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venerdì 26 giugno 2026

RICOSTRUIRE LA FIDUCIA

 CORRESPONSABILITA' EDUCATIVA


Un tredicenne accoltella la propria insegnante. Un fatto grave che interroga la capacità del mondo adulto di educare e dare il buon esempio

 

-di MARGHERITA SIBERNA BENAGLIA*

La drammatica vicenda del tredicenne che alcuni mesi fa ha accoltellato la propria insegnante ha profondamente colpito l’opinione pubblica. Un fatto grave, che ha suscitato sgomento e interrogativi. Ma sarebbe un errore considerarlo un episodio isolato. Con modalità e gravità diverse, eventi che raccontano il disagio delle relazioni educative, la perdita di fiducia negli adulti e l’incapacità di gestire conflitti e frustrazioni si susseguono ormai con una frequenza preoccupante. Aggressioni a docenti, episodi di violenza tra coetanei, atti di bullismo, minacce e comportamenti sempre più estremi sono purtroppo entrati nella cronaca quotidiana del nostro Paese.

Come Agesc, Associazione Genitori Scuole Cattoliche, siamo da sempre convinti che l’educazione sia un’opera comunitaria. La famiglia è il primo e principale soggetto educativo, ma nessuna famiglia può essere lasciata sola. Allo stesso modo, nessuna scuola e nessun docente possono essere lasciati soli di fronte alle sfide educative del nostro tempo. La corresponsabilità educativa non è uno slogan: è una necessità.

Colpiscono, nelle parole attribuite al ragazzo, il senso di isolamento, la percezione di essere vittima di adulti che non lo comprendono e non si prendono cura di lui. Al di là della fondatezza di tali convinzioni, emerge un dato che non si può ignorare: quando viene meno la fiducia negli adulti e nelle istituzioni educative, il giovane rischia di chiudersi in una lettura distorta della realtà, nella quale il conflitto non trova più mediazione e l’altro non è più una persona con cui dialogare, ma un ostacolo da eliminare.

Per questo oggi è fondamentale ricostruire la fiducia. Fiducia nella famiglia, nella scuola, nelle istituzioni, nella capacità degli adulti di accompagnare e orientare. Una società che delegittima costantemente ogni figura educativa finisce per lasciare i più giovani senza punti di riferimento credibili. L’autorevolezza non nasce dall’imposizione, ma dalla coerenza, dalla vicinanza e dalla capacità di costruire relazioni significative. I ragazzi hanno bisogno di adulti presenti, capaci di ascoltare, ma anche di indicare una direzione.

Accanto alla fiducia, occorre recuperare il senso del limite e della legalità. Viviamo in un contesto culturale che spesso fatica a riconoscere il valore delle regole come strumento di libertà e di convivenza. Eppure educare significa anche aiutare a comprendere che non tutto ciò che si desidera è legittimo, che il conflitto non giustifica mai la violenza e che la dignità dell’altro rappresenta un confine invalicabile.

La legalità non è soltanto rispetto formale delle norme: è educazione alla responsabilità, al rispetto reciproco, alla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Questa sfida riguarda i giovani, ma anche gli adulti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di riconoscere l’autorità delle regole se per primi offriamo modelli improntati all’aggressività, alla delegittimazione continua dell’avversario o all’idea che ogni limite sia un ostacolo da abbattere. L’educazione alla legalità inizia dalla testimonianza quotidiana.

Infine, questa vicenda richiama con forza la necessità di una vera alleanza contro la solitudine educativa. Troppo spesso genitori e docenti vivono le proprie responsabilità in isolamento, talvolta persino in contrapposizione reciproca. Invece di costruire ponti, si alzano muri; invece di collaborare, si cercano colpe. Ma quando famiglia e scuola smettono di riconoscersi come alleati, i primi a pagarne il prezzo sono proprio i ragazzi.

L’Agesc continua a credere che la strada sia quella del dialogo, della corresponsabilità e della comunità educante. Servono spazi di incontro autentico tra famiglie, insegnanti e studenti; servono adulti capaci di fare rete; serve una società che torni a considerare l’educazione non come una questione privata, ma come il più importante investimento sul futuro.

Di fronte a fatti che ci feriscono e ci interrogano, la risposta non può essere la rassegnazione. Deve essere un rinnovato impegno educativo. Perché ogni ragazzo ha bisogno di sentirsi accompagnato, ogni genitore ha bisogno di sentirsi sostenuto e ogni insegnante ha diritto di non essere lasciato solo. Solo così sarà possibile ricostruire quella fiducia senza la quale nessuna comunità educante può esistere.

*Vicepresidente Nazionale AGESC

www.avvenire.it

 

 

sabato 4 gennaio 2025

LA SPERANZA SOSTIENE L'EDUCATORE

 


DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALL'UNIONE CATTOLICA INSEGNANTI, DIRIGENTI, EDUCATORI, FORMATORI (UCIIM);
ASSOCIAZIONE ITALIANA MAESTRI CATTOLICI (AIMC);
ASSOCIAZIONE GENITORI SCUOLE CATTOLICHE (AGESC)

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Sono contento di incontrarvi in occasione degli anniversari delle vostre Associazioni: l’80° dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici e dell’Unione Cattolica Italiana Insegnanti, Dirigenti, Educatori, Formatori, e il 50° dell’Associazione Genitori Scuole Cattoliche. È una bella occasione per fare festa insieme e per fare memoria della vostra storia e guardare al futuro. Questo esercizio, questo movimento tra radici – memoria – e frutti – i risultati – è la chiave di volta dell’impegno in ambito educativo.

