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sabato 19 luglio 2025

IL VOLTO SFIGURATO DEL DIO D'ISRAELE

 

La lettura fondamentalista e fanaticamente nazionalista che danno dei testi biblici personaggi come Ben-Gvir e i suoi sostenitori è un tradimento, non una conseguenza strutturale, dell’ebraismo.



-di Giuseppe Savagnone 

 

L’aspetto religioso della guerra d’Israele

Un aspetto particolarmente inquietante, e forse per questo poco approfondito dai media, nella drammatica escalation che in questo ultimo anno e mezzo ha portato lo Stato d’Israele al centro delle cronache, è quello religioso.

È un dato di fatto che un ruolo decisivo nel governo Netanyahu hanno avuto e continuano ad avere i partiti degli ebrei ortodossi, come «Potere Ebraico», il cui leader, Itamar Ben-Gvir, noto per il suo estremismo, è il ministro della Sicurezza e contribuisce in modo determinante ad assicurare l’appoggio della maggioranza. 

Sta di fatto che sono questi partiti ad aver dato, a quella che inizialmente era stata presentata come un’operazione difensiva, il carattere, ormai evidente a tutti, di una spietata pulizia etnica se non, come sostengono molti, di un vero e proprio genocidio. Ed è in nome della loro fede che essi perseguono il progetto del “grande Israele”, che implica la coincidenza dello Stato ebraico con la “terra promessa” di cui parla la Bibbia.

Che di questo fattore si parli molto poco è comprensibile. Siamo così abituati a identificare il fondamentalismo religioso con l’islam, che diventa imbarazzante  riconoscerlo in quelli che Giovanni Paolo II ha definito «i nostri fratelli maggiori», i quali, per di più, invocano a loro giustificazione la stessa Bibbia che costituisce un testo sacro per il cristianesimo e che viene utilizzata quotidianamente nella liturgia delle Ore e nella celebrazione eucaristica.

Eppure, è indubbio che, ancor prima del 7 ottobre, ancor prima del governo Netanyahu, si è via via verificata una trasformazione dello Stato ebraico in senso religioso. La storica ebrea Anna Foa, nel suo recente libro Il suicidio d’Israele, ha scritto che il suo fondatore, Ben Gurion, «laico convinto», era persuaso che la religione si sarebbe presto estinta. «In realtà è successo il contrario. I sionisti religiosi, fanatici della grande Israele data da Dio al popolo ebraico, si sono moltiplicati grazie al gran numero di figli, così come si sono moltiplicati gli ultra-ortodossi».

Ne è risultato, secondo la Foa, un profondo cambiamento della originaria prospettiva sionista: «Non era certo questa l’ideologia del sionismo delle origini e nemmeno quella della formazione dello Stato». Sono stati gli sviluppi politico-militari successivi alla sua nascita, nel 1948, che ne hanno cambiato la fisionomia.

In particolare, ella scrive, dopo la vittoria nella “guerra dei sei giorni” del giugno 1967, «il sionismo subiva una vera e propria metamorfosi e si diffondeva un diverso tipo di israeliano, un sionista religioso aggressivo e ispirato da Dio a colonizzare tutta la terra di Israele. Sebbene al governo fossero i laburisti, a partire dal 1967 iniziava nella West Bank occupata il fenomeno degli insediamenti da parte dei gruppi estremisti messianici».

Il trauma della violenza subìta il 7 ottobre 2023 ha contribuito a esasperare questa tendenza. Constata la Foa: «Dopo il 7 ottobre l’attività di insediamento si è moltiplicata (. . . ). I coloni sono ora quasi 700.000».

Così come si è scatenata una campagna militare che, nata con l’intento di combattere i terroristi di Hamas, si è via via trasformata essa stessa in una azione terroristica su larga scala nei confronti del popolo palestinese, mettendo in seria difficoltà i tradizionali alleati di Israele, tenaci sostenitori della sua legittimità democratica .

Viene spontaneo chiedersi come sia possibile che a giustificare questa politica, che viola non soltanto le risoluzioni dell’ONU dal 1947 in poi, non solo il diritto internazionale, ma anche – come purtroppo ci dicono quotidianamente i mezzi d’informazione e ci mostrano le immagini della televisione – i più elementari diritti umani, possa essere invocata la volontà di Dio, e non di una qualunque divinità, non di Allah, ma del Dio della Sacra Scrittura .

Due opposte letture

Ha provato a spiegarlo, in un recente articolo, Vito Mancuso, facendo notare che «la religione ebraica ha una duplice essenza: spirituale e politica». E mentre la prima contiene i germi dell’amore del prossimo, la seconda si ispira al primato della forza. «Esattamente per questo motivo nella Bibbia ebraica, accanto alla spiritualità della solidarietà, vi è un’ideologia del potere e dell’oppressione nazionalista e razzista verso altri popoli che partorisce i molti Ben Gvir».

L’autore conia, a questo proposito, il termine “israelismo”, contrapponendolo all’autentico ebraismo. «L’israelismo rappresenta il lato oscuro dell’ebraismo (ogni religione, anzi ogni realtà, ha il proprio)».

Su questa linea Mancuso arriva a parlare di un «nazi-sionismo». E cita dei passi del libro del Deuteronomio, in cui Mosè si rivolge al suo popolo, prima di entrare nella terra promessa, esortandolo ad annientare le popolazioni che vi risiedono: «Quando il Signore, tuo Dio, le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio in ebraico, cherem]. Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà» (Dt 7,2.6).

All’articolo di Mancuso ha risposto uno di Massimo Giuliani, docente di Pensiero ebraico, che giudica «aberrante la categoria di nazi-sionismo»: «Associare o equiparare il sionismo al nazismo è una perversione storica, dettata da puro accanimento ideologico. Si possono legittimamente criticare le politiche militari e le strategie belliche dell’attuale governo israeliano (…), ma non si può ascrivere alla “religione ebraica” la logica di quelle politiche».

Più alla radice, secondo Giuliani, «è contrario a ogni approccio critico scindere l’ebraismo in due essenze, una spirituale (supposta buona e accettabile) e una politica (ovviamente cattiva, demoniaca sin dall’origine)».

Torti e ragioni

In realtà, leggendo il libro di Anna Foa, si scopre che il paragone coi nazisti era già stato fatto proprio da un filosofo ebreo, Yeshayahu Leibowitz, detto «la coscienza di Israele» e vincitore nel 1993 del prestigioso Premio Israele, da lui rifiutato. «Leibowitz negava ogni diritto divino degli ebrei alla terra di Israele e sosteneva che l’occupazione avrebbe avvelenato l’animo degli israeliani trasformandoli in “giudeo-nazisti”».

Ed è molto difficile negare che i fondamentalisti religiosi e gli ultra-ortodossi attualmente al potere in Israele pretendano di ispirarsi ai testi biblici, visto che li invocano esplicitamente a giustificazione della loro campagna militare e del loro progetto politico.

Ha dunque ragione Mancuso nell’attribuire la violenza all’ “israelismo” che inevitabilmente accompagna l’ebraismo?  In realtà, neanche la sua tesi sembra corretta, perché non guarda alla complessità dei testi biblici e si ferma al Deuteronomio.

Un primo punto cruciale è quello sottolineato da un autorevole biblista, Giuseppe Barbaglio, in un libro intitolato Dio violento? Lettura delle Scritture ebraiche e cristiane: «L’esame delle diverse parti della bibbia giudaica mostra, senza ombra di dubbio, che il popolo dell’antico Israele ha avuto sempre e costantemente lucida coscienza dell’intangibilità della vita umana».

