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domenica 24 maggio 2026

IL SIONISMO IERI E OGGI

 

Un fenomeno
 storico complesso




 -di Pasquale Hamel


Il sionismo è una delle idee politiche più discusse e controverse della modernità.

Nato alla fine dell’Ottocento come movimento di autodeterminazione del popolo ebraico, si sviluppò in un’Europa attraversata da nazionalismi, antisemitismo e persecuzioni.

Per milioni di ebrei rappresentò la possibilità di uscire da una condizione storica di precarietà e vulnerabilità, costruendo finalmente uno Stato capace di garantire sicurezza, continuità culturale e sovranità politica.

Dopo secoli di discriminazioni, pogrom ed esclusione sociale, e soprattutto dopo la tragedia dell’Olocausto, l’idea sionista apparve a molti come una necessità storica oltre che politica.

La nascita di Israele nel 1948 fu vissuta da gran parte del mondo ebraico come il compimento di un processo di emancipazione nazionale. Accanto alla dimensione politica, il sionismo produsse anche una straordinaria rinascita culturale: la lingua ebraica tornò a essere lingua viva, si svilupparono università, istituzioni democratiche, ricerca scientifica e una forte capacità di innovazione economica e tecnologica.

Per i suoi sostenitori, il sionismo rappresenta dunque un movimento di liberazione nazionale, non diverso da altri movimenti europei che rivendicavano il diritto dei popoli all’autodeterminazione. La sua idea originaria non era fondata sulla superiorità razziale, ma sulla convinzione che anche gli ebrei avessero diritto a una patria e a una protezione politica.

Tuttavia, come molti movimenti nazionali, anche il sionismo ha conosciuto nel tempo tensioni, contraddizioni e possibili degenerazioni.

Nel corso della storia israeliana, le guerre, il conflitto permanente e la centralità della sicurezza hanno alimentato correnti sempre più identitarie e nazionaliste.

Alcune critiche sostengono che determinate politiche abbiano prodotto forme di esclusione e forti squilibri nei diritti e nella rappresentanza politica

È soprattutto qui che nasce l’equivoco più frequente: identificare l’intero sionismo con il razzismo. In realtà il quadro è molto più complesso. Esistono infatti diversi sionismi: liberali, socialisti, religiosi, pacifisti, nazionalisti. Alcune correnti hanno sostenuto la coesistenza e la piena uguaglianza tra ebrei e arabi; altre invece hanno sviluppato visioni più identitarie e territoriali.

A complicare ulteriormente il dibattito è stata la crescente polarizzazione politica occidentale.

Negli ultimi decenni il sionismo è diventato spesso un simbolo ideologico utilizzato nelle guerre culturali tra destra e sinistra, progressismo e conservatorismo, globalismo e sovranismo. In questo clima, la riflessione storica e filosofica sul sionismo è stata frequentemente sostituita da slogan politici, semplificazioni morali e contrapposizioni identitarie.

Una parte della sinistra occidentale ha finito per leggere il sionismo esclusivamente attraverso le categorie del colonialismo e dell’oppressione, mentre alcuni ambienti conservatori lo hanno trasformato in un emblema di identità nazionale e civiltà occidentale. Entrambe le letture tendono a ridurre un fenomeno storico complesso a strumento di battaglia politica contemporanea.

Il risultato è che oggi spesso si discute del sionismo senza distinguerne più le diverse anime storiche, culturali e politiche. La lotta ideologica occidentale ha così compromesso, almeno in parte, una comprensione seria del fenomeno: da un lato trasformandolo in sinonimo assoluto di razzismo e colonialismo, dall’altro sottraendolo a qualunque critica in nome della sicurezza o della difesa identitaria.

Le critiche più dure al sionismo contemporaneo riguardano soprattutto le sue possibili derive: quando la sicurezza nazionale diventa giustificazione permanente del conflitto, quando l’identità dello Stato assume caratteri esclusivi, o quando il diritto di un popolo sembra entrare in collisione con i diritti di un altro. In questi casi il rischio è che il nazionalismo degeneri in chiusura etnica e marginalizzazione politica.

Allo stesso tempo, una parte del dibattito pubblico tende a confondere sistematicamente le politiche dei governi israeliani con l’essenza stessa del sionismo, oppure a identificare ogni critica a Israele con l’antisemitismo.

 Due semplificazioni opposte che finiscono entrambe per impoverire il confronto.

Comprendere il sionismo richiede quindi una distinzione fondamentale tra l’idea originaria di autodeterminazione ebraica, le diverse correnti ideologiche che ne sono nate e le concrete politiche adottate dallo Stato israeliano nel corso della sua storia.

Solo mantenendo separati questi livelli è possibile affrontare il tema senza slogan e senza riduzioni ideologiche.

*Pasquale Hamel, storico, giornalista, pubblicista  

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martedì 28 aprile 2026

MAI PIU'

 


Dopo il grande successo di Il suicidio di Israele (Premio Strega Saggistica 2025), Anna Foa ha sentito l’urgenza di rispondere a queste domande, con la consapevolezza che quello che abbiamo vissuto in questi ultimi due anni mette a rischio il patrimonio di valori che abbiamo costruito attorno alla memoria della Shoah e per rivendicare, oggi più che mai, un ‘Mai più’ che valga per tutte le donne e gli uomini. 

A prescindere da ogni credo e identità.




Mai più. Mai più la Shoah, mai più i campi di sterminio, mai più antisemitismo.

Così si è detto. Ma a chi è riferito quel ‘mai più’? Mai più per gli ebrei o mai più a ogni altro genocidio, dopo quello estremo che ci deve fare da monito, chiunque ne possa essere vittima? E perché allora Gaza? E perché è una scelta controversa definire genocidio lo sterminio di Gaza? Usare questa definizione vuol dire sminuire l’unicità di quello ebraico o fare un paragone empio tra Stato di Israele e Germania nazista?

