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mercoledì 19 marzo 2025

SCRIVERE A MANO FA BENE

 La scrittura a mano, la memorizzazione e la lettura contro il “marciume cerebrale” causato dagli smartphone. 

Così le nuove indicazioni nazionali combattono gli effetti negativi della tecnologia

 

Di redazione

Non solo critiche e suggerimenti, le nuove Indicazioni nazionali proposte dal Ministero Valditara, incassano un giudizio estremamente positivo da parte di Andrea Cangini, direttore dell’Osservatorio Carta, Penna & Digitale della Fondazione Einaudi. Il quale, in un intervento su Italia oggi di Martedì 18 Marzo 2025 a Pagina 33, definisce l’enfasi sulla scrittura e la lettura individuate nelle Indicazioni come pratiche che possono contrastare gli effetti negativi derivanti dall’eccessivo utilizzo della tecnologia da parte delle nuove generazioni.

Di quali effetti parliamo?

Ne abbiamo già dato ampio spazio noi, attraverso un articolo che descriveva il fenomeno ormai noto come  “brain rot” o “marciscenza al cervello”. Il termine è stato scelto come parola dell’anno 2024 dalla Oxford University Press e, secondo Casper Grathwohl, presidente di Oxford Languages, il termine indica il deterioramento delle facoltà mentali, causato dall’abitudine di scorrere rapidamente contenuti superficiali, rendendo più difficile la memorizzazione e la concentrazione.

Ed è proprio sulla memorizzazione e concentrazione, nonché sugli effetti di ansia, depressione, disturbi alimentari e difficoltà di apprendimento che si concentra l’attenzione di Andrea Cangini.

La soluzione?

Scrittura manuale, memorizzazione, lettura, tutte attività che favoriscono il potenziamento dell’emisfero sinistro del cervello, responsabile del pensiero logico e analitico. Se questa area non viene adeguatamente sviluppata, ricorda Cangini, i ragazzi rischiano di dipendere esclusivamente dalla sfera emotiva, con un impatto negativo sulla loro capacità di valutazione critica e razionale.

Anche la particolare rilevanza data scrittura in corsivo e alla calligrafia, non solo per il loro valore tecnico, ha il suo motivo d’esistere, dal momento che stimola la coordinazione oculo-manuale e contribuiscono allo sviluppo del pensiero logico.

Gli studi

A dirlo non sono le Indicazioni nazionali, ma studi che hanno dimostrato gli effetti della calligrafia sullo sviluppo cognitivo dei bambini.

Ad esempio, uno studio norvegese ha rilevato che scrivere a mano attiva aree cerebrali legate all’elaborazione, all’attenzione e al linguaggio, migliorando l’apprendimento e la memoria. Inoltre, la scrittura manuale coinvolge processi cognitivi multipli, tra cui abilità motorie, memoria e elaborazione delle informazioni, favorendo uno sviluppo cognitivo più completo

Per quanto riguarda la calligrafia, questa non solo migliora la qualità della scrittura, ma contribuisce anche allo sviluppo delle capacità motorie e cognitive. I bambini che padroneggiano il corsivo e altri stili di scrittura manuale sviluppano una maggiore attività neuronale, possiedono un vocabolario più ampio e una maggiore capacità di comporre testi scritti rispetto a chi utilizza prevalentemente dispositivi elettronici.

 Orizzonte scuola

Immagine

mercoledì 26 febbraio 2025

IL BAMBINO PRODIGIO

 
Ogni bambino è un prodigio, un segno profetico, un fenomeno, un apparire nuovo, purché lo si guardi così.

 



- di Alessandro D’Avenia


Qualche giorno fa mi ha scritto un padre: «Il nostro primogenito, 9 anni, non fa altro che leggere e scrivere. Legge mentre fa colazione, mentre fa pipì e mentre si veste, in auto, in piedi appoggiato al muro o infilandosi le scarpe. L'altra sera mi fa: "Facciamo un gioco: inventiamoci a turno titoli di libri non ancora scritti!”. E scrive. Tutto ciò che gli passa per la testa: romanzi d'avventura di una facciata; storie di mistero; racconti-gioco in cui si sceglie come andare avanti; scrive e disegna fumetti. Scrive dietro fotocopie sbagliate; sulla mezza pagina che ho strappato per fare un aeroplanino al fratello. Quando proprio va male, scrive sui post-it. Da sei mesi ci tortura perché il suo più grande desiderio è pubblicare un libro. Chiede come si contatta una casa editrice o se il libro debba avere un numero minimo di capitoli. Quando apprende che qualche conoscente è bravo a disegnare, gli s'avvinghia addosso e sussurra: “Vorresti diventare il mio illustratore, per favore?”. Non sono un genitore convinto che i propri figli siano prodigi, ma cerco di osservare i nostri con gli occhi del cuore». La lettera, che si chiude con la richiesta di qualche consiglio, contiene già le risposte che io cercherò solo di far emergere, a partire dal fatto che il tempo per riflettere e scriverla è già tutto: l'educazione si dà solo come «ascoltazione», ascolto da cui nasce l'azione. Perché? 

