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sabato 13 marzo 2021

AGESC: RIPORTIAMO GLI STUDENTI IN CLASSE

 Riportiamo gli studenti in classe: soltanto così saranno al centro della vita sociale»

« Mesi di didattica a distanza stanno lasciando pesanti conseguenze sulla crescita di bambini, ragazzi e giovani

 


 Dad: un acronimo (didattica a distanza) tre lettere solitarie che spiegano quel fenomeno “inventato” per limitare la paura del contagio. L’Agesc ha sempre spinto verso la didattica in presenza, ma purtroppo causa il rosso che avanza tantissimi ragazzi sono costretti a casa. L’Associazione nazionale presidi insieme al centro di Ricerca Dites, il Forum delle Associazioni familiari (tra cui è presente l’Agesc) e Aidr, ha raccolte 6.821 risposte da dirigenti scolastici, docenti, studenti e famiglie, mediante rilevazione online. I risultati parlano del 52% dei dirigenti scolastici con difficoltà nel garantire l’assistenza agli studenti con disabilità, oltre il 38% ha segnalato un aumento consistente della percentuale di assenze e di partecipazione da parte degli studenti. Problemi strutturali ce ne sono stati, inutile negarlo, e persistono ancora oggi. Ma è anche fuor di dubbio il lavoro più complesso che si sono dovuti sobbarcare gli insegnanti: quanto tempo in più sia necessario per organizzare la lezione da remoto che risulti degnamente inclusiva e coinvolgente, e lo sforzo fatto in formazione per adeguarsi e conoscere in tempi rapidi i nuovi strumenti digitali. Ma i protagonisti, cioè i ragazzi, cosa ne pensano? All’inizio molti hanno apprezzato la didattica digitale convinti che la lontananza da scuola avrebbe favorito divertimento e libertà dalle ansie dovute al confronto con interrogazioni e verifiche varie. Purtroppo dopo qualche settimana, però, anche i giovanissimi si sono resi conto delle problematicità della Dad: come sentirsi veramente liberi di fronte a disorganizzazione, obbligo ad avere la telecamera accesa, necessità di  condividere con più persone gli stessi spazi fisici e virtuali, impossibilità di staccare mentalmente dagli impegni scolastici nonostante la presenza di intervalli più lunghi, spiegazioni incomprensibili?

La vita si è interrotta di colpo: niente più passeggiate, niente visite agli amici, niente abbracci e strette di mano, ma solo ansia, tristezza, solitudine, noia, incapacità di sviluppare relazioni interpersonali sane e costruttive. Il grigiore del virtuale ha dissolto le diverse sfumature del reale. Dalla scuola all’amicizia, tutto è dovuto passare attraverso una rete di connessione telematica che sembra aver privato i più giovani della possibilità di sperimentare la profondità dei legami, la vivacità delle emozioni, il calore della vicinanza. Il conseguente disagio si è manifestato in diverse forme, dai frequenti sbalzi d’umore ai disturbi del sonno, dal cambiamento delle abitudini alimentari (con effetti dannosi sulla salute) all’aumento delle dipendenze dai videogiochi e dai social che creano un distacco dalla realtà e rappresentano un vero pericolo per la maturazione delle nuove generazioni e per la loro partecipazione attiva alla costruzione del futuro. Questi sono solo alcuni dei sintomi preoccupanti che il lockdown ha lasciato nei giovani. E ancora oggi, sebbene le misure restrittive sembrino essersi allentate, il cammino faticoso di ritorno a una normalità più colorata non può dirsi compiuto. Probabilmente alcuni ragazzi hanno anche appreso l’abilità di cogliere il positivo dal negativo:

