-di Luigino Bruni
È ormai qualche decennio che la teoria economica ha iniziato a
interessarsi alle dimensioni specifiche di genere, cioè allo studio delle
eventuali caratteristiche specifiche e salienti del modo di agire nella sfera
economica e sociale delle donne rispetto agli uomini.
Esistono ormai interi corsi di studi intitolati alla «Gender Economics», che, sulla base di un crescente
numero di dati empirici, mettono in luce alcune tendenze e costanti
comportamentali. Le donne (in media e su grandi numeri), ad esempio, amano meno
la competizione dei loro colleghi maschi. Sono invece più capaci di cooperazione,
danno una maggiore importanza ai beni relazionali e alle dimensioni
affettive-emotive dei rapporti, un punto di forza che, ovviamente, diventa
anche una maggiore vulnerabilità e complicazione nella gestione dei rapporti di
lavoro e in genere nelle relazioni che spesso si inceppano per attriti
emozionali. Su questa linea voglio sottolineare un aspetto della dimensione
femminile, non particolarmente analizzato dagli studi nelle scienze sociali. Mi
riferisco al diverso atteggiamento, o alla diversa cultura, con la quale le
donne gestiscono le crisi nelle comunità – ripeto: si tratta di tendenze
–. Prendo in considerazione in particolare le comunità religiose o carismatiche, ma molte di
queste considerazioni possono essere estese anche ai luoghi di lavoro, alle
associazioni civili e alla famiglia.
In questi anni ho scritto molto sulle crisi nelle comunità e Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), ne ho osservato centinaia alle prese con grandi processi di cambiamento. E ho riscontrato alcuni aspetti, relativamente costanti.
La sintesi di quanto appreso potrebbe essere così formulata: le donne e gli uomini rispondono diversamente alle crisi comunitarie.
Mentre noi
maschi siamo in genere e spesso molto occupati ad analizzare le ragioni delle
crisi, a discutere sulle diagnosi e a ipotizzare terapie possibili, a dare
grande peso alle idee e alle ideologie, lasciandoci prendere molto dai
dibattiti su ciò che non va, le donne hanno un rapporto più vitale e carnale
con la realtà, con la vita, e sono più interessate alle cose che vanno, pur
vedendo i problemi.
Ho visto intere comunità religiose e movimenti non sprofondare dopo grandi crisi perché alcune donne hanno semplicemente continuato a vivere la loro vita mentre attorno tutto andava a rotoli.
A recitare la liturgia delle ore, ad aprire la mensa ai poveri, a pulire una stanza e un bagno, a cucinare, ad annunciare la parola e a vivere il proprio carisma. Invece di intrattenersi in infinite discussioni sulle cause della crisi, su che cosa fosse ancora vivo del carisma, sulle possibilità di futuro, erano ancorate al presente, e non permettevano che la vita, appunto, presente fosse divorata dal peso del passato e dai dubbi sul futuro incerto.
Piantate coi piedi per terra, le donne «stavano», sapevano
stare – stabat… – in lunghi venerdì e sabati santi. Ciò non
è espressione di una minore capacità di astrazione delle donne (come si
pensava, purtroppo, in passato anche nella Chiesa), ma dipende da una vocazione diversa
alla vita e alla concretezza, che rende vera e viva per loro in un modo
speciale quella frase tanta cara a papa Francesco: «La realtà è superiore all’idea».
Per loro nessuna idea è più
concreta della realtà, anche le idee migliori e più luminose. E l’idea-logos
buona è quella che diventa carne. Grazie, allora, alle molte donne che tengono,
ogni giorno, in piedi comunità, famiglie, imprese, semplicemente sapendo
«restare» quanto tutto attorno traballa e crolla.
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