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sabato 7 febbraio 2026

SPORT E UMANITA'

 

Leone XIV: durante le Olimpiadi invernali si fermino i conflitti in tutto il mondoLeone XIV: lo sport é importante per il bene dell’umanità.

 Occorre rispettare la Tregua olimpica

Il Papa, in una lettera in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e paraolimpici invernali di Milano Cortina, mette in guardia dalla dittatura della performance che può indurre al doping, dalla strumentalizzazione politica dello sport e dal considerarlo un videogame. Rilancia il valore dell’incontro, della relazione e dell’accoglienza, “espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Pagine dettate da una riflessione profonda sullo sport come mezzo per costruire la pace, per educare, per essere scuola di vita nella quale si sperimenta il limite, “la sconfitta senza disperazione” e “la vittoria senza arroganza”, in cui si tocca “la vita in abbondanza” che nasce “dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme”. La vita in abbondanza è la lettera di Papa Leone XIV, pubblicata oggi 6 febbraio, sul valore dello sport e in occasione dell’apertura dei XXV Giochi Olimpici Invernali, al via oggi fino al 22 febbraio tra Milano e Cortina d’Ampezzo, e dei XIV Giochi Paralimpici che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo nelle stesse località. Evento in vista del quale il Pontefice chiede di rispettare, in questo mondo in guerra, la Tregua olimpica.

Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato

La Tregua olimpica, strumento di speranza

Il Papa richiama su questa scia i suoi predecessori che allo sport hanno sempre affidato “un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace”. Ricorda poi che la Tregua olimpica nasce dall’accordo di sospendere ogni ostilità ed è uno strumento da riproporre soprattutto in questo tempo di conflitti, di dominio della “cultura della morte” perché utile a porre fine “alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto”. 

La gamification dello sport

I valori ma anche i pericoli che nascono da una visione distorta dello sport sono poi richiamati dal Papa nel suo documento in particolare il doping, il culto del profitto, la corruzione quando lo sport diventa business, il tifo che diventa fanatismo, la strumentalizzazione politica delle competizioni sportive, il ricorso alla tecnica facendo dello sport “un laboratorio di sperimentazione disincantata” o un videogame.

La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata.

Spazio di dialogo

Ripercorrendo l’uso di termini sportivi negli scritti di autori cristiani, il Pontefice intende evidenziare la profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano: corpo e spirito. Cita anche le esperienze fruttuose, come quelle di san Filippo Neri e san Giovanni Bosco, nelle quali lo sport rappresentava un ambito di evangelizzazione. Passando per il Concilio Vaticano II e per i Giubilei dello sport, Papa Leone sottolinea come l’esperienza sportiva sia “uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse”.

Imparare a perdonare

Immancabile il riferimento al tennis, lo sport che il Papa pratica, quando sottolinea l’esperienza esaltante dei due giocatori che si spingono al limite, che tendono a migliorarsi, sperimentando poi la gioia e la capacità di donarsi: una esperienza che “interrompe la tendenza all’egocentrismo”, favorisce il gioco di squadra che, se non è inquinato “dal culto del profitto”, fa crescere nella fraternità.

Lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare. Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili.

Inclusione e solidarietà

In questo percorso sono fondamentali le figure educative come gli allenatori che se animati da valori spirituali possono trasmettere “la cultura della squadra – scrive il Papa - fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo”.

L’accessibilità allo sport è per il Pontefice un criterio da perseguire con decisione perché molti bambini non avendo risorse sono esclusi, come anche ragazze e donne in diverse società mentre “a volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva”. “I valori autentici dello sport – sottolinea - si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione”.

La dittatura della performance

Uno dei rischi che nella Lettera il Vescovo di Roma evidenzia è quello di guardare allo sport come un business dove “conta solo ciò che può essere contato”, il che genera un’ossessione per i risultati e per il denaro che viene generato. La persona scompare, emerge la corruzione, il gioco d’azzardo, disilludendo così il grande pubblico.

La dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina.

Il rifiuto del doping

La competizione sportiva, quando è autentica, - scrive Leone XIV - presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto!

Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte.

Il rischio di un tifo violento

Particolare spazio nella riflessione del Papa è quello riservato agli spettatori e ai tifosi, attenzione al rischio di trasformare lo stadio in luogo di scontro, il tifo in fanatismo. È preoccupante quando “lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva”.

Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio.