Nel libro della Genesi Dio dice: «Domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello». La motivazione è teologica: «Perché ad immagine di Dio è stato fatto l’uomo» (Gn 9, 5-6).

Un secondo punto decisivo è la guerra, pur presente abbondantemente nelle pagine bibliche, non è considerata inevitabile. In particolare, scrive Barbaglio, i profeti «hanno creato una vasta e sensibilissima coscienza antiviolenta». Ad essi innanzi tutto si deve la prospettiva «di un futuro di pace universale e cosmica e di distruzione di tute le armi».

Sta di fatto che «nella bibbia giudaica non si parla mai di “guerra santa”» C’è un intervento di Dio nelle guerre di Israele, «ma nel raffigurarsi il proprio Dio come guerriero e le guerre quali imprese in cui interviene la divinità adorata, l’antico Israele non tradisce alcuna originalità, dal momento che si tratta di un’ideologia diffusa allora in quell’area geografica e culturale». 

E, se è vero che la tradizione letteraria che sta dietro il libro del Deuteronomio è «caratterizzata da una forte bellicosità», come ha sottolineato Mancuso, va anche detto che quella  «presente soprattutto nei primi quattro libri della bibbia ebraica, Genesi, Esodo, Levitico, Numeri» evidenzia uno «spirito pacifista e non violento».

Un’ulteriore importante precisazione viene da un altro noto studioso  del problema della violenza nella Bibbia, Norbert Lohfink, nel suo libro Il Dio della Bibbia e la violenza. A proposito del cherem – lo sterminio delle popolazioni vinte, di cui si parla nel Deuteronomio, citato da Mancuso – , egli osserva: «Forse la realtà storica potrebbe anche avere conosciuto solo la cacciata delle élites al potere nelle città cananee e quindi il rovesciamento del sistema sociale e politico in vigore».  In realtà «il cherem era una rinunzia di carattere sacrale al bottino (…) riferita preferibilmente ai beni materiali. Solo la sistemazione deuteronomistica della tradizione ne fece uno sterminio dell’intera popolazione comandato da Dio». Insomma, si tratta probabilmente solo di una elaborazione letteraria posteriore.

A questo punto, l’anima violenta della Bibbia, attribuita da Mancuso alla sua dimensione politica, nazionale (l’“israelismo”), sembra in realtà dovuta a condizionamenti culturali e non è dunque un inesorabile risvolto dell’ebraismo.

Lo dimostra il grande fiume dalla spiritualità ebraica, con la tradizione dei chassidim e con personalità come quella di Martin Buber, filosofo che ha celebrato la  relazione e il dialogo, che pure aderì al sionismo e fu favorevole alla creazione di uno Stato ebraico, inteso però come luogo di pacifica convivenza  tra ebrei e palestinesi.

La lettura fondamentalista e fanaticamente nazionalista che danno dei testi biblici personaggi come Ben-Gvir e i suoi sostenitori è un tradimento, non una conseguenza strutturale, dell’ebraismo. Sono loro, con la loro religiosità distorta, non la Bibbia, all’origine della violenza a cui stiamo assistendo. E, seguendo loro, Israele non si sta solo suicidando, ma sta profanando e sfigurando il vero volto del suo Dio.

 www.tuttavia.eu

 Immagine: Foto di Cole Keister su Unsplash



sabato 24 maggio 2025

IL RISCHIO DELL'ANTISEMITISMO


 L’antisemitismo, minaccia per la civiltà o fantasma evocato dai suoi nemici?





Giuseppe Savagnone 

Un omicidio antisemita?

«Orrore antisemita» («Corriere della Sera»); «Usa, attacco antisemita» («Repubblica»); «L’antisemitismo dell’Occidente» («L’Opinione»): «Il salto di qualità dell’antisemitismo» («Il Riformista»). All’indomani dell’atroce assassinio dei due giovani funzionari dell’ambasciata israeliana a Washington – da parte di un uomo che ha gridato «Palestina libera!» – i titoli di prima pagina dei quotidiani italiani non mostrano dubbi: siamo davanti a quello che il nostro presidente del Senato, La Russa, ha definito pochi giorni fa «il dilagare dell’antisemitismo.

Su questa linea anche la dichiarazione del nostro ministro degli Esteri, Tajani: «Sono vicino allo Stato d’Israele per il tragico assassinio di due giovani dipendenti dell’ambasciata israeliana a Washington. L’antisemitismo figlio dell’odio contro gli ebrei va fermato, gli orrori del passato non possono più tornare».

Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scritto: «Questi orribili omicidi, basati ovviamente sull’antisemitismo, devono finire, ora!». Trump del resto già da tempo attacca e boicotta le più importanti università americane – ultima la più antica e prestigiosa, Harvard, a cui ha addirittura vietato di accettare studenti stranieri – accusandole di avere favorito o almeno permesso le manifestazioni favorevoli alla Palestina e contrarie al governo Netanyahu, a suo avviso chiaramente antisemite.

Le accuse di Netanyahu ai governi occidentali

È questa, del resto, la tesi dello stesso Netanyahu, che ha parlato della tragedia di Washinton come di «uno spregevole assassinio antisemita» e ha accusato di esserne responsabili i governi di Francia, Regno Unito e Canada, che nei giorni scorsi, in una dichiarazione congiunta, hanno chiesto a Israele «di fermare le sue operazioni militari a Gaza e autorizzare immediatamente l’ingresso di aiuti umanitari», in base al principio che «Negare assistenza umanitaria essenziale ai civili è inaccettabile».

«L’attentato di Washington è frutto della selvaggia istigazione contro Israele», ha affermato il premier israeliano. Ancor più diretto il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar: «È il risultato dell’incitamento tossico contro Israele e gli ebrei in tutto il mondo: istigazione praticata anche da leader di molti Paesi, soprattutto europei. Ecco cosa succede quando i leader del mondo si arrendono alla propaganda terroristica palestinese e la servono».

In realtà, oltre a chiedere di fermare la campagna militare israeliana a Gaza e a condannare il blocco degli aiuti umanitari, nei giorni scorsi, il Regno Unito aveva anche adottato sanzioni concrete, congelando i negoziati per un accordo di libero scambio con Israele.

Anche l’Unione europea, su proposta di 17 paesi membri – tra cui tutti quelli occidentali, con l’eccezione di Italia, Germania e Austria – aveva deciso di sospendere l’attuazione del trattato di cooperazione con lo Stato ebraico firmato nel 2000, in base all’art.2, che vincola i rapporti bilaterali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

La risposta del governo israeliano è stata immediata: nella visione del ministero degli esteri, Londra è mossa da «un’ossessione antisraeliana» e da «calcoli politici interni». Quanto alla dichiarazione di Francia, Regno Unito e Canada, in risposta Netanyahu ha ribadito che Israele proseguirà le operazioni militari «fino alla vittoria totale» e ha accusato i leader di Parigi, Londra e Ottawa di «premiare l’attacco genocida del 7 ottobre contro Israele»

Il premier israeliano ha inoltre invitato i leader europei ad adottare la «visione» – proposta dal presidente americano Trump e ormai assunta ufficialmente dal governo di Tel Aviv – secondo cui la soluzione della guerra può essere solo il trasferimento “volontario” dei due milioni di palestinesi che abitano la Striscia in altri paesi (non meglio precisati), dove sicuramente potranno vivere meglio.

