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giovedì 8 maggio 2025

UN GRANDE OCCIDENTE

 

Rifare di nuovo grande l’Occidente 
con Trump e Meloni?

-         di Giuseppe Savagnone  

Un progetto ambizioso

«Il mio obiettivo» – ha detto Giorgia Meloni al presidente americano Trump, durante la sua visita alla Casa Bianca dello scorso 17 aprile – «è rendere di nuovo grande l’Occidente e penso che possiamo farlo insieme», precisando: «Quando parlo di Occidente non parlo di uno spazio geografico, parlo di una civiltà, e io voglio rendere più forte questa civiltà» .

L’idea non è nuova: «Rendiamo di nuovo grande l’Occidente!», aveva già scritto, a novembre, in un post su Instagram, un altro leader della destra, Matteo Salvini, anche lui fervido ammiratore di Trump e convinto che solo insieme a lui e puntando sulla sua politica sia possibile realizzare questo ambizioso progetto.

A breve distanza di tempo, il 3 maggio, il noto storico e opinionista Galli della Loggia, sul «Corriere della Sera», ha pubblicato un editoriale dal titolo «La rinascita contestata dell’idea di Occidente». Nessun riferimento alle parole della Meloni, anzi il pensiero dell’autore è palesemente rivolto alle polemiche suscitate dalle «Nuove Indicazioni Nazionali» – recentemente emanate dal ministero della Pubblica Istruzione e del Merito e da lui coordinate nella sottosezione storica – in cui la superiorità dell’Occidente sulle altre culture viene decisamente affermata.

Ma la continuità con il discorso della nostra premier, al di là delle intenzioni, è oggettiva ed evidente. Anche Galli, infatti, parla non di un’area geografica, ma di una civiltà. Ed è riferendosi ad essa che, a suo avviso, «oggi ritorna prepotentemente sulla scena la categoria di Occidente».

La svalutazione dell’identità occidentale

Anche se, osserva lo storico, «alla parte dura e pura del pensiero progressista e a un certo cattolicesimo l’Occidente non piace». Di esso si parla solo per denunziarne «le malefatte», le prevaricazioni passate nei confronti degli altri popoli e delle altre culture, misconoscendo la ricchezza e la fecondità dei valori che esso ha elaborato e proposto. E cita, come esempio di questa peculiarità positiva, la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino».

Da questa rimozione del nostro patrimonio valoriale deriva, a suo avviso, lo smarrimento della nostra identità, in questo momento storico. «Mi chiedo», scrive Galli, «fino a che punto i progressisti si rendano conto che su questo terreno si gioca una partita che, ben prima ancora di riguardare il nostro rapporto con gli altri (…), riguarda invece direttamente noi stessi. Perché in realtà la questione del passato riguarda il legame sociale che tiene insieme la collettività (…), la base del consenso delle nostre democrazie».

C’è molto di vero in queste parole. Emblematico, anche se non se ne parla nell’articolo, l’acceso dibattito, nel  2004, sulla opportunità di inserire, nel preambolo della Costituzione europea un riferimento alle «radici cristiane dell’Europa», che evidenziò l’allergia di tanti “progressisti” nei confronti non solo del riconoscimento di un dato storico innegabile, ma anche di qualsiasi valorizzazione del patrimonio di valori umani che nel cristianesimo è implicito.

Quanto fosse difficile riempire questo vuoto lo dimostra il fatto che non è stato finora riempito. Con il risultato che oggi tutti vediamo: un’Europa incapace di andare oltre l’unificazione economica, perché priva di qualunque motivazione ideale che, in nome di un bene comune condiviso, possa giustificare il superamento degli egoismi nazionalistici.

Senza dire che, anche all’interno dei singoli paesi, la scristianizzazione dilagante ha dato luogo a una trionfante cultura individualistica, che dissolve le forme comunitarie e riproduce nelle relazioni tra le persone  la logica del mercato capitalistico, fondata sul do ut des e sulla libertà di rescissione dei contratti: «Stiamo insieme finché stiamo bene insieme». L’economia anche qui ha sostituito l’etica.

Il problema dei diritti umani

Ciò che balza agli occhi, però, nel discorso di Galli della Loggia, è il suo silenzio sulla prospettiva di rilancio dell’Occidente ricorrente, come si è visto, da parte degli esponenti della destra italiana e formulata pochi giorni prima dalla nostra premier, a cui – che egli lo volesse o no – il suo articolo fornisce un autorevole puntello culturale. Tanto più che, attribuendo univocamente ai “progressisti” la responsabilità di avere offuscato questa idea, egli ha implicitamente avallato la  sua rivendicazione  da parte delle destre.

Ma – ferma restando la tendenza di una diffusa cultura a svalutare la categoria dell’Occidente – , davvero sono loro a poterlo «rendere di nuovo grande»? E’  proprio l’esempio della «Dichiarazione dei diritti» come emblema della civiltà occidentale  a fornire  una risposta chiara e netta in senso negativo.

Perché ciò che accomuna Meloni e Trump – un tandem ormai consacrato da un rapporto di sintonia che entrambi hanno definito «privilegiato» – è precisamente l’esplicita subordinazione  del rispetto dei diritti umani agli interessi dei rispettivi Stati. La loro logica sovranista comporta che questo obiettivo sia primario rispetto a qualunque principio morale  e giuridico, rendendoli entrambi  sordi ad ogni appello  etico-religioso – come quelli loro rivolti da papa Francesco – e insofferenti di fronte ai limiti posti dalla magistratura, sia nei rispettivi paesi che a livello internazionale.

Il banco di prova più evidente è quello delle politiche migratorie. Alla «difesa dei confini» Meloni ha dato fin dall’inizio del suo governo un ruolo centrale, rendendo sempre più difficile l’opera di salvataggio in mare dei migranti da parte delle navi delle ONG e finanziando i campi di concentramento in paesi noncuranti dei diritti umani,  come la Libia e la Tunisia, dove essi sono oggetto di ogni sorta di violenze.

In questa logica ha varato il progetto di campi di detenzione in Albania, fallimentare sul piano funzionale ed economico, ma perfettamente riuscito sul piano dell’immagine, come modello per un’Europa che cerca di mascherare i suoi vuoti e la sua fragilità alzando barriere verso l’esterno.

Su scala ben più grande, Trump sta perseguendo la stessa linea. Frontiere blindate per i poveri e più di undici milioni di persone travolte dalla «più grande operazione di deportazione di massa della storia». Anche qui con violenze inaudite, tra cui il trasferimento in catene nella prigione di El Salvador (soprannominata «il carcere più pericoloso del mondo») di persone accusate – ma senza alcun processo! – di far parte di una banda criminale.

