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mercoledì 4 dicembre 2024

CASTITA' e ONESTA'


 «La castità

 è 

ascetismo dell’onestà»

 


Il cistercense norvegese, vescovo di Trondheim, affronta nel suo ultimo libro un tema spesso frainteso «Diventare casti vuol dire riconoscere i diversi aspetti di me stesso, del mio essere fisico, intellettuale e spirituale.

di SILVIA GUZZETTI

La castità non come qualcosa che appartiene al passato, fatta soltanto di una sessualità frustrata oppure repressa, di un’astinenza che non rende felici, di una mortificazione dei sensi che porta al sabotaggio della personalità umana, ma come di una virtù che ci aiuta a diventare felici, realizzando pienamente noi stessi e integrando le diverse sfere che compongono il nostro essere. A questo argomento è dedicato l’ultimo libro di Erik Varden, Castità. La riconciliazione dei sensi, in uscita per San Paolo (pagine 208, euro 20,00).

Varden, dal 2020 vescovo di Trondheim, in Norvegia, è nato nel 1974, in una famiglia protestante, religiosa, ma non praticante. È stato raggiunto da Dio a 15 anni, dopo aver ascoltato la Sinfonia n.2 di Mahler. Nel 1993 si è fatto cattolico e nel 2002 è entrato nell’ordine dei Cistercensi di stretta osservanza. È stato abate trappista del monastero di Mount Saint Bernard in Inghilterra. Ha scritto diversi volumi in lingua inglese. In italiano è uscito, presso l’editore Qiqajon, il volume La solitudine spezzata. Sulla memoria cristiana.

Perché ha deciso di dedicare un libro alla castità?

«Perché penso che abbiamo bisogno di un nuovo vocabolario per parlare di questa materia e anche di affrontarlo in un modo onesto, dal punto di vista della fede, che sia coerente con una comprensione teologica degli esseri umani e, nello stesso tempo, realistico, per quanto riguarda l’esperienza umana. Molti sono convinti che l’unica cosa che la Chiesa abbia da dire, rispetto alla sessualità, sia no mentre non è vero. Il cristianesimo può offrire un resoconto sofisticato del mistero della sessualità umana e della sua bellezza, complessità e anche sofferenza. È importante farsi nutrire dalla ricchezza di questa eredità, da questa nozione chiave di castità che è quasi completamente scomparsa dalla conversazione contemporanea».

Nel suo libro lei parla della castità come di un ideale molto più complesso dell’astensione dalla sessualità e come di una virtù che non riguarda soltanto i celibi, ma è un modo per integrare la nostra vita e renderla più armonica e più felice. Può spiegarci che cos’è la castità e come possiamo raggiungerla?

«Il libro tratta proprio di questo, di come la castità sia un modo di realizzarsi pienamente, dal punto di vista umano. Nel latino classico “castità” era spesso sinonimo di “integrità”. Vivere in modo casto è vivere con integrità morale, virtù, moralità. Ormai, nella nostra società, la castità viene interpretata in modo molto riduttivo, solo come astinenza dal sesso o mortificazione, mentre l’idea di integrità ha mantenuto una connotazione molto positiva. La maggior parte delle persone vorrebbero essere percepite come persone di integrità e persone morali. Ma che cosa vuol dire avere integrità? Significa avere un rapporto armonioso con me stesso, così che il mio essere e la mia identità esteriori corrispondano alla mia identità interiore. Insomma, assicurarmi che ci sia una buona sintonia tra le diverse voci che formano l’orchestra della mia vita. Per questo motivo metto, come sottotitolo del mio libro, “la riconciliazione dei sensi”. Diventare casti vuol dire, infatti, riconoscere, gradualmente, i diversi aspetti di me stesso, del mio essere fisico, intellettuale e spirituale. Ma anche, storicamente, riconciliare il condizionamento che avrei forse ricevuto dalla mia famiglia di origine, il mio temperamento, i miei particolari desideri, e lavorare per rendere tutti questi aspetti un intero armonioso che mi renda felice. Insomma evitare di vivere in uno stato di tensione continua nel quale mi sento sempre tirato in direzioni diverse. Siamo, infatti, condizionati dalle cose che ci capitano ma non determinati da esse. Per ottenere tutto questo la conoscenza di noi stessi è fondamentale. Si chiama l’ascetismo dell’onestà. Dobbiamo riconoscere, con noi stessi, I nostri punti di forza e di debolezza, le nostre ferite e, insieme, le nostre abilità e chiederci che cosa possiamo ottenere, con tutto questo, con l’aiuto di Dio. E avere anche la certezza che, grazie alla fede, qualunque circostanza possa essere trasformata in una fonte di grazia».