 Vicinanza, compassione, tenerezza

Il nostro incontro avviene nel tempo liturgico di Natale, un tempo che ci mostra la pedagogia di Dio. E qual è il suo “metodo educativo”? È quello della prossimità, la vicinanza. Dio è vicino, compassionevole e tenero. Le tre qualità di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. La vicinanza, la prossimità. Come un maestro che entra nel mondo dei suoi alunni, Dio sceglie di vivere tra gli uomini per insegnare attraverso il linguaggio della vita e dell’amore. Gesù è nato in una condizione di povertà e di semplicità: questo ci richiama a una pedagogia che valorizza l’essenziale e mette al centro l’umiltà, la gratuità e l’accoglienza. La pedagogia distante e lontana dalle persone non serve, non aiuta. Il Natale ci insegna che la grandezza non si manifesta nel successo o nella ricchezza, ma nell’amore e nel servizio agli altri. Quella di Dio è una pedagogia del dono, una chiamata a vivere in comunione con Lui e con gli altri, come parte di un progetto di fraternità universale, un progetto in cui la famiglia ha un posto centrale e insostituibile. La famiglia! Inoltre, questa pedagogia è un invito a riconoscere la dignità di ogni persona, a cominciare da chi è scartato e ai margini, come duemila anni fa erano trattati i pastori, e ad apprezzare il valore di ogni fase della vita, compresa l’infanzia. La famiglia è il centro, non dimenticatelo! Mi raccontava una persona che una domenica era a pranzo in un ristorante e al tavolo vicino c’era una famiglia, papà, mamma, figlio e figlia. Tutti e quattro con il cellulare, non parlavano fra loro, con il cellulare. Questo signore ha sentito qualcosa, si è avvicinato e ha detto: “Ma voi siete famiglia, perché non parlate fra voi e parlate così? È una cosa strana…”. Lo hanno ascoltato, lo hanno mandato a quel paese e hanno continuato a fare queste cose. Per favore, in famiglia si parli! Famiglia è dialogo, il dialogo che ci fa crescere.

In cammino

L’incontro odierno si colloca anche all’inizio del cammino del Giubileoavviato pochi giorni fa proprio celebrando l’evento in cui, con l’incarnazione del Figlio di Dio, la speranza è entrata nel mondo. Il Giubileo ha molto da dire al mondo dell’educazione e della scuola. Infatti, “pellegrini di speranza” sono tutte le persone che cercano un senso per la propria vita e anche coloro che aiutano i più piccoli a camminare su questa strada. Un buon insegnante è un uomo o una donna di speranza, perché si dedica con fiducia e pazienza a un progetto di crescita umana. La sua speranza non è ingenua, è radicata nella realtà, sostenuta dalla convinzione che ogni sforzo educativo ha valore e che ogni persona ha una dignità e una vocazione che meritano di essere coltivati. A me fa dolore quando vedo i bambini che non sono educati e che vanno a lavorare, tante volte sfruttati o che vanno a cercare da mangiare o cose da vendere dove ci sono i rifiuti. È duro! E di questi bambini ce ne sono!

La speranza è il motore che sostiene l’educatore nel suo impegno quotidiano, anche nelle difficoltà e negli insuccessi. Ma come fare per non perdere la speranza e per alimentarla ogni giorno? Tenere fisso lo sguardo su Gesù, maestro e compagno di strada: questo permette di essere davvero pellegrini di speranza. Pensate alle persone che incontrate a scuola, ragazzi e adulti: «Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé» (Spes non confundit, 1). Queste speranze umane, attraverso ciascuno di voi, possono incontrare la speranza cristiana, la speranza che nasce dalla fede e vive nella carità. E non dimentichiamo: la speranza non delude. L’ottimismo delude, ma la speranza non delude. Una speranza che supera ogni desiderio umano, perché apre le menti e i cuori sulla vita e sulla bellezza eterna.

La scuola e la pace

La scuola ha bisogno di questo! Sentitevi chiamati a elaborare e trasmettere una nuova cultura, fondata sull’incontro tra le generazioni, sull’inclusione, sul discernimento del vero, del buono e del bello; una cultura della responsabilità, personale e collettiva, per affrontare le sfide globali come le crisi ambientali, sociali ed economiche, e la grande sfida della pace. A scuola voi potete “immaginare la pace”, ossia porre le basi di un mondo più giusto e fraterno, con il contributo di tutte le discipline e con la creatività dei bambini e dei giovani. Ma se a scuola voi fate la guerra fra di voi, se a scuola voi fate i bulli con le ragazze e i ragazzi che hanno qualche problema, questo è prepararsi per la guerra non per la pace! Per favore, mai fare il bullying! Avete capito questo? [rispondono: “Sì!”] Mai fare il bullying! Lo diciamo tutti insieme? Dai! Mai fare il bullying! Coraggio e avanti. Lavorate su questo.

Care sorelle e cari fratelli, voi siete qui oggi per celebrare ricorrenze significative delle vostre Associazioni, nate per offrire un contributo alla scuola, per il migliore raggiungimento delle sue finalità educative. E non alla scuola come contenitore, ma alle persone che vivono e lavorano in essa: gli studenti, gli insegnanti, i genitori, i dirigenti e tutto il personale. All’inizio della vostra storia c’è stata l’intuizione che solo associandosi, camminando insieme, si potesse migliorare la scuola, che per sua natura è una comunità, bisognosa del contributo di tutti. I vostri fondatori vivevano in tempi nei quali i valori della persona e della cittadinanza democratica avevano bisogno di essere testimoniati e rafforzati, per il bene di tutti; e anche il valore della libertà educativa. Non dimenticate mai da dove venite, ma non camminate con la testa girata indietro, rimpiangendo i bei tempi passati! Pensate invece al presente della scuola, che è il futuro della società, alle prese con una trasformazione epocale. Pensate ai giovani insegnanti che muovono i primi passi nella scuola e alle famiglie che si sentono sole nel loro compito educativo. A ciascuno proponete con umiltà e novità il vostro stile educativo e associativo.

Tutto questo vi incoraggio a farlo insieme, con una sorta di “patto tra le associazioni”, perché così potete testimoniare meglio il volto della Chiesa nella scuola e per la scuola.

