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sabato 10 febbraio 2024

SE TU VUOI


11 febbraio 2024 -

 VI Domenica del Tempo Ordinario, anno B

Vangelo: Mc 1, 40-45


 Commento di S.E. Pierbattista

 Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

Abbiamo visto, domenica scorsa, che la suocera di Simone, una volta guarita dalla febbre, si mette a servire i suoi ospiti e porta così a compimento l’opera di guarigione e di salvezza che Gesù aveva iniziato in lei (Mc 1,31): il frutto maturo dell’incontro con il Signore, infatti, non è un ritorno alla vita di prima, ma un nuovo inizio, una conversione appunto (cfr Mc 1,15), un portare nella propria carne la vita nuova che la salvezza ha operato.

 Potremmo provare a fare un parallelo con il Vangelo di oggi (Mc 1,40-45): anche oggi, infatti, Gesù guarisce un uomo colpito dalla lebbra, e poi gli chiede un nuovo inizio, che passa, per lui, attraverso l’ordine di andare dal sacerdote e offrire ciò che la Legge prescriveva per attestare la guarigione.

 Potrebbe sembrare qualcosa di molto diverso da quanto è successo alla suocera di Pietro.

 In realtà non è così.

 L’uomo, malato di lebbra, era un uomo escluso dal culto, dalle relazioni, dalla vita del popolo di Israele. Della Legge doveva osservare solo le norme che decretavano la sua esclusione.

 Gesù lo manda, quindi, a rientrare di nuovo nella vita del popolo, che passa attraverso la Legge. Perché l’uomo libero, l’uomo salvato, è l’uomo che osserva la Legge, che è responsabile, come i suoi fratelli e insieme a loro, del bene di tutti. La Legge, per Israele, è la via della vita, è l’accoglienza dell’alleanza come fondamento della propria esistenza.

 E il lebbroso guarito viene invitato ad assumersi la responsabilità della propria risposta all’alleanza con Dio.

 Il fine della guarigione, per quest’uomo, è rientrare in una vita adulta e responsabile.

 Abbiamo detto che i lebbrosi erano fondamentalmente degli esclusi, ghettizzati: volevano, quindi, vivere la pienezza della propria vita di fede, ma non potevano.

 È, in fondo, quello che il lebbroso dice a Gesù: “Se tu vuoi, puoi” (Mc 1,40), riconoscendogli una libertà che lui stesso sa di non avere.

 Lui vorrebbe, ma non può.

 La cosa interessante, però, è che Gesù, guarendolo, non si ferma qui. Non si limita a restituirgli una possibilità che gli era negata, una libertà che aveva perduto.

 Rimandandolo alla Legge, aggiunge un passaggio, che rappresenta il culmine di una vita salvata.

 Ed è il passaggio del dovere, della responsabilità, dell’obbedienza, come la più alta forma dell’amore.

 Non solo, dunque: “Se tu vuoi, puoi”. Ma anche: “Se tu vuoi, se tu ora puoi, allora devi”.

 Se la suocera di Simone vuole mettere la sua vita al servizio dei suoi ospiti; se, una volta guarita, può farlo, allora deve.

 Così è innanzitutto per Gesù, che per primo obbedisce alla volontà del Padre, quella che vuole ogni uomo salvo.

 Ed è così per ogni guarito, per ogni salvato, perché la salvezza è innanzitutto una responsabilità esigente, che impegna la tua vita a fare di ogni possibilità un dovere.

 Non è una vita comoda quella di chi è stato guarito.

 Questo è forse il passaggio più difficile, così come risulta anche dal fatto che il lebbroso, guarito, non obbedisce al comando perentorio del Signore.

 E questo può forse dirci che la guarigione del cuore, la nascita di una coscienza “purificata” (cfr Mc 1,40), capace di obbedire alla Legge dell’amore, è un processo lungo e a volte doloroso, non esente da cadute e da errori.