Chiunque usi il termine genocidio per la Palestina è, anche inconsapevolmente, un antisemita? Proprio la parola antisemitismo è oggi sulla bocca di tutti: da una parte, la presenza nel dibattito pubblico di stereotipi antisemiti; dall’altra, il governo di Israele e i suoi sostenitori che definiscono antisemita chiunque critichi la sua politica, dall’ONU a quei paesi dell’Unione Europea che hanno riconosciuto lo Stato palestinese.

Ma allora cos’è l’antisemitismo, chi sono gli antisemiti?

Quali sono le differenze con l’antisionismo?

E ancora, se l’antisemitismo è dappertutto, come distinguerlo, come opporvisi?

Autore: Anna Foa

Editore: Laterza

Collana: I Robinson. Letture

Anno edizione: 2026

In commercio dal: 20 marzo 2026

Pagine: 80 p., Brossura

EAN:

9788858160350

 

sabato 20 dicembre 2025

ANTISEMITISMO


 VERO E FALSO ANTISEMITISMO



- di Giuseppe Savagnone



Un altro disegno di legge contro l’antisemitismo

Il disegno di legge presentato in Senato lo scorso 20 novembre dall’on. Graziano Delrio, autorevole rappresentante del PD, «per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo», ha suscitato reazioni contrastanti, che hanno rimescolato in modo inusuale le carte del gioco politico. A prenderne le distanze, infatti, è stato il capogruppo del partito democratico a Palazzo Madama, Francesco Boccia,  il quale ha dichiarato che esso «non rappresenta la posizione del gruppo né quella del partito», mentre a salutarlo con favore sono stati i giornali e i politici di destra.

In realtà, il ddl presentato da Delrio si aggiunge ad altre tre analoghe iniziative,  tutte contro l’antisemitismo, firmate rispettivamente dal leghista Massimiliano Romeo, dal renziano Ivan Scalfarotto e dal rappresentante di Forza Italia Maurizio Gasparri.

Ma che cosa si intende, in questi ddl, per antisemitismo? In realtà tutti e quattro recepiscono la “definizione operativa” che ne ha dato nel 2016 la International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Essa ha una parte descrittiva dal tenore assolutamente incontestabile: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto».

Per ovviare, però, alla genericità di questa formulazione, la si integra con undici esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, al fine di orientarne l’interpretazione. E sette di questi esempi non riguardano il popolo ebraico in generale, ma specificamente lo Stato d’Israele.

 Da un accreditato quotidiano di destra, «Il Giornale», traiamo una chiara sintesi di ciò che ne risulta. Il testo in questione «qualifica come antisemita ogni critica radicale contro Israele e verso il sionismo quale sua ideologia fondativa. In particolare, per l’IHRA è antisemitismo sostenere che “l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo”, “applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non richiesto a nessun altro Stato democratico” e “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”».

Si tratta, insomma, di una definizione dell’antisemitismo che coincide con quella ripetutamente ribadita dal governo di Netanyahu e che lo identifica, come dice  «Il Giornale», con «ogni critica radicale» della politica dello Stato ebraico. Non vi rientra, perciò, quella, molto blanda, della nostra presidente del Consiglio che, davanti alle stragi di civili compiute dall’Idf, dopo avere a lungo sottolineato «il diritto di Israele di difendersi» e la tassativa necessità di «non isolare Israele», alla fine ha ammesso che quella dello Stato ebraico è stata «una reazione che è andata oltre il principio di proporzionalità».

 Mentre sono state chiaramente antisemite – sempre stando alla definizione dell’IHRA – le imponenti manifestazioni che da un capo all’altro del nostro paese hanno coinvolto centinaia di miglia di uomini e donne di tutte le  età, di tutte le estrazioni sociali, di tutte le convinzioni politiche, in cui il governo di Israele è stato accusato a gran voce di compiere a danno dei palestinesi una strage paragonabile a quelle perpetrate dai nazisti nei confronti degli ebrei.

Ma queste proposte di legge non riguardano, evidentemente, il passato, perché mirano a regolare il futuro. In particolare l’articolo 4 del ddl presentato da Delrio prevede che «l’organismo di vigilanza di ogni università individui al suo interno una figura deputata alla verifica e monitoraggio delle azioni per contrastare i fenomeni di antisemitismo». E l’articolo 5 prevede questo monitoraggio «circa le azioni attuate per contrastare i fenomeni di antisemitismo» anche alle scuole.

 È evidente l’intento istituire un controllo  che scongiuri le proteste di docenti e studenti che nei mesi scorsi hanno scosso il mondo universitario, ma  hanno anche avuto ripercussioni in quello scolastico, in reazione alla linea del nostro governo sulla questione  palestinese. Nel ddl di Delrio, a differenza che in quello di Gasparri, non si prevedono sanzioni di carattere penale per i trasgressori, ma è chiaro che anche la possibilità di semplici misure disciplinari costituirebbe un deterrente sufficiente a suggerire a molti insegnanti e studenti una maggiore cautela nel manifestare le loro opinioni su Israele.

 Alcune domande inquietanti

Davanti a questo quadro, alcune domande si impongono. La prima riguarda la compatibilità di questi provvedimenti con la Costituzione italiana, elaborata da persone che avevano dovuto a lungo subire una dura repressione della loro libertà di espressione e che hanno voluto affermare con la massima chiarezza possibile il rifiuto di ogni limitazione, qualche ne possa esser la giustificazione, nell’articolo 21 della Carta costituzionale: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

In particolare la Costituzione tutela questa libertà nell’ambito educativo stabilendo, nell’articolo 33, che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Dire, dunque, che il ddl si rivolge solo alle manifestazioni di pensiero sulle piattaforme digitali, alle scuole e alle università, non cambia la sostanza del problema costituzionale, che proprio per scuole e università si pone in modo più evidente.

