Visualizzazione post con etichetta Benanti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Benanti. Mostra tutti i post

venerdì 17 luglio 2026

UNA GOVERNANCE CONDIVISA

 


Padre Benanti: 

«Intelligenza artificiale? 


Contro i nuovi algoritmi

 del potere 

serve una governance condivisa»

Il francescano esperto di etica delle tecnologie è intervenuto durante un incontro dedicato alla "Magnifica Humanitas". Il teologo ha sottolineato che l'enciclica mette in risalto la necessità di rendere i processi decisionali sull'Ai democratici. «Non bastano richiami generici all'etica, servono norme giuridiche adeguate»

di Salvo Ingargiola

«Quando abbiamo costruito le automobili, abbiamo messo i guardrail ai bordi della strada. La stessa cosa dobbiamo fare oggi con l’Intelligenza artificiale». È con questa immagine, semplice quanto efficace, che padre Paolo Benanti, teologo, francescano ed esperto di etica delle tecnologie, sintetizza la sfida lanciata dall’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.

L’occasione è un incontro promosso dall’Ufficio Pastorale Sociale, Lavoro e Custodia del Creato del Vicariato di Roma, dedicato proprio al nuovo documento pontificio. Siamo nel quartiere Prenestino, alla periferia della Capitale. Nonostante il caldo estivo, oltre ottanta persone affollano una piccola libreria di quartiere per discutere di intelligenza artificiale, democrazia e futuro.

L’intelligenza artificiale e i monopoli

Benanti entra subito nel merito. «Uno strumento che costa poco più di mille euro, un drone, con un semplice aggiornamento software può distruggere un carro armato Abrams, completamente rivestito d’acciaio, costato centinaia di milioni. In Ucraina abbiamo scoperto che quel codice viene aggiornato ogni cinque o sei minuti, rendendo ogni volta quell’arma completamente diversa».

Da buon francescano e allievo dei gesuiti, Benanti individua immediatamente il cuore dell’enciclica: il passaggio in cui Papa Leone XIV invita la comunità internazionale a “disarmare l’Ai”. “Vuol dire – scrive il Pontefice – rompere l’alleanza fra potenza tecnica e diritto di governare”. In altre parole, significa “sottrarla ai monopoli, impedirle di dominare l’umano”. 

Chi controlla il software controlla tutto

«Chi controlla il software controlla tutto», osserva Benanti. È il potere della software-defined reality, della realtà definita dal software. Per spiegare quanto questo tema riguardi la vita quotidiana, il professore di Etica della tecnologia alla Luiss Guido Carli, a Roma, e alla Seattle University, negli States, ricorre a un’altra immagine. «Se domani volete entrare all’aeroporto di Fiumicino con un’arma, non potete farlo. Con l’Intelligenza artificiale, invece, potenzialmente sì. Con tre righe di codice si potrebbe trasformare perfino uno smartphone in un’arma, modificando il funzionamento della batteria fino a provocarne l’incendio». 

Come si governa una realtà di questo tipo? È la domanda attorno alla quale ruota l’intera enciclica. La questione decisiva, infatti, non è scegliere se accettare o rifiutare l’Intelligenza artificiale, ma decidere se lasciarne il governo agli interessi di pochi oppure costruire una governance orientata al bene comune.
«Quel potere che abbiamo imparato ad addomesticare nei secoli – dall’Impero romano agli Stati moderni fino alle democrazie occidentali – oggi rischia di spostarsi nelle mani di pochi», avverte. «E non sono mani democratiche. Sono mani private che possono trasformare un giocattolo in un’arma con un semplice aggiornamento software». 

Che fare?

Durante il dibattito interviene anche Alessandra Poggiani, direttore generale del Cineca, il più grande centro di calcolo in Italia. La domanda che attraversa l’incontro è inevitabile: che cosa bisogna fare?

«Il messaggio del Papa è molto chiaro», risponde Benanti. «Davanti a una macchina che può prendere decisioni capaci di incidere sulla vita delle persone, è evidente che tali decisioni non possono essere affidate a cinque soggetti in tutto il mondo». 