 E se abbiamo fretta di sentirci guariti rischiamo di dimenticare che la guarigione vera chiede il silenzio di una lunga maturazione, come quella di un seme che lentamente cresce.

 Solo da quel silenzio nascono parole guarite.

 Il brano di oggi finisce con una sorte di ribaltamento: il lebbroso entra in città, e Gesù rimane fuori (Mc 1,45). Perché Gesù, a differenza del lebbroso guarito, va fino in fondo alla compassione che prova verso il genere umano ferito, a quel “dovere” di solidarietà con i suoi fratelli che lo porta a condividere in tutto, senza sconti, il nostro dolore e la nostra solitudine.

 Ed è lì, in questa sua condivisione profonda di tutto ciò che siamo, che Gesù diventa davvero accessibile a tutti: “E venivano a lui da ogni parte” (Mc 1,45).

 +Pierbattista



sabato 8 ottobre 2022

ALZATI E VAI !

 - XXVIII domenica del tempo ordinario

2Re 5,14-17; Sal 97 (98); 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19

 Dal Vangelo secondo Luca

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.  Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

 Commento di Ester Abbattista

 La storia di Naaman il siro, di cui purtroppo la liturgia di oggi ci offre solo una parte, è tra le più interessanti e indicative di come un ruolo, uno status, un’autorità non può nulla di fronte alla malattia, ovvero di fronte a quel limite creaturale che la concretezza di una malattia inguaribile offre. Limite creaturale che appartiene alla condizione umana, qualsiasi sia la propria posizione sociale, con l’aggiunta che in questa storia sono proprio coloro che socialmente hanno un ruolo più basso, quelli che non hanno né potere né ricchezza, a indicare la strada verso la guarigione.

Naaman, uomo ricco e potente, sembra infatti poter trovare una soluzione al suo problema fisico solo ascoltando il consiglio di una ragazza, una schiava che – non direttamente, ma attraverso la moglie di cui è al servizio – gli fa sapere che c’è un profeta in Samaria che potrebbe guarirlo.

Naaman si reca così dal re di Samaria, pensando che sarà questi a compiere il prodigio, ma il re non può far nulla e solo un profeta, Eliseo, riaccenderà in lui la speranza di una guarigione. Naaman dunque si reca da Eliseo. Eliseo non solo non si degna di uscire dalla casa per incontrarlo, ma in tutta risposta gli manda a dire che per guarire deve fare una cosa banale e di per sé senza senso: andare a bagnarsi sette volte nel fiume Giordano.

Di fronte a tale proposta la reazione di sdegno di Naaman è più che comprensibile. Prima si era recato dal re pensando che sarebbe stato lui, uomo di rango e di potere, a liberarlo dalla lebbra e, ovviamente, si era presentato a lui con un congruo dono: «Dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di abiti». Ma la reazione del re sembra quasi causare un incidente diplomatico: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi ordini di liberare un uomo dalla sua lebbra? Riconoscete e vedete che egli evidentemente cerca pretesti contro di me».

Ora sta fuori della casa di un profeta – anche qui non a mani vuote ma «con i cavalli e il suo carro» –, che non solo non lo riceve, ma gli dice di andare a fare, per ben sette volte, un bagno in un fiume che non sembra avere nessuna proprietà curativa e anzi, come lui stesso dice: «Forse l’Abanà e il Parpar, fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque d’Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per purificarmi?». Pieno di sdegno e di delusione non può far altro che ritornarsene a casa con la sua lebbra. E a questo punto, di nuovo, sono i servi a consigliarlo: in fondo che ha da perdere nel fare per sette volte un bagno?

Naaman va, si bagna per sette volte nel Giordano «e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato». Interessante è notare che questo ricco e potente comandante dell’esercito del re Aram per ben due volte dà ascolto a dei servi, accetta di farsi curare seguendo il consiglio di chi non conta niente. Inoltre bisogna notare un gioco di parole che nella traduzione italiana non è così evidente: a indicare la soluzione del problema è una ragazza e, alla fine, il corpo di Naaman ridiventa come quello di un ragazzo.