Entrambi i leader fanno di questa politica, contraria ai più elementari diritti umani, un fiore all’occhiello, da ostentare con fierezza di fronte ai loro elettori, vantandosi così di rispettare le loro promesse di fare gli interessi dei propri connazionali, all’insegna di slogan come «Prima gli italiani!» e «First America!» .

La divisione dei poteri e il rispetto della legge

Da qui anche la difficoltà del duo Trump-Meloni, di rispettare un altro principio fondamentale della civiltà occidentale, quello per cui il potere è limitato dal diritto e chi lo esercita deve fare i conti con organi di controllo che non dipendono dalla sua giurisdizione.

È la grande conquista della separazione dei poteri, che ha reso possibile l’instaurazione dello Stato di diritto, in cui la legge prevale sulla forza.

Basta leggere i giornali per sapere che lo scontro con la magistratura caratterizza la storia del governo di destra italiano fin dai suoi primi passi e si è riprodotto identico negli Stati Uniti dopo l’avvento di Trump.

Dove ciò che colpisce sono lo stupore e l’indignazione dei rispettivi leader e del loro entourage di fronte a sentenze che contrastano i loro progetti e che essi avvertono sinceramente come un inaccettabile sabotaggio.

L’avversione nei confronti della magistratura ha accomunato Trump e Meloni anche a livello internazionale. Il problema di fondo è, stato ancora una volta, il rispetto dei diritti umani, in nome dei quali la Corte Penale Internazionale – davanti all’embargo israeliano che ha privato dei mezzi di sopravvivenza due milioni di palestinesi, per la maggior parte donne e bambini –  nel novembre 2024 ha condannato  il premier israeliano Netanyahu per «crimini contro l’umanità».

Una sentenza che ha provocato da parte di Trump, alleato strettissimo di Netanyahu, sanzioni nei confronti della Corte. E, quando l’ONU e l’Unione Europea hanno protestato ufficialmente per questo attacco a un organo giudiziario istituito per garantire il diritto internazionale, il governo italiano si è rifiutato di unirsi alla protesta, dando così il proprio avallo a presidente americano e, implicitamente, al premier israeliano.

I nemici dell’Occidente

No, i nemici dell’Occidente non sono solo i “progressisti” di cui parla Galli della Loggia. Ancora più pericolosi sono coloro che oggi – sull’onda della deriva che sta portando gli elettori, su entrambe le sponde dell’Atlantico, ad appoggiare politiche miopemente nazionaliste (fino al ritorno di forme di nazismo, in Germania) – pretendono di ridefinire la civiltà occidentale secondo princìpi che sono agli antipodi della sua storia, ispirata, piaccia o no ai “progressisti”, dalla visione cristiana del primato della persona e della fraternità senza confini.

Non sono Donald Trump né Giorgia Meloni (per non parlare di Savini) che possono restituire all’Occidente la sua anima. Meno che meno quella cristiana.

Anche le loro ostentate professioni di cristianesimo – Trump ha istituito per la prima volta un Ufficio della fede, guidato da una telepredicatrice; Meloni continua a proclamarsi cristiana e si detta guidata dai consigli di papa Francesco; Salvini si è presentato ai comizi con vangelo e rosario in mano – hanno avuto solo l’effetto di evidenziare ulteriormente che i loro progetti, misconoscendo la dignità delle persone, non hanno nulla a che vedere con il Dio cristiano, che si è fatto uomo ed è presente in ogni essere umano .

Per rendere di nuovo grande l’Occidente occorre una rivoluzione culturale e spirituale che, sia o no ispirata esplicitamente al vangelo, ne raccolga l’idea che gli uomini e le donne sono sacri e devono essere rispettati quali che siano la loro nazione,  la loro razza, la loro cultura.

È il contrario di ciò che i partiti sovranisti oggi trionfanti affermano quando esaltano l’Occidente. Quanto a noi, anche se non possiamo fermarli, abbiamo il diritto e il dovere di ricordare che quello di cui parlano è solo una tragica caricatura.

 www.tuttavia.eu

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venerdì 3 gennaio 2025

CECILIA e ILARIA


Due storie parallele

 e 

una disparità inquietante

 

-di  Giuseppe Savagnone 

 

L’assurda prigionia di Cecilia Sala

In prima pagina, su tutti i quotidiani, è apparsa la notizia del commosso incontro tra due madri, quella di Cecilia Sala, e la nostra premier, Giorgia Meloni, che le ha assicurato l’impegno concreto del governo italiano per la pronta liberazione della giovane giornalista, arrestata il 19 dicembre dalle autorità iraniane «per aver violato la legge della Repubblica islamica dell’Iran». 

Un’accusa che, per la sua stessa genericità, evidenzia il carattere arbitrario della misura detentiva a cui la nostra connazionale è stata sottoposta, e giustifica pienamente l’unanime condanna da parte delle forze politiche e dell’opinione pubblica italiane. 

Da qui la convocazione urgente di un vertice tra la presidente del consiglio, il ministro degli Esteri Tajani e quello della Giustizia Nordio e la convocazione alla Farnesina dell’ambasciatrice italiana a Teheran. «Immediata liberazione» e «trattamento rispettoso della dignità umana», è la perentoria richiesta rinnovata ieri dal nostro governo alla Repubblica iraniana.

E, sulla stampa, i commenti sono unanimi nel sottolineare la gravità di ciò che sta accadendo e la sua rilevanza, non solo per una questione prestigio dell’Italia sul piano internazionale, ma soprattutto perché il comportamento del governo iraniano evidenzia lo scontro tra due concezioni della persona e della vita associata.

Una vicenda parallela stranamente dimenticata

In questo coro di giustissime proteste colpisce, tuttavia, lo strano silenzio sull’evidente parallelismo tra la vicenda giudiziaria di Cecilia Sala e quella di Ilaria Salis, un’altra italiana arrestata e detenuta all’estero, in Ungheria, il cui caso è stato fino a poco tempo fa anch’esso al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e che sì è risolto solo con l’elezione della Salis al Parlamento europeo nel giugno scorso.

Nessuno sembra ricordare che molte delle cose che si stanno verificando in questi giorni corrispondono in modo impressionante a ciò che è accaduto allora.