Se passasse il ddl Delrio nelle nostre aule universitarie e scolastiche si potrebbe esprimere il giudizio più duro su qualunque istituzione – il nostro Stato, la Chiesa, l’Onu,  ma non su Israele. Si potrebbe accusare la politica  di qualsiasi governo al mondo di riprodurre lo stile del nazismo, tranne quella di Netanyahu. E il professore universitario o di liceo che leggesse ai suoi studenti l’articolo recentemente pubblicato da Vito Mancuso su «La Stampa», in cui parla di «nazi-sionismo», non sarebbe solo suscettibile di critiche sul piano culturale, come è pienamente legittimo, ma potrebbe andare incontro a sanzioni disciplinari.

Come giustificare una simile eccezione ai diritti costituzionalmente sanciti? La risposta, secondo i sostenitori dei queste limitazioni, vengono dalla storia. Gli ebrei, con la Shoah, sono stati senza dubbio vittime di una violenza inaudita. E questo è indiscutibile.

Ma la seconda domanda che sorge spontanea riguarda proprio il nesso tra le critiche a Israele, rivolte al governo di uno Stato governato da ebrei, e l’antisemitismo, che riguarda il popolo ebraico come tale, per motivi del tutto diversi da quelli che motivano quelle critiche. È una questione di logica riconoscere che si tratta di cose del tutto diverse.

 Lo dimostra inequivocabilmente il fatto che proprio tanti ebrei – che ovviamente non simpatizzano con l’antisemitismo – siano invece  tra i più duri accusatori del governo israeliano  per ciò che ha fatto e continua a fare a Gaza. Emblematica la presa di posizione del famoso scrittore israeliano David Grossman, che il 1 agosto scorso, in un’intervista a «Repubblica», ha usato una parola tabù, rigettata con sdegno dai rappresentanti e dai sostenitori di Israele, perché rovescia le parti, proiettando sulle vittime dell’Olocausto  l’ombra del crimine da loro subito. «Per anni  – ha detto Grossman – ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio’. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì».

Secondo la definizione dell’IHRA, siamo davanti a un chiaro esempio di antisemitismo e, stando al ddl Delrio, se un docente italiano si rifacesse al giudizio di Grosssman sarebbe censurabile. Il paradosso è evidente.

Una formula più subdola di antisemitismo

Illuminante è anche la lettera indirizzata al quotidiano «Domani» da un gruppo di intellettuali ebrei, tra cui Gad Lerner, Anna Foa e Carlo Ginzburg, che dichiarano «inaccettabili e pericolosi i disegni di legge oggi in discussione sulla prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo». Gli autori della lettera fanno presente che la definizione di antisemitismo dell’IHRA «è  contestata a livello internazionale da molti dei maggiori specialisti di storia dell’antisemitismo e della Shoah» e osservano che adottandola, come fanno acriticamente i quattro disegni di legge sopra menzionati, «si finisce per equiparare qualsiasi critica politica a Israele all’antisemitismo».

È ciò che sta accadendo, secondo gli autori della lettera, «anche nella recente offensiva del governo Trump contro le principali università americane». I sostenitori di questa definizione «usano la lotta all’antisemitismo come strumento politico per limitare la libertà del dibattito pubblico, della ricerca e della critica legittima a Israele, che da anni porta avanti politiche violente, autoritarie e perfino genocidarie contro i palestinesi».

A loro avviso, peraltro, il ddl Delrio non solo è  un pericolo per la democrazia, ma è, dicono, «controproducente» anche «ai fini di un efficace contrasto dell’antisemitismo», perché «stabilire un presunto privilegio di esenzione dalla critica politica ed etica “in favore degli ebrei” (e solo di questi) – che nei fatti tutela solo chi sostiene in modo incondizionato le ragioni di Israele – non può che alimentare nuova ostilità e ulteriore antisemitismo. Quest’ultimo certamente esiste ma va sempre contrastato accanto a islamofobia, razzismo ed ogni forma di discriminazione».

Non si tratta di avallare la deriva antisemita, ma di rendere più seria la lotta contro di essa sparandola dalla difesa ad oltranza di Israele. Gli autori della lettera, a questo proposito, contrappongono al testo dell’IHRA «la più equilibrata e autorevole Jerusalem Declaration on Antisemitism, del 2021, i cui firmatari non sono dei pericolosi estremisti, bensì studiosi di altissimo livello, in gran parte ebrei. Secondo questa definizione, è antisemitismo «la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei come ebrei (o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)». Dove la precisazione «in quanto ebraiche» chiarisce la differenza tra chi attacca lo Stato israeliano perché ebreo o per i suoi crimini.

La confusione tra le due fattispecie, purtroppo, ha dominato in Italia la politica del governo e può, adesso, trasformarsi in legge. Gli ebrei a questo punto rischiano di essere usati come scudo umano per difendere un governo già condannato dalla Corte Penale Internazionale  per «crimini contro l’umanità» e recentemente definito, da una commissione indipendente dell’ONU colpevole di genocidio.

E questa sì sarebbe davvero la forma più subdola di antisemitismo.

 

www.tuttavia.eu


 

 

giovedì 4 dicembre 2025

PROFETESSA INASCOLTATA

 


HANNA ARENDT, 

"UNA DONNA CHE PENSA"


"Sono pensata, dunque sono!"




 

 - di Roberto Righetto


 

 

 

 

 «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. 

Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’Antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la lieta novella dell’avvento: “Un bambino è nato per noi”». Così Hannah Arendt conclude il capitolo di Vita Activa dedicato all’azione. 