basti pensare al recupero, laddove possibile, dei legami familiari e alla riscoperta della bellezza di passare del tempo al riparo dalla frenesia della vita quotidiana. Ma ciò non ci autorizza a distogliere lo sguardo dalle ferite che questo periodo ha inflitto agli adolescenti e che tenderanno a riemergere nel futuro. Sarebbe opportuno, quindi, realizzare un intervento mirato e organizzato che rimetta i giovani al centro della vita socio- economica e culturale del Paese e che fornisca loro quegli aiuti materiali e immateriali utili ad affrontare il presente e i suoi problemi con quella leggerezza che - come diceva Italo Calvino - «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Ecco la ragione delle proteste degli studenti che vogliono tornare a scuola. Solo il rientro in classe dopo mesi di isolamento ha permesso agli studenti di constatare con più evidenza quanto tutto ciò abbia danneggiato l’apprendimento e il processo di crescita dei ragazzi, in particolare di quelli più fragili. E proprio grazie alla riscoperta della scuola come luogo fisico, i giovani sembrano essersi riavvicinati agli adulti nella comune consapevolezza dell’importanza di una didattica in presenza, l’unica che permette di sentirsi meno soli.

AGESC - Associazione Genitori Scuole Cattoliche

www.avvenire.it

 

lunedì 28 settembre 2020

DIDATTICA DIGITALE E COMUNICAZIONE INTERPERSONALE

Alla pari, 

ma non accanto 

Scuola e «didattica virtuale»

Ora che l’acronimo «Dad» ci risulta familiare, possiamo avere uno sguardo più pacato e coglierne i vantaggi Un aspetto negativo è rappresentato dal perdurante divario digitale, e la carenza antropologica di questa tecnologia

Nelle lezioni a distanza si stabilisce una parità tra insegnanti e studenti, ma viene meno l’affiancamento. Bene il legame fiduciario, ma c’è il rischio di non essere capiti,

 AMOS BERTOLACCI *

 L’emergenza Covid-19 dei mesi scorsi ha ristretto i nostri spazi, allungando tuttavia i tempi della nostra vita: durante il lockdown abbiamo sperimentato un ritmo temporale diverso, più lento e meno frenetico, sebbene talvolta drammaticamente vuota di relazioni, di lavoro e di affetti. In questa dilatazione del tempo abbiamo vissuto in anteprima una porzione di futuro, che ci è inaspettatamente corso incontro veloce. Questa sorta di irruzione del futuro nel presente può essere vista come un’esperienza “profetica”, quasi che il 2020, nonostante la tragedia dei suoi primi mesi, sia stato un anno “di grazia”, se questa espressione non stridesse con i sacrifici di vite umane e con i costi economici che il virus ha prodotto. In questo periodo, tra le altre cose, abbiamo toccato con mano come sarà la didattica del futuro, se non quella emergenziale dei prossimi mesi nel caso di una nuova ondata di contagi, certamente quella progressiva degli anni a venire, a pandemia finita. È un fatto la perdita di unicità o, per dirla con Walter Benjamin, di “aura”, della lezione universitaria che si tiene da remoto per via telematica, con le conseguenze positive e negative che ne derivano. In sintesi, se in questo modo la lezione aumenta la propria diffusione nello spazio e nel tempo, essa perde un ingrediente indispensabile della relazione educativa, cioè un pieno contatto interpersonale. Adesso vorrei soffermarmi sulle caratteristiche del luogo virtuale in cui questo tipo di didattica, universitaria e non, avviene e sul loro impatto educativo. La didattica da remoto, pur non situandosi in alcun luogo reale, accade tuttavia in un ambiente che ha le sue dimensioni e le sue specificità e che, tramite queste, influenza chi lo frequenta. Anche le presenti riflessioni nascono dall’esperienza di docente di chi scrive, pur potendosi applicare anche agli altri ambiti cui la comunicazione telematica si presta, e intendono soppesare vantaggi e svantaggi, mantenendo equanime il giudizio.