Opporsi a questa linea politica – è questa la tesi di Netanyahu- è una chiara dimostrazione di cedimento al clima di antisemitismo, secondo lui, sempre crescente. È la stessa logica che abbiamo visto presente nei titoli giornalistici e nelle dichiarazioni ufficiali: difendere i palestinesi è una forma, più o meno mascherata di antisemitismo.

Questo a prescindere dal modo in cui la difesa viene fatta. È evidente che ce ne sono di tragicamente distorte, come l’assassinio dei due poveri giovani dell’ambasciata israeliana. Ma anche le critiche più pacate, in quest’ottica, farebbero il gioco di chi odia gli ebrei e vuole distruggerli, perché avallerebbero la strage del 7 ottobre e preparerebbero il terreno ad ulteriori atti di violenza, come quello di Washington.

Per non essere antisemiti

Sembra proprio, a questo punto, che l’unico modo per opporsi a quella minaccia alla civiltà che certamente è l’antisemitismo sia  avallare senza riserve la guerra di Netanyahu.

Di cui, però, anche una fonte informata e autorevole, sicuramente non sospetta di essere antisemita, il quotidiano israeliano «Haaretz», ha scritto pochi giorni fa: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta (…). Ciò che accade non è guerra, ma attacco sfrenato contro persone che non sono coinvolte in questa guerra».

E accettare per buone le affermazioni del governo di Tel Aviv secondo cui, invece, ad essere colpiti sono solo obiettivi militari, con inevitabili danni collaterali ai civili. La distruzione sistematica di abitazioni civili, moschee, chiese, scuole e, soprattutto, ospedali – in aperta violazione del diritto internazionale – sarebbe motivata dalla presenza in essi di centri di comando di Hamas.

L’ONU e tutte le associazioni umanitarie smentiscono unanimemente questa affermazione, facendo notare che Israele ha sempre rifiutato e continua a rifiutare indagini indipendenti che confermino la sua tesi, anzi impedisce ai giornalisti e agli osservatori di entrare a Gaza.

Per non dire che, quando è stato possibile, per un puro caso, avere delle prove del reale andamento delle cose, la versione israeliana è stata platealmente smentita. È il caso del massacro, il 23 marzo scorso, dei quindici operatori sanitari della Mezzaluna Rossa uccisi dall’esercito israeliano mentre si recavano a portare aiuto alla popolazione di Rafah.

Il governo di Tel Aviv aveva parlato di un errore, causato dal fatto che sia i veicoli che gli operatori non avevano segni di riconoscimento. Un video pubblicato dal New York Times ha mostrato invece, senza ombra di dubbio, che durante l’attacco le ambulanze avevano i lampeggianti in funzione e dall’autopsia dei corpi è risultato che i sanitari erano stati giustiziati, dopo essere scesi dalle ambulanze, da colpi a bruciapelo al capo e al petto.  

Su tutto questo – che ha comportato la desertificazione dell’ambiente, 50.000 morti, in maggioranza donne e bambini, più di 100.000 feriti – dall’inizio della guerra, diciotto mesi fa, i paesi occidentali non avevano mai espresso una decisa condanna, non andando oltre qualche raccomandazione al governo di Tel Aviv, perché rispettasse i diritti umani, ma continuando a fornirgli sostegno militare, politico ed economico .

A determinare una svolta sono stati due fattori. Il primo, più a monte, la rottura unilaterale da parte di Israele, a metà marzo, della tregua fatta con Hamas. A quel punto è stato chiaro che lo Stato ebraico non era disposto a passare alla seconda fase, che implicava il suo ritiro dai territori occupati e la realizzazione di una pace stabile. Come del resto ha recentemente confermato Netanyahu, dichiarando ufficialmente che Israele intende occupare a tempo indeterminato l’intera Striscia di Gaza, in accordo con l’idea del presidente americano Trump di trasferire altrove gli attuali abitanti.  

Ma il fattore più immediato del cambiamento di atteggiamento da parte dei paesi occidentali (esclusi gli Stati Uniti, l’Italia e la Germania) è stata la decisione del governo di Tel Aviv di chiudere gli accesi a Gaza, impedendo l’ingesso dei viveri, dell’acqua e dei medicinali indispensabili alla popolazione per sopravvivere.

Il blocco, in realtà era stato ampiamente praticato anche prima, ma il premier israeliano l’aveva sempre ufficialmente negato. Probabilmente incoraggiato dalla netta presa di posizione di Trump, che sembrava dargli carta bianca, non ha più avuto alcuna riserva nel presentarlo come una misura ufficiale, forse sottovalutando il fatto che usare la fame dei civili come arma è in assoluto contrasto con il diritto internazionale e i più elementari diritti umani.

A questo punto quasi tutti i governi democratici non hanno più potuto tacere e – dopo più di un anno e mezzo – sono dovuti diventare “antisemiti”.

L’ombra dell’Olocausto

Ma in questo modo non si rischia di tornare, come teme il nostro ministro Tajani (che infatti, accogliendo l’invito del governo israeliano, in questo anno e mezzo non ha mai votato a favore delle risoluzioni dell’ONU per il cessate il fuoco e ora si è dissociato dalla decisione dei 17 paesi europei di congelare gli accordi con Israele), a quegli «orrori del passato» che nell’immaginario collettivo sono associati all’Olocausto perpetrato dai nazisti? Non si fa il gioco di quell’estrema destra che ha la sua punta di diamante nel partito neonazista tedesco Alternative für Deutschland?

Per quanto sorprendente (e rigorosamente assente sulla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione), la risposta è che ormai l’obiettivo dei neonazisti e in genere della destra non sono gli ebrei, come all’inizio del secolo scorso, ma i musulmani, e che proprio Alternative für Deutschland, come si legge in Wikipedia, «sostiene apertamente lo Stato d’Israele», proprio in rapporto alla sua lotta contro i palestinesi.

E del resto già nel 2017 la vice-segretaria dell’AfD von Storchin una intervista su «The Jerusalem Report» esponeva la posizione filo-israeliana del suo partito, confrontando il nazionalismo tedesco all’ideologia sionista di Israele. E nel «Post» del 30 ottobre 2023 si leggeva che «i politici di estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) hanno più volte dichiarato sostegno a Israele e si sono espressi contro l’antisemitismo descrivendolo come un fenomeno dovuto all’immigrazione.

Ultimamente, nel marzo scorso, su iniziativa del ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, Israele ha invitato tra gli altri, a Gerusalemme, politici dei partiti di estrema destra europei – tra cui Jordan Bardella, leader del Ressemblement National e di esponenti di Vox -,  in occasione della Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo.

Chikli ha giustificato la decisione affermando che «l’antisemitismo è un problema crescente in Europa a causa dell’immigrazione musulmana» e che «i partiti di destra europei comprendono questa sfida e sono disposti ad adottare le misure necessarie per affrontarla».