La cura integrale della persona

C’è anche un altro rischio che Leone XIV mette in luce: trasformare gli stadi in “cattedrali laiche”, le partite cin “liturgie collettive”, gli atleti “figure salvifiche”. Una sacralizzazione che rileva il bisogno di senso e di comunione, “ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza”. Un rischio che chiama il pericolo del narcisismo quando l’atleta rimane “fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso”.

È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità. Tra i tanti esempi che potrei fare, voglio ricordare San Pier Giorgio Frassati, giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport.

Transumanesimo e Intelligenza artificiale

Guardando alla bellezza delle manifestazioni sportive, il Papa ricorda che un’ulteriore distorsione riguarda la strumentalizzazione politica delle competizioni che da luoghi di incontro diventano “palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici”.

Attenzione poi all’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali”.

Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata.

Vincere e perdere

Necessario dunque rilanciare la dimensione educativa e inclusiva dello sport perché – sottolinea Papa Leone – vincere non è primeggiare ma “riconoscere il valore del percorso compiuto” e perdere non è fallire “ma può diventare una scuola di verità e di umiltà”.

Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità.

Nella lettera si fa riferimento anche all’esperienza di Athletica Vaticana, nata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. “Essa – si legge - testimonia come lo sport possa essere vissuto anche come servizio ecclesiale, soprattutto verso i più poveri e i più fragili”.

Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso.

L’attenzione della Chiesa

In conclusione, il Papa si sofferma sulla necessità per le Chiese particolari di riconoscere lo sport “come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale”. Raccomanda pertanto la presenza all’interno delle Conferenze episcopali, di uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti. Un modo per unire insieme lo sviluppo fisico e spirituale come “dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana”, perché lo sport impara “a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità”.

La Chiesa è chiamata a farsi vicina là dove lo sport è vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica, avendo però particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni.

Scuola di vita

“Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, - conclude il Pontefice - capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica”, “una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata” nella quale corpo e spirito si armonizzano.

Non si tratta di un accumulo di successi o di prestazioni, ma di una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità. Lo sport può diventare davvero una scuola di vita, in cui si impara che l’abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme.

Vatican News

LEGGI QUI LA LETTERA DI PAPA LEONE XIV LA VITA IN ABBONDANZA SUL VALORE DELLO SPORT



 

domenica 25 gennaio 2026

VOCI E VOLTI UMANI

 


Educazione 

e informazione

 

al tempo 

della IA.


 Papa Leone XIV ci ricorda di custodire voci e volti umani

 

Di  Aluisi Tosolini

 

E’ stato pubblicato il 24 gennaio, giorno in cui la Chiesa celebra san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il messaggio di Papa Leone XIV per la LX giornata mondiale delle comunicazioni sociali.

Messaggio breve ma intensissimo (lo si può integralmente leggere qui) che parte dai volti e dalle voci degli umani, definiti “tratti unici, distintivi, di ogni persona che manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro”: il prósōpon greco, ovvero “ciò che sta di fronte allo sguardo”, e il per-sonare latino che identifica la persona con la sua infondibile voce.

Ognuno di noi, dice il papa, è chiamato a custodire il volto dell’altro (e risuonano qui le parole del filosofo Levinas) e la pienezza della relazione con l’altro e l’alterità.

L’intelligenza artificiale: una sfida antropologica

Ma questa custodia rischia di venire meno con la tecnologia digitale che “modifica radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”.

SI tratta però di una sfida non “tecnologica, ma antropologica”. E qui il messaggio di Leone XIV si fa molto concreto, tecnico, preciso. Si citano gli algoritmi dei social media che premiano l’immediatezza delle emozioni rapide che rifiutano la necessaria comprensione e riflessione. Si accenna al rischio delle bolle di facile consenso e indignazione che “indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale”.

Non rinunciare al proprio pensiero: l’IA non è un oracolo

Un ulteriore rischio è quello di fare “affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.”

Ciò che viene messo in crisi è lo stesso processo creativo e la correlata industria creativa che rischia di essere sostituita da prodotti “con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”.

I chatbot e le relazioni simulate

Le parole di Leone XIV sono dense, tecniche, precise.  Le riporto integralmente,

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone”. Ma in un mondo fatto di specchi digitali rischiamo di non incontrare mai davvero l’altro. E “senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia”.

A questo si aggiungano i bias che l’IA replica trasmettendo una percezione alterata della realtà. La mancata accuratezza dei sistemi IA porta poi a spacciare la probabilità statistica per verità. La crisi del giornalismo sul campo e del costante lavoro di raccolta e verifica delle fonti “può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza” dove è “sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione”.

Responsabilità, cooperazione e educazione.

