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lunedì 22 giugno 2026

DI CHE SOGNO SEI?


Il motore dell'ispirazione

 è l'immaginazione,

 a sua volta bisognosa 

di attenzione.

Che cosa uccide

 i nostri sogni?


-di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa ero al concerto di Cesare Cremonini che ho potuto salutare prima che diventasse un supereroe da palco. Mi ha detto che non sono stati i traumi a renderlo un artista ma i sogni, che l'hanno salvato dai traumi alimentando sempre la musica. Ma per cosa usiamo il plurale metaforico «sogni»? 

Nella vita c'è tanta gioia quanta creazione, la creazione viene dall'ispirazione, l'ispirazione dall'immaginazione, che non è fuga ma immersione nello spessore della realtà: quando un bambino vede un cavallo in una scopa è uno scienziato che scopre la gravità in una mela o un poeta che trova l'infinito in una siepe. L'immaginazione non è fantasia ma attenzione innamorata, capacità di stare di fronte alle cose per portarle a compimento. Ogni vocazione è infatti uno sguardo unico sul mondo: nella luce Einstein trova la relatività e Monet un modo nuovo di dipingere. Per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? Di che «sogno» sei? Domande che ogni educatore dovrebbe incarnare, perché l'energia creativa nasce dalla catena attenzione-immaginazione-ispirazione che, come i sogni, genera il nuovo a partire da dati di realtà vissuti in modo unico da ognuno di noi.  

Purtroppo, a volte la catena si interrompe, magari proprio nell'età fatta per «sognare». Questo consegna i ragazzi al potere e ai traumi, senza difese. Che cosa uccide i sogni? 

Una risposta l'ho trovata nelle parole di un altro musicista e amico, Max Pezzali, in una recente intervista al Corriere, in cui racconta l'origine di Hanno ucciso l'uomo ragno: «All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e della carta. Stavamo scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel stesse rovinando l’Uomo Ragno: una metafora del tempo, del mondo degli adulti che ruba i sogni ai ragazzi».  

Come fare a non farseli rubare? A quasi 50 anni posso continuare a sognare perché mi sento sognato. Se sei sognato, puoi sognare: se c'è un amore che ti vuole esistente allora puoi amare la vita. Questo fondamento permette, nonostante i propri limiti e la durezza del vivere, di aprirsi alla realtà, mentre per chi non sente voluto, la realtà diventa pericolosa e da controllare. Ci si adatta a copioni da seguire: bisogni da soddisfare e non sogni da realizzare. Come accedere a questo livello di vita gioiosa in cui ci si sente voluti?  

Nel suo recente libro «Parlare di Dio» il filosofo Byung-Chul Han, dialogando con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell'immanenza della produzione e del consumo, al di là dell'immanenza dell'informazione e della comunicazione, vi è un'altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa presenza dell'essere». 

Sognare non è fuggire dalla realtà ma vivere la gioia di essere qui grazie a una trascendenza. Per il filosofo Dio non è morto, lo è forse la nostra capacità di percepire chi non ha mai smesso di rivelarsi, come se qualcuno molto raffreddato affermasse che un profumo non esiste. L'organo di percezione è l'attenzione. 

Per spiegarlo cita le parole di Simone Weil relative a un mito eschimese sull'origine della luce: «Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c'è veramente desiderio, se l'oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la luce. C'è veramente desiderio quando si compie uno sforzo di attenzione». 

Il filosofo commenta così le parole di Weil: «Il desiderio è Eros. Oggi viviamo in un'epoca senza Eros. Il desiderio cede il passo al bisogno, che al contrario del desiderio non necessita di un'attenzione profonda. Ma lo spirito è desiderio. L'epoca del bisogno è quindi un'epoca senza spirito».  Dio non è morto ma non può essere percepito se non al suo livello, lo spirito, che è desiderio frutto di profonda attenzione. Non è un caso che la dipendenza dai social destrutturi proprio l'attenzione e quindi il desiderio, e che i ragazzi diventino quindi più fragili psicologicamente. Per questo proteggerli fino a una certa età è solo buon senso. 

In fondo «la mala» e «la pubblicità» che, secondo gli 883, avevano forse ucciso l'Uomo ragno erano immagini calzanti per indicare chi ruba i sogni (desiderio) o distruggendoli o riducendoli a bisogni. 