Gli eredi più diretti di coloro che furono autori degli «orrori del passato» oggi sono sostenitori di altri «orrori», consumati nel presente dalle vittime di allora, trasformatesi in aguzzini. E che vengono giustificati proprio agitando il fantasma dell’antisemitismo, che indubbiamente rimane un pericolo, ma che rischia di diventare l’alibi dietro cui lo Stato ebraico (non gli ebrei!) rivendica il diritto di consumare, senza pudore, un nuovo Olocausto.

 www.tuttavia.eu

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sabato 1 marzo 2025

IN VACANZA A GAZA BEACH


 di Giuseppe Savagnone 

 

La svolta di Trump

Ha fatto il giro del mondo il video creato e postato da Donald Trump, ambientato a Gaza, in cui lui e il premier israeliano Netanyahu, in costume da bagno, stanno comodamente sdraiati al bordo di una lussuosa piscina, sullo sfondo di modernissimi grattacieli e di una enorme statua d’oro raffigurante il presidente USA. Una provocazione kitch che riassume gli ultimi clamorosi sviluppi della tragedia della Striscia.

Lo scorso 4 febbraio, pochi giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente degli Stati Uniti, in una conferenza stampa congiunta con il primo ministro dello Stato ebraico, ha annunciato a un mondo incredulo la sua intenzione di occupare direttamente Gaza, per far sorgere sulle macerie della guerra un resort turistico di lusso. «Penso che lo trasformeremo in un posto internazionale, bellissimo». «Sarà la rivière del Medio Oriente».

È nello stile di Trump unire la politica agli affari. E anche in questo caso quello che dovrebbe realizzarsi è un business di portata internazionale, da cui, secondo il Tycoon, ci sarà solo da guadagnare: «A tutti piace l’idea che gli Stati Uniti controllino quel pezzo di terra creando migliaia di posti di lavoro»

E i 2 milioni di palestinesi che attualmente ci abitano? La risposta di Trump è che «Gaza è un inferno, nessuno ci vuole vivere. I palestinesi adorerebbero andarsene». Si tratta, infatti, di «un luogo distrutto», inabitabile: «Non si può vivere in quegli edifici in questo momento», spiega, perché «sono molto insicuri».

Ma niente paura: c’è una soluzione a portata di mano. I gazawi potranno essere «trasferiti» nei due Stati arabi confinanti, Giordania ed Egitto, dove si troveranno molto meglio che a casa loro. 

Al «trasferimento» provvederà Israele, che poi consegnerà la Striscia, ormai bonificata, agli Stati Uniti. E così finalmente ci sarà in Palestina la pace agognata da tutti i popoli della regione: «A molti in Medio Oriente piace l’idea» perché porterà «stabilità».

L’inaspettata proposta ha entusiasmato Netanyahu, il quale ha dichiarato che il suo incontro con Trump ha portato a «enormi risultati che possono garantire la sicurezza di Israele per generazioni» e ha definito quella del presidente americano una «visione rivoluzionaria e creativa» che «aprirà molte possibilità» per Israele.

Quanto ai gazawi, il presidente israeliano ha escluso che si possa parlare di “pulizia etnica”, come l’ha definita il Segretario generale dell’ONU, Guterres: «Non è uno sfratto forzato, né una pulizia etnica. Tutti parlano di Gaza come di una prigione a cielo aperto, e allora perché tenere questa gente in prigione?». 

Il «trasferimento» sarebbe anzi una manifestazione di libertà: «Noi permettiamo alle persone di andarsene. Negli ultimi due anni 150.000 abitanti di Gaza se ne sono andati. I ricchi potevano andarsene. Ma se altri vogliono emigrare, è una loro scelta».

Ma l’«inferno» lo hanno creato gli esseri umani

Quello che né Trump né Netanyahu hanno detto è che a trasformare Gaza in un «inferno», dove «non si può vivere», è stato l’esercito di Israele, con la sistematica distruzione di tutte le abitazioni e le infrastrutture civili, nell’evidente intento di  rendere il territorio inabitabile.

Le immagini diffuse dai mezzi di comunicazione indipendenti – quando è stato loro possibile, dopo la tregua, entrare nella Striscia (finora preclusa ai giornalisti), – mostrano uno scenario di devastazione che ricorda Hiroshima e Nagasaki. 

E non c’è da stupirsene: dal 7 ottobre 2023 al gennaio 2025 l’esercito israeliano ha sganciato, su un territorio grande quanto metà della città di Madrid, oltre 85.000 tonnellate di bombe (fornite in gran parte dagli Stati Uniti), superando di quasi 6 volte la forza di detonazione della bomba sganciata nel 1945 su Hiroshima.

Per mesi la propaganda israeliana ha parlato di bombardamenti mirati di obiettivi militari. Ora con i nostri occhi tutti abbiamo potuto constatare che, nei centri abitati della Striscia, non è rimasto in piedi neppure un edificio. Case, uffici, scuole, ospedali, moschee, chiese – tutto è stato raso al suolo. 

La vita di un popolo

Non sono stati solo gli edifici ad essere distrutti. È stata la vita di un popolo. Due milioni di persone sono state da un giorno all’altro sloggiate con la forza, sradicate dai luoghi dove vivevano e lavoravano, costrette a vagare alla ricerca di posti sicuri, indicati dall’esercito israeliano, che poi venivano egualmente bombardati, costringendo alla fuga anche da quelli. 

I morti sono stati quasi 49.000. E ancora una volta sono stati i bambini le prime vittime: 14.000 sono stati uccisi, 25.000 feriti o mutilati, 17.000 sono rimasti orfani, tutti sono stati affamati, privati delle cure mediche e della scuola. Ferite che non si rimargineranno mai più e in cui si alimenterà l’odio per coloro che hanno fatto tutto questo.

L’argomento dei “danni collaterali” e quello della differenza tra aggressore e aggredito

Colpa di Hamas hanno ripetuto i governi e i giornali occidentali. Quelli che vediamo, dicono, sono i dolorosi ma inevitabili danni collaterali di una guerra volta ad ottenere la liberazione degli ostaggi israeliani. 

Ci si potrebbe forse chiedere se i bombardamenti a tappeto potessero servire a questo scopo e se non fosse assai più logico procedere, come in passato e come poi si è fatto, con degli scambi di prigionieri. Israele ha preferito dimostrare la sua potenza militare, anche se poi ha fallito, finora, entrambi gli obiettivi che si era prefisso, la liberazione dei suddetti ostaggi e la distruzione di Hamas.

Ma non è questo il punto. Ciò che è grave – nell’argomento dei cosiddetti «danni collaterali» – è che questa è la logica di tutti i terroristi. Spiegano sempre di non avere nulla contro le loro vittime e di essere costretti a sacrificarle per una giusta causa, che di solito è il rilascio di qualche loro compagno imprigionato e l’indebolimento di un regime politico iniquo che “si fa scudo” dei suoi cittadini.

In realtà il diritto internazionale, in linea con la morale, dice che colpire i civili è sempre – sempre – un crimine di guerra, quali che ne siano le motivazioni. E che il nemico armato si mescoli con la popolazione – come sempre accade – non autorizza a massacrare, affamare, ridurre alla disperazione quest’ultima.

È in conformità a questi princìpi, da tempo consolidati, che la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti del premier israeliano Netanyahu e del suo ministro della guerra, per «crimini contro l’umanità».

Priva di senso è anche l’ossessiva insistenza sulla differenza tra aggressore e aggredito per giustificare i metodi dell’esercito israeliano. L’origine di una guerra è una cosa, il modo di condurla un’altra.