Julia Kristeva la descrive come «una donna che pensa» e durante tutta la sua vita non ha fatto altro. Al Cogito ergo sum cartesiano contrapponeva il motto: «Sono pensata, dunque sono». Non stupisce perciò che nel 1965 abbia avuto parole di elogio verso la figura di Papa Giovanni. Nell’arti­colo The Chri­stian Pope, apparso sulla New York Review of Books e poi inserito nel volume Men in Dark Times, scrive fra l’altro: «Generazioni di intel­let­tuali moderni, quando non erano atei – cioè scioc­chi che fin­ge­vano di sapere ciò che nes­sun uomo può sapere – hanno impa­rato da Kier­ke­gaardDostoe­v­skijNie­tzsche e dai loro nume­ro­sis­simi seguaci, den­tro e fuori il movi­mento esisten­zia­li­sta, a con­si­de­rare “inte­res­santi” le que­stioni teo­lo­gi­che. Senza dub­bio per tutti costoro sarà dif­fi­cile com­pren­dere un uomo che, sin dalla tenera età, aveva “fatto voto di fedeltà” non solo alla “povertà mate­riale”, ma a quella di “spirito”». Così manifestava il suo stupore per il richiamo alle origini del cristianesimo che il papa del Concilio rappresentava ai suoi occhi. 

Lungi da noi, a 50 anni dalla morte, avvenuta il 4 dicembre 1975 a New York, fare di Hannah Arendt una filosofa cristiana: anzi a più riprese scrisse parole dure verso la Chiesa cattolica per la sua ambiguità sulla Shoah e sull’antisemitismo. «Pensatrice senza balaustra»: così amava definirsi lei stessa per far capire che la sua posizione voleva prescindere dai “parapetti” delle ideologie preconfezionate. È stata senza dubbio una delle intellettuali più influenti del Novecento: ebrea, tedesca e americana. Sostanzialmente un’apolide. «Una fanciulla straniera» l’aveva chiamata il suo maestro Karl Jaspers. Tutta la sua opera non è stata altro che il tentativo di fare i conti con la catastrofe che ha investito l’umanità nel secolo scorso e che aveva colpito anche lei, costretta a fuggire nel 1933 dalla Germania per riparare in Francia e poi negli Stati Uniti. Quella catastrofe aveva il sembiante del totalitarismo. Al quale dedicò una delle sue opere più importanti, scritta negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, Le origini del totalitarismo. Libro citato di recente anche da papa Leone XIV, il quale, rivolgendosi a un gruppo di giornalisti il 9 ottobre e invocando la necessità di un’informazione libera e obiettiva in tempo di fake-news, ne ha sottolineato un passaggio cruciale: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto oppure il comunista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso». 

La celebrità della Arendt è dovuta alle polemiche seguite ai suoi articoli sul processo Eichmann a Gerusalemme, pubblicati sul New Yorker, nei quali coniò il concetto di “banalità del male” che l’ha resa famosa. La figura del boia nazista nella sua terribile normalità rappresenta per lei l’espressione più inquietante del nazismo, l’individuo che sacrifica la sua coscienza al mito della collettività e dell’organizzazione e che ne diventa mero esecutore, un ingranaggio della macchina dello sterminio. La sua interpretazione provocò reazioni polemiche di molti suoi amici ebrei che l’accusavano di voler minimizzare l’Olocausto. Ma anche i tedeschi, che tendevano a fare del Terzo Reich un’eccezione brutale della loro storia, ne furono disturbati: la Germania intera veniva in tal modo accusata di complicità e finiva sul banco degli accusati. 

Negli ultimi anni continuano a uscire in Italia nuove edizioni dei suoi libri. Come L’umanità in tempi bui curato da Laura Boella, o Democrazia sorgiva a cura di Adriana Cavarero, entrambi usciti presso Raffaello Cortina Editore; oppure Antisemitismo e identità ebraica (Einaudi) per la cura di Enzo Traverso. «La questione è sapere – dice Arendt in L’umanità in tempi bui– quale misura di realtà occorre mantenere anche in un mondo divenuto disumano, se non si vuole ridurre l’umanità a vuota frase o fantasma». 

L’oscurità in cui la civiltà occidentale era precipitata ai tempi del nazismo, per essere ribaltata con i valori della ragione, non poteva eludere il confronto con la realtà, nel bene e nel male. Ed è quanto essa ha costantemente fatto nel tentativo di «rischiarare l’oscuro». 

In Antisemitismo e identità ebraica scrive: «Il XIX secolo ha prodotto la coincidenza di Stato e nazione. Poiché gli ebrei erano dovunque fedeli allo Stato si sono dovuti preoccupare di liberarsi della loro nazionalità, si sono dovuti assimilare. Il XX secolo ci mostra, nei terribili trasferimenti di popolazione e nei vari massacri – iniziati dai pogrom dell’Armenia e dell’Ucraina – le conseguenze ultime di questo nazionalismo». Siamo nel gennaio 1940 e Hannah Arendt, dopo essere fuggita dalla Germania nel 1933, si trova in Francia in attesa di riparare negli Stati Uniti per sottrarsi alle persecuzioni naziste. In quel periodo, pur soffrendo per la sua condizione di apolide, visto che era stata privata di quella tedesca nel 1937 come conseguenza delle leggi di Norimberga, elabora lucidissime analisi sulla situazione politica dell’Europa e sulla condizione delle minoranze, sempre più oppresse. Solo nel 1951 ricevette la cittadinanza americana e in una lettera all’ex marito Günther Anders poteva esclamare: «Ho il passaporto (il libro più bello che conosca, un passaporto)». 

Parole che denotano il suo sollievo dopo anni in cui lei, come i rifugiati ebrei espatriati dalla Germania e scampati all’orrore del nazismo, aveva vissuto l’esperienza angosciosa di essere priva di cittadinanza. 

Nella sua lotta contro l’antisemitismo Arendt trova alleati nel mondo cristiano e cita positivamente figure come Maritain, Tillich e Bernanos, i quali si erano espressi duramente contro le persecuzioni feroci attuate un po’ ovunque, dalla Germania alla Francia alla Polonia. Per questo continuava a sperare che il destino degli ebrei non fosse disgiunto da quello dell’Europa e immaginava per il Vecchio Continente una federazione di popoli liberi in cui anche quello ebraico trovasse spazio. Una speranza che con l’avvio della soluzione finale venne sempre più scemando. 