La speranza mai delude, mai, la speranza mai è ferma, la speranza è sempre in cammino e ci fa camminare.

E allora andate avanti con fiducia! Benedico di cuore voi e tutti e coloro che formano la rete delle vostre Associazioni. E non dimenticatevi di pregare per me. E non dimenticate di… [rispondono: “Mai fare il bullying!”] Lo avete imparato! Grazie.

www.vatican.va

 

 

sabato 7 ottobre 2023

CUSTODIRE IL CREATO


 La conservazione del Creato

 è un compito che riguarda anche la scuola

A pochi giorni dall’esortazione Laudate Deum e a 60 anni dal Vajont, un richiamo alla responsabilità

-AgeSC


C’è un sottile filo rosso che, a nostro modo di vedere, lega insieme queste due date ed è quello della salvaguardia del mondo in cui viviamo e della dignità dell’uomo stesso che di questo mondo è parte integrante e non padrone e dominatore. Non è un caso che negli ultimi tempi la sensibilità riguardo a queste problematiche, agli stili di vita, sia cresciuta in particolare nei giovani ed abbia sempre più trovato spazio e attualizzazione nella scuola.

 È questo il senso del ricordo e del fare memoria così come lo abbiamo sempre inteso e così come si vive anche in questi giorni relativamente ad un evento che ha segnato profondamente la coscienza del nostro paese come appunto il disastro del Vajont. Memoria ed educazione in questo caso si fondono assieme, camminano insieme, come dimostra concretamente anche l’iniziativa di un istituto paritario veneto che vede in questi giorni i propri studenti protagonisti di eventi tesi non solo al ricordo di quanto accaduto ma soprattutto a far sì che la storia diventi realmente maestra di vita, occasione di cambiamenti positivi.

 Il progetto Vajont, per non dimenticare, che il Comitato d’Istituto Agesc Astori, in collaborazione con il Collegio Salesiano Astori, e l’Associazione culturale Tina Merlin di Belluno hanno realizzato, in occasione del 60° anniversario dalla tragedia del 9 ottobre 1963, nasce proprio in questo contesto di prolungamento della memoria collettiva attraverso i giovani e con i giovani studenti.

 Educare le nuove generazioni al valore della memoria, al rispetto dell’ambiente e alla capacità di discernere criticamente tra le varie fonti d’informazione sono obiettivi che come genitori, come Agesc in questo caso, sentiamo indispensabili in questo momento storico in cui siamo chiamati tutti a fare la nostra parte per questo mondo che ci è stato dato di abitare, non di possedere.

 Se da un lato questa considerazione sta divenendo sempre più condivisa dall’altro stiamo assistendo ad un aumento e ad un moltiplicarsi di disastri ambientali dove sembra che poco o nulla l’uomo impari da quanto è successo. I fatti recenti dell’Emilia, per rimanere in Italia, ma non solo, sono lì come un macigno a ricordarci come il tempo che passa ha bisogno di una forte e reale inversione di rotta. Aumentare nelle coscienze, in particolare delle giovani generazioni ma non solo, la consapevolezza del fatto che non possiamo fare finta che questo non dipenda anche da noi diventa un’azione obbligata.

 Lo scrive anche papa Francesco in uno dei passaggi della sua Laudate Domine: « La decadenza etica del potere reale – afferma il Papa – è mascherata dal marketing e dalla falsa informazione, meccanismi utili nelle mani di chi ha maggiori risorse per influenzare l’opinione pubblica attraverso di essi». Ciò che conta, scrive ancora Francesco, è ricordare che « non ci sono cambiamenti duraturi senza cambiamenti culturali... e non ci sono cambiamenti culturali senza cambiamenti nelle persone».

 Come Agesc siamo convinti che la scuola possa fare molto e già stia facendo quasi l’impossibile, considerata la solitudine nella quale si trova. La scuola è il luogo privilegiato per un apprendimento che nella società della conoscenza non può ridursi a mero apprendimento di dati. La crescita culturale oggi deve procedere di pari passo con la maturazione etica, senza la quale non possono formarsi cittadini competenti e responsabili. A noi tutti spetta dunque ridare slancio a un’azione di squadra «sulla strada della cura reciproca», impegno al quale ci richiama Francesco, nella consapevolezza che il tempo che ci è dato non è senza limiti.

 www.avvenire.it

 

sabato 22 gennaio 2022

SCUOLA, OLTRE LA DAD

Un rapporto vivo

 tra maestro e allievi

Lo sforzo per tenere aperte le aule è apprezzato dai genitori. Che credono nella passione educativa degli insegnanti

 (AGESC) Per alcuni giorni è sembrata la diffusione di un bollettino di guerra. Non ci riferiamo ai dati che quotidianamente i mezzi di informazione riportano in riferimento ai nuovi casi di contagio da Covid-19, ma piuttosto alla situazione nelle scuole del nostro paese. Basta parlare con un genitore, piuttosto che con un preside o ancora un addetto alla segreteria o amministrazione, per rendersi conto di tutta la difficoltà che sta vivendo il mondo della scuola. A tale riguardo l’accostamento alla situazione degli ospedali italiani viene spontaneo perché buona parte delle energie e delle risorse in capo ad una scuola è oggi assorbito e condizionato dalla pandemia da Sar-Cov-2. Da genitori la nostra riflessione, il nostro sguardo va anzitutto alle tante famiglie costrette a fare i salti mortali tra appuntamenti per tamponi molecolari, didattica a distanza, password di piattaforme varie, connessioni... solo per citare alcune delle situazioni che viviamo quotidianamente. È in questa situazione che, già l’avevamo scritto, emergono però le risorse che il mondo della scuola e i genitori hanno nel loro Dna.