Una parte del suo libro è anche dedicata al tema degli abusi dentro la Chiesa. Qual è la radice del problema degli abusi, secondo lei, e pensa che la Chiesa abbia fatto abbastanza per prevenirli o debba fare di più?

«La radice degli abusi è la capacità degli esseri umani per la malvagità. Alla fine, è quella ferita esistenziale che chiamiamo peccato. Come sappiamo fin troppo bene, la maggior parte degli abusi accadono in famiglia e li vediamo in tanti contesti diversi. Dire questo non vuole dire relativizzare quanto orribili gli abusi siano all’interno della Chiesa perché è sempre peggio quello che succede dentro la Chiesa ed è sempre peggiore, quando rappresenta un tradimento di fiducia e un tradimento di un obbligo sacro. Ovviamente ci sono estremamente complesse e svariate risposte a quella domanda e non voglio semplificare, ma possiamo dire che, se una persona diventa un abusatore, è per una fondamentale mancanza di castità, una mancanza di integrità, una mancanza di equilibrio che va affrontata in modo molto onesto. Ha la Chiesa fatto abbastanza? Forse non possiamo mai fare abbastanza per prevenire orrori così tremendi. Qualcosa che è stato molto utile, e per il quale dobbiamo essere molto grati, nel doloroso lavoro che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni, è che oggi, almeno, abbiamo un vocabolario che ci consenta di parlare di questo argomento, evitando di negare che gli abusi siano stati commessi o cercando di nasconderli. E’ importante che abbiamo confini chiari che ci dicano che cosa è o non è un comportamento accettabile e che abbiamo parole per definire che cosa non è accettabile. Inoltre, abbiamo oggi, nel diritto canonico e nel modo in cui le diocesi operano, procedure molto chiare che obbligano a rispondere di quello che è successo e a investigarlo. Insomma, abbiamo una comprensione sofisticata di quelle che sono manifestazioni di una sessualità disturbata e siamo in grado di identificarle. Le procedure non possono mai garantire la giustizia, ma offrono un contesto nel quale possiamo ottenere giustizia. Penso, quindi, che tutto il dolore degli ultimi dieci anni abbia prodotto buoni frutti, ma dobbiamo sempre essere vigili, attenti, guardinghi, senza diventare paranoidi».

Spesso, nel suo libro, lei parla di come la nostra società promuova un approccio alla sessualità molto lontano dalla castità cristiana. Dove vede, nella nostra società, esempi di castità cristiana? E che cosa possiamo fare per riconciliare la nostra società con l’ideale cristiano di castità?

«Conosco molte coppie e molti single che sono ottimi esempi di castità cristiana. Viviamo in un mondo spezzato, dove molte persone si sentono molto sole, senza amici. L’esempio di esseri umani che siano pienamente integrati, che vivano vite equilibrate e armoniose, che siano capaci di amore autentico e di amicizia, di darsi davvero agli altri, avrà una grande capacità magnetica di attrazione e potrebbe portare a una rivoluzione».

www.avvenire.it

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venerdì 31 agosto 2018

"QUESTO POPOLO MI ONORA CON LE LABBRA, MA IL SUO CUORE E' LONTANO DA ME"