Il riferimento è ai paragrafi 106, 107 e 108 di Magnifica Humanitas. Papa Leone XIV invita alla prudenza, chiede controlli rigorosi e, quando necessario, anche un rallentamento nell’adozione dell’Ai. Non per ostacolare il progresso, ma perché lo sviluppo tecnologico corre molto più velocemente della capacità delle istituzioni, del diritto e della società di comprenderne e governarne gli effetti. Per questo motivo, secondo il Pontefice, non bastano richiami generici all’etica. Servono norme giuridiche adeguate, organismi indipendenti di vigilanza, cittadini consapevoli e una politica capace di esercitare il proprio ruolo.

Condividere i processi perché siamo in democrazia

Soprattutto, non basta chiedere che l’Ai sia programmata secondo principi morali. Occorre, infatti, prima di tutto, chiedersi chi definisce quei valori e con quale legittimazione democratica. Se quei criteri vengono stabiliti da un numero ristretto di soggetti, saranno loro a imporre, spesso in modo invisibile, la propria visione del mondo attraverso gli algoritmi. «Il processo va condiviso», insiste Benanti. «Perché siamo in democrazia». 

Non tutti, però, condividono questa impostazione. «Peter Thiel, per esempio, ha reagito dicendo: “Se il Papa assume questa posizione, allora sta lavorando per i comunisti cinesi”. Lascio a voi ogni giudizio su queste parole», osserva Benanti con ironia.
Poi conclude: «o mi sento di parte. Tifo per la democrazia». Il rischio, spiega ancora, è che l’Intelligenza artificiale finisca per incidere su ogni ambito della vita: dall’accesso alle cure alla scuola, dal lavoro ai diritti fondamentali. «Per tali ragioni, questo strumento non può rimanere nascosto. Deve essere condiviso, negoziato, governato», ribadisce. 

Fondamentali infrastrutture e una Ai Factory europea

Ma oggi non tutti partono dalle stesse condizioni. Le piattaforme e le grandi infrastrutture dell’Ai sono concentrate nelle mani di pochissimi attori, anche perché gli investimenti richiesti sono enormi. In questo scenario assume particolare rilievo il ruolo del Cineca, che ha ottenuto dalla Commissione europea 430 milioni di euro per la realizzazione di una Ai Factory europea.

«È fondamentale», osserva Alessandra Poggiani, «che insieme alle regole l’Europa costruisca anche una propria forza infrastrutturale, industriale e scientifica. Solo così potremo essere protagonisti e non semplici consumatori delle nuove tecnologie». 

La sfida è anche culturale. Occorrono formazione, educazione e consapevolezza. Occorre coinvolgere il decisore politico, ma anche la scuola, l’università e tutti quei corpi intermedi nei quali si costruisce la società. «Il fenomeno va governato e condiviso», insiste Benanti. «Non è più soltanto una questione tecnica ma politica».

Il problema del potere

Quando, il 15 maggio scorso, Papa Leone XIV ha firmato Magnifica Humanitas, in occasione del 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII, molti hanno colto immediatamente la portata sociale e politica del documento. Come la Rerum Novarum interpretò le trasformazioni della rivoluzione industriale, oggi l’enciclica affronta le nuove concentrazioni di potere generate dall’Intelligenza artificiale. «È un problema di potere», conclude Benanti. «E oggi quel potere risiede in luoghi diversi da quelli tradizionali, dove interessi privati iniziano perfino a sostenere che la democrazia sia un esperimento fallito». 

Serve una governance condivisa

«È il Far West, dove esiste un solo diritto: quello del più forte». L’alternativa indicata dall’enciclica è una governance condivisa dell’Intelligenza artificiale. O, per usare l’immagine di Papa Leone XIV, ricostruire una nuova Gerusalemme: una civiltà che non nasce dall’iniziativa del singolo, ma dalla comunità, dalla cooperazione e dalla responsabilità condivisa.

Vita.it

Immagine


mercoledì 14 gennaio 2026

ETICA DI FRONTIERA

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale

 sta attraversando una trasformazione significativa


di Paolo Benanti

Negli ultimi anni, l’intelligenza artificiale sta attraversando una trasformazione significativa: dal tradizionale modello di apprendimento basato esclusivamente su dati generati dall’uomo, si sta progressivamente orientando verso forme di apprendimento autonomo, in cui l’AI acquisisce competenze attraverso l’esperienza diretta e l’interazione con l’ambiente, sia esso reale o simulato.