Nei suoi scritti spesso polemici con il mondo sionista, anche riguardo alla Palestina Hannah Arendt esprime posizioni di tono liberaldemocratico. Nel dibattito che si apre riguardo al futuro, si affaccia l’ipotesi di uno Stato binazionale in cui tutti gli abitanti, arabi ed ebrei, potessero godere degli stessi diritti: «La verità è che – scrive nel dicembre 1943 – la Palestina può essere salvata come sede nazionale per gli ebrei solo se viene integrata in una federazione». Anche in questo caso, parole profetiche e inascoltate. 

Fonte: Vita e Pensiero

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mercoledì 30 luglio 2025

L'OCCIDENTE ....

MA L'OCCIDENTE NON E' TRUMP 

E NEMMENO NETANYAHU


By Giuseppe Savagnone 

A mani alzate

Nella tempesta di polemiche che hanno fatto seguito al contestato accordo tra la Von der Leyen e Trump sui dazi, la sola a dirsi relativamente soddisfatta, pur con delle riserve, è stata Giorgia Meloni. «Giudico positivamente», ha detto, «il fatto che si sia raggiunto un accordo. Ho sempre pensato e continuo a pensare che un’escalation commerciale tra Europa e Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze imprevedibili e potenzialmente devastanti». 

La premier italiana ha ragione di rivendicare la propria coerenza. Era stata lei a battersi – insieme al cancelliere tedesco Mertz e in netto contrasto con il presidente francese Macron – per evitare ad ogni costo uno scontro con gli Stati Uniti e accettare il dialogo alle condizioni imposte da Donald Trump.

Da qui la totale rinunzia da parte dell’Europa ad ogni contromisura in risposta ai pesantissimi dazi del 50% entrati in vigore dal 4 giugno su acciaio e alluminio. Da qui, alla fine di giugno, la decisione dei paesi europei aderenti al G7 di esonerare unilateralmente e ingiustificatamente le potenti multinazionali statunitensi  dalla tassa minima globale per le Big Tech, privandosi di quella che tutti gli osservatori consideravano la più forte arma di pressione sull’economia americana.

L’Europa si è dunque presentata all’incontro con il presidente americano con le mani alzate, come evidenzia, simbolicamente, che la presidente della Commissione europea abbia accettato di recarsi nella tenuta privata, del Tycoon, piuttosto che in un luogo istituzionale super partes come sarebbe stato nella logica di una diplomazia paritaria. 

Una strategia fortemente criticata da esperti come il Nobel Joseph Stiglitz, che, in base ai precedenti conflitti commerciali di Trump con altri paesi, come la Cina, aveva piuttosto consigliato una linea dura, l’unica in grado di smontare le pretese irragionevoli e arroganti del presidente americano. 

Gli avvertimenti non sono stati ascoltati, la linea della Meloni ha prevalso, e il risultato è stato quello che il premier francese François Bayrou ha definito «un giorno buio» per l’Europa che, a suo avviso, «decide di sottomettersi» agli Stati Uniti. 

Con una formula più pittoresca, il presidente ungherese Orbán ha commentato: «Donald Trump non ha raggiunto un accordo con Ursula von der Leyen, ma piuttosto si è mangiato la presidente della Commissione europea a colazione».

Da qui una reazione quasi unanime che ha trovato voce nei titoli di prima pagina dei giornali del 29 luglio, che parlavano di «Rivolta contro i dazi»  («Repubblica»),  di «Rivolta dazi. Italia isolata» («La Stampa»), di «UE in ginocchio: “Giorno buio”.  Flop Meloni» («Domani»).

Una difesa dell’Occidente

Sul fronte opposto, «La Verità», che pure parla di «resa sui dazi», ne scarica tutta la responsabilità sull’Europa, lasciando in ombra il ruolo della premier italiana nel determinarne la linea in questa occasione. 

Ma la voce forse più significativa è stata quella del direttore di «Libero», Mario Sechi, già portavoce della presidente del Consiglio e spesso in profonda sintonia  con lei, nel suo editoriale, intitolato «Quell’Occidente che odia l’Occidente».

Sechi associa strettamente le proteste contro gli Stati Uniti per la loro politica sui dazi a quelle nei confronti di Israele: per la guerra a Gaza. «La “chiamata” delle sinistre al boicottaggio dei prodotti israeliani e di quelli americani è esemplare per tracciare la mappa dell’Occidente che odia l’Occidente, svelare la cattiva coscienza delle presunte classi colte, che agitano l’arma dell’irrazionale e accendono la fabbrica del caos. L’antiamericanismo e l’antisemitismo sono sempre più le facce della stessa medaglia».

Secondo il direttore di «Libero», insomma, il problema dei dazi va visto in un contesto più ampio, in cui è in gioco l’unità dell’Occidente, di cui l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa è il pilastro. 

Parole che hanno un riscontro, peraltro, nei reiterati appelli di Giorgia Meloni a lavorare per «rendere di nuovo grande l’Occidente». Lo ha detto incontrando Trump nella sua visita a Washington in aprile, ricevendone in risposta, per la verità, solo un laconico «Possiamo farlo». L’ha ripetuto in altre occasioni. Quasi a far dimenticare che lo slogan del presidente americano è invece «Rendere di nuovo grande l’America» e che proprio in nome di esso egli ha rotto un fronte politico ed economico che univa le due sponde dell’Atlantico e che costituiva, appunto, l’Occidente. 

Si capiscono, in questo contesto, gli sforzi della nostra premier per proporsi come costruttrice di ponti tra queste due sponde. Sforzi che, al di là di immediate risonanze mediatiche – come nell’incontro di aprile della Meloni, con Trump, ricco di sorrisi e di complimenti scambiati da molti per una intesa effettiva – sono stati sistematicamente frustrati dall’assoluta indifferenza del presidente americano nei confronti degli interessi europei.