Contento della guarigione ottenuta, ritorna dal profeta con un dono per ringraziarlo, ma Eliseo non vuole niente in cambio. A questo punto allora Naaman gli chiede di prendere con sé della terra per poter adorare il Dio di Israele anche nel suo paese. Questa ultima richiesta chiarisce che Naaman ha compreso chi è il vero guaritore e cosa in realtà gli ha permesso di guarire: l’aver creduto a una schiava, a un profeta e a dei servi e, in tutto questo, l’essersi fidato del loro Dio.

Nel Vangelo di oggi abbiamo un racconto con un finale simile. Non ci sono potenti, ma dieci lebbrosi, poveri e reietti, che chiedono a Gesù di essere guariti. In tutta risposta il Maestro li invita a presentarsi ai sacerdoti, dato che secondo le leggi di purità erano i sacerdoti a essere deputati al riconoscimento dell’avvenuta guarigione. Questi dunque non sono ancora guariti, ma accogliendo l’invito di Gesù si ritrovano, di fatto, guariti lungo il cammino. Solo uno, però, ritorna indietro per ringraziare.

In ambedue i racconti abbiamo una situazione che sembra non aver speranza, o perlomeno una soluzione «facile», a portata di mano. In tale disperazione vi è però un incontro, l’accoglienza di una parola, l’apertura a una relazione che si basa sulla fiducia: Naaman dà fiducia al consiglio della serva, a quello dei suoi servi e infine al comando del profeta; così anche i dieci lebbrosi accolgono l’invito di Gesù. E in ambedue i racconti questo produce una svolta, un cambiamento, una guarigione. Ma non basta, occorre un passo ulteriore, ovvero la presa di coscienza di quanto è avvenuto, il riconoscimento della grazia di quell’incontro, della sua gratuità e, l’apertura così alla «possibilità» dell’altro.

 

La parola in cammino

sabato 13 febbraio 2021

LO VOGLIO !


 
+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1,40-45

 In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.


Commento di p. Paolo Curtaz

 L’inizio del vangelo di Marco non finisce di stupirci. Gesù ha iniziato il suo ministero guarendo un indemoniato nella sinagoga, per ricordare alla sua comunità, e a noi, che la prima conversione da fare è all’interno della Chiesa che, troppe volte, ha una visione “demoniaca” della fede, come di qualcosa che intercetta la vita quotidiana nella visione di un Dio venuto a rovinarci. Gesù passa poi dalla sinagoga alla casa di Pietro, guarisce la suocera, perché la comunità è composta da persone guarite per servire, da peccatori perdonati. Poi dalla casa alla piazza, là dove Gesù incontra ogni povertà e la redime. 

Qual è il segreto della forza interiore di Gesù? Come riesce a risanare senza farsi travolgere? Rubando tempo al sonno per restare da solo in preghiera in ascolto del Padre. Il silenzio e l’interiorità sono essenziali per sopravvivere. Per trovare il coraggio di incontrare tutto quel dolore. Per liberare tutti quei demoni che uccidono. Il silenzio e l’interiorità ci sono necessari per non cedere alla disperazione in questo lungo anno di pandemia, di azzeramento delle nostre abitudini, di scomparsa della vita sociale e comunitaria.

 Essenziale a Lui, il Signore. E a noi.

Pietro lo raggiunge, irritato, tutti ti cercano! Come a dire: fatti trovare! Cosa fai qui. perditempo? Sciocco che sei, Pietro! Sciocchi noi quando pensiamo di dettare l’agenda a Dio. Di possederlo. Di orientarlo. No, Gesù non tornerà a Cafarnao. Non vuole installarsi. Non vuole appartenere a qualcuno. Non ha dove posare il capo il Figlio dell’uomo. Andrà per i villaggi. O così vorrebbe.