Il successo delle AI generative (come i grandi modelli linguistici) si è fondato sull’addestramento su enormi quantità di dati prodotti da persone: articoli, libri, conversazioni, immagini e video. Questo approccio ha permesso di ottenere sistemi versatili e capaci di risolvere molteplici compiti, ma presenta limiti strutturali.

In particolare, in alcuni ambiti (ad esempio la matematica avanzata o la scienza computazionale), la conoscenza umana disponibile sta raggiungendo una soglia di saturazione: semplicemente aggiungendo nuovi dati umani, le prestazioni dei modelli non migliorano più in modo sostanziale. Per superare questi limiti, la ricerca si sta concentrando su modelli capaci di apprendere dall’esperienza, cioè attraverso l’interazione attiva con ambienti complessi.

In questo paradigma, l’AI non si limita ad “assorbire” dati passivamente, ma agisce, sperimenta, riceve feedback e adatta le proprie strategie in base ai risultati ottenuti.

Ma a questo livello, una prospettiva di frontiera come quella che caratterizza questo spazio, ci spinge a riconoscere che una maggiore autonomia comporta rischi significativi.

L’apprendimento per rinforzo, sebbene efficiente, per lo più, seguendo alcune osservazioni recenti, sembra affinare le capacità esistenti senza espandere realmente la capacità creativa di risoluzione dei problemi di un modello.[Dobbiamo infine] fare un’altra considerazione di frontiera. Questa spinta alla costituzione etica dell’AI, necessitata dalla potenza dei nuovi modelli, di fatto sembra “naturalmente” spingere verso qualcosa che si pone tra uno standard tecnico e una normativa.

In questo contesto, considerato la fatica che questo approccio presenta tanto per un contesto iper competitivo come quello statunitense quanto per la resistenza a delegare ad attività del basso che hanno sistemi monolitici come quelli cinesi, il nostro paese può offrire un ecosistema interessante: la tradizione cooperativa o delle unioni industriali che vedono la presenza di enti intermedi di cooperazione, la presenza di infrastrutture computazionali pubbliche come quelle del CINECA, possono fare la differenza.

Rimane solo di porsi alla frontiera e creare il minimo di consenso necessario per operare in una direzione di bene collettivo e bene comune. Anche questo appartiene ad un’etica di frontiera: riconoscere che il vantaggio dei singoli non può essere separato da un vantaggio integrale per il sistema paese.

 La Torre

 

 

 

sabato 21 giugno 2025

L'UOMO E L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE


 «La vera

piattaforma

 abilitante


 è l’uomo»



-  di ALESSIA GUERRIERI


La vera «piattaforma abilitante è l’uomo». Nel ragionamento per comprendere le potenzialità e i margini di intervento in materia di Intelligenza artificiale gli atteggiamenti da mettere in atto sono sostanzialmente due. Il primo è «demistificare cosa sia l’IA» e poi comprendere che il vero motore di tutto è appunto l’uomo. Solo lavorando su questi due cardini, si potrà avere «un vero alleato per lo sviluppo». Sì, perché qualsiasi discorso sull’Intelligenza artificiale va basato sul considerare l’IA come «un’architettura». Padre Paolo Benanti, parlando a manager e imprenditori sulle prospettive dell’intelligenza artificiale e i mercati su cui avrà maggiore diffusione, definisce proprio in questo modo questa nuova frontiera. Nell’incontro organizzato nei giorni scorsi a Roma dal fondo Atlas Sgr (l’unico in italia ad aver adottato pienamente il modello di venture building per gli investimenti in start up), il teologo francescano - presidente del Comitato per l’intelligenza artificiale del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio dei ministri e già consigliere di Papa Francesco sui temi dell'intelligenza artificiale - prova infatti ad allargare il discorso per spiegare su quali livelli sia possibile intervenire. 

