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lunedì 2 novembre 2026

IL VANGELO E' UN INCONTRO

 

Gli apostoli 

ce lo mostrano:

la fede nasce sempre 

da un incontro


di Matteo Maria Zuppi

Nel Vangelo Gesù si lascia avvicinare da tutti, senza distinzioni né pregiudizi, e trasforma ogni relazione in un’esperienza d’amore capace di cambiare la vita

Anticipiamo parte della prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi al nuovo romanzo di Marcello Giannotti e Tiziana Lupi I Dodici. I ragazzi che divennero gli apostoli di Gesù (Edizioni Minerva).



Il Vangelo è incontro. 

Gesù non resta fermo, in attesa che sia cercato, come fanno le persone importanti, che si concedono poco alla folla, che lo fanno solo quando conviene a loro, che creano sapientemente distanze e curano la loro immagine. Gesù accetta l’imprevisto della strada. Incontra e si lascia incontrare e non da un’umanità selezionata, preparata, ma da quella vera, così com’è. Si avvicina e permette a tutti di avvicinarsi a lui. A casa di Simone si lascia toccare da una donna che tutti conoscevano come “peccatrice”, tanto da suscitare l’immediata malevolenza del padrone di casa che condanna questa prossimità promiscua ricavando la convinzione che Gesù non sia un maestro credibile perché non capisce che tipo di donna sia. Gesù lo sa bene e, a differenza del fariseo che è nascosto dentro ognuno di noi, ama e sa che l’amore non è una parola eterea, virtuale, casuale, ineffabile, ma diventa storia, esperienza, avventura umana. Ama quella donna per com’è e sa incontrarla, mentre per gli altri è solo la sua colpa e quindi va evitata.

Ogni incontro è un legame, una scelta, un seme di vita eterna che viene gettato per cambiare la vita presente e per aprire quella futura. Cerca un legame con la persona che sperimenta l’amore e impara così ad amare. Gesù incontra qualcuno che non ha capito tutto ma che capisce tutto proprio perché stabilisce una relazione con Lui. Vuole che tutti sentano il suo interesse. Parla fino a tardi, senza fretta e vuole accompagnare quell’incontro con il pane che sazia la fame. Intorno e dentro di noi cresce un deserto spirituale, arido, diffidente. Tutto diventa uguale, perché l’amore è ridotto ad apparenza, epidermide, sensazione, come in un sito di incontri, dove decide l’algoritmo che toglie il problema di capire, scegliere e che garantisce il benessere. Gesù fa di ogni incontro qualcosa che genera vita e mostra l’amore. Gli unici incontri in cui questo sembra non accadere, dove non si trasmette vita, sono quelli con i sapienti, i dotti e i farisei perché si difendono, mormorano, pensano male, non incontrano col cuore, giudicano e non ascoltano, come fossero paurosi di un maestro che li mette finalmente davanti a loro stessi, che li libera dall’apparenza e dalla schiavitù dell’esteriorità e della considerazione.

Il migliore di loro è Nicodemo. Gesù lo accoglie di notte, come a confermare che ascolta chiunque lo cerca. Potrebbe dirgli di tornare quando tutti lo avrebbero visto, invece ci parla e lo aiuta a capire finalmente la forza dello Spirito che trasforma la vita, non come la Legge che può soltanto certificare ma non cambiare. I sapienti non si lasciano amare da Gesù che cerca di ferire il loro orgoglio non per umiliarli ma per aiutarli a scegliere l’umiltà e a essere finalmente se stessi.

Avviene così anche per quell’uomo ricco che va a cercare Gesù che si lascia sempre trovare. Gli domanda qualcosa che lo angustia, come uno scrupolo non risolto, un’incertezza profonda. «Come faccio a ereditare la vita eterna?» Lo incontra per avere un’indicazione e trova la proposta di amare Dio, non di osservare una legge con il cuore da un’altra parte, nelle ricchezze. Solo l’amore di Gesù svela questa verità. Ma l’uomo ha paura di farsi amare, di perdere quello che ha. Per lui seguire Gesù non è la perla che cercava, non è il tesoro nel campo della vita. E quindi tristemente resta legato alle sue ricchezze, quelle che, ricordiamolo, la tignola corrode e i ladri scassinano. Ama le ricchezze più dell’amore con cui Gesù si rivolge a lui. Così resta solo.