 Lebbre

Il primo capitolo finisce con un incontro. Un incontro che possiamo leggere in diversi modi, suscitando perplessità ai neofiti della Parola. Ma la Tora ha settanta volti, come dicono i rabbini. Un lebbroso si avvicina al Signore, quando avrebbe dovuto tenersene a distanza. La lebbra è una malattia della povertà. Malattia che ti fa marcire la carne addosso. Malattia che ti rende solo. Che azzera gli incontri, che impedisce gli abbracci. Una malattia vista, dai contemporanei, come una punizione divina. Che suscita ribrezzo negli sguardi e giudizio e condanna inappellabile. Si butta in ginocchio il lebbroso. Dovrebbe stare lontano da una persona sana. Ma il dolore rende ciechi e folli. Chiede di essere purificato, non guarito. Di vedere cadere il marcio che gli attanaglia le carni e l’anima. Anni di rabbia, di umiliazione, di ribellione. Di sensi di colpa, di giri di testa, di bestemmie verso un destino cinico e baro. Chiede di essere purificato. E lo ottiene. Gesù lo vede e, così scrive Marco/Pietro, si arrabbia (non c’è compassione come scritto nei nostri testi). Si arrabbia verso l’opera del male, verso la discriminazione che ha fatto di un ammalato un maledetto e un escluso. Si arrabbia e agisce: lo tocca. Non resta contagiato, ma contagia il lebbroso con la sua energia divina, con la sua anima di luce e di pace. Rivela al lebbroso e a noi: Dio vuole che siamo guariti, purificati. Dio vuole che rinasciamo. Dio non ama dolore e sofferenza. La malattia non è destinazione ultima. È guarito il lebbroso. La sua pelle risorge.  E accade qualcosa di strano.

Prima versione

Con veemenza chiede al lebbroso guarito di tacere, di rientrare in se stesso, di accogliere questa purificazione come opportunità, senza disperdersi. E di andare dai sacerdoti a verificare l’avvenuta guarigione: davanti al miracolo capiranno? O, come vedremo nei successivi capitoli, chiuderanno il loro cuore? Ma la gioia è troppa. E non riesce a tacere. Racconta il fatto. Letteralmente c’è scritto che racconta la parola al punto che la fama di Gesù si diffonde ovunque. Come la suocera di Pietro, guarita per servire, il lebbroso è purificato per annunciare.  Questi siamo noi: guariti per servire, guariti per raccontare.  Tanto più credibili perché portiamo sulla nostra carne i segni della malattia che ha sconvolto le nostre vite. Gesù è venuto a guarire gli ammalati, coloro che riconoscono la propria fragilità e si affidano.

 Seconda versione

Oppure.  Il lebbroso non capisce, né obbedisce.  Gesù si indurisce, ammonisce, esorta, minaccia. Letteralmente sbuffa e gli chiede di tacere. Non deve raccontare, deve attenersi alle regole di purificazione della Torà e presentarsi dal sacerdote che certifichi l’avvenuta guarigione. Una sorta di ufficiale sanitario che deve riammettere alla vita pubblica chi riesce a guarire. Perché tacere? Non è una straordinaria opportunità di svelare il vero volto di Dio? Di manifestarsi come Messia? Di essere riconosciuto? Sì, certo. Ma è anche un gioco pericoloso. Gesù non vuole che la gente lo cerchi per essere guarita. Non vuole incontrare persone disposte a tutto pur di guarire, fuorché a convertirsi. Non vuole diventare un santone, un guru.  La guarigione è per indicare un cammino interiore. Un segno, un indizio per svelare un oltre, un altrove. E invece. Forse è troppo entusiasta o solo stupido. Non ascolta Gesù. Non è discepolo. Non segue quanto dovrebbe fare. Dice a tutti del miracolo al punto che Gesù deve modificare i suoi progetti, i suoi piani. Un danno enorme: Gesù addirittura, deve fuggire lontano nel deserto. Che brutta storia.