Entrambi gli arresti sono stati motivati da argomenti molto discutibili. Nel caso di Cecilia Sala, la sola ragione plausibile dell’accusa di «aver violato la legge» può essere stata la sua attività di giornalista. Era in Iran per un servizio, in cui tra l’altro non sembra avesse avuto contatti con ambienti dell’opposizione al regime. Ma forse è la semplice verità che fa paura ai regimi dittatoriali. Perciò sono tanti, in questi giorni, a manifestare in suo favore al grido: «Il giornalismo non è reato».

Più articolata, ma non meno paradossale, la vicenda che ha portato all’incriminazione della Salis in Ungheria. In febbraio, a Budapest, si celebra tutti gli anni il Giorno dell’Onore: neonazisti di tutto il mondo, soprattutto dalla Germania, dall’Austria e dall’Ungheria, si riuniscono per celebrare i caduti di un battaglione nazista che nel 1945 tentò di impedire l’accerchiamento dell’Armata Rossa. Nella sfilata commemorativa i partecipanti marciano vestiti da nazisti.

Ilaria Salis, battagliera insegnante antifascista, il 10 febbraio 2023 era lì a protestare contro questa manifestazione, e il giorno dopo è stata arrestata, con l’accusa di avere aggredito e picchiato due militanti neonazisti (due uomini),  arrecando loro «lesioni potenzialmente mortali», un reato per cui è prevista una pena massima di ventiquattro anni.

Anche se in realtà, stando ai referti dei medici ungheresi, quelle effettivamente riscontate in ospedale alle due vittime sono state giudicate guaribili in un caso in otto giorni e nell’altro in cinque.

Ovviamente diversi sono i tempi della detenzione delle due donne in attesa del processo. Per Cecilia Sala dura da meno di venti giorni; quella di Ilaria Salis è stata di quindici mesi. Anche solo per l’inizio del processo che doveva accertare la sua eventuale colpevolezza, l’insegnante italiana ha dovuto attendere il 29 gennaio 2024, quasi un anno dall’arresto.

Le era stato offerto un patteggiamento per cui, se si fosse dichiarata colpevole, la pena sarebbe stato solo di undici anni, ma lei ha rifiutato, dichiarandosi sempre estranea ai fatti che le erano contestati.

Molto simili, invece, le condizioni dell’assurda prigionia delle due donne. La giornalista italiana ha potuto telefonare alla sua famiglia solo il 1 gennaio. Si sapeva della sua detenzione in un famigerato penitenziario, destinato ai dissidenti e dove è abituale il regime carcerario più duro. Il suo racconto lo ha confermato. Si trova in una cella di isolamento, freddissima, dove deve dormire senza un materasso o una brandina, sul pavimento, con le luci sempre accese. È stata privata anche dei suoi occhiali da vista. Non le è stato neppure dato il pacco consegnato sabato dall’ambasciata alle autorità del carcere iraniano, che conteneva alcuni articoli per l’igiene, quattro libri, sigarette, un panettone e una mascherina per coprire gli occhi.

Anche la Salis è stata trattenuta in un carcere di massima sicurezza, in condizioni disumane. Era richiusa in una cella non areata assieme ad altre sette persone e non tutte donne. «Sono trattata come una bestia al guinzaglio, da tre mesi sono tormentata dalle punture delle cimici nel letto, l’aria è poca, solo quella che filtra dallo spioncino», ha fatto sapere, appena ha potuto, ai suoi familiari e ai suoi amici. «Nei primi tempi, in carcere» – ha raccontato Gianluca Tizi, del Comitato “Liberiamo Ilaria Salis”, nato su iniziativa di compagni e compagne di università della donna – , Ilaria davvero è stata «trattata come un animale: vestiti maleodoranti tenuti per giorni senza possibilità di cambiare nemmeno la biancheria intima. Non aveva nemmeno il necessario per lavarsi. Aveva le mestruazioni ma non aveva gli assorbenti e nemmeno la carta igienica».

Per non parlare del suo isolamento. Il primo colloquio con la famiglia è avvenuto a settembre, sette mesi dopo l’arresto.

Infine, ha fatto il giro del mondo l’immagine dell’imputata, portata finalmente in aula, il 29 gennaio, con le manette ai polsi e i piedi legati da ceppi di cuoio con lucchetti, mentre una donna delle forze di sicurezza la trascinava con una catena. E questo prima ancora di stabilire se fosse o no colpevole.

Sono evidenti i punti di contatto tra i due percorsi. In entrambi i casi siamo davanti a una totale violazione dei diritti umani e della dignità personale. Violazione resa più grave dalla insussistenza o dalla relativa futilità delle imputazioni.

Due reazioni politiche molto diverse

Alla luce di queste evidenti corrispondenze, appare stupefacente la diversità delle reazioni del nostro governo e di parte della stampa. Nel caso di Cecilia Sala, come abbiamo visto, c’è – giustamente – una unanime mobilitazione e una fermissima presa di posizione. 

Fin dall’inizio, in una nota verbale che la Farnesina, attraverso l’ambasciatrice Paola Amadei, ha consegnato al governo iraniano, sono state richieste al governo di Teheran «garanzie totali sulle condizioni di detenzione di Cecilia Sala» e la sua «liberazione immediata».

Le cose sono andate molto diversamente nel caso della Salis. Rispondendo a voci di protesta per quello che appariva un disinteresse delle autorità italiane, il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva spiegato, a inizio gennaio, che l’ambasciata aveva sempre lavorato accanto alla famiglia, dando tutto il supporto necessario per la soluzione del caso. 

Si parlava soprattutto dell’ipotesi di ottenere dall’Ungheria che la Salis scontasse gli arresti domiciliari in Italia, pur con tutte le garanzie necessarie per evitarne la eventuale fuga. 

E tutto lasciava sperare che questa soluzione fosse possibile, dati i rapporti di amicizia che da sempre legano i partiti del nostro governo, e in particolare la Meloni, ad Orbán, il presidente ungherese. 

Tanto più che in Ungheria, dopo la riforma costituzionale 2012, la magistratura dipende strettamente dal potere politico, attraverso un organo – l’Ufficio giudiziario nazionale (OBH) – il cui vertice è di nomina parlamentare e quindi controllato da Fidesz, il partito del premier.

E invece, a febbraio, è uscito un comunicato, congiunto di Tajani e del ministro della Giustizia Nordio, dove si diceva che «i principi di sovranità giurisdizionale di uno Stato impediscono qualsiasi interferenza sia nella conduzione del processo sia nel mutamento dello status libertatis dell’indagato».  