Vocazione

Nella nostra cultura il termine «vocazione» sembra esser diventato eccessivo, e viene sostituito dai meno precisi: istinto, centro, desiderio, passione, attitudine... che perdono però il carattere di incontro e relazione con il mondo, perché vocazione (da voce) implica una chiamata: il mondo ci interpella, la vita ci chiede qualcosa che solo noi possiamo essere e fare. Per questo nelle culture tradizionali si trova quasi sempre un «custode» (angelo, spirito, genio, animale...), mentre noi «moderni» siamo convinti di dover fare da soli. Come spiega lo psicanalista James Hillman: «I bambini costituiscono la miglior dimostrazione pratica di una psicologia della provvidenza. Non mi riferisco a interventi miracolosi, piuttosto al banalissimo miracolo in cui si rivela il marchio del carattere: tutto a un tratto, come dal nulla, il bambino o la bambina mostrano chi sono, la cosa che devono fare» (Il codice dell'anima).

Prodigio

Per questo amo la parola «prodigio», usata nella lettera con pudore, perché non significa «straordinario», così come «fenomeno» non significa «eccezionale» ma semplicemente «ciò che appare». In origine prodigio era un «segno», un evento più o meno raro (dal volo di un uccello a un'eclissi), che un esperto (indovino, profeta, sacerdote...) interpretava come suggerimento divino all'azione. 

Lo esprime il padre nella metafora «occhi del cuore», una vista capace di scorgere in un segno la «profezia», il futuro. Infatti, come dice la lettera, emerge il «desiderio» (termine usato spesso in psicanalisi come sinonimo di vocazione), una spinta che - dice la lettera - «tortura» gli adulti perché accolgano un «venire al mondo». Le «inclinazioni» spiccate sembrano «storture» («inclinato» significa «storto» e per questo amiamo la torre di Pisa), infatti spiega Hillman: «I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati... E la voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell'ambiente. La vocazione si esprime in capricci e ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé». 

Insomma, ogni bambino è un prodigio, un segno profetico, un fenomeno, un apparire nuovo, purché lo si guardi così. Alle elementari ho passato molto tempo fuori dall'aula perché parlavo troppo: «chiacchierone» è una parola che, di maestra in maestra, mi si è appiccicata addosso. Ma era solo la mia vocazione a narrare, raccontare, farmi sentire... cosa che, in una scuola in cui devi star zitto, ascoltare e poi ripetere, non sempre era gradita. Per fortuna quella «inclinazione» ha resistito grazie a chi invece ha saputo «vederla» e «interpretarla». Questo non significa far diventare l'inclinazione una professione da subito (logica adulta che purtroppo spesso trasforma il fenomeno in fenomeno da baraccone), ma farne il centro del gioco del bambino, che infatti ne propone uno meraviglioso: inventare i titoli dei libri non ancora scritti. Questo gioco porta a esplorare il mondo, e infatti con il bambino della lettera farei una specie di caccia al tesoro che dalla carta risale sino all'autore, passando per albero, inchiostro, libreria, stamperia, casa editrice... 

Osservare

Osservare le reazioni del bambino all'incontro con questi «mondi» offrirà ulteriori segni (prodigi) da interpretare. Ho un amico che a Natale ha regalato al figlio «Il libro dei mostri», una bellissima edizione cartonata, sulla cui copertina compare il nome del figlio come autore. Non è infatti un libro in vendita, ma la raccolta di tutti i mostri che il bambino ha disegnato nel tempo, insieme ai genitori e alla babysitter (il mio preferito è il Mostro Rutto). 

Per questo comincerei a raccogliere le «opere» del bambino per edizioni «casalinghe», sempre come un gioco, con distribuzione e lettura tra parenti, ma soprattutto tra amici del bambino, perché senta che il suo è un dono per il mondo. Insomma, si tratta di «stare al gioco», perché è in quella dimensione che un bambino allena la vocazione e si apre al mondo; se invece quel segno viene subito ingabbiato in una carriera si rischia di perderne la gioia (quanti attori precocissimi si sono poi trovati prigionieri...). 

Farei parlare il bambino con chi del leggere e dello scrivere ha fatto un mestiere, perché possa porre le sue domande liberamente. Ricordo ancora la chiacchierata con una bambina delle elementari considerata «particolare» perché «fissata» con i miti. 

La mamma voleva che parlassi con lei: mi sono trovato di fronte una bambina che, per affrontare il mondo e i suoi lati oscuri, usava i miti e voleva che qualcuno glieli spiegasse senza sconti. I bambini sono prodigi, e gli educatori interpreti di segni: invece di riempire le loro giornate di attività e impegni che soffocano la loro unicità sulla base del nostro modo di vivere performante, bisognerebbe capire qual è il «grande gioco» a cui stare e da fare, come fecero i Dalla: «Su una sola cosa tutte le testimonianze concordano perfettamente. Lucio era un fenomeno già da piccolo. 