E si capiscono anche i toni rassicuranti che fin dall’inizio della presidenza Trump la nostra premier ha usato nei suoi confronti. Così, quando ha detto di volersi annettere, anche con la forza, la Groenlandia, togliendola alla Danimarca, e il canale di Panama, la Meloni ha definito questa inaudita minaccia, che ha lasciato sbalordite le diplomazie e l’opinione pubblica mondiale, «un modo energico per dire che gli Stati Uniti non rimarranno a guardare di fronte alla previsione che altri grandi player globali muovano in zone di interesse strategiche per gli Stati Uniti e, aggiungo io, per l’Occidente». 

Con un tentativo, fin da allora, di sottolineare la coincidenza della causa degli Stati Uniti con quella dell’Occidente. Ma trascurando il particolare che dell’Occidente, anzi della NATO – che ne rappresenta l’espressione militare – fa parte anche la Danimarca, il paese minacciato di aggressione, a cui non è andata nemmeno una parola di solidarietà.

E quando Trump, lo scorso giugno, ha imposto ai paesi della NATO un aumento delle spese militari al 5% del loro PIL, la nostra presidente del Consiglio, che aveva sempre indicato come soglia massima il 2%, è stata pienamente d’accordo:  «Sono impegni sostenibili», ha scandito.

«Lo voglio ribadire: per l’Italia questa spesa è necessaria per rafforzare la nostra difesa, per rafforzare la nostra sicurezza in un contesto che lo necessita, ma in una dimensione che ci consente di assumere questi impegni sapendo già che non distoglieremo neanche un euro dalle altre priorità del governo a difesa e a tutela degli italiani».

Anche se non ha chiarito da dove si prenderanno i soldi. Perché è vero che l’1,5% di questo totale potrà riguardare spese per la sicurezza nazionale in senso lato: cybersicurezza, centrali elettriche e reti di telecomunicazione terrestri e satellitari, infrastrutture strategiche di mobilità militare come ferrovie, strade, ponti, porti e aeroporti. Ma per il rimanente 3,5% da investire in spese militari in senso tradizionale, si dovranno trovare 700 miliardi.

Una necessità ineluttabile? A smentirlo è il fatto – segnalato da tutti gli osservatori – che il premier spagnolo Sanchez si è rifiutato di piegarsi alle pressioni di Trump, senza lasciarsi intimorire dalle minacce di rappresaglie economiche.

Sulla stessa linea è l’allineamento dell’Italia alle posizioni di Trump nei confronti della guerra condotta da Israele nella Striscia di Gaza. Di fronte allo stupefacente  progetto di trasformare un territorio, da secoli appartenente ai palestinesi, in un resort tutistico di lusso gestito dagli Stati Uniti, deportando gli abitanti attuali in paesi vicino, come l’Egitto e la Giordania, il nostro ministro degli Esteri si è limitato a far presente l’irrealizzabilità dell’idea per la indisponibilità dei due paesi in questione, ricordando che l’Italia è stata sempre favorevole alla soluzione dei “due  Stati” prevista dall’originaria risoluzione dell’ONU del 1947.

 Purtroppo, già in passato, quando, il 10 maggio 2024, nell’Assemblea delle Nazioni Unite è stata messa ai voti una risoluzione – approvata da 143 paesi, tra cui  Francia e Spagna – per il riconoscimento della Palestina come qualificata a diventare membro a pieno titolo dell’ONU, l’Italia si è astenuta: «Riteniamo» ha detto in quella occasione il nostro rappresentante, «che tale obiettivo debba essere raggiunto attraverso negoziati diretti tra le parti». Non facendo cenno al particolare che il governo di Netanyahu esclude assolutamente la possibilità di uno Stato palestinese. 

E adesso, che il presidente Macron ha annunciato l’intenzione della Francia di riconoscere lo Stato palestinese – come già hanno fatto altri 148 paesi, tra cui, per citare solo alcuni di quelli europei, la Spagna, l’Irlanda, la Svezia, la Norvegia, la Polonia, lo Stato della Città del Vaticano – la nostra premier, in linea ancora una volta con gli Stati Uniti, ha definito questo riconoscimento «prematuro», attirandosi la risposta del cardinale Parolin, Segretario di Stato del Vaticano: «Prematuro riconoscere lo Stato di Palestina? Per noi è la soluzione».

Ma già quando Trump aveva colpito con sanzioni la corte Penale Internazionale, rea di aver emesso un mandato di cattura nei confronti di Netanyahu e del suo ministro della guerra, per «crimini contro l’umanità», il governo italiano era stato l’unico di quelli dell’Europa occidentale a rifiutare di firmare un lettera di protesta e di solidarietà alla Corte.

È difficile, davanti a questa storia, di cui la vicenda dei dazi è solo l’ultimo atto, evitare l’impressione che Giorgia Meloni rifiuti di prendere atto che l’Occidente non esiste più, dopo la svolta di Trump, e che la sua ostinata volontà di rilanciarlo si risolve in concreto in un appoggio incondizionato alla folle volontà di potenza del presidente degli Stati Uniti.

Da qui i continui moniti ad evitare una spaccatura tra le due sponde dell’Atlantico che è già avvenuta per scelta di quest’ultimo, e, nel caso dei dazio, a non provocare una guerra commerciale che in realtà era già in corso, scatenata dall’altra parte. 

Da qui anche la condivisione della complicità di Trump nel genocidio perpetrato a Gaza (ma anche in Cisgiordania) da Netanyahu e il mantenimento, nei fatti, dell’appoggio a Israele, pur mascherandolo con qualche frase di disapprovazione ufficiale per placare il malessere dell’opinione pubblica italiana.

Ma, con buona pace del direttore di «Libero», l’Occidente non è l’America di Trump e tanto meno l’Israele di Netanyahu. E la sola speranza di ridare vita alla sua migliore tradizione è di non dimenticare mai che essa è fondata su valori antitetici a quelli della violenza e della sopraffazione, di cui questi tristi personaggi sono l’incarnazione.