Nell’audizione di mercoledì mattina alla Camera dei Deputati il ministro Bianchi ha, giustamente, rivendicato da parte del governo e del premier Draghi l’impegno assuntosi di fare di tutto per dare continuità in presenza all’azione educativa della scuola, sottolineandone quel valore fondamentale per la nostra società, per noi tutti che talvolta

viene dimenticato. Niente contrapposizione con la scuola digitale, con il futuro che è già presente, niente sbarramenti ideologici aggiungiamo noi perché accanto ai limiti abbiamo sperimentato quanto, in situazioni di emergenza, anche la Dad è assolutamente una risorsa che ha costituito e costituisce tuttora l’unico filo che tiene annodato l’alunno all’insegnante quando non c’è proprio la possibilità di vedersi fisicamente. Come sempre la discriminante sono le persone e la differenza la fanno sempre queste ultime mettendosi in gioco in un atto d’amore, in questo caso verso la scuola. La Dad è uno strumento e, come tale, la sua efficacia dipende dall’uso che se ne fa. È per questo che da genitori continuiamo ad interrogarci: è possibile fare scuola di qualità anche in Dad? La scuola in presenza è sempre e comunque di qualità? Come Agesc crediamo nella passione educativa di insegnanti e genitori capace di dare anima anche a uno strumento apparentemente asettico come la Dad. Questo perché si può dare buona testimonianza di vicinanza e di solidarietà anche “a distanza”.

A tutti importa della scuola, agli insegnanti, ai ragazzi e ai genitori. Se crediamo nel rapporto vivo tra maestri ed allievi, se crediamo che trasmettere sapere significhi anche avere entusiasmo e partecipazione e che la scuola sia comunità, incominciamo con l’insegnare ai nostri ragazzi che siamo noi a dover dare

anima e cuore alla tecnologia e che tutto questo può essere fatto lontano da polemiche ma accettando con maturità e consapevolezza una realtà che siamo chiamati a vivere preservando la dignità della nostra scuola. La grande sfida, il bisogno che tocchiamo con mano in questi giorni, è quanto ribadito come volontà dal ministro Bianchi. Vale a dire «rafforzare, come stabilito nel Pnrr, la scuola digitale che non si contrappone alla scuola in presenza dotando tutte le nostre scuole di quegli strumenti che permettano ai nostri ragazzi di utilizzare appieno le tecnologie che aiutano a sviluppare una didattica partecipativa».

La scuola è un elemento imprescindibile di stabilità sociale e va sostenuta “tutta”, intesa come sistema scolastico, quindi senza distinzioni, statale e paritaria, in modo particolare in questo frangente storico.

 

www.avvenire.it


sabato 15 gennaio 2022

INSEGNANTI CORAGGIOSI PER GIOVANI DISORIENTATI


 L’IMPORTANZA DEL PATTO EDUCATIVO 

TRA LA SCUOLA E LA FAMIGLIA

 Agli esempi negativi (che vengono anche dai “campioni” dello sport) è necessario contrapporre figure di donne e uomini responsabili e generosi.

 

Agesc

 

Mai come in questi giorni i titoli dei giornali hanno riportato la parola “scuola” e mai come in questi giorni tanti articoli, commenti, trasmissioni radio e tv, blog e tweet hanno parlato di “scuola”. Anche il presidente del consiglio Draghi ha avuto parole molto chiare e forti sulla scuola, parole che a prescindere dalle varie posizioni o letture, sempre soggettive, affermano in maniera chiarissima quello che umilmente anche noi di Agesc abbiamo detto e continuiamo a sostenere: il ruolo primario e fondamentale della scuola per la nostra società civile, per noi tutti, per il nostro futuro.

È un mondo decisamente complesso, quello della scuola, e il periodo che stiamo attraversando lo ha reso ancora più difficile, soprattutto per chi nella scuola ci vive e dedica energie e cuore agli studenti e alle loro famiglie con una professionalità spesso non considerata a dovere. Nella scuola, tra le mura degli istituti dello stivale, si sta formando non solo culturalmente ma anche a livello umano, di relazioni, l’Italia del futuro. L’impegno e l’esempio di tanti insegnanti, presidi e operatori amministrativi diventa oggi più che mai vitale, perché i nostri ragazzi ci guardano, guardano quello che facciamo e diciamo, guardano la nostra capacità di tenere il timone anche in un mare molto mosso.

«È l’ora dei capitani coraggiosi» recitava il titolo di un articolo pubblicato su Avvenire di qualche giorno fa che si riferiva proprio alla scuola. Proprio in quei giorni, i mezzi di comunicazione rilanciavano i capitoli della telenovela che ha avuto come protagonista il tennista Djokovic; una vicenda che si è colorata di tutta una serie di connotati che hanno suscitato non poche reazioni. Se le teorie no-vax di Novak Djokovic sono note, spesso a esporlo alle critiche sono stati i modi e i luoghi in cui le ha espresse, oltre che gli argomenti. Ha dell’incredibile che il re del tennis non si sia reso conto che parlare del potere di trasformazione delle molecole dell’acqua attraverso la forza del pensiero in diretta social e in piena pandemia fosse inopportuno. Djokovic, come altri personaggi famosi, è per tanti ragazzi, giovani e non solo, un mito da emulare e “invidiare”. «…una delle mie soddisfazioni … avere tentato di insegnarvi che la vita non è un gratta e vinci: la vita si abbranca, si azzanna, si conquista ». È un passaggio forte della lettera lasciata dal professore Pietro Carmina ai suoi studenti nel momento del pensionamento. Il professore, lo ricorderete, è morto nella tragedia di Ravanusa, causata dall’esplosione di una palazzina.

Quanti professori, oggi, hanno il volto di Carmina. Come gli insegnanti che nelle nostre paritarie, sposando il progetto educativo della scuola, si impegnano in attività di servizio gratuite così preziose in questi tempi di pandemia, in cui gli adempimenti quotidiani sono triplicati e spesso si ha bisogno di più personale. Eccoli lì i capitani coraggiosi

di cui abbiamo bisogno noi e i nostri figli; un piccolo esercito di insegnanti senza volto che ogni giorno entrano in classe, sottolineo “in classe”, per far crescere nei nostri ragazzi la consapevolezza che non sono spettatori, ma protagonisti della storia che stanno vivendo, a cominciare dai più piccoli.