A tre anni mamma e papà lo portano a passeggio e, passando davanti a un caffè-concerto, lui scappa e sale sul palco per cantare una filastrocca, tra gli applausi del pubblico divertito da questo impudente bimbetto. A quattro anni era già un piccolo comico, faceva ridere perché strimpellava polche e mazurche con una fisarmonica più grande di lui, era un esibizionista nato e i genitori erano permissivi, non cercavano di scoraggiarlo, sapevano di avere un figlio che aveva poco in comune con gli altri bimbi della sua età... gli consentirono qualcosa che per i bimbi suoi coetanei sarebbe stato impensabile: stare in una vera e propria compagnia di operette» (E.Assante - G.Castaldo, Lucio Dalla). 

Non vale solo per il cantautore, tutti i bambini hanno poco in comune con gli altri perché sono unici e, come Lucio anni dopo, potrebbero dire: «Facevo tutto questo senza rendermene conto, come tutti i bambini», perché il bambino quando gioca lavora. Non tutti però riescono a manifestare i segni in modo così spiccato, e richiedono quindi più attenzione e ascolto. 

Sarei felice di parlare con questo bambino che inventa titoli di libri e scrive sui post-it, perché abbiamo delle «stranezze» in comune. Vorrei dirgli che, se continuerà a esser «storto», molti non lo capiranno, ma avrà una vita bellissima.  

 Alzogliocchiversoilcielo



 

sabato 21 settembre 2024

IL PIU' GRANDE

 

 IL TEPORE

 DI UN 

ABBRACCIO

 Domenica 22 Settembre 2024

 


VANGELO: Mc 9,30-37

30Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31Insegnava, infatti, ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

33Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. 35Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti». 36E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

Commento di  P. Ermes Ronchi*

-          Il vangelo introduce tre nomi di Gesù totalmente sbagliati e impossibili: ultimo, servo, bambino. E i dodici non capiscono, proprio come noi.

 Gesù sta dicendo loro che tra poco sarà assassinato e quelli parlano d’altro, parlano di carriere: chi è più grande tra noi?

Il rabbi li stravolge con quel limpidissimo pensiero: chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti.

Di cosa stavate parlando?  Di chi è il più grande.

Questione infinita, che inseguiamo da millenni. Questa fame di potere, questa furia di comandare è da sempre annuncio di distruzione.

Gesù si colloca a una distanza abissale da tutto questo: se uno vuol essere il primo sia il servo.

Ma non basta: Servo di tutti, senza limiti. E non basta ancora: prese un bambino, lo pose in mezzo e lo abbracciò.

Un bambino!

È il modo magistrale di Gesù, che s’inventa qualcosa di inedito come un abbraccio all’ultimo della fila, grande schiaffo in faccia ad ogni potere.

 Tutto il vangelo in un abbraccio è rivelazione, è altissima teologia sulla verità di Dio.

 In quella casa di Cafarnao c’è una parabola in azione: è Dio che si scioglie in un abbraccio al più piccolo perché nessuno sia perduto, non una briciola di pane, non un agnellino in fondo al gregge, non due spiccioli di un tesoro.

 Proporre il bambino come modello del credente è l’impensato.

 Cosa ne sa lui? Solo la tenerezza degli abbracci, l’emozione delle corse, il vento sul viso. Non sa niente di filosofia, di teologia, di morale, ma conosce come nessuno il senso della fiducia, da cui imparare.

 Chi accoglie un bambino accoglie me! Gesù compie un enorme passo avanti, lo indica come sua immagine. Vertigine del pensiero. Il Re dei re, il Creatore, l’Eterno, l’infinito, l’assoluto, l’immenso, sta in un cucciolo d’uomo.

 E questo vuol dire che come ogni bambino anche Dio va protetto, accudito, custodito, aiutato, accolto, perché “chi accoglie un bambino accoglie me, accoglie il Padre”.

Accogliere

Accogliere, verbo che plasma il mondo come Dio lo sogna.

 Avremo un futuro buono solo quando l’accoglienza sarà il nome nuovo della civiltà; quando accogliere o respingere i disperati, i piccoli, sarà considerato accogliere o respingere Dio stesso. Se vogliamo un mondo che stia in piedi davvero non c’è altra strada che ripartire dal più bisognoso.

 Questa è la fede, che poggia sulla giustizia.

 Il bambino conosce la speranza perché sa aprire la bocca in un sorriso quando ancora non ha smesso di asciugarsi le lacrime. I bambini danno ordini al futuro. Loro sì, sanno vivere come i gigli del campo e gli uccelli del cielo.

 Proviamoci anche noi: quando ci sentiamo senza appoggio e speranza, ricordiamo quel bambino abbracciato, e anche noi come lui sentiremo lo stupore tiepido delle braccia di Dio..

 Cercoiltuovolto

*Presbitero e teologo italiano dell'Ordine dei Servi di Maria.

giovedì 22 febbraio 2024

IL BAMBINO IMMAGINARIO


 Perché si è rotto il patto educativo tra genitori e figli  


Di fronte ai quotidiani e dolorosi casi di bambini e adolescenti sempre più in difficoltà con la vita, la questione di fondo non è quella relativa a un qualche blocco dell'educazione familiare: la questione di fondo è quella della totale eclissi dell'educazione familiare.