Che fare allora? Come contrastare lo strapotere di pochissime aziende che si arrogano persino il diritto di riscrivere la storia umana?

La sfida – scrive papa Leone XIV – non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati”. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre  pilastri: responsabilità, cooperazione, educazione,

La responsabilità implica che ai diversi livelli (internazionale e nazionale, politico, tecnologico, tecnico, economico…) si proceda davvero ad una regolamentazione chiara e cogente. Ad esempio, scrive il papa, “i contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità”.

Tutti siamo poi chiamati a cooperare nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile creando meccanismi di salvaguardia e di governance dell’IA.

Il compito dell’educazione: verso una nuova alfabetizzazione

Dobbiamo aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente” e proprio per questo “è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA”. Si tratta di dar corso ad una nuova alfabetizzazione che non deve toccare solo le giovani generazioni ma anche gli anziani e quanti sono emarginati dalla società e per questo posti fuori dal flusso dell’innovazione.

E qui papa Leone riprende un esempio che molti studiosi dei sistemi educativi stanno utilizzando in questi anni: “come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA”.

Si capisce ancora meglio, allora, perché il cardinale Robert Francis Prevost abbia scelto il nome Leone XIV, richiamando così esplicitamente Leone XIII, Vincenzo Gioacchino Pecci che fu papa per 25 anni dal 1878 al 1903. Leone XIII passa infatti alla storia come la figura che ha compreso la necessità di un dialogo con la modernità, non per accettarne acriticamente gli sviluppi, ma per orientarla secondo i principi del Vangelo. Comprese che la Chiesa non poteva più rimanere spettatrice silenziosa dei cambiamenti messi in atto dalla rivoluzione industriale. L’enciclica Rerum Novarum (“Sulle cose nuove”) del 1891, fu un documento rivoluzionario per l’epoca ed è considerato il fondamento della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica. Per la prima volta, un papa prendeva posizione pubblica sulle condizioni della classe operaia e sull’ingiustizia sociale generata dal capitalismo sfrenato e dall’assenza di tutela per i lavoratori.

Oggi con l’IA stiamo entrando in un nuovo ed inedito mondo. Ed è per questo nuovo mondo che Papa Leone XIV sta stilando i paragrafi di una nuova, altrettanto inedita e sempre più necessaria, Rerum Novarum.

 Tecnica della Scuola

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martedì 1 luglio 2025

LA FATICA DI ESSERE DISABILI

 


Disabilità, 
suor Donatello all'Onu:

le opportunità dell'IA

 e la fatica in contesti 

di guerra


Intervento della religiosa francescana, responsabile del Servizio CEI per la Pastorale delle persone con disabilità e coordinatrice del progetto “Nessuno Escluso” promosso dal Dicastero per la Comunicazione, alla 18.ma Conferenza degli Stati parte della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (COSP) che si chiude il 12 giugno a New York. "Sono l'unica suora, la gente è curiosa e felicemente sorpresa dell'opera della Chiesa in questo campo. Stiamo sfidando stereotipi e pregiudizi"

 -         Antonella Palermo - Città del Vaticano

Far conoscere l'impegno della Chiesa in Italia e del Vaticano a favore dell'inclusione. Questo il principale obiettivo dell'intervento di Suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale delle persone con disabilità della CEI e coordinatrice del progetto “Nessuno Escluso” promosso dal Dicastero per la Comunicazione, alla 18.ma sessione della Conferenza degli Stati parte della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (COSP – Conference of States Parties to the Convention on the Rights of Persons with Disabilities), che si chiude oggi a New York. Il tema generale di questa due giorni è rafforzare la consapevolezza pubblica dei diritti e dei contributi delle persone con disabilità allo sviluppo sociale in vista del Secondo vertice mondiale sullo Sviluppo Sociale (novembre 2025).

La prospettiva dell'inclusione a ogni età e condizione

"È stato interessante essere qui per la ricchezza del confronto con tante Nazioni", riferisce ai media vaticani la religiosa francescana alcantarina che sottolinea l'importanza di far comprendere un approccio sempre più teso ad accompagnare le persone con disabilità "in ogni condizione e in ogni età della vita, con l'attenzione al supporto della famiglia, al saper lavorare nell'ambito della spiritualità, all'ambito delle transizioni di vita. E soprattutto nei vari contesti dell'abitare, contesti che sfidano. Il cambiamento di paradigma nostro - insiste - è soprattutto di tipo culturale. Terminato lo speech molti mi hanno detto: 'Che bello, non pensavamo che la Chiesa fa tutto questo!'. Questo è interessante perché piano piano stiamo sfidando alcuni stereotipi, alcuni pregiudizi. Che poi è quello che ha fatto il Vangelo, che è stato sovversivo".