L’incontro è dialogo, richiede tempo e pazienza, come accade con la donna samaritana con la quale Gesù parla sorprendentemente e contro le regole tanto che i discepoli stessi se ne stupiscono. Supera anche il pregiudizio per cui quell’incontro non sarebbe dovuto avvenire, essendo lui ebreo e lei samaritana. E poco alla volta, con molta attenzione, arriva alla verità, a dirgli “tutto quello che ha fatto” e a farlo, senza umiliarla, rendendola consapevole e aprendole una vita nuova. A Emmaus incontro significa un tratto di strada non sappiamo quanto lungo ma certamente fino a sera. L’incontro diventa tavola, cioè condivisione, comunione. Intorno alla tavola di Pasqua Gesù riunisce i suoi perché la sua presenza continui per sempre, nuova ed eterna alleanza. Gesù riunisce una comunità, quelli che sono suoi fratelli e sorelle, padri e madri.

Il mondo non va certo verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica. Abbiamo bisogno di un “Tu”, che è Dio che dona speranza e fiducia, che tesse fraternità, perché Lui e Lui solo è padre e maestro. Chi incontra Gesù incontra i fratelli e i poveri. L’incontro è certamente personale, nell’intimo interiore del nostro cuore ma unisce a una comunità perché, come diceva papa Benedetto XVI, «la nostra fede è veramente personale, solo se è anche comunitaria: può essere la mia fede, solo se vive e si muove nel “noi” della Chiesa, solo se è la nostra fede, la comune fede dell’unica Chiesa». Noi viviamo la tentazione di ridurre tutto a qualcosa di individuale o di accontentarci di avere legami superficiali, sempre modificabili quando lo decidiamo noi, e per questo poco profondi. Il rischio è di scambiare una scelta personale per individuale o la responsabilità personale come indipendenza, finendo per arrivare a una religione “fai-da-te”, che non conosce l’abbandono e la fiducia che pure sono requisiti fondamentali dell’amore. Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato.

In un mondo pieno di confini e di muri di ogni tipo si vive male, ma non bisogna scoraggiarsi. Possiamo dare speranza, rendere concreto quell’incontro con il nostro amore, facendo diventare preziosa la vita di ognuno perché amata. E l’amore rende tutto e tutti interessanti e preziosi, libera dalla paura che ci rende ostili e chiusi, permette di formare quella famiglia senza confini che Gesù vuole, dove tutti possono sentirsi a casa, sempre. Quanto è importante cercare l’incontro mite, rispettoso, che introduce alla verità, che è l’amore di Gesù. Papa Francesco, citando Vinicius de Moraes, ricorda che «la vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» (FT 215).

Non si testimonia il Vangelo in remoto, da lontano, in maniera impersonale e indiretta. Per questo abbiamo bisogno di una “cultura dell’incontro”, perché «come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti» (FT 216). L’incontro non è selettivo, ma inclusivo, ha sempre qualcosa di creativo, perché apre il cuore.

www.avvenire.it

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giovedì 13 agosto 2026

REGINA APOSTOLORUM

 


La Vergine Maria 

tra gli apostoli: 


Madre sicura 

e presenza silenziosa


-di Antonio Tarallo

  "Regina degli Apostoli" (Regina Apostolorum): titolo affascinante, titolo che riesce bene a far comprendere l’importanza di Maria come “apostola” del Figlio, Cristo. Un titolo che affonda le sue radici nei testi evangelici e nella più antica tradizione cristiana, rivelando un legame spirituale, materno e teologico di straordinaria profondità. “Regina” intesa non certo per una determinata sovranità legata al potere temporale, ma come primazia di grazia, di fede e di presenza che ha sostenuto l'edificazione e i primi passi storici della Chiesa nascente. 