Inoltre, aggiungeva la nota, «una interlocuzione epistolare tra un dicastero italiano e l’organo giurisdizionale straniero sarebbe irrituale e irricevibile», lasciando capire che ogni iniziativa del governo avrebbe avuto come solo effetto quello di irritare la controparte e peggiorare le cose.

Su questa linea è stata anche la posizione del nostro ministro degli Esteri nel corso dell’informativa sul caso Salis alla Camera: «Evitiamo di trasformare una questione giudiziaria, regolata da norme nazionali ed europee, in un caso politico che regala sicuramente grandi titoli sui giornali, ma non fa il bene della signora Salis». 

La famiglia della detenuta non l’ha presa bene. «Sono furibondo» – ha commentato Roberto Salis, padre di Ilaria -. «Ci hanno preso in giro: mia figlia è stata torturata e dal nostro governo non è arrivata nemmeno una nota. Adesso dobbiamo continuare a fare da soli perché non abbiamo alcun supporto dal nostro Stato».

Anche la stampa di destra, pur condannando il trattamento disumano della Salis, si è prodigata per evidenziare le ragioni che motivavano l’arresto e la detenzione. «Il Giornale» ha ospitato una lunga lettera dell’ambasciatore ungherese, che difendeva la linea del suo paese. E su «Il Tempo» Vittorio Feltri rispondeva polemicamente all’indignazione di molti per le drammatiche condizioni in cui si trovava la prigioniera: «Noi italiani non possiamo di sicuro giudicare i sistemi penitenziari degli altri Stati del continente europeo. Le nostre prigioni sono tra le peggiori in Europa».

Verissimo. Ma è strano che in questi giorni, a proposito della violenza subìta da Cecilia Sala, nessuno (per fortuna!) ripeta questi argomenti, così come è strano che il governo in questo caso non parli della necessità di «evitare ogni interferenza», per rispetto dei «principi di sovranità giurisdizionale di uno Stato». Anche l’Iran è uno Stato sovrano. E se la sua magistratura è inaffidabile, dipendendo dal potere politico, lo è anche quella ungherese. E non si dica che in questo caso non c’è il rischio di politicizzare la vicenda giudiziaria, aggravando la situazione dell’imputata!

Siamo davanti a un inquietante doppio standard, spiegabile solo con le posizioni politiche del nostro governo e di quella stampa che lo sostiene. E davanti a questo diffuso silenzio che lo copre, vengono in mente le parole dette in questi giorni da qualcuno«Del giornalismo forte e indipendente di Cecilia abbiamo tutti disperato bisogno». A quanto pare, è proprio vero.

 

Tuttavia

 

*Editorialista e scrittore. Pastorale Scolastica dell’Arcidiocesi di Palermo

venerdì 1 dicembre 2023

OLTRE I CAMPI DI DETENZIONE

 RITROVARE UN'ANIMA PER CONDIVIDERLA



-         di Giuseppe Savagnone*

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Le violazioni dei diritti dei migranti

La sentenza con cui, qualche giorno fa, la Corte europea dei diritti umani (CEDU) ha condannato l’Italia per la detenzione illegale e il trattamento «inumano e degradante» di quattro migranti minori (tre gambiani e un ghanese), nell’hotspot di Taranto, nel 2017, non è che l’ultima di una serie di pronunzie a carico del nostro paese da parte del Tribunale di Strasburgo – un organismo giudiziario del tutto indipendente dal Consiglio e dal parlamento della UE e dunque non sospetto di portare avanti un discorso politico.

 Lo scorso ottobre una analoga condanna nei confronti dell’Italia era stata emessa dalla CEDU per le stesse violazioni dei diritti umani, questa volta a danno di tre migranti tunisini, nell’hotspot di Lampedusa. E poco prima, in agosto, una sentenza della Corte europea aveva riguardato la mancanza di un’adeguata accoglienza e tutela di una ragazza minorenne originaria del Ghana. Ma già nel luglio 2022 ce n’era stata un’altra per i maltrattamenti ai danni di un minore del Gambia.

 Tutti gli episodi in questione riguardano il 2017, e sanzionano dunque la gestione dell’accoglienza dei migranti da parte del governo Gentiloni. Lo stesso che, grazie al ministro dell’Interno Minniti, in quello stesso anno ha stretto accordi con la Libia perché trattenesse i migranti in centri di detenzione che, secondo la denunzia dell’ONU, sono dei veri e propri lager, dove tutti i diritti umani sono sistematicamente violati.

 Già allora, dunque, con una maggioranza parlamentare e un esecutivo di centro-sinistra, che a parole si pronunziavano a favore di una politica di integrazione, non solo non si faceva praticamente nulla per realizzarla, ma si mantenevano in piedi strutture di “finta accoglienza” – in realtà più simili a campi di concentramento – dove la dignità delle persone veniva calpestata.

 Le cose potevano solo peggiorare – e sono infatti peggiorate – con l’avvento del governo di destra, il quale aveva messo tra i punti qualificanti del suo programma elettorale la «difesa dei confini nazionali ed europei» e il «controllo delle frontiere e blocco degli sbarchi per fermare, in accordo con le autorità del nord Africa, la tratta degli esseri umani». Dove l’espressione «difesa dei confini nazionali ed europei» implicava, già di per sé, l’assimilazione dei migranti a invasori da respingere.

 E su questa linea si è mossa – anche se con scarsissimo successo – l’esecutivo guidato dalla Meloni, adottando misure fortemente restrittive nei confronti delle navi delle Ong impegnate nel salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo, rinnovando e rafforzando gli accordi con la Libia, stringendone di nuovi (poi disattesi dall’altra parte) con la Tunisia e lanciando, ultimamente, il fantasioso progetto di “deportare” i migrati adulti in Albania.

 È in questa logica ostile e penalizzante che il Consiglio dei ministri, il 6 ottobre 2023, con decreto-legge, ha consentito il collocamento di migranti minorenni con più di 16 anni nei centri detenzione riservati agli adulti.

 Una prassi già purtroppo ampiamente in voga e che si è voluto così rendere legale, favorendo una promiscuità che tutti gli esperti ritengono rovinosa per i più giovani, tanto più che quei centri sono già di per sé sovraffollati, con servizi igienici assolutamente inadeguati (si parla di due per quaranta persone) e privi di assistenza legale e psicologica e di insegnamento dell’italiano.

 Anche attualmente a Taranto – denuncia l’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) –, «nell’hotspot allestito su un parcheggio nel porto, completamente isolato dal contesto urbano e sociale locale, e assolutamente inadatto ad ospitare minori, attualmente ci sono 185 minori stranieri trattenuti di fatto in assenza di ogni base legale e di vaglio giurisdizionale, alcuni addirittura da agosto».