« Alla base di questa architettura – spiega padre Benanti – ci sono le Gpu, ovvero i motori di dati, sopra le infrastrutture, ancora più su i modelli Gpt, al livello superiore poi ci sono le app. Su questi ultimi livelli si può intervenire e investire, visto che c’è tanto spazio per lavorare sia sulle infrastrutture che sui modelli e tantissimo margine addirittura sulle app». 

La logica della teoria dell’iceberg di Freud insomma può essere tranquillamente applicata all’Intelligenza artificiale. Quello che si vede sull’IA, perciò, è solo una piccola parte di ciò che c’è dietro e delle possibilità che nasconde. Anche in termini di aumento della produttività. «Non giocare la partita non è un’opzione e fermarsi alla punta dell’iceberg neppure, occorre quindi ripensare il modello  di innovazione - sottolinea Leonardo Rubattu, partner fondatore di Atlas Sgr e vicepresidente vicario gruppo Ibl Banca – ci sono opportunità straordinarie aperte, ma c’è anche la consapevolezza che vanno create le competenze. In un Paese segnato da un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati ormai prossimo alla soglia d’allarme, l’intelligenza artificiale può diventare la leva decisiva per rilanciare crescita e competitività ». Le aziende che hanno saputo integrare l’Intelligenza artificiale nei processi, infatti, hanno avuto «un vantaggio competitivo tangibile». 

L’adozione «mirata» dell’IA consente difatti di ridurre i costi, migliorare l’efficienza e generare valore su scala industriale. Vantaggi già sperimentati dall’esperienza sulle 14 star up aiutate a nascere dal Fondo AI Venture Building (per valore complessivo 5 milioni di euro). Come l’app già usata oltreoceano che aiuta gli oncologi ad analizzare i dati dal paziente con gli studi clinici per valutare la migliore terapia personalizzara. Oppure l’Intelligenza artificiale applicata alla progettazione di grandi infrastrutture per ridurre le ri-lavorazioni. O ancora, tanto per fare un ultimo esempio, l’IA applicata alle drug discovery per scoprire nuove molecole farmaceutiche capaci di ridurre tempi di sviluppo e aumentare probabilità di successo.

 www.avvenire.it

Immagine




venerdì 5 luglio 2024

DEMOCRAZIA COMPUTAZIONALE

 


 La democrazia saprà  
essere resiliente 
alle nuove forme 
di potere computazionale?


-        - di PAOLO BENANTI*

   

Durante la Seconda guerra mondiale, per scopi bellici, furono sviluppati i primi computer: Colossus, creato a Bletchley Park nel Regno Unito e, negli Usa, l’Atanasoff-Berry Computer e l’Eniac.

 Nell’immediato dopoguerra a partire dagli anni ’50, l’introduzione dei transistor al silicio ha permesso la creazione di computer più piccoli, veloci e affidabili mentre i circuiti integrati, apparsi negli anni ’60, hanno ulteriormente ridotto le dimensioni e i costi, aumentando la funzionalità dei computer. Si inaugura così una stagione in cui si diffonde la potenza computazionale nella società. In quegli anni, questa distribuzione della potenza computazionale avviene confinandola in “mainframe”. Tuttavia, è la comparsa di una nuova corrente culturale che possiamo definire, ci si perdoni il gioco di parole, come Bit generation, che ha prodotto il profondo meccanismo di decentralizzazione dei decenni seguenti.

 La rivoluzione tecnologica si è nutrita dal seme della controcultura californiana degli anni ’60. Il centro di questo modo di vedere il computer e l’informatica è stato ed è la Silicon Valley, l’area compresa tra San Francisco e San José.

 È stato soprattutto l’ideale comunitario dei figli dei fiori, la loro indole libertaria, la voglia di allargare gli orizzonti e il disprezzo per l’autorità centralizzata a fare da asse portante per i fondamenti filosofici ed etici di Internet e dell’intera rivoluzione del personal computer. La rete si è avviata proprio verso il crepuscolo di quell’esperienza.

 La fine di questo processo di democratizzazione si è avuta verso la fine del primo decennio di questo secolo con l’avvento dello smartphone.