 Il punto, insomma, non è che i genitori educhino poco o male. Il punto è che non educano più. Il genitore contemporaneo pensa e agisce come se il figlio non necessitasse più del tempo dell'infanzia e dell'apporto decisivo dell'educazione familiare.

Il saggio esplora tutte le costellazioni che si addensano attorno al fenomeno del "nuovo bambino immaginario", approfondendo in particolare le pesanti ricadute future che per il bambino reale comporta la folle sospensione del tempo dell'infanzia e scovando le radici ultime della sua precoce e perversa adultizzazione nell'estremo desiderio delle generazioni adulte di una giovinezza senza fine.

Alla fine dei conti, infatti, il bambino adulto è il perfetto contraltare e l'efficace sostegno psicologico di quell'adulto bambino generato dalla nostra società ipergiovanilistica.

Va da sé poi che, solo se gli adulti ritorneranno a fare gli adulti, il nuovo bambino immaginario potrà cedere il posto al bambino reale. Solo così potrà ricostruirsi il patto educativo tra genitori e figli, senza il quale a nessuno è data la possibilità di essere all'altezza della vita.

-         Armando Matteo, Il nuovo bambino immaginario, ed. Rubettino

venerdì 9 dicembre 2022

I DIRITTI DEL BAMBINO


Una proposta di cui 

non possiamo essere orgogliosi

- di Giuseppe Savagnone *

 

È di questi giorni la proposta, da parte della Commissione europea, di un regolamento per assicurare che i diritti riconosciuti ai figli di una coppia omosessuale in uno Stato membro lo siano automaticamente in tutta l’Unione europea. Se il Parlamento e il Consiglio approveranno la proposta, una coppia gay, che abbia ottenuto il riconoscimento della propria genitorialità nei confronti di un bambino da uno Stato dell’Unione, potrà ottenere un certificato valido anche in tutti gli altri Stati membri.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in un tweet si è detta «orgogliosa» di questa iniziativa. «Se tu sei genitore in un Paese», ha scritto, «sei genitore in tutti».

«Non si tratta di cambiare il modo in cui ogni Stato definisce la famiglia», ma di «proteggere i diritti del bambino», ha detto il commissario alla Giustizia, il belga Didier Reynders.

L’obiettivo dichiarato è, infatti, di garantire pieni diritti a «tutti i tipi di famiglie quando si spostano da uno Stato membro all’altro per motivi di viaggio o di residenza», e in particolare ai loro figli – che, nel caso delle coppie omosessuali sono ovviamente adottivi – , in campi quali la successione, gli obblighi alimentari, le questioni scolastiche o sanitarie o il diritto di custodia.

Il magistero morale della UE

Si tratta di un’esigenza ragionevole, che sembrerebbe al di sopra di ogni possibile riserva. In realtà dei problemi ci sono. Il primo nasce dal fatto che all’interno dell’Unione europea le posizioni in materia di adozione da parte delle coppie omosessuali sono nettamente diversificate.

Con due blocchi agli antipodi: da un lato i Paesi nordici – Danimarca, Svezia, Finlandia – , i primi a riconoscere pieni diritti delle coppie omosessuali, anche riguardo al tema della genitorialità. Sul fronte opposto i Paesi dell’Est – Ungheria, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia – , che non prevedono alcuna disciplina né tutela dei rapporti di filiazione omoparentale.

Il primo fronte si è sempre più rafforzato, in questi anni, con l’adesione di nazioni come Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Belgio e, recentemente, Slovenia e Croazia, che hanno scelto la via della piena uguaglianza tra coppie gay e copie eterosessuali anche riguardo alla genitorialità.

L’Italia ha introdotto le unioni civili tra persone dello stesso sesso soltanto nel 2016, con la legge n.76, in cui però non è previsto il riconoscimento delle adozioni, anche se poi di fatto singole sentenze della magistratura le hanno convalidate.

L’eventuale approvazione del regolamento proposto dalla Commissione europea implicherebbe una omologazione che di fatto svuoterebbe queste differenze ed estenderebbe a tutti i Paesi dell’UE l’apertura alle adozioni da parte delle coppie omosessuali. Esse, infatti, sarebbero legittimate, anche in quelli che attualmente non le prevedono, in base al certificato ottenuto da una coppia in un Paese dove invece sono permesse. A questo punto diventerebbe solo questione di possibilità economiche permettersi un viaggio all’estero per acquisire tale certificato. E questo creerebbe una ingiusta disparità, eliminabile solo col cambiamento di legislazione anche nei Paesi in cui l’adozione non è consentita.

È chiaro, dunque, che, malgrado l’assicurazione del commissario europeo, l’innovazione determinerebbe una parziale ma significativa modifica del regime giuridico della famiglia all’interno dei vari Stati membri, estendendo a tutte le coppie gay il diritto di avere dei figli. 

Sarebbe un passo ulteriore nella direzione già intrapresa da tempo dalle istituzioni della UE per esercitare un’autorità morale e giuridica in questioni etiche, come l’aborto – è di qualche mese fa la proposta del Parlamento europeo di inserire il diritto di aborto nella Carta dei diritti fondamentali –  , scavalcando le posizioni assunte dai singoli Stati membri.