Il rischio che siano gli adulti a far passare messaggi fuorvianti e forse anche di compromesso o interesse esiste, così come esiste la difficoltà di leggere giorno per giorno quello che stiamo vivendo, cercando di coniugarlo in un orizzonte che non può prescindere dal bene collettivo. Per questo, come genitori vogliamo condividere la nostra fatica educativa coi nostri alleati nella scuola, supportandoli e sostenendoli, ricercando una collaborazione attiva nel rispetto dei ruoli. Ogni giorno si semina, consapevoli che altri avranno la gioia del raccolto. Questa è la forza di chi crede nella scuola.


 www.avvenire.it  

sabato 11 dicembre 2021

ALLEANZA TRA LE GENERAZIONI PER SUPERARE LA CRISI


 «La crisi demografica si batte 

con una nuova alleanza tra generazioni»

 

La sfida del futuro oltre la pandemia è coinvolgere famiglia, scuola e società, alimentando il “noi” rispetto all’“io”

 

-         Roberto Zoppi

 

Due importanti avvenimenti, che ci riguardano e ci toccano da vicino, hanno caratterizzato lo scorso fine settimana: la Conferenza sulla Famiglia e la presentazione del 55° rapporto Censis sullo stato di salute della società italiana. Due appuntamenti che hanno, in maniera diversa, puntato i riflettori sulla “famiglia”, sulla situazione delle nostre famiglie italiane, sui bisogni, sulle fatiche e difficoltà che attraversano. Sulla riflessione e le proposte venute da questi eventi pesa certamente, come un macigno, la situazione demografica del nostro Paese ma non solo; pesa anche il crescente sfilacciamento di quel tessuto sociale nel quale la famiglia era nucleo centrale. Problemi non di poco conto che sembrano presi “di petto” dal governo che per bocca del premier Draghi, proprio alla conferenza sulla Famiglia, ha definito le politiche familiari prioritarie oggi per il nostro Paese. «La famiglia è un bene collettivo essenziale – ha detto Draghi – può e deve essere tutelato dallo Stato». E in un altro passaggio ha sottolineato come si debbano usare le politiche pubbliche per rimuovere gli ostacoli alla scelta di formare una famiglia e «mettere le coppie in condizione di avere figli se lo desiderano».

Dietro alle parole del premier, accolte con un certo apprezzamento da tante associazioni di genitori, ci sta una grande sfida che ogni tanto fa capolino nel dibattito pubblico per essere poi puntualmente messa da parte. Parliamo del patto generazionale, di quell’atteggiamento che tutti dovremmo avere non tanto di protezione dei nostri figli, magari quelli più giovani, ma di una reciproca collaborazione nel rispetto dei ruoli e delle responsabilità. Ci capita talvolta, in riferimento soprattutto all’ambiente scolastico, di incrociare storie positive in cui un ruolo centrale l’ha avuto un adulto. È in questi luoghi, spesso tra le mura di un’aula scolastica, che si formano uomini e donne in grado di pensare in grande il domani della nostra società.

È un po’ il nostro sogno di genitori Agesc: rinsaldare un’alleanza trasversale, scuola, genitori, territorio, in grado di dare risposte concrete al bisogno di crescita umana e culturale della nostra società civile attraverso uomini e donne che si assumono la responsabilità di stare, da “adulti”, in un contesto sociale complesso ed in continuo cambiamento.

Dal momento in cui siamo nati abbiamo iniziato questo percorso di relazioni, di “rete”, la cui necessità si riscontra soprattutto oggi. Un cammino non sempre facile, anzi, decisamente impegnativo perché non è semplice coinvolgere le giovani generazioni di genitori, mantenere un dialogo con le scuole e i gestori stessi, alimentare quel pensiero del “noi” rispetto all’“io” in cui non solo le restrizioni dovute alla pandemia ci hanno rigettato.

La tendenza a guardare il proprio interesse a discapito del bene comune, che poi è di fatto ricchezza per noi stessi, lascia sempre più il segno nelle nostre comunità fino a lasciarne i segni che tocchiamo con mano.

La domanda allora sorge spontanea: siamo sicuri che le poche nascite, le poche famiglie, siano conseguenza di insufficienti politiche familiari? O meglio pensiamo che bastino più soldi nelle tasche delle giovani famiglie per fare figli? Siamo convinti che le due cose debbano andare di pari passo, vale a dire che il sostegno economico e le condizioni di attenzione di una società alle problematiche della famiglia debbano andare assieme ad un’azione culturale che è trasversale alle generazioni. Come ricorda uno slogan famoso e anche qualche presidente di associazioni familiari e di genitori, dopo le parole bisogna passare ai fatti. Allora dedicare più risorse al sistema scolastico, all’istruzione, alle politiche familiari potrà risultare una tra le mosse vincenti per andare in quella direzione: ricreare un rapporto stretto e di fiducia fra le generazioni. Mettere la persona al centro oggi vuol dire proprio questo.

 www.avvenire.it

 

 

sabato 29 maggio 2021

I DISPERSI DELLA DIDATTICA A DISTANZA ...