 Il rapporto tra Maria e gli apostoli trova il suo fulcro spirituale nel Cenacolo. Dopo l'Ascensione di Gesù, gli Atti degli Apostoli descrivono la prima comunità radunata in preghiera. In quel momento di transizione e - se vogliamo ancora di sgomento per la morte del Maestro - Maria non è affatto una figura marginale, ma il centro gravitazionale del gruppo degli apostoli, di coloro che avevano seguito il Figlio nella sua missione. Lei, che aveva già vissuto l'esperienza della “venuta” dello Spirito Santo nell'Annunciazione, diventa la memoria vivente di Cristo per gli apostoli. E’ Maria ad offrire, in quel momento, la stabilità della sua fede incrollabile: la dona a loro, li rassicura che non tutto è perduto. A Pentecoste, l'effusione dello Spirito Santo consacra definitivamente questa missione di comunione fra loro. Fra gli apostoli e la Vergine Maria,  presente al centro del collegio apostolico come Madre della Chiesa. Gli apostoli ricevono il mandato di evangelizzare il mondo, ma è lo sguardo e l'esempio di Maria a modellarne lo stile e il cuore pastorale. Lei è "Regina" proprio perché è stata la prima, la più fedele e la più perfetta discepola di Cristo, colei che ha vissuto il Vangelo in modo totale e radicale. 

Come è stato per Cristo, il Figlio, il rapporto con gli apostoli si palesa come un magistero silenzioso fatto di ascolto, preghiera e offerta quotidiana. Gli apostoli, chiamati ad andare in tutto il mondo ad evangelizzare i popoli, guardano a lei per imparare la docilità alla volontà divina e l'amore incondizionato, amorevole, verso il prossimo. Inoltre, Gesù stesso sulla croce aveva tracciato la via teologica di questa profonda relazione affidando Maria a Giovanni, e in lui a tutti gli apostoli e all'intera umanità: "Ecco tua madre". Da quel preciso istante, il legame tra la Vergine e i primi missionari si fa filiale e intimo. 

Vergine Maria, Regina e Apostola, e Regina degli Apostoli.  Lei e loro, uniti in un'unica opera di salvezza: i discepoli attraverso la predicazione e i sacramenti, Maria con la santità e l'incessante preghiera, guidando i pastori di ogni tempo a essere, docili allo Spirito, veri testimoni del Cristo Risorto.

ACI Stampa.

sabato 7 giugno 2025

VIENI SANTO SPIRITO


 NOI, MADRI DI VANGELO

Vangelo:  Gv 14,15-16.23b-26

Commento di p. Ermes Ronchi

Con lo Spirito Santo le parole non ce la fanno.

Lo Spirito è Dio in libertà e non sopporta recinti, nemmeno di parole sacre. Lui forza tutte le porte.

La prima porta che abbatte è quella sbarrata di una casa dove manca l’aria. Luca ci racconta di apostoli che ne escono come ubriachi, fuori di sé, storditi da una improvvisa predazione di Dio.

E’ la prima chiesa, stremata e impaurita; un gruppo deluso che, barricato in casa, si stava sfaldando e che improvvisamente viene rovesciato come un guanto, e affronta la città che uccide i profeti: “Quel Gesù che voi avete ucciso è vivo!”.

Parevano “ebbri”, come esagerati, fuori misura, i folli di Dio; perché il cristianesimo non si diffonde per dottrine o divieti, ma, come allora, per la consegna amorosa e contagiosa della passione per Dio e per l’uomo.

La seconda porta è aperta dal salmo tra le letture, con il suo registro maestoso, una melodia che naviga e aleggia sul mondo: del tuo Spirito, Signore, è piena la terra (Sal 103). Tutta la terra, nessuna creatura esclusa, ne è piena; non solo sfiorata dal vento di Dio, ma riempita. Anche se non è evidente, anche se rimane gonfia di sangue, di follia, di guerre ovunque.

La terza porta dello Spirito si apre su altre cento: Paolo racconta di una fiamma di fuoco che si divide e che, come una musica riempie e sposa vite diverse, benedice la genialità e l’unicità di ognuno, domanda discepoli creativi che non ripetono parole d’altri: liberi, leggeri e limpidi.

P. Vannucci: “nella grande Cattedrale che Dio va costruendo con le nostre persone, ognuno di noi è una pietra insostituibile”.

Che opera compie lo Spirito? L’opera che ha realizzato con Marco, Matteo, Luca e Giovanni: genera evangelisti. Ognuno di noi lo è, col suo vangelo da proclamare. E nessuno ci può sostituire proprio là, dove Dio ci ha posto.