Si può avere ragione sul primo punto e avere torto sul secondo. Altrimenti in Italia dovremmo abolire il “giorno del ricordo” delle vittime delle foibe, perché ad essere aggressori, in quel caso, eravamo noi, gli italiani, che nel 1941 avevamo invaso gratuitamente la Jugoslavia, occupandola fino al 1943. 

Se fosse vero, come ripete anche il nostro governo, che la violenza degli aggrediti è legittimata dal loro diritto di difendersi, anche i partigiani di Tito, assurdamente, dovrebbero essere giustificati.

Gaza beach

Ora siamo davanti al progetto di sfruttare cinicamente questi crimini per compierne impunemente un altro – la pulizia etnica  – sostenendo che la popolazione, a cui Israele (con la complicità dell’Occidente, soprattutto degli Stati Uniti) ha reso impossibile la vita nella sua patria, sarà “invitata” a emigrare per una “libera” scelta.

I governi e la stampa occidentali davanti a questo ulteriore passo hanno finalmente espresso il loro dissenso. Ma quanto durerà? È plausibile che, l’alibi della minaccia dell’antisemitismo, che finora ha giustificato l’appoggio incondizionato ad Israele, alla fine faccia chiudere gli occhi anche su questo ultimo crimine.

Ultimamente, a mettere in crisi questa linea sono stati due documenti  – uno di 350 personalità ebraiche americane, l’altro di duecento ebrei italiani – che hanno espresso il loro totale dissenso rispetto all’idea del “trasferimento” dei gazawi. Difficile ascrivere queste prese di posizione da parte di ebrei a un rigurgito di antisemitismo.

L’irritazione di chi è stato così clamorosamente smentito si è espressa nel coro di polemiche sollevatosi contro i documenti, soprattutto il secondo, anche per  la coincidenza con i funerali dei fratellini Bibas, i due piccoli ebrei, la cui uccisione ha suscitato grande commozione in tutto il mondo.

Al punto da far dimenticare che non due, ma migliaia di bambini palestinesi sono morti in questi mesi sotto le bombe, per il freddo, per la fame, per la mancanza di cure, senza che questa commozione si manifestasse. E che comunque i firmatari non giustificavano le violenze di Hamas – inaccettabili esattamente come quelle dell’esercito israeliano – , ma il diritto del popolo palestinese di non essere deportato (magari “volontariamente”).

A rendere più sordido il progetto di Trump e di Netanyahu arriva ora la clip dove si delinea il futuro di Gaza, tra il modello Miami e quello Dubai. Sulla pelle dei palestinesi. 

In altri tempi l’indignazione mondiale avrebbe travolto Trump e Netanyahu, costringendo i governi finora complici dello sterminio dei gazawi a prendere finalmente una posizione politica netta. Non sembra che lo stiano facendo.

A cominciare da quello italiano, che pochi giorni fa – pur avendo avanzato per bocca del ministro Tajani delle caute difficoltà sull’idea del presidente americano e del premier israeliano – , per la seconda volta a distanza di pochi mesi ha accolto con grande cordialità il presidente dello Stato ebraico Herzog, ribadendo l’amicizia incondizionata per Israele, senza nemmeno una parola di critica e di riserva sul progetto disumano del suo governo.

Herzog , da parte sua, ha ringraziato l’Italia perché come pochi Stati è disposta a «schierarsi» (ha usato questo termine) al fianco di Tel Aviv in questo «scontro di civiltà e di valori».

Ma la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione e dell’opinione pubblica non ha avuto nulla da ridire. Perciò si può fin da ora prevedere che fra alcuni anni i ricchi italiani andranno anche loro a fare le vacanze a Gaza Beach.

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sabato 1 febbraio 2025

MEMORIA. PASSATO e FUTURO


La memoria 
del passato 
che nasconde
gli orrori del presente





- di Giuseppe Savagnone *


La memoria e l’alleanza della CDU con i neo-nazisti

Il giorno della memoria – celebrato in tutto il mondo il 27 gennaio, giorno della liberazione di Auschwitz  – è stato istituito nel 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per non dimenticare le vittime dell’Olocausto e per ammonire l’umanità sul pericolo sempre presente che quegli orrori possano ripetersi.

«Mai più!» è lo slogan che da allora risuona in questa ricorrenza. Oggi, a vent’anni di distanza, dobbiamo constatare che, mentre la prima di queste due finalità si è realizzata anche quest’anno, la seconda no. 

Tristemente emblematico, a conferma di ciò, il fatto che in Germania, il 29 gennaio – solo due giorni dopo la solenne commemorazione delle atrocità commesse durante il regime nazista -, Friedrich Merz, il leader della CDU, il maggiore partito tedesco (e probabile prossimo cancelliere), non ha esitato ad allearsi con Alternative für Deutchland (AfD), la forza politica che più direttamente ha raccolto l’eredità di quel regime.

È la prima volta nella storia e la scelta di Merz rompe un tabù che i partiti democratici tedeschi avevano sempre rispettato, sdoganando così AfD, da sempre accusata di essere neo-nazista. A determinare la convergenza è stato il comune intento di far passare un provvedimento che restringe drasticamente il diritto di asilo ai migranti.

Ma l’estrema destra non è più antisemita, anzi è filo-israeliana

Perché ormai da tempo l’estrema destra tedesca, concentrandosi sull’islamofobia, ha accantonato il tradizionale antisemitismo, anzi ha addirittura dato il suo appoggio allo Stato d’Israele nel suo scontro col mondo islamico per la questione palestinese.

Al punto che nel 2020 Yair Netanyahu, figlio maggiore dell’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è diventato letteralmente il “ragazzo immagine” di AfD per aver attaccato la «cattiva» Unione europea, che, a suo giudizio, con la sua politica verso i palestinesi e gli arabi in genere era nemica di Israele e di «tutti i paesi cristiani europei».

Il sostegno dell’estrema destra a Israele, in nome dell’islamofobia, non è un’esclusiva tedesca, ma si sta sviluppando in tutta Europa. Accanto ad Alice Weidel dell’AfD, leader di estrema destra come Geert Wilders nei Paesi Bassi, Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage nel Regno Unito e Viktor Orbán in Ungheria sono apertamente schierati con lo Stato ebraico.

Il sostegno esplicito ed entusiasta al sionismo è diventato un principio ideologico per la maggior parte di questi partiti, scenario impensabile dalla prospettiva di cinquanta o addirittura trent’anni fa.

Su questa linea è anche la destra italiana, la prima, dopo quella ungherese, ad arrivare al governo, che nella guerra di Gaza ha fornito a Israele il proprio pieno appoggio politico e militare. Lasciandosi dietro le spalle le leggi razziali del fascismo, questo nuovo razzismo ha di mira non gli ebrei, ma gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia, automaticamente catalogati come islamici (senza tener conto che un buon numero di essi sono in realtà cristiani).

Quando, in seguito all’invasione russa, migliaia e migliaia di ucraini vennero in Italia, il più acceso sostenitore della “difesa dei confini”, il vice-premier Matteo Salvini, non ha più parlato di “invasione”, anzi in una particolare circostanza, si diceva «felice di sapere che entro sera altri 50 fra bimbi e famiglie scappati dall’Ucraina partiranno in pullman per venire in Italia».

A chi gli faceva notare l’incoerenza con le sue accanite battaglie contro i migranti, ha risposto: «Mentre spesso si parla di guerre finte, questi profughi sono veri e scappano da guerre vere».

Una spiegazione che prescinde totalmente dalle reali situazioni che generano l’emigrazione e lascia chiaramente capire che si è benvenuti in Italia solo se  si è bianchi e cristiani.