Paradossalmente l’Europa, ancora divisa – come ha una volta di più dimostrato la recente crisi energetica – su tante scelte politiche, in cui si evidenzia il persistere di una logica sovranista da parte dei singoli Paesi, soprattutto dei più potenti, sembra cercare la sua unità a livello intellettuale e morale, condizionando pesantemente i suoi membri, fino al punto di cercare di imporre uno schema unico in un ambito così delicato com’è la famiglia.

Evidentemente a Bruxelles si pensa che la differenza di posizioni su questi problemi derivi da un ritardo culturale ed etico di alcuni Paesi rispetto ad altri e che la battaglia per i diritti sia alla fine produttiva di un progresso per tutti.

C’è il diritto di avere figli ad ogni costo?

Ma è davvero così? Davvero la filosofia dei diritti – sistematicamente scissa da quella delle responsabilità e dei doveri e oggi considerata indiscutibile, al pari dei vecchi dogmi religiosi – può essere sottratta a quel ragionevole controllo critico che proprio la tradizione illuminista dell’Europa ha sempre ritenuto indispensabile?

Proprio il caso della genitorialità può essere un esempio dei problemi che questa filosofia comporta. Perché è un tipico diritto, ormai indiscusso, quello delle coppie – eterosessuali o gay – di avere figli. A qualunque costo. Da qui la pratica della fecondazione assistita, anche eterologa, fino all’estremo del ricorso alla maternità surrogata – il cosiddetto “utero in affitto” – una forma di procreazione assistita in cui una donna provvede alla gestazione per conto di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori del nascituro.

Il ricorso a tale metodo viene solitamente sancito attraverso un contratto, in cui il futuro genitore (o i futuri genitori) e la gestante dettagliano il procedimento, le sue regole, le sue conseguenze, il contributo alle spese mediche.

Anche se non sempre fondata su una retribuzione della donna gestante (nei Paesi europei che la permettono, il fine di lucro è escluso), si tratta di una pratica vistosamente riduttiva dello spessore umano della maternità. La donna diventa una incubatrice e il nascituro un prodotto da commissionare. Non a caso molte associazioni femministe si oppongono alla maternità surrogata, vedendovi, giustamente, un estremo frutto della riduzione della donna – oltre che del bambino stesso – ad oggetto.

Ora, per quanto la pratica in questione venga utilizzata soprattutto dalle coppie eterosessuali che non possono avere figli naturalmente, essa acquista un particolare significato nel caso delle coppie gay, per cui questa impossibilità è fisiologica. È inevitabile che la generalizzazione del loro diritto alla genitorialità favorisca il ricorso all’utero in affitto. Creando una situazione in cui un numero crescente di bambini dovrà chiedersi di chi è veramente figlio – se della coppia che lo ha allevato, o della donna che lo ha generato, oppure ancora (nel caso che l’inseminazione si astata fatta ricorrendo a una banca del seme) del donatore che ha fornito i suoi spermatozoi. Siamo sicuri che questo sia il modo migliore di «proteggere i diritti dei bambini»?

Il problema generale delle adozioni da parte di coppie gay

In realtà, anche nel caso di una normale adozione da parte di una coppia omosessuale, questo interrogativo è legittimo. Si sente dire spesso che questa soluzione è comunque assai preferibile, per un bambino, che rimanere senza genitori, ricoverato in una casa-famiglia. Chi dice questo non conosce bene la situazione delle adozioni, almeno in Italia. Ci sono lunghe liste di coppie di sposi che aspettano mesi e a volte anni prima di poter avere in adozione un bambino. Sono le lungaggini burocratiche – a volte e in parte giustificate dalle necessarie cautele – a rallentare fortemente l’assegnazione dei figli adottivi a chi li richiede, non la scarsità di richiedenti. 

Si tratterebbe dunque, se mai, di preferire alcune volte la coppia gay a quella etero. Ora, per un bambino è veramente la stessa cosa crescere in rapporto a una coppia formata da un padre da una madre o in una dove ci siano due madri o due padri? Una immensa quantità di studi sul ruolo che ha, per una sana crescita psicologica del figlio o della figlia, la diversa relazione con queste due figure, sembrerebbe escludere una simile conclusione. E le rassicuranti interviste rilasciate da figli di coppie gay, da cui emerge la loro perfetta serenità psicologica, sono soggette all’ovvia riserva che eventuali problemi in ogni caso si anniderebbero nell’inconscio ed emergerebbero eventualmente solo dopo molti anni.

Si dirà che ciò che conta è che ci siano, al di là dell’identità biologicamente maschile o femminile, una figura che impersona la paternità e una che rappresenta la maternità. Nella cultura del virtuale, dove la realtà fisica e biologica viene sistematicamente sottovalutata rispetto all’apparire, questo misconoscimento del ruolo della corporeità può anche apparire plausibile.   