 Ora, la prima delle violazioni dei diritti umani sanzionate dalla Corte europea con la sua più recente sentenza è proprio che i quattro minori africani fossero stati alloggiati, nel 2017, nell’hotspot di Taranto, previsto per soli adulti!

 Aspettiamoci dunque altre condanne, questa volta non nei confronti di una prassi occasionale, ma di una legge che nasce all’insegna del misconoscimento delle più elementari esigenze delle persone più giovani.

 Insomma, sia la sinistra che la destra – al di là dei proclami di segno opposto – hanno ampiamente dimostrato la loro mancanza di un vero progetto di accoglienza e di integrazione, capace di trasformare il fenomeno migratorio da drammatica minaccia in risorsa.

 Certo, sulla carta l’atteggiamento del PD è stato molto diverso dall’accanimento xenofobo della Lega e di Fratelli d’Italia. Ma è significativo che, nel tempo in cui è stato al governo, questo partito non abbia neppure provato a smantellare quei “decreti sicurezza” che avevano costituito la gloria dell’ex ministro dell’Interno Salvini.

 Una politica suicida dal punto di vista economico

E che questa sia una politica autolesionista, da parte de nostro paese, lo dice il dato incontestabile che, nella misura in cui gli stranieri vengono messi in condizione di inserirsi nella nostra società – invece di esserne tenuti ai margini, isolati in campi di detenzione fuori dei circuiti civili –, sono già oggi in grado di dare un apporto decisivo alla nostra economia.

 Questo è vero, per esempio, se si guarda al loro ruolo nel sistema pensionistico. È dell’aprile scorso l’intervista su «La Stampa» in cui il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha detto chiaramente che, per quanto riguarda il rapporto tra lavoratori e pensionati, con l’attuale andamento demografico «dopo il 2040 arriviamo alla soglia dell’uno a uno, un numero che definirei davvero critico» e aveva indicato come unica soluzione l’apertura all’ingresso degli stranieri: «Le economie ricche», spiegava il presidente dell’Inps, «hanno tutte molti migranti».

 E, facendosi interprete delle pressanti richieste degli imprenditori, che chiedono l’allentamento delle restrizioni all’ingresso di lavoratori stranieri, aveva aggiunto: «Anche noi abbiamo l’esigenza di coprire lavori medio-bassi da Nord a Sud con gli stranieri.

 La soluzione non può che essere l’accesso di immigrazione regolare e fluida». Così, del resto, è stato altrove. A questo proposito Tridico si è appellato all’autorità del premio Nobel americano Paul Krugman: «Krugman segnala come negli Stati Uniti gli immigrati siano stati la leva più dinamica nel contributo alla crescita dell’economia».

 Ma perché questo inserimento degli immigrati nel mondo del lavoro sia possibile non basta, ovviamente, lasciarli arrivare, evitando che affoghino nel Mediterraneo: bisogna anche insegnare loro la nostra lingua, valorizzare le abilità e le competenze di cui spesso sono portatori, renderli partecipi di una vita sociale in cui le relazioni tra di loro e quelle con gli italiani siano sviluppate e diventino normali.

 Qualcosa che finora non è stato mai organicamente perseguito dai governi precedenti ed esattamente il contrario di ciò che quello attuale sta cercando di realizzare.

 Ritrovare un’anima per condividerla

Tutto ciò però riguarda ancora solo l’aspetto economico. Il problema di fondo che si prospetta è più generale, e ha come suo punto fondamentale la questione culturale. È soprattutto sotto questo profilo che la politica inconcludente della sinistra e quella risolutamente ostile della destra sono suicide. In particolare, la linea ferocemente difensiva di quest’ultima appare ispirata alla preoccupazione di evitare una «sostituzione etnica» – come l’ha chiamata il ministro Lollobrigida in un suo discorso, –, che sarebbe anche una “sostituzione” culturale.

 Ed è vero che la percentuale di stranieri, in Italia, pur essendo nettamente più bassa che in altri paesi europei, come la Francia e la Germania, è destinata a crescere abbastanza rapidamente, anche solo per effetto del differente tasso di natalità tra essi e gli italiani.

 In particolare, preoccupa il fatto che la maggior parte di loro è di religione islamica (anche se non mancano, anzi sono numerosi, i cristiani!) e sono dunque portatori non solo di una fede, ma anche di una cultura molto diversa dalla nostra.

 Ma proprio per evitare uno scontro di civiltà da cui alla fine usciremmo perdenti, la sola politica adeguata non è quella dei muri e dei campi di concentramento, bensì quella basata su una ragionevole accoglienza (nessuno ne vuole una indiscriminata) e soprattutto su una capillare opera di integrazione culturale, che consenta ai nuovi arrivati di diventare non solo lavoratori, ma cittadini italiani.

 E per questo un’attenzione speciale dovrebbe essere dedicata proprio ai minori, più suscettibili di essere educati in questo senso. Dove lo scopo non dev’essere di cancellare la loro identità con una assimilazione forzata, ma di valorizzarla in tutti gli aspetti che possono favorire un dialogo costruttivo e una cooperazione – non solo una convivenza! – civile in funzione di un unico bene comune.

 Solo che, per sperare di realizzare questo, l’Italia stessa – come del resto tutta l’Europa – deve uscire da un vuoto spirituale e valoriale che la sta desertificando e di cui purtroppo sono evidente espressione sia la classe politica della sinistra che quella della destra.

 Il nostro paese – e non solo quello – deve ritrovare un’anima. Come potrà, altrimenti, chiedere a chi arriva dall’esterno di condividerla?

 Si tratta di ricostituire un tessuto di valori comuni, una prospettiva di senso condivisa, che consentano di uscire dalla logica dell’individualismo selvaggio e del consumismo oggi dominanti.

 Continuare a puntare sulla difesa disperata di questo vuoto, alzando barriere e costruendo campi di concentramento, non fa che evidenziarlo e rendere sempre più reale il pericolo che si vuole esorcizzare.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu 


domenica 7 novembre 2021

CAMBIARE IL MONDO, UN COMUNE IMPEGNO


Lettera aperta alle ragazze 

ed ai ragazzi di Friday for Future

-         di LuigiSanlorenzo

 

Carissimi giovani che in questi giorni state vivendo l’entusiasmante mobilitazione per il futuro del Pianeta a Glasgow, ho deciso di scrivervi questa lettera aperta per manifestare la mia vicinanza alla costanza e all’incisività del vostro movimento nel pretendere la svolta climatica che il mondo aspetta ormai da decenni.