Ritornando a Cremonini, durante il concerto ha cantato «San Luca» con l'amico Luca Carboni, una bellissima canzone-preghiera ambientata salendo al santuario della Madonna di San Luca sui colli bolognesi, gli stessi dove Cesare, adolescente, andava in giro con la vespa che mette «le ali sotto ai piedi» e «ti toglie i problemi». In questa canzone invece i problemi sono tutti lì, ma qualcosa ti solleva, ti accompagna, proprio grazie a uno «sforzo di attenzione»: «Proprio oggi che era uscito il sole./ Mentre gli altri se ne vanno al mare/ Voglio stare da solo/ Così magari mi trovo, sì/ Quando non c'è qualcuno che mi aiuta/ Vado a correre fino a San Luca/ Così magari mi trovo/ In qualche sentiero nuovo lì/ Dove la luce si fa camminare/ Come tra i portici in un temporale/ Ti fa prendere il volo/ E non ti senti più solo qui».  

 

Il cammino-luce ricorda il desiderio di cui parlava Weil con il mito del corvo: proprio in quella fame di luce, in quel vuoto si apre la dimensione spirituale, dove non ci sente più soli, perché è lì che abita il divino in noi, la nostra dimensione eterna, il sentirsi legati alla vita tutta senza doverselo meritare, il sentirsi sognati e quindi poter sognare.  Per avere «sognatori con i piedi per terra» occorre coltivare lo spirito, cioè tendere le orecchie alle rivelazioni dell'essere. L'educazione richiede esercizi spirituali. Meditare, stare in silenzio, camminare, fissare l'attenzione sono modi di abitare il vuoto e scoprire che non è terribile come ci fa credere la cultura del «pienessere», ma è capacità di ricevere la vita, alla maniera unica di ciascuno: un cercare che non è trovare ma farsi trovare. 

Per questo diciamo «mi manchi» a qualcuno di cui ci siamo innamorati, eppure più che l'altro abbiamo scoperto il vuoto e la paura che ne abbiamo. E Dio, la dimensione trascendente, ci mancherà sempre, perché abita proprio lì, nella nostra «mancanza», non come un oggetto del desiderio che riempirà un vuoto incolmabile ma come soggetto del desiderio, che ci rende capaci di creare come coloro che hanno sogni e non solo bisogni, che amano la vita più di quanto temano la morte, perché «la quantità di genio creatore di un'epoca è proporzionale alla quantità di attenzione estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell'epoca» (Simone Weil in Byung-Chul Han, Parlare di Dio). 

 E autentica è solo la religione che genera vita e mai morte.

Corriere della Sera

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martedì 13 giugno 2023

UNA PAGELLA PER UN ANNO


Quanto sei fuori?

 La pagella di un anno scolastico

 - di Alessandro D’Avenia

 

Cerco di portare a termine spiegazioni e verifiche entro metà maggio, per poter dedicare l’ultima parte dell’anno scolastico all’esplorazione della vocazione.

Esistere (ex- e -stare: essere saldi fuori) significa «uscire con coraggio», e corrisponde alla tappa vitale in cui si trovano i ragazzi. Con la pubertà il corpo si apre secondo una logica precisa: diventiamo capaci di dare la vita (non solo in senso biologico) e infatti il cervello torna alla plasticità che aveva da 0 a 6, per sperimentare tutto (da 6 anni alla pubertà il corpo-cervello rallenta, per addestrarsi, eliminando le pratiche superflue e rafforzando quelle essenziali, a rimanere in vita: è la fase del «bambino competente», che infatti coincide con la scuola elementare e in parte media). Che cosa ha previsto la natura per il corpo-cervello adolescente (fino più meno ai 20 anni)? Un’energia, la chiamo «erotica ed eroica», che ha lo scopo di trovare il coraggio di «uscire» di casa per farne una propria, esistere, per l’appunto. Un’educazione rispettosa della biologia e della biografia umane, strutturatesi così in millenni, non può sterilizzare questo slancio obbligando l’adolescente a restare un «bambino competente» e quindi «sottomesso», e non incoraggiato a «esistere» in proprio: uscire, andarsene di casa, farne una lui, generare nuova vita. Come supportare allora un’energia ridotta spesso a «ribellione» adolescenziale, quando è invece la sana crescita di un essere autonomo che vuole essere sempre più vivo?

 Vedo ragazzi che non «escono» (magari sono «fuori» come si dice in gergo, dove però il fuori non è energia che spinge da dentro ma fuga per paura di non averla l’energia), cioè non iniziano a esistere, ripiegati su abitudini e oggetti che li «addomesticano», proprio perché offrono «illusioni» di uscita, cioè di esistenza, quando sono in realtà «dipendenze» (per un’estasi ci vuole l’ecstasy, per vedere ci vuole un visore: la realtà va sempre aumentata, cioè fuggita o schermata). E quindi invece di allenarsi a esistere, uscire, andare incontro al mondo, sedotti dal suo quotidiano miracolo, per paura, si ripiegano, accartocciano, deprimono. 