Ma la vita quotidiana ci ripete ogni giorno che l’identità dell’essere umano è inscindibilmente psico-fisico-spirituale e che, come diceva un mio amico medico, «il colon è lo specchio dell’anima». I corpi raccontano la nostra storia, contribuiscono in modo deciso a determinarla e ne manifestano le profondità. Un padre e una madre sono tali, anche se adottivi, in quanto uomo e donna. E lo stesso bisogno di riferirsi, nel caso delle coppie omosessuali, a una bipolarità sessuale di paternità e maternità, rivela involontariamente l’insopprimibile richiamo a queste categorie.

Non si tratta di ricadere in una omofobia che per troppo tempo ha misconosciuto la dignità degli omosessuali e che costituisce un fenomeno del passato (purtroppo perdurante spesso anche nel presente) di cui la nostra civiltà deve solo vergognarsi, ma semplicemente di non chiudere gli occhi sulla realtà. Il rispetto e la stima che, per esperienza personale, ho di molte coppie omosessuali – spesso a loro volta contrarie alle adozioni –, non sono in contrasto con ciò che qui si è detto. E col fatto che il perseguimento del diritto indiscriminato di avere figli, checché ne pensi la Commissione europea, non è necessariamente nell’interesse dei bambini.

 

*Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

mercoledì 10 agosto 2022

OGNI BAMBINO E' UN CITTADINO

Ius scholae, 

la nuova sfida

 

- di BRUNO FORTE*

 A pochi anni di distanza dalla Convenzione internazionale dell’Onu sui diritti dell’infanzia (1989), Alfredo Carlo Moro, insigne giurista minorile, ha dato alle stampe il volume 'Il bambino è un cittadino' (1991) che per la Federazione delle scuole dell’infanzia (Fism), costituisce un riferimento di particolare significato. In realtà sviluppa e articola il motto 'Prima i bambini' che sintetizza il programma della Federazione. Questo 'primato' considera il bambino portatore di una dignità innata riferita a tutti i bambini membri della famiglia umana, che, tra i diritti umani fondamentali configura il diritto all’educazione, ossia all’accompagnamento, alla cura e alla promozione della crescita nel cammino di maturazione dell’identità.

Lo ius scholae si iscrive all’interno del processo di cittadinanza che, purtroppo ha segnato una distanza tra mondi vitali della società civile e volontà e capacità di sintesi da parte della classe politica. I primi numerosi, espressione del volontariato, dell’associazionismo e del Terzo Settore, hanno sostenuto la proposta interpretata come un salto qualitativo nella coscienza sociale e civile del Paese; il mondo politico ha tergiversato dimostrando il prevalere della tentazione della paura nei confronti delle diversità non omologabili.

Con la crisi di governo e la fine anticipata della legislatura, il tema è tornato ai nastri di partenza. Ci auguriamo che riemerga nei programmi elettorali, liberati dai mantra delle formule e delle candidature, per vederlo posizionato nella interpretazione di una volontà nel segno di una visione che è già una realtà nelle scuole e nei contesti delle comunità.

In tal modo si verrebbe a colmare la distanza tra Popolo e Palazzo, tra società civile e volontà di sintesi politica.

Ci stiamo progressivamente liberando da un linguaggio, spia del pensiero, segnato dall’esclusione: li chiamavamo bambini 'extra-comunitari', sapendo riconoscerli come 'fuori' dalla comunità europea, oppure, e non era certo espressione migliore, li etichettavamo come 'stranieri', forse dimenticando il rimando all’estraneità, altra declinazione dello 'stare fuori'.

Oggi questi bambini condividono sin dall’esperienza del nido e della scuola dell’infanzia, all’interno del sistema 0/6, la vita con i loro compagni, riconoscendosi nella fratellanza e nella comune umanità, di fatto partecipi della medesima cittadinanza. La scuola ha saputo, sin dai primi anni, esprimere una sapienza pedagogica essendo costruttrice attiva di quel 'rinascimento umano e umanizzante' del Paese, promuovendo contesti nei quali i bambini condividessero i processi dell’imparare facendo, dello sperimentare, della relazione e dello scambio prosociale, del 'divertimento educativo' (edutainment, neologismo coniato negli anni ’90 da Bob Heyman documentarista del National Geographic per indicare la possibilità

 di insegnare e di imparare divertendosi). L’espressione risulta dall’unione delle parole education-educazione ed entertainment-intrattenimento), di interazione con sfondi culturali e antropologici, di condivisione per immersione di un plurilinguismo partecipe, 'in azione' e di 'meticciamento' delle diversità. L’Italia ha bisogno dei bambini immigrati, figli di due culture che sono nati in molti casi da matrimoni misti, ne ha bisogno la demografia italiana di un Paese che invecchia con uno dei tassi più bassi di natalità. La paura di intaccare la retorica dell’italianità coltivata per ragioni storiche nel Risorgimento e per quelle di potere nella dittatura fascista viene ben delineata nell’alternatività da Mario Impagliazzo della Comunità di Sant’Egidio, nel volume 'Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura' (2022). Lo ius scholae ben esprime i significati plurimi di una scuola palestra di cittadinanza sin dalle prime età. La scuola è elemento della civiltà organizzata e per mezzo di essa nasci e diventi progressivamente cittadino, mediante un’immersione in un contesto vitale. La scuola apre a una dimensione universalistica (Pinocchio cercava i valori di vita e avventura, tranne che a scuola) e appartiene alla categoria della generatività: entri in una famiglia culturale e sei 'tirato su', 'portato avanti' da chi è venuto prima di te. La scuola è un luogo tecnico nel quale impari tante cose per metterle in circolo dialogico tra i diversi vissuti. Non può essere sostituita nell’accompagnamento, nel trovare adulti a disposizione con i quali puoi parlare perché si mettono in ascolto. Attraverso l’esperienza di scolaro e di allievo, diventerai cittadino anzitutto nei confronti di te stesso, dei tuoi sentimenti e dei tuoi progetti: parteciperai al sogno dell’educazione come funzione della vita e della narrazione delle conquiste, delle fatiche della avventura delle culture e il costo dell’essere cittadino recuperando le dimensioni della tua identità plurale.