Nel momento in cui la potenza computazionale personale ha iniziato ad abitare le nostre tasche, ha iniziato anche a sottrarci una certa autonomia: lo smartphone ha bisogno di un sottostato invisibile e fondamentale, la rete, che ne garantisce l’operatività e che nutre il potere computazionale tascabile che abbiamo e “datifica” le nostre esistenze personali. Di fatto lo smartphone ha cominciato a interporsi in maniera sempre più massiccia fra noi e le cose che facciamo quotidianamente riconfigurando in termini di transazione digitale, la maggior parte degli atti che compongono la nostra quotidianità. Ma se la nostra esistenza e la nostra capacità di agire nello spazio pubblico si è riconfigurata in forma digitale, di fatto il nostro diritto e potere di cittadinanza è divenuto di fatto computazionale. Oggi le nostre esistenze democratiche sono esistenze computazionali. La democrazia divenuta computazionale sfrutta oggi anch’essa le potenzialità delle tecnologie informatiche per rendere più efficace e inclusiva la partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche. Tuttavia, se il primo decennio del secolo si è concluso con le primavere arabe facendoci sperare che il digitale connesso fosse lo spazio dove si sarebbe diffusa e rafforzata la democrazia liberale, la fine del secondo decennio, con le rivolte di Capitol Hill, ci ha iniziato a far temere per il futuro della democrazia nello spazio digitale-computazionale.

 L’avvento delle intelligenze artificiali sta di nuovo cambiando l’orizzonte. I servizi dell’IA sfocano il confine tra potere computazionale personale e potere centralizzato nel cloud: nell’usare i nostri telefoni non sappiamo quasi più cosa viene eseguito in locale e cosa in cloud. Questa nuova forma di centralizzazione nei cloud però adesso con sé anche una centralizzazione della capacità computazionale personale associata alla democrazia. La domanda da affrontare allora sarà come rendere democratico il potere centralizzato del cloud e dell’AI evitando che la democrazia computazionale collassi in una oligarchia del cloud.

 L’esperienza d’uso dei computer è destinata a subire una nuova radicale trasformazione. Fin dall’inizio della storia del computer è stato l’uomo il collo di bottiglia nella relazione con la macchina. Nel 1975, con l’introduzione del sistema operativo DOS, abbiamo velocizzato la relazione con la macchina grazie alle tastiere. Nel 1985 i sistemi a finestre come Windows, ci hanno permesso di guadagnare velocità con il mouse. A partire dalla fine degli anni Novanta il touch è stato un ulteriore cambio di relazione. Oggi ci sembra di aver raggiunto la più naturale e veloce delle interfacce: il linguaggio umano. Musk continua a sognare frontiere più veloci con i suoi impianti cerebrali. Di fatto infondere i sistemi operativi con dei Large Language Model (LLM) eseguiti in locale è una rivoluzione nell’interfaccia e nella velocità di utilizzo della macchina: mai come ora possiamo dire cosa fare alla macchina come faremmo con un nostro simile e siccome la capacità di cooperare tra membri della nostra specie è alla base della nostra ascesa planetaria come specie dominante, non pochi iniziano a sognare un futuro fatto di utopie o distopie al confine dell’ibridazione tra uomo e macchina.

 Uno degli aspetti più preoccupanti di questa nuova frontiera dell’interazione con la macchina è l’enorme ampliarsi della superficie di attacco cyber. Poter far eseguire dei processi al computer mediante comandi linguistici significa di fatto trasformare gli LLM in agenti in grado di compiere operazioni sul computer: dei maggiordomi elettronici. Se fino ad oggi gli hacker potevano entrare nei nostri sistemi e prelevare dati, cancellarli o criptarli per chiedere riscatti o usare il nostro computer per fare attacchi verso altri computer, cosa saranno in grado di fare oggi? Con la stessa efficienza con cui aiuta noi, il nostro maggiordomo può trovare tutte le nostre informazioni compromettenti e comunicarle al malintenzionato.

 La democrazia saprà insomma essere resiliente a queste nuove forme di potere computazionale?