U n risvolto positivo è che nel luogo virtuale della lezione a distanza nessuno si trova più in alto di altri. Il docente si abbassa al livello dello studente, o que- st’ultimo sale al suo, e tutti stanno alla pari; chi tiene la lezione perde la sua posizione di superiorità, la sua

icona non appare più grande o più visibile di quella degli altri, ed egli o ella scende simbolicamente dalla cattedra. Ciò apre a docenti e studenti maggiori possibilità di confronto franco e diretto e di dinamiche di co-protagonismo all’interno di una didattica che si mantenga a viso aperto e resti egualitaria. D’altro canto, tramite lo schermo di un computer si può solo stare di fronte, mai accanto a qualcuno. La lezione a distanza non può sottrarsi a questo vincolo visuale ed è costretta a rimanere “frontale” in ogni suo momento: il docente e lo studente sono obbligati ad un vis-à-vis continuo, senza che nessuno dei due possa mutare posizione e collocarsi a fianco dell’altro. Ed invece lo studente ha spesso bisogno di qualcuno che gli si affianchi, che lo sostenga e che talvolta anche lo spinga: lo sanno bene gli insegnanti delle scuole elementari, ma lo sperimenta anche chiunque altro insegni, se non in aula, certamente durante il tutoraggio, la supervisione di elaborati e così via. In questa situazione i protagonisti della lezione rischiano di irrigidire il loro fronteggiarsi, trasformandosi gradualmente in interlocutori antagonisti, incapaci di orientarsi assieme verso un obiettivo comune. Assieme alla possibilità di stare accanto, si perde anche l’assiduità, cioè il rimanere seduti in prossimità di un altro, quasi che la didattica a distanza fosse simbolicamente segnata da intermittenza e incostanza. U n secondo punto rilevante è che il luogo della didattica a distanza ha dimensioni variabili e talvolta riduce drasticamente la propria ampiezza. Quando lo studente spegne il video del suo computer per meglio seguire la lezione o risparmiare connessione, il docente non sa più dove lo studente si trovi e perde con lui contatto visivo e possibilità di riscontro immediato. In questa situazione, egli può solo affidarsi alla persona che sta dietro al nome che legge sullo schermo, confidando nella sua attenzione e ricettività e, più in generale, nella sua buona volontà e senso di responsabilità. In altri termini, la didattica a distanza – soprattutto in questo momento di transizione tecnologica in cui una rete affidabile non è ancora diffusa in tutto il nostro paese e in cui la velocità di connessione è variabile da zona a zona – è spesso costretta ad essere fiduciaria da parte del docente e responsabile da parte dello studente, con un maggior coinvolgimento etico di entrambi. Ma quanto impatta negativamente sulla lezione l’assenza di contatto percettivo? In aula, chi insegna riesce sempre in qualche modo a verificare se ciò che propone è efficace e a cogliere il grado di attenzione dei presenti, capendo quando è il momento di ripetere un punto o di divagare per un attimo, in attesa di un cenno di assenso o di uno sguardo che ritorni vigile. Quando invece gli audio e i video degli studenti sono spenti, il docente da remoto corre per lunghi tratti il rischio concreto di non venire capito, se non addirittura di parlare nel vuoto. nfine, occorre notare che la ridotta lo-Icalizzazione della didattica a distanza

comporta il potenziamento del suo aspetto verbale. Una volta che l’aula viene smaterializzata ed i corpi del docente e degli studenti relegati ad immagine solo parzialmente visibile o del tutto assente, ciò che risalta è quello che il docente e gli studenti si dicono e su cui interagiscono a parole. Con la lezione trasferita in un nonluogo e, se registrata, in un non-tempo, e con il linguaggio del corpo decurtato, il discorso, pronunciato e scritto, assurge a elemento didattico centrale, in controtendenza rispetto ai socials in cui esso funge invece da mera didascalia dell’immagine. Forse la didattica del futuro, in un momento ancora da definire, saprà meglio ricordarci che, se fin dai tempi di Aristotele l’uomo è animale razionale ( zoon logistikon), lo è precisamente perché dotato di parola, e che, in tutte le cose veramente umane, al principio ed alla fine si situa sempre, in forma orale o scritta, il logos. Per il momento, tuttavia, la didattica a distanza si presta troppo apertamente ad essere solo educazione della mente, prescindendo dal corpo e dal resto della persona, con il rischio di veicolare un logos disincarnato ed educativamente “eretico”. A desso che la prima fase dell’emergenza Covid-19 è finita e la didattica a distanza ha cessato di essere una costrizione imposta dalle circostanze, adesso che l’acronimo DaD ci risulta familiare e la cosa che esso designa ci è nota per esperienza diretta, possiamo forse iniziare a rivolgerle uno sguardo più pacato e ad intravederne le potenzialità positive, in attesa del futuro riassetto dell’insegnamento che la tecnologia, bruscamente o gradatamente, di sicuro produrrà. Ma nel frattempo non dobbiamo dimenticare i suoi limiti oggettivi, difficilmente eludibili in questa fase di perdurante digital divide, e la sua insuperabile carenza antropologica.