A tutte le giovani generazioni è toccato e toccherà sempre di lottare per il cambiamento e la vostra iniziativa è in questo momento forse l’unica che sta scuotendo un mondo giovanile che sembrava ormai destinato ad invecchiare sui social, considerando la politica un’attività deludente e priva di emozioni.

Senza andare troppo lontano nel tempo vorrei ricordare i giovani che si sacrificarono nel XIX secolo per i risorgimenti nazionali, coloro che combatterono contro i fascismi e il comunismo, altri che dedicarono il proprio impegno contro la minaccia nucleare, altri ancora che negli Stati Uniti anni degli anni  cinquanta del XX secolo denunciarono le contraddizioni della società borghese occidentale dando vita alla beat generation, origine della grande contestazione partita poi dalla Francia nel 1968 e estesa  a larga parte del mondo,  incidendo profondamente su culture, ideali, costumi e linguaggi e durante la quale chi scrive trascorse anni indimenticabili e fecondi.

Da ultimo, la frontiera è quella dell’impegno per il rispetto dei diritti umani e la lotta per riconoscere a ciascuna persona la possibilità di essere cittadina del mondo e non solo del luogo dove casualmente si è trovata a nascere. Molti vostri coetanei sono in prima linea nelle ONG ed a bordo di tante navi che senza sosta percorrono le rotte più a rischio di naufragi o fanno ciò che possono per aiutare le infinite schiere di migranti che attraverso i Balcani cercando di raggiungere un’Europa non sempre all’altezza dei principi di civiltà che in essa sono sorti secoli fa.

Per natura tocca ai giovani “rompere” con il passato ed immaginare un mondo nuovo evocando quell’”immaginazione al potere” che fu lo slogan dei vostri genitori. Stavolta la sfida è globale, non conosce limiti geografici né culturali poiché è in ballo l’unico pianeta su cui viviamo e che per i prossimi secoli non avrà alcuna alternativa per la maggior parte dei suoi abitanti; l’analisi degli effetti del cambiamento climatico non riguarda stavolta contesti esclusivi ed elitari  di accademici o sociologi ma è ormai “carne viva” per quanti vedono distrutti dalla sacrosanta ribellione della Terra i risultati di vite di impegno volte a costruire città, a coltivare campagne, a migliorare la salute dei giovani nutrendoli con quelle proteine animali che ne hanno innalzato nel volgere di un secolo statura ed intelligenza media,  a generare quel progresso che, spesso inconsapevolmente per i più, è diventato ora la causa dell’attuale profondissima emergenza.

Il vostro spietato rimprovero ai grandi decisori politici o religiosi del mondo di non sapere o volere andare oltre quello che avete definito essere uno stanco “bla, bla, bla” è uno schiaffo potente alle ragioni della real politik ed interessi economici di una grandezza inimmaginabile che vi ruotano intorno e che, statene certi, cercheranno in ogni modo di contrastarvi cercando di ridurvi alla marginalità e al silenzio, quando non alla clandestinità. E’ accaduto in passato e potrebbe accadere di nuovo, dal momento che la natura umana cambia con estrema lentezza e rimane ancora prigioniera dell’avidità e dell’egoismo.

Occorre pertanto che prestiate attenzione ad alcune considerazioni che in questo articolo della domenica propongo anche a voi, quale platea più ampia di quella che solitamente legge i miei scritti.

Il rischio più grave che dovete evitare è di essere accusati di “velleitarismo” cioè di pretendere ciò che obiettivamente è impossibile fare nel giro di pochi mesi o anni. Il mondo che conosciamo, almeno in Occidente si è costruito su quei presupposti che dai vostri detrattori vengono presentati come minacciati  e liquidati con l’espressione sarcastica  “decrescita felice”: l’emancipazione delle popolazioni rurali, l’istruzione, i trasporti rapidi e a basso costo, la liberazione della donna, la digitalizzazione che permette di ridurre distanze e differenze favorendo l’inclusione dei meno fortunati e in alcuni Paesi più avanzati, compresa la Svezia di Greta Thunberg che oggi vi rappresenta, un livello di vita tra i più alti che il mondo abbia mai conosciuto e che non può essere arrestato con un clic.

Al pari di quanto accadde con l’invenzione della macchina a vapore che diede un colpo decisivo alla schiavitù secolare del lavoro manuale  e aprì la strada al concetto di “energia” le forme del progresso si sono nutrite di fonti non rinnovabili, nell’errato convincimento sino a pochi anni fa, della loro inesauribilità e in alcune parti del mondo ciò ha fatto rifiorire deserti come nella Penisola arabica o in Israele e sottrarre al mare, come in Olanda, ampie porzioni di terre abitabili e coltivabili. L’anima di questo spinta in avanti è stata il petrolio e, in alcune nazioni, l’energia nucleare resa disponibile e relativamente sicura pur tra mille polemiche e contrasti dovute al problema dello smaltimento delle scorie.

A questa spinta oggi, oltre la metà della popolazione mondiale che tra Cina e India ed i paesi africani in via di sviluppo ascende almeno 4 miliardi di persone le quali chiedono di raggiungere almeno in parte il benessere dei restanti abitanti del Pianeta, anche a costo di subire periodicamente gli effetti del cambiamento climatico. Sono popoli talmente abituati a soffrire per centinaia di motivi, che in alcun modo rinuncerebbero nell’immediato al proprio diritto allo sviluppo. Fino a quando anche essi non saranno al vostro fianco, i loro governanti esiteranno.

Da qui la diserzione della Cina, la sofferta mediazione temporale del premier indiano Nerendra Modi circa il differimento – poco convinto – della riduzione delle emissioni di CO2 al 2060, l’esitazione degli Sati Uniti che tuttavia dopo l’isolazionismo di Donald Trump sono tornati con Joe Biden a posizioni più multilaterali. Ma attenzione, anche il campione della democrazia occidentale potrebbe presto tirarsi nuovamente indietro poiché, come l’Europa, dovrebbe rivedere alla radice il proprio modello di vita, fondato sul consumo e sulla mobilità aerea e su gomma, che ne ha fatto per decenni la principale aspirazione di milioni di immigrati.

Veniamo dunque all’ Europa, il luogo dove massimamente e diffusamente si è espressa la creatività umana in ogni campo e la coscienza morale e politica della cultura in cui essa si manifesta.