La quarta porta è spalancata dal vangelo: lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. È l’umiltà di Gesù, che non pretende di aver detto tutto, ma ci parla con verbi tutti rivolti al futuro: lo Spirito verrà, annuncerà, guiderà, parlerà. Ricorderà cose antiche e scoprirà cose nuove. Lui, sommo inventore.

E pregarlo è affacciarsi al balcone del futuro, dove la verità, sempre incompiuta, cresce e matura.

Lo Spirito compie in noi l’opera stessa realizzata in santa Maria: incarna in me la Parola, la fa crescere, ci rende tutti e tutte madri di Dio.

Allora niente cattolici depressi! Perché non mancherà mai il vento al mio piccolo veliero. Niente ansia per la rotta, perché su di noi soffia un Vento libero e liberante. E ci fa tutti vento nel suo Vento. Perché il Vangelo non è finito, è infinito, e cresce con chi lo legge (Gregorio Magno). Cresce con te. Tu ne sei madre.

Cercoiltuovolto

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sabato 3 maggio 2025

MI AMI ?


-4 maggio 2025-

III Domenica di Pasqua C

Gv 21,1-19



-Commento del Card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme 



* Il brano di Vangelo di oggi (Gv 21,1-19) ci racconta l’ultima apparizione del Risorto alla comunità dei discepoli riportata nel Vangelo di Giovanni. Di questo brano molto ricco, noi ci fermiamo su alcuni particolari.

Primo particolare è il versetto iniziale del brano (Gv 21,1), dove l’evangelista scrive che Gesù si manifestò di nuovo ai suoi discepoli (“Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade”).

I termini che troviamo qui ci riportano al capitolo 2 del Vangelo, dove Gesù compie il primo dei suoi segni (Gv 2,1-11).

Anche lì siamo in Galilea, precisamente a Cana, e anche lì il contesto è quello di un banchetto, proprio come quello che vediamo svolgersi sulle rive del Lago. Anche lì, a Cana, manca il vino, come qui, sulle rive del lago, manca il cibo. Là i servi obbediscono alla parola di uno sconosciuto che chiede di riempire le giare d’acqua, qui i discepoli obbediscono alla parola di uno sconosciuto che chiede di gettare le reti dal lato destro. Là nessuno sa da dove viene il vino, qui nessuno sa da dove viene il pane. Anche lì Gesù manifesta la sua gloria, proprio come qui Gesù si manifesta di nuovo. A Cana si era al terzo giorno, qui è la terza manifestazione.

C’è un evidente legame tra i due brani.

A Cana Gesù aveva iniziato a manifestare la sua gloria. Non la sua potenza, ma la sua gloria, ovvero la forza del suo amore capace di vincere il male. Si era presentato come lo Sposo messianico, che offriva ai partecipanti al banchetto il vino nuovo della nuova alleanza, dando così inizio alla sua ora, che però doveva ancora compiersi, in modo misterioso, più avanti.

Ebbene, tutto questo si è compiuto in modo definitivo dopo la Pasqua. Il tempo della nuova alleanza ora è veramente giunto e il Signore, tornato vittorioso dalla sua battaglia con la morte, offre ai suoi il banchetto della vittoria.

E c’è un segnale, in questo brano di oggi, che conferma che la nuova alleanza è veramente compiuta: Gesù chiede per tre volte a Pietro se lo ama (Gv 21,15.16.17).

Ebbene, tante sono le possibili interpretazioni di questa triplice domanda. Ma nella mentalità del tempo, se per tre volte compi lo stesso gesto, questo diventa una consuetudine, e se per tre volte rispondi di sì alla stessa domanda, questo diventa un contratto, qualcosa di definitivo da cui non si torna indietro. Diventa un’alleanza.

Pietro, lui che ha rinnegato, lui che è fuggito, è chiamato a dire sì tre volte, a dire che ci crede a questa possibilità nuova di essere, insieme ai suoi fratelli, una comunità che rinasce dalla morte.

È una comunità piccola, ferita, che da sola non può nulla (“ma quella notte non presero nulla” - Gv 21,3), che attraversa il buio della notte. Ma è anche una comunità che, quando obbedisce alla Parola del Signore, diventa forte: le reti non si rompono (Gv 21,11), perché è solida questa nuova comunità che si fonda sul dono del Signore (“Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò.”(Gv 21,11)

E che il dono sia del Signore, è evidente: i discepoli tornano a riva dopo aver pescato una gran quantità di pesci, ma è Gesù che offre il pesce e il pane (Gv 21,9), e questo rimanda all’offerta di sé che Gesù ha fatto sulla croce: questa è la vera forza della nuova comunità dei discepoli.