*Scuola IMT Alti Studi Lucca

www.avvenire.it

lunedì 3 agosto 2020

SCUOLA. DIDATTICA DIGITALE INTEGRATA


Scuola, Linee Guida per la Didattica Digitale Integrata inviate al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione

Il Ministero dell’Istruzione ha inviato al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione le Linee Guida per la Didattica Digitale Integrata (DDI), previste dal Piano per la ripresa di settembre presentato lo scorso 26 giugno. Il documento contiene indicazioni operative per le scuole affinché possano dotarsi, capitalizzando anche l’esperienza maturata durante i mesi di chiusura, di un Piano scolastico per la didattica digitale integrata.
In particolare, il Piano per la DDI dovrà essere adottato nelle secondarie di secondo grado anche in previsione della possibile adozione, a settembre, della didattica digitale in modalità integrata con quella in presenza.
Dall’infanzia alla secondaria di primo grado, il Piano viene adottato affinché gli istituti siano pronti “qualora si rendesse necessario sospendere nuovamente le attività didattiche in presenza a causa delle condizioni epidemiologiche contingenti”. Per questi gradi di scuola non è infatti prevista didattica integrata alla ripresa di settembre, ma solo didattica in presenza.
Il Piano scolastico per la didattica digitale integrata dovrà essere allegato al Piano triennale per l’offerta formativa di ciascuna scuola. Sarà fornita apposita comunicazione alle famiglie, alle studentesse e agli studenti sui suoi contenuti in modo che tutte le componenti della comunità scolastica siano coinvolte.
Ogni scuola avvierà una rilevazione del fabbisogno di tablet, pc e connessioni che potrebbero servire per l’attuazione del Piano. Con l’arrivo dei nuovi studenti delle classi prime, infatti, potrebbe essere necessario integrare le dotazioni. Per quanto riguarda i docenti, le Linee guida pongono attenzione anche a quelli a tempo determinato, i supplenti: la rilevazione del fabbisogno riguarderà anche loro, dato che non hanno accesso alla Carta del docente che consente agli insegnanti di acquistare hardware per la didattica.
Un’attenzione particolare è riservata alle studentesse e agli studenti con disabilità e con bisogni educativi speciali. Nel caso in cui, nelle scuole di secondo grado, sia attivata la DDI come metodologia complementare, per le alunne e gli alunni con disabilità andrà privilegiata la didattica in presenza con il loro docente di sostegno.
Nel caso di lezioni in DDI complementari, sempre nella scuola secondaria di secondo grado, chi segue a distanza dovrà fare lo stesso orario della classe.
In caso di nuove situazioni di chiusura a causa di un eventuale peggioramento delle condizioni epidemiologiche e di DDI generalizzata, le lezioni saranno in modalità sincrona per tutto il gruppo classe e dovrà essere garantito un orario minimo: almeno 10 ore settimanali per le classi prime della primaria, almeno 15 per le scuole del primo ciclo (primarie, tranne le classi prime, e secondarie di primo grado), almeno 20 per il secondo grado.
Il documento sottolinea l’importanza di mantenere un dialogo costante e proficuo con le famiglie e di favorire la formazione dei docenti e di tutto il personale scolastico sui temi del digitale.
Le Linee saranno rese pubbliche dopo il passaggio al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione e contestualmente al loro invio alle scuole.