Abbiamo visto, domenica scorsa, che la suocera di Simone, una
volta guarita dalla febbre, si mette a servire i suoi ospiti e porta così a
compimento l’opera di guarigione e di salvezza che Gesù aveva iniziato in lei
(Mc 1,31): il frutto maturo dell’incontro con il Signore, infatti, non è un
ritorno alla vita di prima, ma un nuovo inizio, una conversione appunto (cfr Mc
1,15), un portare nella propria carne la vita nuova che la salvezza ha operato.
sabato 10 febbraio 2024
SE TU VUOI
sabato 8 ottobre 2022
ALZATI E VAI !
2Re
5,14-17; Sal 97 (98); 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
Naaman,
uomo ricco e potente, sembra infatti poter trovare una soluzione al suo
problema fisico solo ascoltando il consiglio di una ragazza, una schiava che –
non direttamente, ma attraverso la moglie di cui è al servizio – gli fa sapere
che c’è un profeta in Samaria che potrebbe guarirlo.
Naaman
si reca così dal re di Samaria, pensando che sarà questi a compiere il
prodigio, ma il re non può far nulla e solo un profeta, Eliseo, riaccenderà in
lui la speranza di una guarigione. Naaman dunque si reca da Eliseo. Eliseo non
solo non si degna di uscire dalla casa per incontrarlo, ma in tutta risposta
gli manda a dire che per guarire deve fare una cosa banale e di per sé senza
senso: andare a bagnarsi sette volte nel fiume Giordano.
Di
fronte a tale proposta la reazione di sdegno di Naaman è più che comprensibile.
Prima si era recato dal re pensando che sarebbe stato lui, uomo di rango e di
potere, a liberarlo dalla lebbra e, ovviamente, si era presentato a lui con un
congruo dono: «Dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di
abiti». Ma la reazione del re sembra quasi causare un incidente diplomatico:
«Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi ordini di
liberare un uomo dalla sua lebbra? Riconoscete e vedete che egli evidentemente
cerca pretesti contro di me».
Ora
sta fuori della casa di un profeta – anche qui non a mani vuote ma «con i
cavalli e il suo carro» –, che non solo non lo riceve, ma gli dice di andare a
fare, per ben sette volte, un bagno in un fiume che non sembra avere nessuna
proprietà curativa e anzi, come lui stesso dice: «Forse l’Abanà e il Parpar,
fiumi di Damasco, non sono migliori di tutte le acque d’Israele? Non potrei
bagnarmi in quelli per purificarmi?». Pieno di sdegno e di delusione non può
far altro che ritornarsene a casa con la sua lebbra. E a questo punto, di
nuovo, sono i servi a consigliarlo: in fondo che ha da perdere nel fare per sette
volte un bagno?
Naaman
va, si bagna per sette volte nel Giordano «e il suo corpo ridivenne come il
corpo di un ragazzo; egli era purificato». Interessante è notare che questo
ricco e potente comandante dell’esercito del re Aram per ben due volte dà ascolto
a dei servi, accetta di farsi curare seguendo il consiglio di chi non conta
niente. Inoltre bisogna notare un gioco di parole che nella traduzione italiana
non è così evidente: a indicare la soluzione del problema è una ragazza e, alla
fine, il corpo di Naaman ridiventa come quello di un ragazzo.
Contento
della guarigione ottenuta, ritorna dal profeta con un dono per ringraziarlo, ma
Eliseo non vuole niente in cambio. A questo punto allora Naaman gli chiede di
prendere con sé della terra per poter adorare il Dio di Israele anche nel suo
paese. Questa ultima richiesta chiarisce che Naaman ha compreso chi è il vero
guaritore e cosa in realtà gli ha permesso di guarire: l’aver creduto a una
schiava, a un profeta e a dei servi e, in tutto questo, l’essersi fidato del
loro Dio.
Nel
Vangelo di oggi abbiamo un racconto con un finale simile. Non ci sono potenti,
ma dieci lebbrosi, poveri e reietti, che chiedono a Gesù di essere guariti. In
tutta risposta il Maestro li invita a presentarsi ai sacerdoti, dato che
secondo le leggi di purità erano i sacerdoti a essere deputati al
riconoscimento dell’avvenuta guarigione. Questi dunque non sono ancora guariti,
ma accogliendo l’invito di Gesù si ritrovano, di fatto, guariti lungo il
cammino. Solo uno, però, ritorna indietro per ringraziare.
In
ambedue i racconti abbiamo una situazione che sembra non aver speranza, o
perlomeno una soluzione «facile», a portata di mano. In tale disperazione vi è
però un incontro, l’accoglienza di una parola, l’apertura a una relazione che
si basa sulla fiducia: Naaman dà fiducia al consiglio della serva, a quello dei
suoi servi e infine al comando del profeta; così anche i dieci lebbrosi
accolgono l’invito di Gesù. E in ambedue i racconti questo produce una svolta,
un cambiamento, una guarigione. Ma non basta, occorre un passo ulteriore,
ovvero la presa di coscienza di quanto è avvenuto, il riconoscimento della
grazia di quell’incontro, della sua gratuità e, l’apertura così alla
«possibilità» dell’altro.
sabato 13 febbraio 2021
LO VOGLIO !
+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Commento di p. Paolo Curtaz |
Qual è il segreto della forza interiore di Gesù? Come riesce a risanare senza farsi travolgere? Rubando tempo al sonno per restare da solo in preghiera in ascolto del Padre. Il silenzio e l’interiorità sono essenziali per sopravvivere. Per trovare il coraggio di incontrare tutto quel dolore. Per liberare tutti quei demoni che uccidono. Il silenzio e l’interiorità ci sono necessari per non cedere alla disperazione in questo lungo anno di pandemia, di azzeramento delle nostre abitudini, di scomparsa della vita sociale e comunitaria.