America ed Europa unite nelle deportazioni dei migranti e nel sostegno a Netanyahu

Il ciclone Trump, ha confermato questo collegamento tra la lotta contro i migranti  (anche se in un contesto diverso: i suoi non sono bianchi, ma cristiani sì) e l’appoggio ad Israele. Della prima è eloquente sintesi la fotografia postata dalla Casa Bianca, e che ha fatto il giro del mondo, degli uomini in fila, in catene, come criminali o bestie.

Trump ha parlato della «più grande deportazione» della storia americana e si propone addirittura di allestire un campo di detenzione per loro a Guantanamo, il famigerato penitenziario americani dove vengono richiusi e – per comune ammissione – torturati i sospetti terroristi.

Del sostegno incondizionato ad Israele si è avuta subito una prova quando il nuovo presidente ha chiarito qual è la sua idea del futuro della Palestina. Niente due Stati, come prevedeva la risoluzione dell’ONU del 1947 e come finora la diplomazia mondiale aveva auspicato, bensì deportazione – ritorna questo concetto! – degli abitanti di Gaza (circa due milioni e mezzo) nei paesi arabi vicini (che naturalmente hanno subito rifiutato).

Una proposta che ha suscitato l’entusiasmo dei due leader dell’estrema destra israeliana, il ministro dell’economia Bezalel Smotrich e l’ex ministro della sicurezza Itamar Ben Gvir, che da tempo pressano per approfittare di questa guerra per cacciare i palestinesi e aprire Gaza ai coloni israeliani.

A proposito di coloni israeliani, Trump ha anche annullato le sanzioni stabilite dal suo predecessore contro quelli della Cisgiordania che avevano occupato illegalmente, con la violenza, le terre dei palestinesi, spianando così la strada a ulteriori aggressioni che è veramente difficile far passare sotto l’etichetta del “diritto di Israele a difendersi”.

In realtà la duplice tendenza ad alzare muri contro i migranti e ad appoggiare Israele si può riscontrare oggi nella maggior parte dei governi occidentali (con la sola eccezione della Spagna e dell’Irlanda).

Alle accuse rivoltegli per il provvedimento anti-migranti fatto passare con l’appoggio di AfD, Merz ha replicato: «Io chiedo cosa facciano di diverso da quello che io propongo la Danimarca, la Svezia, la Finlandia, l’Italia, i Paesi Bassi, tanti Paesi europei che sono nella nostra stessa Unione europea». L’Europa si sta barricando.

 Contemporaneamente, appoggia Israele. Non, si badi bene, il popolo ebreo, ma specificamente Netanyahu e il suo governo, scavalcando le posizioni di dissenso che all’interno dello Stato ebraico da tempo si levano contro la gestione della guerra.

Sono molto significative a questo proposito, le risposte della maggior parte dei governi europei alla recente decisione della Corte penale internazionale di emettere un mandato di arresto per il primo ministro israeliano e per il ministro della guerra Ioav Galland «per crimini di guerra e crimini contro l’umanità» 

A colpire non è tanto quella di un paese dell’Est come l’Ungheria, dove già il diritto è ampiamente sopraffatto dalla politica e il cui premier ha subito chiarito che la sentenza della Corte penale «non avrà alcun effetto», invitando addirittura il premier israeliano a Budapest.

Più impressionanti  sono le reazioni di quelle democrazie occidentali, che negli ultimi due anni e mezzo si sono hanno fatto delle difesa dei diritti umani una bandiera nel loro strenuo impegno a sostegno del popolo ucraino contro l’aggressione russa. 

A cominciare dalle dichiarazioni della nostra presidente del Consiglio: «Approfondirò in questi giorni le motivazioni che hanno portato alla sentenza. Motivazioni che dovrebbero essere sempre oggettive e non di natura politica». Dove è chiara l’insinuazione che la sentenza dell’Aja sia motivata da ragioni politiche, come quelle dei giudici italiani sui migranti.

In ogni caso – ha assicurato la nostra premier – «un punto resta fermo per questo governo: non ci può essere una equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas».

Ma non è stata solo l’Italia a mostrarsi molto restia a rispettare la sentenza della Corte. Una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito affermava che non vi è alcuna giustificazione per cui la Corte penale internazionale debba adottare misure contro i leader israeliani e si esprime preoccupazione per le implicazioni della sentenza sulla stabilità regionale. Come se la cancellazione deliberata e sistematica di una popolazione  non fosse avvenuta sotto i nostri occhi.

Ma, cosa ancora più grave, dal punto di vista giuridico, come se il valore delle sentenze della Corte, a cui tutti questi Stati aderiscono e creata per avere un punto di riferimento super partes nelle questioni internazionali, dipendesse dalle loro valutazioni di parte.

Quale antisemitismo?

Alla luce di questi innegabili dati, acquista un significato ambiguo la denuncia del diffondersi dell’antisemitismo. Ce n’è uno inaccettabile, contro cui bisogna continuare a non abbassare la guardia.

Ma ce n’è un altro, attribuito a chiunque critichi il governo israeliano. E proprio l’estrema destra, inclusi i neo-nazisti, con la pretesa di combattere questo antisemitismo, giustifica il massacro dei palestinesi e la pulizia etnica di Gaza, nonché la  progressiva “purificazione” degli Stati Uniti e dell’Europa da tutti coloro – prima di tutto gli islamici – che con la loro presenza “inquinano” la purezza della civiltà occidentale e danno il loro appoggio alla causa palestinese .

Ogni fenomeno storico è diverso dai precedenti. Ma è certo che il quadro che si profila, e che già si realizza, ha alcune cose in comune con l’Olocausto: altri lager, come in Libia, altri massacri sistematici di uomini, donne e bambini, come a Gaza, altre deportazioni, come negli Stati Uniti e presto, sempre più, anche in Europa.

E questa volta dalla parte degli aguzzini ci siamo noi, i paesi “democratici”, e gli stessi ebrei – quelli che stanno compiendo queste atrocità o, dentro e fuori lo Stato ebraico, le giustificano, e che però, per fortuna, sono possono fare dimenticare tanti altri ebrei che, dentro e fuori lo Stato ebraico, si oppongono a questa logica disumana.

Questo non impedisce agli aguzzini di oggi di continuare a mettersi nei panni delle vittime di ieri. Vedendo il filmato che rappresentava la giovane israeliana liberata da Hamas strattonata e schiacciata dall’immensa folla che stava attorno (restando peraltro illesa), Netanyahu – dopo quindici mesi in cui per suo ordine 47mila persone innocenti, di cui la maggior parte donne e bambini, sono state uccise, e due milioni e mezzo di abitanti sono stati privati del cibo, dell’acqua, e delle medicine, hanno visto distrutte le loro case e morire i loro cari che sono ancora sotto le macerie – , è rimasto indignato e ha parlato di «inimmaginabile crudeltà».

Il ricordo di ieri non deve essere perduto, ma non può farci chiudere gli occhi su quello che accade oggi. C’è un antisemitismo autentico che dobbiamo continuare a combattere con tutte le nostre forze, ma ce n’è uno, che altro non è se non un alibi per nascondere le colpe di oggi e che dev’essere denunciato, per non ritrovarci, il giorno della memoria del prossimo anno, a gridare «Mai più!» , insieme ai neonazisti

 *Editorialista e scrittore

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venerdì 3 novembre 2023

ANTISEMITISMO, DIALOGO E PACE

Non lasciamoci abbagliare dall’albero che brucia, 

c’è anche un’amicizia che cresce

Le immagini drammatiche della folla che nella capitale del Daghestan prende d’assalto un aereo proveniente da Israele. 