*Francescano. Docente di etica e bioetica. Etica della tecnologia e Artificial Intelligence, neuro-etica e post-umano. componente del New Artificial Intelligence Advisory Board delle Nazioni Unite, capo della Commissione Nazionale sull'Intelligenza Artificiale per l'informazione.

 www.avvenire.it

 

venerdì 26 aprile 2024

I.A. L'ECLISSI DELL'ESPERIENZA

 La condizione tecnologica della Digital Age è composta di simulacri e di mondi sempre più virtuali: un’eclissi dell’esperienza

  

-         di Paolo Benanti*

Le intelligenze artificiali (Ia) hanno avuto un impatto significativo sulle interazioni sociali dei ragazzi. Con l’avvento di assistenti virtuali, chatbot e algoritmi di raccomandazione, le Ai sono diventate parte integrante delle esperienze online degli adolescenti. Le Ia sono in grado di analizzare i dati personali, le preferenze e i comportamenti degli utenti per offrire suggerimenti personalizzati e automatizzare molte attività quotidiane.

Intimamente connessa a questa trasformazione vi è un mutamento sempre più evidente nel criterio di autorità: se una volta era la fonte autorevole a dirci il livello di credibilità di un’informazione oggi è la quantità di condivisioni e ricorrenze nel mondo digitale che, spesse volte algoritmicamente, ne influenzano la percezione come maggiormente autorevole.

La Brexit e la vittoria di Trump hanno accompagnato il dibattito sulla cosiddetta post-truth society, l’idea di una società in cui il concetto di verità condivisa – l’insieme di eventi e personaggi che tutti consideriamo esistenti, al di là delle nostre opinioni su di loro – è definitivamente scomparso. O meglio, deformato per sempre: dai social network e dai loro algoritmi, per esempio, in grado di creare e rinforzare le filter bubble, ossia il filtro automatico fatto dai server sulle notizie che ci vengono presentate, in cui un’emergenza politica può esistere o scomparire; un politico essere un eroe o un soggetto pericoloso per la Repubblica nel giro di poche ore, a volte minuti. I social network, infatti, confezionano un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un “feed” che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci.

In altri termini si assiste oggi al diffondersi di una tendenza a ritenere autorevoli le notizie che trovano maggior eco nell’universo digitale. Gli effetti di questa trasformazione sono già saliti alla ribalta dei media: fake news, postverità e altre espressioni analoghe ci dicono quanto sia efficace questa nuova modalità percettiva. La sfida educativa allora sarà quella di rendere percepibile, se ci si perdona il gioco di parole, il valere dei valori. Spesso il bene costa e questo non sempre è popolare. Educare al bene allora dovrà confrontarsi con meccanismi di quantità, il numero di condivisioni, che tendono ad offuscare criteri di valore. Dobbiamo guardare ai giovani per aiutarli a divenire degli adulti in un’epoca di digitale. Come trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio di valori acquisiti e la tensione al bene che caratterizza la nostra identità?

Un’ulteriore sfida è prodotta da quella che potremmo definire con Filippo La Porta un’eclissi dell’esperienza: la condizione tecnologica che caratterizza il Digital Age è composta di simulacri, di espansione illimitata di fiction e spettacoli, di mondi sempre più virtuali. In questi mondi virtuali l’esperienza che si fa, ammesso si possa chiamarla ancora tale, è senza pericoli, potenzialmente infinita, continuamente intercambiabile, reversibile. Solo che questa più che un’esperienza si riduce a quella che potremmo definire una pseudo-esperienza: non ci sono limiti, non c’è noia, non ci sono pericoli, non c’è rischio, non c’è passività, capacità d’attesa, non c’è storia, memoria, non c’è morte, non ci sono corpi. In questa situazione siamo sempre più condannati a controllare per intero l’esperienza, a renderla comodamente reversibile, e così a perderla. L’esperienza, caratteristica unica del vivere e del crescere sembra contrarsi a una sorta di esperimento: la caratteristica propria dell’esperimento scientifico è il suo potersi ripetere infinite volte con gli stessi identici risultati.

Se ogni periodo storico ha elaborato il suo tipo d’uomo ideale, questo autoreverse dell’esperienza nell’esperimento porta a definire l’uomo ideale come uomo emozionale o homo sentiens.