 L'importanza del confronto 

Essere l'unica suora in un'assise internazionale del genere è significativo: "È molto bello perché ricevo tanti sorrisi, la gente mi chiede cosa faccio qui, o se ho già incontrato il Papa. C'è molta curiosità e aspettativa. Si riconosce il prezioso lavoro che il Vaticano in questi anni ha cercato di portare avanti per combattere l'esclusione e la solitudine. Nascono anche in questo modo degli incontri bilaterali, potremmo dire, perché su alcuni temi ci si vuole confrontare insieme". L'ascolto è l'aspetto fondamentale, secondo suor Veronica, che resta colpita finora soprattutto dall'apporto dell'Intelligenza Artificiale, dall'opera pastorale, dalle migrazioni laddove questo fenomeno si innesta su condizioni di disabilità generando altri problemi da risolvere. 

Le sfide dell'IA e la fatica di garantire i diritti base

Suor Donatello è convinta come molti che le nuove tecnologie stanno offrendo un contributo decisivo, soprattutto dall'Asia, per migliorare la qualità di vita: "Ma non dobbiamo mai dimenticare che alla fine c'è una persona", avverte. Ed evidenzia anche lo sconcerto di fronte al gap tra le frontiere a cui la scienza conduce velocemente e la fatica che tante famiglie vivono, soprattutto nei contesti di guerra, in America Latina, in Africa, per esempio. "È la fatica nel poter garantire i diritti minimi di vita, quelli per cui sei considerato persona. Bisogna superare questo divario grande". Da non trascurare, poi, le situazioni davvero critiche in cui si ravvisa una sorta di "tripla ghettizzazione": sono i casi in cui il soggetto è una donna disabile straniera. Qui la sfida raggiunge livelli molto alti e per risposte pastorali adeguate ci vuole altrettanta formazione e costanza. Il lavoro con l'app "Vatican for all", sull'accessibilità agli eventi del Papa, è tra gli esempi che suor Donatello ha condiviso nel suo intervento all'Onu dove ha illustrato l'importanza di favorire lavoro, tempo libero, sport, oratorio, arte, educazione all'affettività. 

Locatelli: dall'assistenzialismo alla valorizzazione

Alle Nazioni Unite sono stati giorni intensi per l'Italia che, come racconta ai media vaticani il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, ha partecipato anche alla plenaria della COSP. Qui ha potuto "testimoniare il grande impegno nella riforma sulla disabilità ma anche il cambio di prospettiva: da una visione assistenzialista a una visione di valorizzazione delle potenzialità, dei talenti e delle competenze". Locatelli sottolinea l'importanza dei mezzi di comunicazione e dei linguaggi che trattano questi temi: "Non parlare di disabilità solo quando ci sono fatti tragici o bellissimi, ma raccontare la quotidianità", è il suo auspicio. Tra gli appuntamenti peculiari organizzati dalla delegazione italiana, il concerto del gruppo musicale inclusivo “Si può fare band” nel pomeriggio del 9 giugno sul piazzale d’ingresso all’interno del compendio del Palazzo delle Nazioni Unite e due side events: “Tempo ricreativo, tempo di vita” e “Il diritto ad una vita piena e partecipata”. Il primo evento, co-sponsorizzato da Giappone, Sud-Africa, Tunisia e International Disability Alliance, ha visto la partecipazione di rappresentanti di associazioni di persone con disabilità ed Enti del Terzo Settore. Al secondo, si è svolto un laboratorio interattivo, co-sponsorizzato dalla Repubblica Democratica del Congo, con la partecipazione dell’Arabia Saudita e di European Disability Forum. Hanno partecipato il Ministro delegato per le persone con disabilità della Repubblica Democratica del Congo Irene Esambo Diata e i rappresentanti di associazioni di persone con disabilità e di Enti del Terzo Settore che hanno svolto delle dimostrazioni pratiche di attività ricreative e occupazionali attraverso la pittura, la realizzazione di manufatti, la rilegatura di libri e la cucina.

Dopo la Messa celebrata da don Luigi Portarulo nella storica cattedrale di Old St. Patrick, la riunione preparatoria del gruppo di lavoro G20 Inclusione e Disabilità, in programma il prossimo novembre a Pretoria, in Sudafrica, che si intende porre in continuità con i lavori del G7, il primo della storia dedicato alle disabilità svoltosi l'anno scorso ad Assisi. 

 

Vatican News

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