La nota della presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche in Italia che parla anche nel nostro Paese di “un clima crescente di intolleranza”.

-         di Brunetto Salvarani

-          

Il conflitto scoppiato in Medio Oriente il 7 ottobre sta avendo un impatto potente anche in Europa, rimescolando i termini del dialogo, generando un diffuso clima di odio e violenza e portando anche qui le lancette del tempo all’11 settembre 2001. “L’antisemitismo purtroppo – commenta Brunetto Salvarani – è il pregiudizio più antico della storia dell’umanità ed è un pregiudizio che non si spegne mai. Viene da lontano e trova il suo culmine durante la Shoah. Risorge soprattutto in momenti di crisi”. Salvarani è teologo, esperto di dialogo e pluralismo religioso, presidente dell’Associazione Italiana Amici di Nevè Shalom Wahaat as Salam, un villaggio situato in Israele dove ebrei e palestinesi, tutti di cittadinanza israeliana, vivono insieme in equità e giustizia.

Anche in Italia, si sta registrando un clima di odio.

Sul piano italiano, non dobbiamo mai dimenticare che gli ebrei dal punto di vista numerico sono una minoranza molto esigua, nel senso che gli iscritti alle comunità ebraiche sono circa 30.000. Stiamo parlando paradossalmente di una situazione che coinvolgerebbe in teoria pochi italiani. E invece la questione ebraica, se vogliamo chiamarla così, è sempre forte. Fa i conti oggi con l’irrompere della situazione in Israele e in Palestina. L’antisemitismo si avvale sempre di una situazione costantemente irrisolta e – non dimentichiamolo – fa breccia su un terreno di ignoranza complessiva per cui l’italiano medio fa fatica a conoscere le dinamiche storiche che hanno generato una situazione che non nasce dall’oggi al domani, tanto più in quella terra dove c’è una memoria così così forte del passato e di riflesso anche da noi.

Come si caratterizzano le comunità ebraiche in Italia?

L’ebraismo italiano storicamente è stato un ebraismo integrato nella storia della nostra Nazione. È stato un ebraismo anche molto liberale.

Penso a figure illuminate come il Rav. Elio Toaff, storico rabbino capo della Comunità ebraica di Roma e come Amos Luzzatto che è stato a lungo Presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia.

Figure ben inserite nella vita e nella società italiane e consapevoli del ruolo importante che questa, seppur esigua minoranza, svolgeva nella dinamica di un Paese che tra l’altro stava diventando sempre più multireligioso e multiculturale.

In un clima come quello di oggi, quali sono gli errori che le comunità religiose del nostro Paese devono assolutamente evitare?

Il primo errore è quello di chiudere con questa esperienza di dialogo che si è radicata anche nel nostro Paese in questi anni. Il dialogo interreligioso è necessario. Anzi, è ancor più necessario oggi.

L’altro errore è quello di non cedere alle sirene dei fondamentalismi e schierarsi tra le opposte tifoserie.

 Mi sembra che lo schieramento alla fine non produca quello di cui c’è bisogno. E quello di cui oggi c’è bisogno è di offrire spazi di riflessione critica della realtà, in chiave però di educazione alla pace e al dialogo. C’è bisogno soprattutto di qualcuno che sappia indicare cosa succede quando si intraprendono le strade dell’odio e della violenza.

Il conflitto scoppiato il 7 ottobre sembra aver segnato purtroppo un punto di non ritorno. Quale impatto sta avendo anche sul dialogo tra le comunità religiose?

 È vero, in questo momento, tra gli effetti collaterali di quello che è successo il 7 ottobre, sembra che stia riprendendo la logica dello scontro di civiltà. Lo si avverte sia nei mass media sia nell’immaginario collettivo.

 Uno schema che pensavamo di aver messo da parte, grazie anche al costante rifiuto di esso da parte di Papa Francesco e invece sono bastati pochi giorni, e siamo ripiombati in un clima di guerra anche di religione. Dopo l’11 settembre e l’irruzione dell’Isis, si sono avviati faticosi processi di dialogo interreligioso. Di integrazione virtuosa anche nel nostro paese.

 Questi processi avviati riusciranno a tenere anche in queste situazioni di conflitto o subiranno una brusca frenata?

La domanda è, saremo ancora una volta vittime di un accecamento che impedisce il discernimento? Da parte di chi lavora nel dialogo, in queste settimane la prospettiva che ci anima è quella di ricordare il percorso che è stato fatto fino ad ora e che non va buttato via ma anzi va valorizzato. Il rischio è lasciarci abbagliare dall’albero che brucia e non vedere la foresta che cresce. C’è un’amicizia. In questi anni abbiamo costruito tra membri di comunità religiose diverse un rapporto di una stima reciproca che comunque va avanti.

Vorrei rivolgermi soprattutto ai ragazzi, ai giovani cresciuti purtroppo in questa bolla mediatica che li porta a far credere che tutto sia negativo. Non cediamo a questa logica che vuole far vedere le religioni solo come detentori di fondamentalismo e chiusura.

E non dimentichiamo che, come dicevo, le religioni sono state, soprattutto nei momenti più difficili della storia recente, e possono, anzi devono, diventare oggi spazio di riflessione critica e di ascolto.

 Agensir

venerdì 27 ottobre 2023

SIAMO TUTTI EBREI E PALESTINESI

 

-         di Giuseppe Savagnone

 

Uno scontro senza precedenti

Ha suscitato un’ondata di violentissime polemiche l’intervento, al Consiglio di sicurezza, del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, a proposito della drammatica crisi esplosa il 7 ottobre scorso con l’attacco di Hamas ad Israele.

 L’ambasciatore israeliano all’ONU, Gilad Erdan ha immediatamente reagito con estrema durezza al discorso di Guterres, definendolo «completamente disconnesso dalla realtà della nostra regione» e chiedendo le sue immediate dimissioni: «Il segretario generale dell’ONU, che mostra comprensione per la campagna di sterminio di massa di bambini, donne e anziani, non è adatto a guidare l’ONU. Lo invito a dimettersi immediatamente».

 Gli ha fatto eco il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, anche lui presente alla riunione: «Signor segretario generale, in che mondo vive? Sicuramente non nel nostro». L’ONU, ha aggiunto il ministro israeliano, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele «e dalla parte dei principi fondamentali dell’umanità descritti nella Carta dell’ONU».

 Su questa linea, un comunicato il Forum delle famiglie dei dispersi e dei rapiti nell’attacco di Hamas ha definito «scandalose» le dichiarazioni di Guterres. Secondo il Forum, il segretario dell’ONU «ignora vergognosamente il fatto che sabato 7 ottobre è stato perpetrato un genocidio contro il popolo ebraico e ha trovato un modo indiretto per giustificare gli orrori che sono stati commessi contro gli ebrei».

 La clamorosa rottura ha avuto anche degli effetti pratici. Continuando la sua aspra polemica con Gutierres, Erdan ha detto, parlando alla Radio militare: «Viste le sue parole, negheremo il rilascio dei visti ai rappresentanti dell’ONU. Del resto, abbiamo già rifiutato il visto al sottosegretario per gli affari umanitari Martin Griffiths. È arrivato il tempo di dare loro una lezione».