Un vasto continente che – ad accezione della Scandinavia abitata complessivamente da poche decine di milioni di abitanti già frugali per proprio natura – fa costantemente i conti con la cronica mancanza di materie prime, a partire dall’acqua, alimenta tutto con l’energia elettrica, comprese le nuove automobili in grande espansione, che proviene in larga misura dal carbone, dal petrolio o dal nucleare. Voi non eravate nati quando nel 1973 lo shock petrolifero decretato dal cartello dei paesi aderenti all’OPEC lasciò a piedi centinai di milioni di persone e non avete di idea di quale prezzo fu pagato in termini politici all’Arabia Saudita per farsi mediatore, in cambio della protezione eterna da parte della NATO, come sarebbe accaduto per l’invasione del Kuwait di Saddam Hussein e per gli eventi successivi.

Nonostante molti paesi avessero “compreso l’antifona” ed avviato programmi di ricerca di energie alternative e rinnovabili, solo pochi tra essi si sono resi – parzialmente – autonomi da quelle tradizionali mantenendo inalterato il proprio stile di vita. Ricordate infatti che nella storia le rivoluzioni per il pane sono state sempre determinanti nell’abbattere troni e dominazione; quelle per la disponibilità di energia non sono da meno ed oggi equivalgono all’ennesima potenza a quelle del passato. Quindi non aspettatevi che il vostro impegno possa vedere risultati a breve dal momento che ci troviamo davanti ad una transizione ecologica impossibile da portare a compimento prima di una transizione antropologica per la quale occorrono, nella migliore ipotesi, decenni.

I governi sembrano più disposti ad investire per proteggersi dagli effetti del cambiamento climatico – e con la tecnologia di cui si dispone potrebbero riuscirci – piuttosto che costringere centinaia di milioni di persone a rinunziare all’automobile, al fresco in estate o al caldo in inverno, alla disponibilità di elettrodomestici ormai ritenuti irrinunciabili, all’utilizzo di device la cui richiesta di energia tradizionale ancora per molti anni non potrà mai essere sostituita da attuali o future fonti  alternative,  nella medesima quantità.

“E allora?” chiederete, magari con sarcasmo. Allora dovete mettervi in testa due cose: il processo avverrà con la gradualità necessaria alle industrie per riconvertirsi, agli stati per finanziare la transizione ecologica mondiale e alle persone dei paesi più avanzati per accettare alcuni cambiamenti irrinunciabili. Tutto ciò richiede gradualità e tanta ricerca.

Ma è a voi che tocca dare il segnale più importante che, oltre la doverosa protesta e il continuo memento ai governanti, coinciderà con la personale progressiva rinuncia ad alcuni stili di vita energivori per testimoniare che di quanto giustamente chiedete l’attuazione siete disposti, per primi a pagare il prezzo; bello e significativo è stato il segnale di recarsi a Glasgow in treno e non in aereo, ma quanto durerà nella vita di tutti i giorni? Si ridurrà l’uso dei vostri smartphone per risparmiare quelle batterie il cui cuore costa lacrime e sangue a chi lo estrae in condizioni di schiavitù in miniere lontane? Rinuncerete, fino al completamento della transizione, a fare tardi la notte per regolare invece la vostra vita, frattanto diventata adulta, sul ritmo della luce del giorno?

Scuoterete la testa sdegnati quando con i vostri master (che non possono essere certo conseguiti tutti nel settore ambientale) vi vedrete offrire un posto di lavoro in un’industria ancora in ritardo sul piano energetico? Siete disposti infine a fronteggiare e neutralizzare quanti, utilizzando in mala fede il vostro messaggio, già vi costruiscono sopra prospettive di potere personale, come è avvenuto in anni recenti con l’antimafia di facciata?

La risposta non ve la posso dare io anche se quando toccò a me, alcune scelte pagarono volentieri il prezzo delle mie idee giovanili. Lascio invece che ve la dia il Premio Nobel per la letteratura nel 1907, uno “sporco” colonialista, almeno così sostiene qualcuno che ne vuole abbattere le statue nel mondo, ma che però di formazione del carattere e di fermezza di principi (del suo tempo ovviamente) si intendeva molto:

“Se riuscirai a mantenere la calma quando tutti intorno a tela perdono, e te ne fanno una colpa. Se riuscirai a avere fiducia in te quando tutti ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio. Se riuscirai ad aspettare senza stancarti di aspettare, O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia, O essendo odiato a non lasciarti prendere dall’odio, Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio; Se riuscirai a sognare, senza fare del sogno il tuo padrone; Se riuscirai a pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo; se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Rovina, e trattare allo stesso modo questi due impostori. Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto distorta dai furfanti per ingannare gli sciocchi, o a vedere le cose per cui hai dato la vita, distrutte, e piegarti a ricostruirle con strumenti ormai logori. Se riuscirai a fare un solo mucchio di tutte le tue fortune e rischiarle in un colpo solo a testa e croce, e perdere, e ricominciare di nuovo dal principio senza mai far parola della tua perdita.
Se riuscirai a costringere cuore, nervi e tendini a servire il tuo traguardo quando sono da tempo sfiniti, E a tenere duro quando in te non resta altro se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se riuscirai a parlare alla folla e a conservare la tua virtù, O passeggiare con i Re, senza perdere il senso comune, Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti, Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo. Se riuscirai a riempire l’inesorabile minuto. Con un istante del valore di sessanta secondi, Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa, E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio! “Rudyard Kipling, 1835.

Alla sua morte nel 1936,  il corpo venne cremato e le ceneri sono custodite presso l’Abbazia di Westminster, a Londra. Visto che viaggiate in treno, fate una sosta e andate a trovarlo, ripensando ai sui versi. Non potranno che aiutarvi nella vostra sacrosanta battaglia.

Buon futuro ragazzi, non vi lasceremo soli, ma adesso tocca a voi!


LO SPESSORE



 

martedì 23 febbraio 2021

DIFENDERE I DIRITTI UMANI NEL LORO COMPLESSO


Gallagher all'Onu:

 diritti umani inalienabili, 

vanno difesi nel loro complesso

Il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati indirizza un videomessaggio alle Nazioni Unite sottolineando la natura dei diritti umani che, ribadisce, devono essere rispettati anche in relazione alle misure attuate per frenare la pandemia in corso

 

P. Benedict Mayaki, SJ - Città del Vaticano

 Il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, ha invitato le Nazioni Unite a "riscoprire il fondamento dei diritti umani, al fine di attuarli in modo autentico", mentre il mondo continua a prendere misure per combattere l’emergenza sanitaria in corso.