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 7,1-8.14-15.21-23
 
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
 Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
 Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
 Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Spesso, nei racconti evangelici, ci imbattiamo in lunghe ed aspre polemiche che vedono a confronto Gesù, il suo comportamento e la sua parola, con l’élite più rappresentativa e impegnata della cultura religiosa ebraica, i farisei e gli scribi. Questi, alcune volte contestano a Gesù o ai suoi discepoli un comportamento non conforme alle pratiche religiose comunemente e tradizionalmente accolte nel mondo giudaico; altre volte, invece, lo interrogano su questo o quell’aspetto della Scrittura per sapere ciò che realmente pensa. In ogni caso questi incontri producono sempre tensione, scontro e si rimane stupiti dalla durezza con cui spesso Gesù reagisce di fronte a quel mondo spirituale e giuridico di cui i farisei erano rappresentanti. Soprattutto ciò che sembra irritare maggiormente Gesù non è tanto l’interpretazione della Scrittura che caratterizzava la visione religiosa di questi uomini, quanto piuttosto la loro sfacciata incoerenza che nascondeva, sotto una apparenza di perfezione, una autosufficienza idolatrica, quella radicale doppiezza di vita che si concentra nel titolo con cui spesso i farisei sono chiamati: ipocriti.
È il caso della situazione presentata nel capitolo 7 di Marco, il brano proposto in questa domenica (anche se la liturgia presenta solo una scelta di versetti per dare maggiore unitarietà al contenuto). «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» (v. 5). L’interrogativo stupito e irritato che gli scribi e i farisei pongono a Gesù è dunque motivato da un comportamento ‘spavaldo’ dei discepoli, i quali sembrano non tener in nessun conto le prescrizioni della legge. Il rapporto tra Scrittura Tradizione/tradizioni (vv. 6-13) e la relazione tra puro impuro (vv. 14-23) che caratterizzano il dibattito che segue a questa domanda, mettono a fuoco un aspetto fondamentale. Ciò che è in questione in questa polemica, non sono tanto delle pratiche religiose, la loro validità o meno. Al centro c’è la relazione con Dio, la scoperta del luogo profondo e vero in cui questa relazione prende forma e dà qualità a tutta la vita.
Ma, proprio a partire da questo testo di Marco, ci si può domandare: erano realmente così i farisei? Citando il testo di Isaia 29,13, Gesù si rivolge ai farisei in questi termini: «Bene ha  profetato Isaia di voi, ipocriti… Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (v. 6). L’ipocrisia è una prerogativa dei farisei oppure è qualcosa che si nasconde nel cuore dell’uomo? E perché, in ogni caso, l’ipocrisia poteva essere un rischio di questa categoria dei persone? Farisei e scribi di fatto rappresentavano la parte religiosamente più impegnata di Israele, seriamente preoccupata di tradurre nella vita concreta quel rapporto con Dio, quella saggezza che sgorgava dalla parola e che caratterizzava l’unicità del popolo dell’Alleanza. La responsabilità personale, l’interiorità della decisione morale, il profondo senso della santità e dell’alterità di Dio,  la consapevolezza del dono ricevuto nella Legge orientavano questi uomini nella ricerca di una sincera e radicale fedeltà alla volontà di Dio. Ma correvano un rischio: credevano di essere fedeli alla legge ‘ripetendola’ e pensavano di essere attuali frantumandola in una casistica sempre più complicata. È il rischio che porta a una illusione: la pretesa di programmare il rapporto con Dio, la ricerca della sua volontà attraverso una serie di comportamenti che danno sicurezza e in qualche modo fanno sentire a posto nella relazione con Dio o con gli altri. La gratuità di una relazione, lo stupore di un Dio che sempre è al di là delle immagini che l’uomo ha di lui, la novità del dono, il cuore e l’essenziale della parola, tutto questo viene soffocato e annullato dalla pretesa dell’uomo di conoscere Dio e la sua volontà. Gesù smaschera questo pericolo mettendo a confronto ciò che l’uomo cerca (in questo caso ciò che i farisei difendono) e ciò che Dio desidera dall’uomo.