Essenziale a Lui, il Signore. E a noi.
Pietro lo raggiunge, irritato, tutti ti cercano! Come a dire: fatti trovare! Cosa fai qui. perditempo? Sciocco che sei, Pietro! Sciocchi noi quando pensiamo di dettare l’agenda a Dio. Di possederlo. Di orientarlo. No, Gesù non tornerà a Cafarnao. Non vuole installarsi. Non vuole appartenere a qualcuno. Non ha dove posare il capo il Figlio dell’uomo. Andrà per i villaggi. O così vorrebbe.
Lebbre
Il primo capitolo finisce con un incontro. Un incontro che possiamo leggere in diversi modi, suscitando perplessità ai neofiti della Parola. Ma la Tora ha settanta volti, come dicono i rabbini. Un lebbroso si avvicina al Signore, quando avrebbe dovuto tenersene a distanza. La lebbra è una malattia della povertà. Malattia che ti fa marcire la carne addosso. Malattia che ti rende solo. Che azzera gli incontri, che impedisce gli abbracci. Una malattia vista, dai contemporanei, come una punizione divina. Che suscita ribrezzo negli sguardi e giudizio e condanna inappellabile. Si butta in ginocchio il lebbroso. Dovrebbe stare lontano da una persona sana. Ma il dolore rende ciechi e folli. Chiede di essere purificato, non guarito. Di vedere cadere il marcio che gli attanaglia le carni e l’anima. Anni di rabbia, di umiliazione, di ribellione. Di sensi di colpa, di giri di testa, di bestemmie verso un destino cinico e baro. Chiede di essere purificato. E lo ottiene. Gesù lo vede e, così scrive Marco/Pietro, si arrabbia (non c’è compassione come scritto nei nostri testi). Si arrabbia verso l’opera del male, verso la discriminazione che ha fatto di un ammalato un maledetto e un escluso. Si arrabbia e agisce: lo tocca. Non resta contagiato, ma contagia il lebbroso con la sua energia divina, con la sua anima di luce e di pace. Rivela al lebbroso e a noi: Dio vuole che siamo guariti, purificati. Dio vuole che rinasciamo. Dio non ama dolore e sofferenza. La malattia non è destinazione ultima. È guarito il lebbroso. La sua pelle risorge. E accade qualcosa di strano.
Prima versione
Con veemenza chiede al lebbroso guarito di tacere, di rientrare in se stesso, di accogliere questa purificazione come opportunità, senza disperdersi. E di andare dai sacerdoti a verificare l’avvenuta guarigione: davanti al miracolo capiranno? O, come vedremo nei successivi capitoli, chiuderanno il loro cuore? Ma la gioia è troppa. E non riesce a tacere. Racconta il fatto. Letteralmente c’è scritto che racconta la parola al punto che la fama di Gesù si diffonde ovunque. Come la suocera di Pietro, guarita per servire, il lebbroso è purificato per annunciare. Questi siamo noi: guariti per servire, guariti per raccontare. Tanto più credibili perché portiamo sulla nostra carne i segni della malattia che ha sconvolto le nostre vite. Gesù è venuto a guarire gli ammalati, coloro che riconoscono la propria fragilità e si affidano.
Seconda versione
Oppure. Il lebbroso non capisce, né obbedisce. Gesù si indurisce, ammonisce, esorta, minaccia. Letteralmente sbuffa e gli chiede di tacere. Non deve raccontare, deve attenersi alle regole di purificazione della Torà e presentarsi dal sacerdote che certifichi l’avvenuta guarigione. Una sorta di ufficiale sanitario che deve riammettere alla vita pubblica chi riesce a guarire. Perché tacere? Non è una straordinaria opportunità di svelare il vero volto di Dio? Di manifestarsi come Messia? Di essere riconosciuto? Sì, certo. Ma è anche un gioco pericoloso. Gesù non vuole che la gente lo cerchi per essere guarita. Non vuole incontrare persone disposte a tutto pur di guarire, fuorché a convertirsi. Non vuole diventare un santone, un guru. La guarigione è per indicare un cammino interiore. Un segno, un indizio per svelare un oltre, un altrove. E invece. Forse è troppo entusiasta o solo stupido. Non ascolta Gesù. Non è discepolo. Non segue quanto dovrebbe fare. Dice a tutti del miracolo al punto che Gesù deve modificare i suoi progetti, i suoi piani. Un danno enorme: Gesù addirittura, deve fuggire lontano nel deserto. Che brutta storia.
Certi nostri comportamenti, a volte, danneggiano il Vangelo, invece di rendergli testimonianza. Pensiamo di fare un piacere a Dio, di rendergli testimonianza, di essere dei novelli apostoli. E invece rischiamo di dare di Dio una pessima immagine. Bene se siamo guariti. Bene se siamo usciti dal marcio che ci taglia da noi stessi e dagli altri. Bene se in Cristo abbiamo riconosciuto il Signore che ci ama, che vuole purificarci. Ma non trasformiamo la fede in un baraccone. Per favore.
Ecco.
Scegli ti quale versione ti piace di più. Se quella che sottolinea una
gioia incontenibile che va raccontata. O quella che ammonisce a non fare della
fede una stregoneria.
Quel che conta è che qualunque sia la lebbra che deturpa il tuo volto, Dio
vuole che tu guarisca.