Monsignor Gallagher ha lanciato questo appello in un videomessaggio durante la 46.ma sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), iniziata lunedì scorsos a Ginevra, in Svizzera. La sessione di quattro settimane, che si tiene in modalità virtuale a causa dell'emergenza sanitaria, prende il via con un incontro di alto livello di tre giorni in cui i capi di Stato e rappresentanti vari Paesi e Regioni si rivolgeranno al Consiglio in videoconferenza.

Da oltre un anno, ha osservato l'arcivescovo Gallagher, "la pandemia di Covid-19 ha avuto un impatto su ogni aspetto della vita, causando la perdita di molte vite e mettendo in dubbio i nostri sistemi economici, sociali e sanitari". Allo stesso tempo, "ha anche messo in discussione il nostro impegno per la protezione e la promozione dei diritti umani universali, affermando allo stesso tempo la loro rilevanza". Ricordando le parole di Papa Francesco nella sua ultima enciclica Fratelli tutti, l'arcivescovo Gallagher ne ha sottolineato la rilevanza per il nostro tempo, notando che "il riconoscere la dignità di ogni persona umana", permette di "contribuire alla rinascita di un'aspirazione universale alla fraternità".

I diritti umani sono incondizionati

Il presule ha sottolineato che la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (UDHR) asserisce che "il riconoscimento della dignità intrinseca di tutti i membri della famiglia umana e dei diritti uguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace". Allo stesso modo, la Carta delle Nazioni Unite afferma la sua fiducia nel "fondamentale dei diritti umani, nella dignità e nel valore della persona umana, negli uguali diritti di uomini e donne e di nazioni grandi e piccole". Mons. Gallagher ha sottolineato inoltre che questi due documenti riconoscono una verità oggettiva: che ogni persona umana è naturalmente e universalmente dotata di dignità umana. Questa verità, ha ulteriormente sottolineato, "non è condizionata dal tempo, dal luogo, dalla cultura o dal contesto". Riconoscendo come questo impegno solenne sia "più facile da pronunciare che da raggiungere e mettere in pratica", il segretario per i Rapporti con gli Stati ha lamentato il fatto che tali obiettivi siano "ancora lontani dall'essere riconosciuti, rispettati, protetti e promossi in ogni situazione".

I diritti non sono separati dai valori universali

Monsignor Gallagher ha proseguito affermando che la vera promozione dei diritti umani fondamentali dipende dalle fondamenta da cui derivano. E dunque ha avvertito che qualsiasi pratica o sistema che trattasse i diritti in modo astratto - separato dai valori preesistenti e universali - rischia di minare la loro ragion d'essere, e in un tale contesto, le istituzioni dei diritti umani diventano suscettibili di “prevalenti mode, visioni o ideologie”.

Il presule ha inoltre ammonito che in un tale contesto di diritti privi di valori, i sistemi possono imporre obblighi o sanzioni che non sono mai stati previsti dallo Stato, i quali possono contraddire i valori che avrebbero dovuto promuovere. Aggiungendo di poter "presumere" anche di "creare i cosiddetti 'nuovi' diritti, che mancano di un fondamento oggettivo" e quindi si "allontanano così dal loro scopo di servire la dignità umana".

Il diritto alla vita

Illustrando l'inseparabilità dei diritti dai valori con l'esempio del diritto alla vita, il segretario per i Rapporti con gli Stati ha plaudito al fatto che il suo contenuto sia stato “progressivamente esteso contrastando atti di tortura, sparizioni forzate e pena di morte; proteggendo gli anziani, i migranti, i bambini e la maternità ". Ha definito tali sviluppi estensioni ragionevoli del diritto alla vita in quanto radicano la loro base fondamentale nel bene intrinseco della vita, e anche perché "la vita, prima di essere un diritto, è prima di tutto un bene da amare e proteggere".

Misure Covid-19 e diritti umani

Il presule ha proseguito sottolineando che di fronte all'attuale pandemia di Covid-19, alcune misure attuate dalle autorità pubbliche per garantire la salute pubblica hanno ostacolato il libero esercizio dei diritti umani. Proponendo che "qualsiasi soluzione all'esercizio dei diritti umani per la protezione della salute pubblica deve derivare da una situazione di stretta necessità", ha osservato che "un certo numero di persone, trovandosi in situazioni di vulnerabilità - come anziani, migranti, rifugiati, indigeni, sfollati interni e bambini - sono stati colpiti in modo sproporzionato dall'attuale crisi ". Tali modifiche, ha insistito, "devono essere proporzionali alla situazione, applicate in modo non discriminatorio e utilizzati solo quando non sono disponibili altri mezzi".

Libertà di religione

L'arcivescovo Gallagher ha anche ribadito l'urgenza di tutelare il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione, rilevando in particolare che "il credo religioso e la sua espressione, sono al centro della dignità della persona umana nella sua coscienza". Sottolineando come la risposta globale alla pandemia di Covid-19 evidenzi che "questa solida comprensione della libertà religiosa è stata erosa", il segretario per i Rapporti con gli Stati ha ribadito la convinzione della Santa Sede, riconosciuta da diversi strumenti sui diritti umani, circa il fatto che "la libertà di religione ne tutela anche la sua testimonianza pubblica e l'espressione, sia individualmente che collettivamente, pubblicamente e privatamente, in forme di culto, osservanza e insegnamento ". Per rispettare il valore intrinseco di questo diritto, quindi, l'arcivescovo raccomanda alle autorità politiche di attivarsi con leader religiosi, organizzazioni religiose e leader della società civile impegnati nella promozione della libertà di religione e di coscienza.

Fratellanza umana, multilateralismo

Monsignor Gallagher ha osservato che l'attuale crisi ci offre un'opportunità unica per avvicinarci al multilateralismo "come espressione di un rinnovato senso di responsabilità globale, solidarietà fondata sulla giustizia e sul raggiungimento della pace e dell'unità all'interno della famiglia umana, che è il piano di Dio per il mondo". Ricordando l'invito di Papa Francesco nell'Enciclica Fratelli tutti, che incoraggia tutti a riconoscere la dignità di ogni persona umana nella promozione della fraternità universale, ha incoraggiato tutti ad essere disponibili ad andare oltre ciò che ci divide per combattere le conseguenze delle varie crisi. E ha terminato il suo messaggio assicurando l'impegno e la collaborazione della Santa Sede in questa direzione. 

 

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