Le due chiavi per un’educazione a «esistere», eroticamente ed eroicamente, e quindi a «resistere», sono il respiro e il desiderio. Il respiro è il primo gesto autonomo che abbiamo fatto, «usciti» dal grembo (nove mesi per prepararci!) abbiamo dovuto cominciare a respirare da soli e non attraverso la placenta. Abbiamo aperto i polmoni con uno strappo doloroso ma necessario, per questo abbiamo pianto, scoprendo subito che «là fuori» non basta «lasciarsi fare», bisogna anche «fare», ma questo, a poco a poco, ci è piaciuto e ci ha portato a esplorare: toccare, gattonare, parlare, camminare... Diventare adulti è continuare a coltivare questo respiro autonomo senza regredire al respiro indotto sempre e solo da altri, per paura del fatto che respirare da soli comporta fatica. L’ispirazione è infatti un respiro interno (in-spirare) che possiamo coltivare e allenare nel rapporto unico e irripetibile con il mondo, per quanto possa essere impegnativo e a volte ferirci. Da 0 a 18 anni l’educazione serve a trovare questa ispirazione, cioè il «respiro» che abbiamo (non diciamo forse: che persona «di respiro»?), per poi «espirare» sul mondo un soffio nuovo, il nostro. Che cosa mi ispira? Che cosa, cioè, mi fa respirare più e meglio con i miei polmoni? Che cosa fa un ragazzo che nessun altro ha avuto in mente di fare? Se ci «manca l’aria» è perché siamo rimasti infantili, controllati, diretti da altri. 

Il secondo elemento dell’esistere è il desiderio, tensione erotica verso l’alto (il senso delle cose) e verso l’altro (persone) che si struttura a partire proprio dalla nostra identità sessuata. Sesso viene probabilmente dal latino secare: tagliare, il sesso, prima ancora che sessualità, è un taglio, come in una tela di Fontana o in un pezzo di puzzle, che ci chiama a uscire, esistere, esplorare, incontrare, un dato che l’evoluzione ci ha consegnato in millenni di paziente lavoro. La nostra apertura erotica verso il mondo è infatti una chiamata a creare: dove l’eros è in agonia sparisce la capacità di esistere (uscire), di incontrare cose e persone, di dare vita al nuovo nello stile che ci è proprio. Come coltivare quindi respiro e desiderio, principi di animazione e individuazione? Negli anni ho provato a costruire un percorso di esercizi e letture per aiutare i ragazzi a trovare e allenare respiro e desiderio, mettendo in comune la scoperta, che in certi casi è affidata proprio allo sguardo degli altri e non a una ricerca isolata: è nella relazione che scopro che cosa porto nel mondo, e perché quindi mi conviene «uscire», «venire al mondo». Per me è parte integrante del programma: a che serve raccontare la vocazione di uomini e donne del passato, se poi non aiuta quelli del presente a trovare la loro? 

A poco a poco rinforzano ispirazione e desiderio, trovando un po’ di coraggio per le scelte di futuro, lasciare casa per farne una nuova: esistere. Anche questo dovremmo valutare a fine anno, non limitandoci alle medie matematiche: hai imparato a respirare meglio (ispirazione) e a dare vita (desiderio) nel tuo modo originale? Vorrei una pagella fatta non solo da una colonna di numeri, ma da una consegna di speranza, anche per chi ha insufficienze e quindi non riceve i voti (chi ha «debiti» ha il «giudizio sospeso»: basta soffermarsi su questo lessico per capire che affidiamo il giudizio solo alla performance quantitativa). L’altro giorno ho sentito il rimprovero di una mamma a un bambino di più o meno sei anni: «Il tuo comportamento non è premiante!». Riduciamo l’educare a una partita doppia di debito-credito, a premi/pene adatti per addestrare gli animali. Così l’energia di un bambino e adolescente, fatta per esistere e resistere, viene spenta da controllo e standardizzazione, invece di essere allenata per diventare maturi, autonomi, creativi, relazionali. Un ragazzo deve «uscire» da scuola non solo sapendo quanto vale da 1 a 10 la sua preparazione in italiano, matematica e inglese, ma anche come respira (che cosa lo ispira e come ispira altri) e come desidera (in che modo riceve e dà vita al mondo). In pagella vorrei un giudizio su «quanto sei fuori», che poi significa «quanto sei dentro». Ma esiste ancora «un dentro» (respiro e desiderio) nelle nostre parole di educatori?»

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