... GUARDANO AL PIANO ESTATE

 PRIMI BILANCI DI FINE ANNO SCOLASTICO


Si avvicina la chiusura di quest’anno scolastico caratterizzato dalla pandemia. «In questi mesi – ha dichiarato il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi – abbiamo utilizzato la Dad non in alternativa alla presenza ma in alternativa alla totale assenza, perché molti ragazzi non avrebbero avuto nessun collegamento con la scuola. Questo strumento è cambiato, si è evoluto. Abbiamo imparato a usare gli strumenti, tutti noi». Ma davvero è così? Premesso che per gli adolescenti mantenere i contatti interpersonali attraverso il web è molto più naturale che per gli adulti, la Dad interpone un filtro tra sé e l’altro, fino a crearsi un’identità fasulla e a favorire il proprio ritiro sociale. «In un anno migliaia di bambini e adolescenti sono rimasti fuori dalla scuola. È la più grande emergenza educativa della storia che ha ampliato il divario tra le famiglie più ricche e quelle più povere, tra i bambini che abitano nelle aree urbane e quelle rurali, tra i minori con disabilità e quelli senza. Infatti la Dad racconta storie di dispersione scolastica che arrivano da tutto il Paese, da Nord a Sud e che ha cambiato faccia alla scuola. Il dato Ipsos è di 34mila ragazzi dispersi. Sono dati spaventosi sottolinea l’Agesc ma i numeri racchiudono tante storie. Da chi si è smarrito nella solitudine a chi ha avuto problemi di connessione, da chi ha pagato la lontananza dalla scuola e dai compagni fino a chi è stato “giustificato” dalla promozione certa. Un tasso di dispersione che è raddoppiato rispetto al 2019 (27 % contro 13%).

Secondo i dirigenti scolastici i ragazzi hanno perso motivazioni, sono caduti nell’ansia e nella depressione e non ci sono colpe specifiche. Storie di professori che hanno inseguito con ogni mezzo i loro alunni (chat, social) e altri che si sono dovuti rassegnare per colpa dei genitori che non mandavano i figli per paura del virus.

Ma il grosso problema riguarda i ragazzi con disabilità perché i livelli di partecipazione sono diminuiti sensibilmente, oltre il 23% (circa 70mila) non ha preso parte alle lezioni.

Tale quota cresce nelle regioni del Sud dove si attesta al 29%. Gli altri studenti che non partecipano costituiscono invece 1’8% degli iscritti. Anche in questo caso si riscontrano ampie differenze territoriali: le regioni del Centro si distinguono per la più bassa percentuale di studenti esclusi (5%) mentre nel Sud del Paese la quota risulta quasi raddoppiata (9%). Quali i motivi: la gravità della patologia (27%), la mancanza di collaborazione dei familiari (20%) e il disagio socio- economico (17%). Ma perché la Dad contribuisce all’isolamento? Perché lo spazio virtuale differisce dallo spazio fisico, perché non vengono attivati i neuroni cerebrali, chiamati Gps, che contribuiscono alla nostra memoria autobiografica e al nostro senso di identità.

Ma c’è un altro aspetto della comunicazione interpersonale, forse più sottile ed intimo, riguardante la percezione visiva della mimica facciale e gestuale e la percezione acustica della voce dell’altro. Attraverso la connessione digitale esiste sempre un ritardo, per quanto minimo, tra la trasmissione e la ricezione del segnale, quindi tra le espressioni mimiche, i gesti e l’emissione della voce di chi parla e la relativa percezione da parte dell’interlocutore. L’Agesc chiede di agire in fretta, con soluzioni strutturali e globali non fantasiose (vedi i banchi a rotelle) ma in modo strutturato e globale, per garantire che non siano i più piccoli a pagare il prezzo di questa pandemia. Occorre un grande lavoro di recupero nei prossimi anni e i testi del ministero parlano di un lavoro da fare per cinque anni di fila. Ma sono gli stessi studenti a sentirsi impreparati oltre che stanchi, incerti, preoccupati e ansiosi. C’è chi spera nel Recovery Fund per la lotta alla dispersione, speriamo che il Piano Estate abbia effetti efficaci, positivi e benefici.

 AGeSC

www.avvenire.it

 

 

sabato 10 aprile 2021

AGESC. RIMETTERE AL CENTRO I GIOVANI


 «Rimettere al centro i giovani e la scuola, 

per fare ripartire davvero il Paese»

Ore 8.45 una bicicletta, con figlia caricata dietro e il più piccolo davanti, arriva a scuola: «Non ne potevamo più, per chi lavora in presenza è insostenibile seguire i figli a casa; solo le maestre hanno gli strumenti per gestire alcune situazioni difficili». Un altro (cinque anni) arriva accompagnato dal papà: «Aveva una gran voglia di tornare con i suoi compagni e anche noi genitori siamo riusciti a organizzarci solo grazie al supporto dei nonni». Il ritornello è sempre lo stesso: «I bimbi avevano bisogno di tornare in presenza, per ritrovare la propria routine. Ma anche le famiglie ormai stremate da questa situazione».

Ma cosa è successo in queste settimane? Assolutamente nulla. Dai Dpcm siamo passati ai decreti legge ma la confusione, quella, resta sempre uguale. Muta il Coronavirus, ma un protocollo nazionale adeguato non c’è: l’ultimo è quello del 6 agosto, quando di varianti del Covid non si parlava. In attesa che il comitato tecnico- scientifico lo aggiorni, alla Pubblica istruzione fanno sapere che bastano i protocolli regionali per garantire aperture in sicurezza. Ma questi sono, appunto, locali: e dunque diversi l’uno dall’altro. Dal distanziamento all’areazione ognuno va per conto suo per garantire una “scuola sicura”. Con il nodo dei trasporti da sciogliere. Negli asili e materne tutto è invariato, fino ai cinque anni infatti non si usa la mascherina e se c’è un caso di positività al virus si attiva il percorso della quarantena di 14 giorni con tampone alla fine del periodo. Nelle varie regioni le altre scuole come procedono? 