Certi nostri comportamenti, a volte, danneggiano il Vangelo, invece di rendergli testimonianza. Pensiamo di fare un piacere a Dio, di rendergli testimonianza, di essere dei novelli apostoli. E invece rischiamo di dare di Dio una pessima immagine. Bene se siamo guariti. Bene se siamo usciti dal marcio che ci taglia da noi stessi e dagli altri. Bene se in Cristo abbiamo riconosciuto il Signore che ci ama, che vuole purificarci.  Ma non trasformiamo la fede in un baraccone. Per favore.

 Ecco.

Scegli ti quale versione ti piace di più. Se quella che sottolinea una gioia incontenibile che va raccontata. O quella che ammonisce a non fare della fede una stregoneria. 

Quel che conta è che qualunque sia la lebbra che deturpa il tuo volto, Dio vuole che tu guarisca.

 Paolo Curtaz

 

 

venerdì 9 febbraio 2018

Vangelo della domenica:SIGNORE, PURIFICAMI!

Lebbre

Mc 1, 40-45
Dal Vangelo secondo Marco
“40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosé ha prescritto, come testimonianza per loro». 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte”.
.
Il primo capitolo finisce con un incontro.
Un lebbroso.
Malattia della povertà. Malattia che ti fa marcire la carne addosso. Malattia che ti rende solo. Che azzera gli incontri, che impedisce gli abbracci.
Una malattia vista come una punizione divina. Che suscita ribrezzo negli sguardi e giudizio e condanna inappellabile.
Si butta in ginocchio il lebbroso. Dovrebbe stare lontano da una persona sana. Ma il dolore rende ciechi e folli. Chiede di essere purificato, non guarito. Di vedere cadere il marcio che gli attanaglia le carni e l’anima. Anni di rabbia, di umiliazione, di ribellione.
Chiede ed ottiene.
Gesù lo tocca. Non resta contagiato, ma contagia il lebbroso con la sua energia divina, con la sua anima di luce e di pace.
Rivela al lebbroso e a noi: Dio vuole che siamo guariti, purificati. Dio vuole che rinasciamo. Dio non ama dolore e sofferenza. La malattia non è destinazione ultima.
È guarito il lebbroso.
La sua pelle risorge.
Non la sua anima. Non la sua fede.
Taci!
Gesù si indurisce, ammonisce, esorta, minaccia. Deve tacere. Non deve raccontare, deve attenersi alle regole di purificazione della Torà e presentarsi dal sacerdote che certifichi l’avvenuta guarigione. Una sorta di ufficiale sanitario che deve riammettere alla vita pubblica chi riesce a guarire.
Perché tacere?
Non è una straordinaria opportunità di svelare il vero volto di Dio? Di manifestarsi come Messia? Di essere riconosciuto?
Sì, certo.
Ma è anche un gioco pericoloso. Gesù non vuole che la gente lo cerchi per essere guarita. Non vuole incontrare persone disposte a tutto pur di guarire, fuorché a convertirsi. Non vuole diventare un santone, un guru.
La guarigione è per indicare un cammino interiore.
Un segno, un indizio per svelare un oltre, un altrove.
E invece.
Danni
Forse è troppo entusiasta o solo stupido.
Non ascolta Gesù. Non è discepolo. Non segue quanto dovrebbe fare.
Dice a tutti del miracolo al punto che Gesù deve modificare i suoi progetti, i suoi piani.
Un danno enorme: Gesù addirittura, deve fuggire lontano nel deserto.
Che brutta storia.
Certi nostri comportamenti, a volte, danneggiano il Vangelo, invece di rendergli testimonianza. Pensiamo di fare un piacere a Dio, di rendergli testimonianza, di essere dei novelli apostoli. E invece rischiamo di dare di Dio una pessima immagine.
Bene se siamo guariti. Bene se siamo usciti dal marcio che ci taglia da noi stessi e dagli altri. Bene se in Cristo abbiamo riconosciuto il Signore che ci ama, che vuole purificarci.
Ma non trasformiamo la fede in un baraccone.
Per favore!

Da: IL BLOG DI PAOLO CURTAZWWW.PAOLOCURTAZ.IT