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sabato 24 maggio 2025

IL RISCHIO DELL'ANTISEMITISMO


 L’antisemitismo, minaccia per la civiltà o fantasma evocato dai suoi nemici?





Giuseppe Savagnone 

Un omicidio antisemita?

«Orrore antisemita» («Corriere della Sera»); «Usa, attacco antisemita» («Repubblica»); «L’antisemitismo dell’Occidente» («L’Opinione»): «Il salto di qualità dell’antisemitismo» («Il Riformista»). All’indomani dell’atroce assassinio dei due giovani funzionari dell’ambasciata israeliana a Washington – da parte di un uomo che ha gridato «Palestina libera!» – i titoli di prima pagina dei quotidiani italiani non mostrano dubbi: siamo davanti a quello che il nostro presidente del Senato, La Russa, ha definito pochi giorni fa «il dilagare dell’antisemitismo.

Su questa linea anche la dichiarazione del nostro ministro degli Esteri, Tajani: «Sono vicino allo Stato d’Israele per il tragico assassinio di due giovani dipendenti dell’ambasciata israeliana a Washington. L’antisemitismo figlio dell’odio contro gli ebrei va fermato, gli orrori del passato non possono più tornare».

Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scritto: «Questi orribili omicidi, basati ovviamente sull’antisemitismo, devono finire, ora!». Trump del resto già da tempo attacca e boicotta le più importanti università americane – ultima la più antica e prestigiosa, Harvard, a cui ha addirittura vietato di accettare studenti stranieri – accusandole di avere favorito o almeno permesso le manifestazioni favorevoli alla Palestina e contrarie al governo Netanyahu, a suo avviso chiaramente antisemite.

Le accuse di Netanyahu ai governi occidentali

È questa, del resto, la tesi dello stesso Netanyahu, che ha parlato della tragedia di Washinton come di «uno spregevole assassinio antisemita» e ha accusato di esserne responsabili i governi di Francia, Regno Unito e Canada, che nei giorni scorsi, in una dichiarazione congiunta, hanno chiesto a Israele «di fermare le sue operazioni militari a Gaza e autorizzare immediatamente l’ingresso di aiuti umanitari», in base al principio che «Negare assistenza umanitaria essenziale ai civili è inaccettabile».

«L’attentato di Washington è frutto della selvaggia istigazione contro Israele», ha affermato il premier israeliano. Ancor più diretto il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar: «È il risultato dell’incitamento tossico contro Israele e gli ebrei in tutto il mondo: istigazione praticata anche da leader di molti Paesi, soprattutto europei. Ecco cosa succede quando i leader del mondo si arrendono alla propaganda terroristica palestinese e la servono».

In realtà, oltre a chiedere di fermare la campagna militare israeliana a Gaza e a condannare il blocco degli aiuti umanitari, nei giorni scorsi, il Regno Unito aveva anche adottato sanzioni concrete, congelando i negoziati per un accordo di libero scambio con Israele.

Anche l’Unione europea, su proposta di 17 paesi membri – tra cui tutti quelli occidentali, con l’eccezione di Italia, Germania e Austria – aveva deciso di sospendere l’attuazione del trattato di cooperazione con lo Stato ebraico firmato nel 2000, in base all’art.2, che vincola i rapporti bilaterali al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici.

La risposta del governo israeliano è stata immediata: nella visione del ministero degli esteri, Londra è mossa da «un’ossessione antisraeliana» e da «calcoli politici interni». Quanto alla dichiarazione di Francia, Regno Unito e Canada, in risposta Netanyahu ha ribadito che Israele proseguirà le operazioni militari «fino alla vittoria totale» e ha accusato i leader di Parigi, Londra e Ottawa di «premiare l’attacco genocida del 7 ottobre contro Israele»

Il premier israeliano ha inoltre invitato i leader europei ad adottare la «visione» – proposta dal presidente americano Trump e ormai assunta ufficialmente dal governo di Tel Aviv – secondo cui la soluzione della guerra può essere solo il trasferimento “volontario” dei due milioni di palestinesi che abitano la Striscia in altri paesi (non meglio precisati), dove sicuramente potranno vivere meglio.

Opporsi a questa linea politica – è questa la tesi di Netanyahu- è una chiara dimostrazione di cedimento al clima di antisemitismo, secondo lui, sempre crescente. È la stessa logica che abbiamo visto presente nei titoli giornalistici e nelle dichiarazioni ufficiali: difendere i palestinesi è una forma, più o meno mascherata di antisemitismo.

Questo a prescindere dal modo in cui la difesa viene fatta. È evidente che ce ne sono di tragicamente distorte, come l’assassinio dei due poveri giovani dell’ambasciata israeliana. Ma anche le critiche più pacate, in quest’ottica, farebbero il gioco di chi odia gli ebrei e vuole distruggerli, perché avallerebbero la strage del 7 ottobre e preparerebbero il terreno ad ulteriori atti di violenza, come quello di Washington.

Per non essere antisemiti

Sembra proprio, a questo punto, che l’unico modo per opporsi a quella minaccia alla civiltà che certamente è l’antisemitismo sia  avallare senza riserve la guerra di Netanyahu.

Di cui, però, anche una fonte informata e autorevole, sicuramente non sospetta di essere antisemita, il quotidiano israeliano «Haaretz», ha scritto pochi giorni fa: «Non è più una guerra, ma un assalto sfrenato ai civili. In assenza di veri obiettivi militari, Israele sta conducendo un’offensiva sconsiderata contro coloro che non sono in alcun modo coinvolti nella lotta (…). Ciò che accade non è guerra, ma attacco sfrenato contro persone che non sono coinvolte in questa guerra».

