostro esempio, date anche ai bambini ciò che la guerra ha portato via: la capacità di sognare.

Non siete solo educatori. Siete pellegrini di speranza, che percorrono con fede la strada per un mondo migliore, dalla disperazione alla dignità, portando con sé la luce che nessuna oscurità può spegnere.

Potreste non vedere sempre i frutti del vostro lavoro, ma sappiate questo: ogni lezione di compassione, ogni parola di incoraggiamento, ogni atto di pazienza è una candela accesa nell'oscurità.

Tu porti avanti la missione del divino: guarire chi è spezzato, sollevare chi è caduto e ricordare all'umanità che l'amore è più forte della morte.

Nelle tue mani risiede il potere di spezzare il ciclo della violenza e di dare vita a una nuova generazione di costruttori di pace.

 

Elevare l’umanità

Vorrei concludere con un invito all'azione: "La religione non riguarda il dominio, riguarda la liberazione, non riguarda le regole, ma le relazioni.

Ci ricorda che la pace è sacra, che ogni essere umano porta con sé il respiro del Divino.
In un mondo post-conflitto, la religione pura diventa un santuario per l'anima, dove il perdono è adorazione, la compassione è preghiera e la ricostruzione dell'umanità è il più alto atto di fede.

Mentre celebriamo questo Giubileo dell'Educazione, ricordiamo che la nostra missione non è solo quella di educare le menti, ma di elevare l'umanità. Essere umani e difendere l'umanità:

la pace inizia in classe, ma non finisce lì. Deve raggiungere ogni casa, strada, parlamento, ogni cuore, ogni preghiera.

Impegniamoci a coltivare un'educazione che insegni la compassione e l'amore prima della logica, l'etica prima dell'economia, l'umanità prima della nazionalità; insegniamo ai nostri figli non solo come guadagnarsi da vivere, ma anche come rendere la vita degna di essere vissuta. Insegniamo ai nostri figli che essere veramente umani significa difendere ogni altro essere umano, soprattutto i sofferenti, i senza voce, i dimenticati.

Insegniamo loro che il perdono è forza, che la compassione è saggezza e che la speranza, anche nelle rovine, è un dovere e un'azione sacra.

Il futuro dell'umanità non dipende dalla potenza degli eserciti, ma dal coraggio degli insegnanti e dei credenti che osano amare quando altri scelgono l'odio .

Camminiamo insieme, persone di tutte le fedi, come pellegrini della speranza, guarendo un mondo ferito attraverso le forze divine dell'educazione, della fede e della compassione.

Perché quando il cuore educa, l'anima crede e l'umanità si unisce,
la pace non è un sogno; diventa il nostro destino.

 

Costruire il futuro del mondo

Il futuro del nostro mondo non sarà costruito da chi sa di più, ma da chi ha più a cuore la cosa.

Perché la conoscenza senza coscienza è vuota, mentre l'istruzione è piena di fede, compassione e umanità e può guarire il mondo.

Camminiamo insieme – musulmani, cristiani, ebrei, credenti e umanisti – come pellegrini della speranza, difensori della vita, costruttori di pace.

Perché quando il cuore educa, l'anima crede e l'umanità si unisce,
la pace non è un sogno; diventa il nostro destino.

 

* Università del Cairo , Harvard TH Chan School of Public Health

 UMEC-WUCT Giubilee




 

martedì 11 marzo 2025

LE NUOVE INDICAZIONI PER LA SCUOLA

 


Pubblicato il testo delle "Nuove indicazioni per la scuola dell’infanzia e primo ciclo di istruzione 2025


Materiali per il dibattito pubblico


La Commissione incaricata della redazione del nuovo testo delle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione ha terminato i lavori di redazione della bozza di documento che è oggetto della presente pubblicazione.

La pubblicazione del documento è finalizzata ad avviare nei prossimi giorni la fase di consultazione che la stessa Commissione effettuerà mediante incontri con le associazioni professionali e disciplinari, con le associazioni dei genitori e degli studenti e con le organizzazioni sindacali della scuola.

Il confronto sarà utile per avviare l’iter formale di adozione delle Nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione che andranno a sostituire dall’anno scolastico 2026/2027 quelle adottate nel novembre 2012.


Documenti Allegati



Istruzione e Merito

Immagine