 

*Responsabile Area pedagogica FISM

 

www.avvenire.it

giovedì 10 febbraio 2022

ALIENAZIONE PARENTALE. FIGLI IN PERICOLO


 Con l’espressione “alienazione parentale” ci si riferisce a quelle situazioni nelle quali è in atto un processo di rifiuto psicologico da parte di un figlio di uno dei due genitori per via dell’influenza dell’altro genitore. Si tratta di un meccanismo che tipicamente si verifica nel contesto di una separazione coniugale o di un divorzio, specialmente quando la conflittualità tra i due coniugi è molto accesa e ha per oggetto la custodia dei figli.

 

Lo psichiatra Richard Gardner ha per primo osservato questa dinamica familiare e l’ha posta all’attenzione della comunità scientifica nel 1985 definendola come una vera e propria “sindrome “che colpisce figli di genitori separati/divorziati (PAS, Parental Alienation Syndrome). Gardner osserva che la PAS sarebbe il risultato di una sorta di “lavaggio del cervello” dei figli da parte di uno dei due genitori (genitore alienante) nei confronti dell’altro genitore (genitore alienato) realizzato attraverso una campagna denigratoria fatta di astio, disprezzo e rabbia. Tale campagna denigratoria avrebbe come risultato l’insorgere di sentimenti di paura, ostilità, rabbia e diffidenza dei figli nei confronti del genitore “alienato” con la possibile conseguenza di una rottura più o meno definitiva della relazione parentale.

Sempre secondo Gardner, un aspetto tipico di questa sindrome che rende evidente quanto il disprezzo e la rabbia di un figlio verso il genitore “alienato” non siano autentici ma siano “appresi” sarebbe l’illogicità con la quale il figlio spiega le ragioni del suo disprezzo (es. Odio papà perché non mi compra il cioccolato) e il fatto che esista una spiccata differenza tra i sentimenti che il figlio prova per il genitore “alienante” (affetto, amore, ammirazione) e quelli che invece prova per il genitore “alienato”. Inoltre, tipico della PAS sarebbe l’attribuzione sistematica da parte del figlio di tutte le colpe e le responsabilità all’interno di qualsiasi conflitto al genitore “alienato”. Gardner osserva inoltre la totale assenza di senso di colpa del figlio PAS nei confronti delle espressioni di rabbia e odio manifestate verso il genitore alienato e l’estensione di tali sentimenti di disprezzo alla famiglia allargata del genitore rifiutato, alla sua eventuale nuova famiglia, ai suoi amici ecc.

Secondo Gardner, la Sindrome Da Alienazione Parentale rappresenterebbe una sorta di violenza psicologica estrema capace di minare fortemente la costruzione di un’identità adulta nel bambino con il conseguente rischio di insorgenza di dinamiche psicopatologiche. La PAS inoltre impedirebbe ai figli un evolversi normale della loro capacità di provare empatia nei confronti degli altri e di provare rispetto per l’autorità.

L’esistenza di una Sindrome da alienazione parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale. Data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica. Proprio per queste ragioni la PAS non è inclusa nell’attuale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV). Il costrutto stesso di PAS come “sindrome” psicologica sta evolvendo maggiormente verso quello di “disturbo” della relazione parentale in un’ottica quindi meno psicopatologica e più familiare-sociale.

E’ evidente che la strategia migliore per gestire situazioni come quelle appena descritte risiede in un intervento globale che abbia per oggetto le relazioni familiari più che la consultazione con un solo membro della famiglia.

In questo è determinante l’esistenza di una chiara consapevolezza circa l’esistenza di un doppio livello e di un doppio ruolo della coppia, il ruolo genitoriale e quello coniugale. Ognuno di questi ruoli implica diritti, doveri e responsabilità differenti. La responsabilità morale, psicologica ed educativa dei figli è e deve essere dei genitori. In questo senso il conflitto coniugale non può e non vede trasformarsi anche in conflitto genitoriale. Quando ciò accade è bene considerare l’intervento di figure di supporto esterne alla famiglia che possano agevolare una lettura, comprensione e modificazione di queste dinamiche disfunzionali.