E c’è un primo confronto che colpisce. Il testo del Deuteronomio mette in bocca a Mosè queste parole: «…quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?» (Dt 4,7). Colui che è il Santo, la cui trascendenza sembra rendere la creatura molto lontana da un incontro, è il Dio vicino, sempre disponibile quando lo si invoca, è il Dio che ha deciso di fare storia con l’uomo, di camminare con lui. Pur restando irriducibile alla creatura, si lascia trovare ogni giorno e la sua vicinanza si trasforma in fedeltà all’uomo e alla sua storia. Dio non è lontano; è l’uomo che spesso cammina per altre vie e colloca il suo cuore in luoghi diversi da quelli in cui può scoprire il volto di Dio. E Gesù ricorda la parola di Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mc 7,6). Ecco il pericolo: la pretesa di accostarsi a Dio, rimanendo tuttavia estranei a Lui, lontani. E questo avviene quando il cuore della vita non aderisce veramente a Dio e alla sua parola, anche se si pretende di rendere un culto che è, alla fine, pura apparenza.
Ma c’è un luogo in cui questa vicinanza si fa presenza efficace, parlante: è la Parola stessa di Dio contenuta nella Scrittura. Ancora Mosè ricorda al popolo di Israele: «Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno affinché le mettiate in pratica, perché viviate… quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza» (Dt 4,1.6). A Israele, il Signore chiede di ricambiare la fedeltà di cui Egli ha dato prova lungo il cammino di liberazione attraverso il deserto, con l’obbedienza e l’ascolto di una Parola di vita e di saggezza. Ed ecco allora un altro contrasto: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini… Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,8.13). L’uomo ha bisogno di attualizzare una obbedienza alla parola di Dio: è la legge della Incarnazione. Ma deve sempre tenere presente questo: che la parola di Dio resta continuamente aperta, anzi è la porta per un incontro vivo e personale con il Signore. Non basta osservare un precetto, se poi non si incontra veramente il volto del Signore. E questo avviene quando si va al cuore della Parola, al luogo dove si rivela ciò che Dio vuole da noi. E su questo punto Gesù è molto chiaro: il rischio che si incontra nell’assolutizzare un modo concreto di tradurre la Parola, è quello di non riuscire più ad andare al cuore di essa.
Come il cuore della Parola ci rivela la volontà di Dio, ce lo fa incontrare, così è il cuore dell’uomo il luogo che deve essere custodito nella verità e nella purezza. Ecco il terzo contrasto che Gesù ci presenta. L’impurità che ci impedisce di accostarci a Dio o la purezza che ci permette di entrare nel luogo dove abita, non sono da ricercare fuori dell’uomo. E se c’è un comportamento esterno che ostacola il nostro rapporto con Dio o con i fratelli, in ogni caso il punto di partenza è sempre nel cuore dell’uomo: «Dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini escono i propositi di male…»(v. 21). Il cuore dell’uomo non purificato è il covo di vizi che causano la rovina (cfr. Lc 6,45). E Gesù ci offre anche un elenco di ‘propositi di male’ (dialogismoi kakoi): dodici vizi, sei al plurale e sei al singolare che manifestano lo stato negativo del cuore attraverso un errato rapporto con sé stessi, con il proprio corpo, con gli altri. L’ultimo vizio, la stoltezza, è la sintesi di un cuore intaccato dalla impurità e la fonte di ogni altro vizio: lo stolto è l’uomo che «non conosce Dio», l’uomo che dimentica e disprezza Dio, l’uomo lontano da Dio. «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo» (v. 20): non ci si purifica dalla vita quotidiana per incontrare Dio in chissà quale luogo perfetto e irreale; ci si deve purificare dal peccato che portiamo dentro di noi. È il cuore malvagio che ci rende incapaci di avvicinarci a Dio; ciò che unisce ed avvicina a Dio è il cuore nuovo, il cuore puro che Dio stesso crea nell’uomo, in tutti, peccatori e giusti, giudei e pagani. I farisei si accontentavano di prendere il pane con mani lavate; Gesù ci dice che per ‘afferrare’ il pane non servono mani pure, ma il cuore ‘secondo il Signore’. Il pane, il cibo, sono i simboli della vita, il simbolo della parola che è vita e che Gesù stesso ci dona. Per ricevere da lui questo pane di vita si deve avere un cuore nella verità, un cuore che ama, un cuore buono, che desidera la vita. Subito dopo questa disputa, Marco colloca l’episodio della donna siro-fenicia (Mc 7,24-30). A questa donna, pagana e perciò impura, Gesù dirà: «Non è bene prendere il pane di figli e gettarlo ai cagnolini» (v. 27). Così risponderà la donna: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». La consapevolezza umile di una lontananza da Dio rende il cuore di quella donna puro e lo avvicina a Dio: può sedersi alla mensa ed afferrare il pane che vi è posto sopra, il pane del Figlio.