E accettare per buone le affermazioni del governo di Tel Aviv secondo cui, invece, ad essere colpiti sono solo obiettivi militari, con inevitabili danni collaterali ai civili. La distruzione sistematica di abitazioni civili, moschee, chiese, scuole e, soprattutto, ospedali – in aperta violazione del diritto internazionale – sarebbe motivata dalla presenza in essi di centri di comando di Hamas.

L’ONU e tutte le associazioni umanitarie smentiscono unanimemente questa affermazione, facendo notare che Israele ha sempre rifiutato e continua a rifiutare indagini indipendenti che confermino la sua tesi, anzi impedisce ai giornalisti e agli osservatori di entrare a Gaza.

Per non dire che, quando è stato possibile, per un puro caso, avere delle prove del reale andamento delle cose, la versione israeliana è stata platealmente smentita. È il caso del massacro, il 23 marzo scorso, dei quindici operatori sanitari della Mezzaluna Rossa uccisi dall’esercito israeliano mentre si recavano a portare aiuto alla popolazione di Rafah.

Il governo di Tel Aviv aveva parlato di un errore, causato dal fatto che sia i veicoli che gli operatori non avevano segni di riconoscimento. Un video pubblicato dal New York Times ha mostrato invece, senza ombra di dubbio, che durante l’attacco le ambulanze avevano i lampeggianti in funzione e dall’autopsia dei corpi è risultato che i sanitari erano stati giustiziati, dopo essere scesi dalle ambulanze, da colpi a bruciapelo al capo e al petto.  

Su tutto questo – che ha comportato la desertificazione dell’ambiente, 50.000 morti, in maggioranza donne e bambini, più di 100.000 feriti – dall’inizio della guerra, diciotto mesi fa, i paesi occidentali non avevano mai espresso una decisa condanna, non andando oltre qualche raccomandazione al governo di Tel Aviv, perché rispettasse i diritti umani, ma continuando a fornirgli sostegno militare, politico ed economico .

A determinare una svolta sono stati due fattori. Il primo, più a monte, la rottura unilaterale da parte di Israele, a metà marzo, della tregua fatta con Hamas. A quel punto è stato chiaro che lo Stato ebraico non era disposto a passare alla seconda fase, che implicava il suo ritiro dai territori occupati e la realizzazione di una pace stabile. Come del resto ha recentemente confermato Netanyahu, dichiarando ufficialmente che Israele intende occupare a tempo indeterminato l’intera Striscia di Gaza, in accordo con l’idea del presidente americano Trump di trasferire altrove gli attuali abitanti.  

Ma il fattore più immediato del cambiamento di atteggiamento da parte dei paesi occidentali (esclusi gli Stati Uniti, l’Italia e la Germania) è stata la decisione del governo di Tel Aviv di chiudere gli accesi a Gaza, impedendo l’ingesso dei viveri, dell’acqua e dei medicinali indispensabili alla popolazione per sopravvivere.

Il blocco, in realtà era stato ampiamente praticato anche prima, ma il premier israeliano l’aveva sempre ufficialmente negato. Probabilmente incoraggiato dalla netta presa di posizione di Trump, che sembrava dargli carta bianca, non ha più avuto alcuna riserva nel presentarlo come una misura ufficiale, forse sottovalutando il fatto che usare la fame dei civili come arma è in assoluto contrasto con il diritto internazionale e i più elementari diritti umani.

A questo punto quasi tutti i governi democratici non hanno più potuto tacere e – dopo più di un anno e mezzo – sono dovuti diventare “antisemiti”.

L’ombra dell’Olocausto

Ma in questo modo non si rischia di tornare, come teme il nostro ministro Tajani (che infatti, accogliendo l’invito del governo israeliano, in questo anno e mezzo non ha mai votato a favore delle risoluzioni dell’ONU per il cessate il fuoco e ora si è dissociato dalla decisione dei 17 paesi europei di congelare gli accordi con Israele), a quegli «orrori del passato» che nell’immaginario collettivo sono associati all’Olocausto perpetrato dai nazisti? Non si fa il gioco di quell’estrema destra che ha la sua punta di diamante nel partito neonazista tedesco Alternative für Deutschland?

Per quanto sorprendente (e rigorosamente assente sulla stragrande maggioranza dei mezzi d’informazione), la risposta è che ormai l’obiettivo dei neonazisti e in genere della destra non sono gli ebrei, come all’inizio del secolo scorso, ma i musulmani, e che proprio Alternative für Deutschland, come si legge in Wikipedia, «sostiene apertamente lo Stato d’Israele», proprio in rapporto alla sua lotta contro i palestinesi.

E del resto già nel 2017 la vice-segretaria dell’AfD von Storchin una intervista su «The Jerusalem Report» esponeva la posizione filo-israeliana del suo partito, confrontando il nazionalismo tedesco all’ideologia sionista di Israele. E nel «Post» del 30 ottobre 2023 si leggeva che «i politici di estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) hanno più volte dichiarato sostegno a Israele e si sono espressi contro l’antisemitismo descrivendolo come un fenomeno dovuto all’immigrazione.

Ultimamente, nel marzo scorso, su iniziativa del ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, Israele ha invitato tra gli altri, a Gerusalemme, politici dei partiti di estrema destra europei – tra cui Jordan Bardella, leader del Ressemblement National e di esponenti di Vox -,  in occasione della Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo.

Chikli ha giustificato la decisione affermando che «l’antisemitismo è un problema crescente in Europa a causa dell’immigrazione musulmana» e che «i partiti di destra europei comprendono questa sfida e sono disposti ad adottare le misure necessarie per affrontarla».

Gli eredi più diretti di coloro che furono autori degli «orrori del passato» oggi sono sostenitori di altri «orrori», consumati nel presente dalle vittime di allora, trasformatesi in aguzzini. E che vengono giustificati proprio agitando il fantasma dell’antisemitismo, che indubbiamente rimane un pericolo, ma che rischia di diventare l’alibi dietro cui lo Stato ebraico (non gli ebrei!) rivendica il diritto di consumare, senza pudore, un nuovo Olocausto.

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