Inoltre, hanno gettato la rete dalla parte destra della barca (“Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete” - Gv 21,6): anche qui i significati possono essere tanti, ma certo è che la destra è la parte di Dio, del suo braccio potente, la parte della forza, della benedizione, della gioia.

I discepoli sono chiamati a vivere lì, in questo luogo dove Dio manifesta la sua forza, che è sempre la forza dell’amore, mai del potere.

Quello che loro hanno preso, lo portano al Signore, che lo unisce a ciò che già è pronto sul fuoco (Gv 21,10). Il Signore ha già fatto tutto, e ora, quello che manca, è di unirci a Lui, facendo nostra la sua logica di vita, la sua fiducia incondizionata al Padre, la sua obbedienza filiale.

Da lì rinasce la vita e da lì rinasce la Chiesa.

 + Pierbattista

 Patriacato latino di Gerusalemme

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sabato 24 agosto 2024

ANDARE DOVE ?

        VOLETE ANDARE    ANCHE VOI?

 – Commento al Vangelo - Domenica 25 Agosto 2024 -


Commento al brano del Vangelo di: Gv 6, 60-69

di Paolo Curtaz

 Dove vuoi che andiamo? A me piacerebbe stare nel mezzo. 

Adattarmi, prendere il meglio delle diverse posizioni, delle diverse opinioni. E ci sta, va bene che sia così: la vita necessariamente ci porta al compromesso che è una vittoria a metà.

E l’idea che la realtà sia bianca o nera è semplicemente fuorviante, produce nemici, avversari, contrappone, esaspera, come vediamo accadere accanto a noi.

Ma su alcune cose la scelta va fatta. Luce o tenebra. Costruire o distruggere. Fiorire o appassire.

Su alcuni temi: la vita, l’amore, le azioni essenziali, i valori, una scelta va fatta. E ripetuta ogni volta che ne abbiamo la necessità.

È quello che accade anche con la fede.

È quello che è accaduto ai discepoli, dopo il durissimo discorso del pane di vita che risulta inconcepibile e incomprensibile per molti. Anzi, per la maggioranza fra i presenti, discepoli compresi.

Sangue

Gesù ha toccato il fondo: ha chiesto alla folla di saziarsi della sua carne, di dissetarsi al suo sangue. Cristo, probabilmente, ha già in mente l’estremo dono, l’eucarestia. Chiede ai suoi di non seguirlo solo per le cose magnifiche che dice, né solamente per i prodigi. Ma di accogliere la sua carne, che nella Scrittura indica la fragilità, e il suo sangue cioè la sua essenza. 

Di nutrirci della sua presenza, di cristificarci, di accedere a Dio attraverso il suo sguardo.

È troppo. Davvero. La folla è sgomenta e irritata: questo pazzo furioso sta loro chiedendo di diventare dei cannibali? Ma chi si crede di essere? 

È bastato un confronto duro ma schietto per far crollare la fama del Nazareno.

Parole che scarnificano, che mettono all’angolo, che impongono una scelta, come ha dovuto fare il popolo di Israele nell’assemblea di Sichem, come abbiamo sentito nella prima lettura.

Parole che cambiano prospettiva, come la difficile seconda lettura che va ben interpretata: in un mondo in cui tutti, giudei, greci, latini, pensano che le moglie siano sottomesse ai mariti, Paolo parla di amore nel matrimonio, cosa inaudita.

Gesù è chiaro, diretto, inequivocabile. Dio lo è.

Ora si tratta di scegliere da che parte stare.

Fino a quando Gesù sfama le folle è idolatrato, quando parla di Dio, del suo Dio, è abbandonato. 

Fino a quando Dio risponde alle nostre esigenze e alle nostre richieste è grande, quando – a nostro avviso – ciò non avviene più, è rinnegato e rigettato. 

Dramma di un Dio che mendica la nostra adesione! 

Dramma inaudito di un Dio che si fa carne e compassione e che viene ignorato perché ci risulta più comprensibile un dio intangibile nella sua asettica e lontana divinità. 