venerdì 9 febbraio 2018

Vangelo della domenica:SIGNORE, PURIFICAMI!

Lebbre

Mc 1, 40-45
Dal Vangelo secondo Marco
“40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosé ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte”.
.
Il primo capitolo finisce con un incontro.
Un lebbroso.
Malattia della povertà. Malattia che ti fa marcire la carne addosso. Malattia che ti rende solo. Che azzera gli incontri, che impedisce gli abbracci.
Una malattia vista come una punizione divina. Che suscita ribrezzo negli sguardi e giudizio e condanna inappellabile.
Si butta in ginocchio il lebbroso. Dovrebbe stare lontano da una persona sana. Ma il dolore rende ciechi e folli. Chiede di essere purificato, non guarito. Di vedere cadere il marcio che gli attanaglia le carni e l’anima. Anni di rabbia, di umiliazione, di ribellione.
Chiede ed ottiene.
Gesù lo tocca. Non resta contagiato, ma contagia il lebbroso con la sua energia divina, con la sua anima di luce e di pace.
Rivela al lebbroso e a noi: Dio vuole che siamo guariti, purificati. Dio vuole che rinasciamo. Dio non ama dolore e sofferenza. La malattia non è destinazione ultima.
È guarito il lebbroso.
La sua pelle risorge.
Non la sua anima. Non la sua fede.
Taci!
Gesù si indurisce, ammonisce, esorta, minaccia. Deve tacere. Non deve raccontare, deve attenersi alle regole di purificazione della Torà e presentarsi dal sacerdote che certifichi l’avvenuta guarigione. Una sorta di ufficiale sanitario che deve riammettere alla vita pubblica chi riesce a guarire.
Perché tacere?
Non è una straordinaria opportunità di svelare il vero volto di Dio? Di manifestarsi come Messia? Di essere riconosciuto?
Sì, certo.
Ma è anche un gioco pericoloso. Gesù non vuole che la gente lo cerchi per essere guarita. Non vuole incontrare persone disposte a tutto pur di guarire, fuorché a convertirsi. Non vuole diventare un santone, un guru.
La guarigione è per indicare un cammino interiore.
Un segno, un indizio per svelare un oltre, un altrove.
E invece.
Danni
Forse è troppo entusiasta o solo stupido.
Non ascolta Gesù. Non è discepolo. Non segue quanto dovrebbe fare.
Dice a tutti del miracolo al punto che Gesù deve modificare i suoi progetti, i suoi piani.
Un danno enorme: Gesù addirittura, deve fuggire lontano nel deserto.
Che brutta storia.
Certi nostri comportamenti, a volte, danneggiano il Vangelo, invece di rendergli testimonianza. Pensiamo di fare un piacere a Dio, di rendergli testimonianza, di essere dei novelli apostoli. E invece rischiamo di dare di Dio una pessima immagine.
Bene se siamo guariti. Bene se siamo usciti dal marcio che ci taglia da noi stessi e dagli altri. Bene se in Cristo abbiamo riconosciuto il Signore che ci ama, che vuole purificarci.
Ma non trasformiamo la fede in un baraccone.
Per favore!

Da: IL BLOG DI PAOLO CURTAZWWW.PAOLOCURTAZ.IT