In Puglia la Regione ha disposto che decideranno le famiglie tra la didattica in presenza e quella a distanza. Il professore sarà in classe, gli studenti forse sì, forse no. In Emilia Romagna a determinare l’incertezza c’è l’eventualità che in qualche classe venga riscontrato un caso di positività: cosa succede? Il professore può continuare ad insegnare? L’ordinanza emanata l’altro giorno dalla Regione non entra nel dettaglio: si limita a notare che, in attesa dell’esito del tampone, il docente può recarsi al lavoro «senza avere contatti con la classe». C’è chi lo interpreta in modo ampio e chi invece restrittivamente. E che dire dell’Alto Adige? Un provvedimento della Provincia autonoma stabilisce che gli alunni che non aderiscono ai tamponi “fai da te” finiscono automaticamente in Dad. Ma il ministro dell’Istruzione, con una circolare, mette in guardia: «L’attuale quadro legislativo nazionale non prevede la possibilità di subordinare la fruizione in presenza dei servizi scolastici all’effettuazione obbligatoria di screening diagnostici». Quanto al Lazio, il referente scolastico si deve rivolgere alla Asl competente per stabilire il da farsi: dunque la discrezionalità regna sovrana. Come se non bastasse, si registrano manifestazioni di protesta in varie città italiane per chiedere che tutti gli studenti, indipendentemente dall’età, possano tornare a frequentare in presenza anche in zona rossa. A complicare la situazione si è aggiunto un attacco hacker alla piattaforma Axios, utilizzata dal 40% delle scuole italiane: i pirati informatici, dopo aver prelevato migliaia di files, avrebbero chiesto un riscatto in bitcoin. Insomma, nonostante gli sforzi che il Governo Draghi sta facendo per superare l’anarchia derivata

da un sistema burocratico pubblico sempre più farraginoso, regna il caos. L’Agesc che da sempre ha chiesto la riapertura totale sostenendo che «le scuole sono sicurissime. In passato ci sono stati periodi con tanti focolai in quest’ambito, ma nessuno mai è nato nel contesto scolastico quanto in famiglia, tra gruppi di amici». Il vero problema è l’aspetto “esterno” alla scuola: ovvero i trasporti. Anche in questo caso i dubbi superano le certezze. Mandare a scuola i ragazzi delle secondarie di secondo grado che utilizzano per lo più i mezzi pubblici di trasporto, soprattutto nelle grandi città, non può far stare tranquilli dato l’enorme rischio contagio, rischio che ancora oggi è presente sui mezzi di trasporto.

Ma dietro ai cancelli gli alunni stanno giocando come se non fosse successo niente. Il gioco e la socializzazione, sono le chiavi di svolta (o di volta?) per la ripartenza. Occorre offrire ai ragazzi quelle competenze e quelle abilità che sono state maggiormente sacrificate durante l’isolamento.

«Le giovani generazioni – conclude l’Agesc – sono già state duramente colpite dalle misure di contrasto alla pandemia: oggi rimetterle al centro è il primo passo indispensabile per far ripartire l’intero Paese».

 

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sabato 13 marzo 2021

AGESC: RIPORTIAMO GLI STUDENTI IN CLASSE

 Riportiamo gli studenti in classe: soltanto così saranno al centro della vita sociale»

« Mesi di didattica a distanza stanno lasciando pesanti conseguenze sulla crescita di bambini, ragazzi e giovani

 


 Dad: un acronimo (didattica a distanza) tre lettere solitarie che spiegano quel fenomeno “inventato” per limitare la paura del contagio. L’Agesc ha sempre spinto verso la didattica in presenza, ma purtroppo causa il rosso che avanza tantissimi ragazzi sono costretti a casa. L’Associazione nazionale presidi insieme al centro di Ricerca Dites, il Forum delle Associazioni familiari (tra cui è presente l’Agesc) e Aidr, ha raccolte 6.821 risposte da dirigenti scolastici, docenti, studenti e famiglie, mediante rilevazione online. I risultati parlano del 52% dei dirigenti scolastici con difficoltà nel garantire l’assistenza agli studenti con disabilità, oltre il 38% ha segnalato un aumento consistente della percentuale di assenze e di partecipazione da parte degli studenti. Problemi strutturali ce ne sono stati, inutile negarlo, e persistono ancora oggi. Ma è anche fuor di dubbio il lavoro più complesso che si sono dovuti sobbarcare gli insegnanti: quanto tempo in più sia necessario per organizzare la lezione da remoto che risulti degnamente inclusiva e coinvolgente, e lo sforzo fatto in formazione per adeguarsi e conoscere in tempi rapidi i nuovi strumenti digitali. Ma i protagonisti, cioè i ragazzi, cosa ne pensano? All’inizio molti hanno apprezzato la didattica digitale convinti che la lontananza da scuola avrebbe favorito divertimento e libertà dalle ansie dovute al confronto con interrogazioni e verifiche varie. Purtroppo dopo qualche settimana, però, anche i giovanissimi si sono resi conto delle problematicità della Dad: come sentirsi veramente liberi di fronte a disorganizzazione, obbligo ad avere la telecamera accesa, necessità di  condividere con più persone gli stessi spazi fisici e virtuali, impossibilità di staccare mentalmente dagli impegni scolastici nonostante la presenza di intervalli più lunghi, spiegazioni incomprensibili?

La vita si è interrotta di colpo: niente più passeggiate, niente visite agli amici, niente abbracci e strette di mano, ma solo ansia, tristezza, solitudine, noia, incapacità di sviluppare relazioni interpersonali sane e costruttive. Il grigiore del virtuale ha dissolto le diverse sfumature del reale. Dalla scuola all’amicizia, tutto è dovuto passare attraverso una rete di connessione telematica che sembra aver privato i più giovani della possibilità di sperimentare la profondità dei legami, la vivacità delle emozioni, il calore della vicinanza. Il conseguente disagio si è manifestato in diverse forme, dai frequenti sbalzi d’umore ai disturbi del sonno, dal cambiamento delle abitudini alimentari (con effetti dannosi sulla salute) all’aumento delle dipendenze dai videogiochi e dai social che creano un distacco dalla realtà e rappresentano un vero pericolo per la maturazione delle nuove generazioni e per la loro partecipazione attiva alla costruzione del futuro. Questi sono solo alcuni dei sintomi preoccupanti che il lockdown ha lasciato nei giovani. E ancora oggi, sebbene le misure restrittive sembrino essersi allentate, il cammino faticoso di ritorno a una normalità più colorata non può dirsi compiuto. Probabilmente alcuni ragazzi hanno anche appreso l’abilità di cogliere il positivo dal negativo:

basti pensare al recupero, laddove possibile, dei legami familiari e alla riscoperta della bellezza di passare del tempo al riparo dalla frenesia della vita quotidiana. Ma ciò non ci autorizza a distogliere lo sguardo dalle ferite che questo periodo ha inflitto agli adolescenti e che tenderanno a riemergere nel futuro. Sarebbe opportuno, quindi, realizzare un intervento mirato e organizzato che rimetta i giovani al centro della vita socio- economica e culturale del Paese e che fornisca loro quegli aiuti materiali e immateriali utili ad affrontare il presente e i suoi problemi con quella leggerezza che - come diceva Italo Calvino - «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Ecco la ragione delle proteste degli studenti che vogliono tornare a scuola. Solo il rientro in classe dopo mesi di isolamento ha permesso agli studenti di constatare con più evidenza quanto tutto ciò abbia danneggiato l’apprendimento e il processo di crescita dei ragazzi, in particolare di quelli più fragili. E proprio grazie alla riscoperta della scuola come luogo fisico, i giovani sembrano essersi riavvicinati agli adulti nella comune consapevolezza dell’importanza di una didattica in presenza, l’unica che permette di sentirsi meno soli.

AGESC - Associazione Genitori Scuole Cattoliche

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sabato 16 gennaio 2021

TV. FIABE IN CHIAVE LGBTTIQ ?


L’ALLARME DEI GENITORI

Il gender entra nella Tv dei ragazzi: «Così si falsa la realtà dell’uomo e della donna»

 

Grande scalpore ha suscitato nei genitori il programma televisivo nel quale vengono rivisitate le fiabe classiche in chiave Lgbttiq, trasmesso in fascia pomeridiana - quindi in fascia protetta. Come Associazione Genitori Scuole Cattoliche siamo attenti ai valori che vengono trasmessi ai nostri figli e quindi abbiamo chiesto una valutazione a Stefano Chiapponi (consulente tecnico scientifico biomedicale), professionista che ha girato in lungo e in largo la Penisola per parlare nelle scuole e coi genitori della problematica. «Difficile definire oggi valori come la libertà anche perché e sempre più arduo capire quale sia la verità – esordisce l’esperto –. Certo è che questo modo di concepire il sesso (biologico) come “sesso sociale” (gender) è estraneo ad una corretta antropologia e falsa la realtà dell’uomo e della donna. Inoltre non è supportato scientificamente dal punto di vista medico. Gli attacchi di questa forma di indottrinamento proseguono oltre che a spese dei genitori/educatori (nella scuola) anche a spese dei normali “contribuenti” attraverso la Tv di Stato che presenta in quella fascia oraria definita “protetta” programmi destinati ai bambini come le favole, opportunamente artefatte in salsa Lgbttiq. Dopo averci “insegnato” che l’orientamento sessuale e l’identità sessuale sono assolutamente soggettivi e legati alla sensazione del momento, che i termini padre e madre non devono essere discriminanti e quindi è necessario sostituirli con definizioni tipo “genitore 1, 2 e anche 3”, che l’omofobia è imputabile a ogni persona che non ritiene equivalenti l’eterosessualità e l’omosessualità, discriminando e criminalizzando (reato di opinione) coloro che credono nei valori della famiglia naturale e dell’ordinamento creativo proprio del Cristianesimo (e hanno il coraggio di esprimerlo pubblicamente). Ora per colpire ulteriormente l’istituto familiare – prosegue Chiapponi – si attaccano i bambini confondendo la loro identità sessuale con le favole revisionate secondo concetti gender. Così si calpesta la dignità dei più piccoli, quella dei primi educatori che sono papà e mamma, la verità che non è sentimento e la libertà che non è slegata dalla verità/responsabilità e così viene ridotta a “fai quello che vuoi”, favorendo solo l’affer-mazione del più forte».

A proposito dei bambini, sottolinea Chiapponi, «per rilevare quanto sia potente ed organizzata questa ideologia (nata storicamente negli anni ’90 e appoggiata ora da tanti benefattori miliardari) basti pensare alle recenti collaborazioni di organizzazioni Onu come l’Alto Commissariato per i diritti umani o del comitato per i diritti del bambino che il 5 febbraio 2014 sollecitava la Santa Sede affinché la Chiesa cattolica rivedesse il proprio atteggiamento nei confronti dell’aborto, della contraccezione, del matrimonio omosessuale e del sesso di adolescenti e pre adolescenti! Questa ideologia sta operando al fine di sgretolare la famiglia, collabora alla sostituzione della cultura della vita con una cultura di morte, invece che sostenere realtà creative e generative opta per realtà senza prospettive e senza futuro».

La sfida del gender mette i genitori di fronte a scelte importanti, li rende più responsabili nei confronti dei figli che rappresentano il loro orizzonte e sono parte della loro libertà. A loro debbono offrire il massimo della dignità ed insegnare il valore dell’accoglienza accettando le sfide del mondo di oggi, ricercando sempre la verità, perché loro crescano nella libertà vera del mondo di domani! Anche la Chiesa non ha mancato di pronunciarsi in varie occasioni su questa ideologia, tra questi pronunciamenti uno specifico di papa Benedetto XVI: «Dove la libertà del fare si muta in libertà del fare sé stesso, necessariamente viene negato lo stesso Creatore e con ciò, in ultima analisi, viene avvilito anche l’essere umano come creazione divina, come immagine di Dio nell’originalità del suo essere. Nella lotta per la famiglia la posta in gioco è l’uomo stesso. E diviene evidente che là dove è negato Dio, si dilegua anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo».

 Agesc