 

Alienazione parentale

venerdì 17 dicembre 2021

ANTICOVID PER I BAMBINI

 


Crisanti: “Vaccini 5-11 anni sono sicuri”

Parlo dopo aver visto dati confortanti

 

 Davide Giancristofaro Alberti

 

 Il professor Andrea Crisanti garantisce sulla sicurezza dei vaccini anti covid per la fascia di età 5-11 anni: ecco che cosa ha detto stamane ad Agorà

 Sono sicuri i vaccini anti covid per i bambini di età compresa fra i 5 e gli 11 anni. A spiegarlo senza troppi giri di parole è stato il professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di microbiologia dell’università di Padova. Ospite stamane presso gli studi del programma di Rai Tre, Agorà, condotto da Luisella Costamagna, il microbiologo ha parlato così: “I vaccini anti covid nei bimbi dai 5 agli 11 anni sono sicuri e parlo dopo aver visto i dati”.

Nelle scorse settimane Crisanti aveva invocato cautela sui vaccini ai questa fascia di età, ritenendo che le sperimentazioni fossero state fatte su un numero esiguo di campioni, ma con la partenza della vaccinazione di massa in Israele e poi negli Stati Uniti, i numeri sono divenuti più importanti ed hanno confermato i risultati iniziali circa l’efficacia ma soprattutto la sicurezza dello stesso vaccino anti covid anche per questa fascia di età. Nelle prime 24 ore di vaccinazione per questa fascia di età in Italia sono stati vaccinati circa 15mila bimbi, precisamente 15.063, ovviamente con una dose, così come comunicato dal bollettino vaccini anti covid pubblicato quest’oggi dal ministero della salute. 

La scuola è un luogo sicuro 

Al momento la percentuale sul totale di platea è ancora molto bassa, 0.41 per cento, ma ovviamente trattasi solo di una prima giornata. Tornando a Crisanti, durante l’ospitata di stamattina ad Agorà, l’esperto ha spiegato che i luoghi più a rischio sono i mezzi pubblici, per cui bisognerebbe rendere obbligatorie delle mascherine più performanti rispetto a quelle classiche chirurgiche. “I luoghi oggi più a rischio contagio Covid sono i mezzi pubblici, e andrebbero rese obbligatorie le mascherine Ffp2, i ristoranti, le discoteche e poi la scuola. Ma ora per la scuola abbiamo la vaccinazione e sono convinto che è sicura”. Quindi Crisanti ci tiene a precisare: “Io non mi sono spostato di un millimetro sui vaccini anti-Covid: parlo dopo aver visto i dati che sono molto confortati, nessun effetto collaterale se non un po’ di mal di testa”.

 Il Sussidiario

lunedì 30 agosto 2021

IL BAMBINO CHE AVEVA SEMPRE FRETTA



FILASTROCCA
 DEL BAMBINO 
CHE AVEVA 
SEMPRE FRETTA 






 C’era un bambino che aveva sempre fretta 
Quando arriviamo? E poi che facciamo? 
Una vera disdetta; 
 I genitori esasperati lo portarono da un luminare 
 Che sentenziò: una sola è la cura 
Questo bambino deve navigare; 
 Ma badate bene, disse il bravo dottore 
Che la barca sia a vela, giammai a motore; 
 Al primo giorno di navigazione 
Il bambino, dopo un bordo, Iniziò il suo tormentone 
 Quanto manca? 
Quando ci fermiamo? 
Non so, Dipende dal vento! 
Sorrise il capitano 
 “Mi annoio!” riprese il bambino, ma prima che finisse
 Qualcuno gridó: un delfino! 
 Corsero tutti a prua, tra strilli ed esclamazioni 
E quando i delfini si immersero 
In pozzetto avevano sbucciato i fichi: che buoni! 
 Passarono accanto ad un’isola dal nome buffo “Giù le vele! 
Qualcuno vada all’ancora, 
Ci fermiamo per un tuffo!” 
 Dopo pranzo ripresero la rotta E mentre tutti tiravano cime 
 Il bimbo tesó una scotta 
 E quando girava quella maniglia La barca s’inclinava, come per magia: una meraviglia! 
 C’erano un sacco di vele, il mare era azzurro 
Il bimbo si abbracció alla sua mamma 
E si addormentò in un sussurro 
 Si risvegliò tra chiacchiere e risate 
Con le vele tutte aperte 
Come porte spalancate 
 “Abbiamo il vento in poppa”, sentì qualcuno spiegare 
Mentre il sole, rosso fuoco 
Disegnava una scia nel mare 
 Si ancorarono in una rada di quelle belle E dopo cena, nel cielo nero nero 
Vide un milione di stelle
 La mattina dopo era stupito, non gli era mai capitato di svegliarsi in mezzo al mare 
E farsi il bagno non appena svegliato 
 Mentre levavano l’ancora chiese: “Oggi dove andiamo?”
 “Si parte verso nuove avventure” 
Rispose il Capitano 
 Il bimbo sorride, ormai l’ha capito 
 Che importa più il viaggio, e non tanto l’arrivo 
E quei giorni di mare, di sale, di sole e di vento 
Gli hanno insegnato a godersi il momento 
Ha imparato che la vita è una grande avventura
Da vivere ogni giorno, senza fretta e senza paura.

Storie da caffé