 È stata questa la posizione anche di molti giornali italiani. «Repubblica», con un titolo di scatola in prima pagina, dava così la notizia: «L’ONU attacca Israele. “Hamas ha le sue ragioni”». (A dire il vero, è stato notato che la frase “Hamas ha le sue ragioni” attribuita a Guterres e virgolettata, come una citazione testuale, in realtà il segretario dell’ONU non l’ha mai pronunziata)

 Anche secondo l’ANSA Guterres «accusa» Israele, provocando uno «scontro» alle Nazioni Unite.

 E uno dei più autorevoli opinionisti italiani, Paolo Mieli, sul «Corriere della sera», ha commentato: «Il segretario generale Antonio Guterres, dopo parole di condanna all’attacco del 7 ottobre che potevano apparire insincere, ha ricondotto la responsabilità dell’accaduto a “cinquantasei anni di soffocante occupazione israeliana”. Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista».

 «L’atto originario dell’attuale conflitto», continua Mieli nel suo editoriale – significativamente intitolato «Il mondo alla rovescia» – , «gli oltre mille abitanti di Israele sgozzati, bruciati vivi e in parte rapiti, quell’atto è pressoché scomparso dall’universo della comunicazione. Ha dovuto cedere il passo al “genocidio” perpetrato contro la popolazione di Gaza cui allude il segretario dell’ONU». E definisce «impressionante» questo modo di guardare «il mondo alla rovescia».

 Il discorso di Guterres

Ma che cosa ha detto effettivamente il segretario generale dell’ONU? Riporto di seguito la traduzione testuale delle parti più significative del suo intervento:

 «Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele. Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni».

 Al tempo stesso, però, ha continuato, «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite».

 Poi ha aggiunto: «Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese».

 E che una simile “punizione” sia in atto, secondo Guterres, è innegabile: «L’incessante bombardamento di Gaza da parte delle forze israeliane, il livello di vittime civili e la distruzione di quartieri continuano ad aumentare e sono profondamente allarmanti.

 Piango e onoro le decine di colleghi dell’ONU che lavorano per l’UNRWA [l’Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati] – purtroppo almeno 35 – uccisi nei bombardamenti su Gaza nelle ultime due settimane (…).

 Proteggere i civili non significa ordinare a più di un milione di persone di evacuare verso sud, dove non ci sono ripari, cibo, acqua, medicine e carburante, e poi continuare a bombardare il sud stesso. Sono profondamente preoccupato per le chiare violazioni del diritto umanitario internazionale a cui stiamo assistendo a Gaza. Voglio essere chiaro: nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario».

 Quanto al “dopo”, rimane valida la linea indicata dall’ONU nel 1947, che costituisce ancora oggi, secondo Guterres, «l’unica base realistica per una vera pace e stabilità: la soluzione dei due Stati. Gli israeliani devono vedere concretizzate le loro legittime esigenze di sicurezza e i palestinesi devono vedere realizzate le loro legittime aspirazioni a uno Stato indipendente, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi precedenti».

 Una strage senza cause?

Ho voluto riportare per intero i brani più discussi del discorso di Guterres, perché mi sembra che la prima considerazione da fare riguardi le interpretazioni che ne sono state date. In cui a me pare evidente che si siano attribuite al segretario dell’ONU – nel caso di «Repubblica» addirittura con un falso – una «comprensione» (Erdan), anzi addirittura «una giustificazione» (Cohen) della strage compiuta da Hamas, che nel suo discorso sono non solo assenti, ma esplicitamente escluse.

 Guterres ha detto chiarissime parole di condanna all’attacco del 7 ottobre – perché mai dovrebbero «apparire insincere» (Mieli)? – e non ha affatto minimizzato quelli che definito «gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas».

 Ha solo aggiunto – ed è questo che ha fatto infuriare i rappresentanti di Israele – una ovvietà, e cioè che «è importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla». Non c’è bisogno di uno storico di professione per sapere che ogni evento, anche il più spaventoso, ha le sue spiegazioni.

 E, in questo caso, la spiegazione – che non significa giustificazione – è che «il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». «Un’enormità. Parole dall’innegabile sottinteso giustificazionista», ha commentato Mieli.

 Ma neppure la giusta indignazione per la ferocia dimostrata dagli uomini di Hamas può far dimenticare che in questi ultimi cinquant’anni Israele ha sistematicamente ignorato e violato tutte le risoluzioni dell’ONU che gli imponevano di rispettare i diritti dei palestinesi.

 Un atteggiamento abituale di aperto disprezzo delle indicazioni di questo organismo – che raccoglie 193 Stati di tutto il pianeta e costituisce ancora, malgrado la sua attuale debolezza, l’unica autorità a livello internazionale – che ora si manifesta nella pretesa di farne dimettere il segretario perché non è in linea con la politica della Stato ebraico  (addirittura, l’ONU, secondo Cohen, «non avrà motivo di esistere» se le nazioni che la compongono non si schiereranno dalla parte di Israele»)  e nella scelta di «dargli una lezione», negando il visto di entrata ai suoi rappresentanti.

 È difficile non avere l’impressione di una seria difficoltà di auto-critica, da parte di Israele (come del resto da parte di Hamas), che purtroppo esclude ogni possibilità di un futuro di pace.

 Se non si accetta di mettere in relazione ciò che accaduto con l’occupazione da parte israeliana del territorio che l’ONU, con la risoluzione del 1947, aveva assegnato al popolo palestinese; con la costruzione del muro che lo ha spaccato in due; con la illegale  proclamazione di Gerusalemme – la città santa degli ebrei, ma anche dei musulmani e dei cristiani (che per questo, sempre secondo la decisone dell’ONU, avrebbe dovuto rimanere internazionale)  – nella capitale dello Stato ebraico; con il moltiplicarsi degli insediamenti illegali  di coloni israeliani sulle residue terre rimaste in mano agli antichi abitanti palestinesi; con la recentissima scelta del governo di Netaniahu di promuoverne altri e di presentare un progetto in cui lo Stato palestinese non figura affatto; se non si accetta, insomma, che «gli attacchi di Hamas non sono venuti fuori dal nulla», come ha detto Guterres, la sola risposta possibile ad essi è una violenza assolutamente simmetrica, che sta uccidendo donne e bambini palestinesi per vendicare quelli  ebrei massacrati il 7 ottobre.

Una causa, a dire il vero, è stata indicata nei riferimenti dei rappresentanti e delle famiglie israeliani alla «campagna di sterminio di massa» e al «genocidio». Si evoca l’ombra della Shoah e dell’antisemitismo e c’è davvero una frangia dell’opinione pubblica mondiale che, nelle manifestazioni di questi giorni, è sembrata animata dall’odio verso gli ebrei come tali.

 Ma non si può ricondurre automaticamente a questo antisemitismo ogni critica alla politica dello Stato ebraico, specialmente quando questo, a sua volta, dà l’impressione di violare negli altri quei diritti umani elementari di cui in passato è stato privato e di trasformarsi, da vittima, in carnefice.

 Di fronte all’antisemitismo, noi siamo tutti ebrei. Ma nessuno può criminalizzare il fato che – di fronte a ciò che sta accadendo in questi giorni a Gaza –  siamo anche tutti palestinesi.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo.

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