L’emozione si presenta come l’oggetto di un vero e proprio culto e caratterizza specialmente la ricerca del mondo giovanile. Non che l’emotivo sia un mondo da reprimere ma non si parla qui di quell’emozione come lo stupore che per Aristotele era la base della conoscenza e la chiave di ogni accadimento spirituale. I giovani tendono a declinare l’emotivo, grazie a videogiochi sempre più immersivi e coinvolgenti, nell’emozione shock: violenta, intensa e che necessita di soglie di attivazione sempre più alte. Anche il vissuto emotivo chiede oggi di essere particolarmente oggetto di attenzione educativa e di cura.

Stiamo attraversando una stagione nuova del nostro vivere che presenta numerose opportunità e anche delle sfide, specie per l’educazione delle giovani generazioni. Non esistono ancora delle soluzioni a tutte le sfide e alle trasformazioni a cui assistiamo ma la natura umana, dono del Creatore a noi creature, ci consente di guardare a questo tempo con speranza. Se ci chiediamo se oggi i giovani sono complicati dobbiamo risponderci, con Francois Gervais, che «è vero soprattutto quando attraversano quel periodo in cui rivendicano la differenza per aiutarci a non dimenticare mai la nostra gioventù, quel periodo scomodo che noi chiamiamo adolescenza» (Il piccolo saggio).

www.avvenire.it

*Paolo Benanti (Roma, 20 luglio 1973) è un presbitero e teologo italiano del Terzo ordine regolare di San Francesco. Insegna alla Pontificia Università Gregoriana e presso l’Università di Seattle ed è consigliere di Papa Francesco sui temi dell'intelligenza artificiale e dell'etica della tecnologia. È l'unico italiano membro del Comitato sull'intelligenza artificiale delle Nazioni Unite.

 Immagine

 

 

giovedì 14 dicembre 2023

INTELLIGENZE ARTIFICIALI E INTELLIGENZE INCARNATE:



 QUALE

 FRONTIERA?

 



Intervista a p. Paolo Benanti

 P. Paolo Benanti è un francescano del Terzo Ordine Regolare, professore di Teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana. Nella sua attività di ricerca, insegnamento e divulgazione, si occupa di etica, bioetica ed etica delle tecnologie. In particolare – scrive nel suo sito personale – i suoi studi «si focalizzano sulla gestione dell’innovazione: internet e l’impatto del Digital Age, le biotecnologie per il miglioramento umano e la biosicurezza, le neuroscienze e le neurotecnologie». 

Dotato di una grande capacità comunicativa e pedagogica, p. Benanti è presente frequentemente nei media e collabora con varie istituzioni accademiche, governative e internazionali. Recentemente è stato nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite membro dello High-Level Advisory Body on Artificial Intelligence.

P. Benanti ha gentilmente accettato di rispondere alle nostre domande, e gli siamo grati per la disponibilità dimostrata. Nelle sue risposte, ci illumina su molte questioni che sono all’ordine del giorno e che definiranno il futuro dell’umanità.

 

INTELLIGENZE ARTIFICIALI E INTELLIGENZE INCARNATE

P. Benanti, Lei è stato recentemente nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, membro dello «High-Level Advisory Body on Artificial Intelligence» dell’Onu. Troviamo interessante che l’unico italiano di questo gruppo sia un religioso. Vuol dire che la Chiesa italiana è più avanti nella riflessione sul tema, nel nostro Paese? 

Lo sviluppo rapido e globale delle intelligenze artificiali ha colto la maggior parte delle persone di sorpresa. Questo scenario di rapido cambiamento, di fatto, è un processo interdisciplinare che interroga competenze e discipline diverse, mettendo sul tavolo numerosi fattori di crisi e nuovi stimoli. 

Il primo elemento da sottolineare è proprio questo: il fatto che le intelligenze artificiali siano una grande sfida per tutti. In questo generale fronte di transizione, appartenere a una istituzione, la Chiesa, e a un Ordine, i francescani, che hanno attraversato altre grandi transizioni sociali e culturali, aiuta a intravedere nei diversi elementi di mutazione alcune istanze di continuità e altre di novità. 

Penso che questa congiuntura storica, con il mutamento di tanti elementi sinora consolidati, possa portare anche allo sviluppo di nuovi dialoghi tra la Chiesa e il resto del mondo.

 

Continua:

INTELLIGENZE ARTIFICIALI E INTELLIGENZE INCARNATE