Crescere

Gesù non cede al gioco del politicamente corretto. Non annusa l’aria per proferire parole che blandiscono. Ha parlato con le parole di Dio. La folla le considera eccessive, abituata com’è a vivere di ribassi. 

Credenti sì, ma senza eccessi. Devoti, certo, ma senza esagerare.

Ossessionati dal rimarcare le distanze, dal dirci cattolici sì, ma…, ossessionati dal non apparire fuori luogo, fuori moda, fuori tempo. Sempre pronti a prendere li distanze da questa Chiesa che rappresentiamo, troppe volte, in maniera mondana, con lo sguardo limitato del mondo.

No, non se l’aspettava questa reazione da parte della folla che ama con tenerezza. Forse pensava (ingenuo Dio!) di convertire i cuori con le parole e con lo sguardo. 

Gesù, indurito, scosso, attonito, si rivolge agli apostoli. 

La domanda, inquietante e tagliente come una lama, è rivolta a ciascuno di noi: Volete andarvene anche voi? 

Non blandisce gli apostoli sgomenti, non recede dalle sue parole, non chiede appoggio o carezza o consolazione. Non elemosina consensi, nemmeno dai suoi amici più fedeli, con cui ha condiviso tanto.

A Gesù sta più a cuore il Regno della compagnia, la verità dell’applauso.

È libero. Sa, Gesù, quanto possa diventare ambiguo un rapporto spirituale, sa quanto possa tarpare le ali il discepolato, invece di far crescere il discepolo. Gesù non è un guru, è un vero Maestro. Libero. Sa che l’obiettivo di ogni discepolo è di crescere, non di appassire ai piedi del Maestro.

Sa che ogni Maestro ha un solo desiderio: che il discepolo diventi autonomo. Che se ne vada, finalmente autonomo.

Volete andarvene anche voi?   È solo il Rabbi, non è stato così solo.

Vuoi andartene?

E tu vuoi andartene? 

Ora che incontri le prime difficoltà vuoi lasciare tutto per tornare a chiuderti nel tuo piccolo mondo di tiepide certezze? Rinunci al sogno di Dio?  Vuoi davvero lasciare questa fragile Chiesa che, ora più che mai, ha bisogno di discepoli fedeli, sofferenti ma fedeli, onesti, autentici e fedeli, disposti a rimettere in moto l’annuncio del Vangelo che sta languendo con le nostre appassite comunità parrocchiali?

Vuoi davvero metterti dalla parte di coloro che pensano che questo cristianesimo sia da abbandonare e metterti dalla parte degli illuminati che criticano senza mettersi in gioco? O degli indifferenti che dicono che Dio sia inutile o dannoso?

Fallo. Sei libero, straordinariamente, drammaticamente libero di credere. O di fuggire.  Di spalancarti, o di chiuderti. 

L’amore di Dio ci lascia liberi, giunge a chiedere a noi, creature fragili e incostanti, di aderire liberamente al suo progetto. 

Pietro, il grande, risponde a nome di tutti. Poco convinto, forse, un po’ amareggiato, come gli altri undici, un po’ preoccupato del domani fattosi improvvisamente incerto, perplesso di fronte a questo Maestro troppo esigente, troppo grande, troppo tutto. 

La sua risposta è sussurrata ma ferma, assoluta.

Una risposta come un vulcano che erutta, come un vento impetuoso che abbatte i boschi, come una professione di fede urlata a se stessi e al mondo: Dove vuoi che andiamo, Signore? 

Dove trovare tanta serenità, tanta verità, tanto bene, tanta luce, tanto silenzio, dove, Dio santo, trovare qualcosa o qualcuno che ti sia pari? Dove, amico degli uomini, trovare compassione e futuro, dove respirare l’ebbrezza di Dio? 

Ci sconcerti, Maestro, ci sfidi, è difficile convertire il nostro cuore alla tua tenerezza e luce ma – Signore – ormai la nostra vita è segnata a fuoco. 

Tu ci hai sedotti.  Dove vuoi che andiamo, Signore?


Cercoiltuovolto

 

giovedì 11 luglio 2024

ANDATE E PREDICATE



-Domenica 14 Luglio 2024-

Commento di don Andrea Vena 

al brano del Vangelo 

di: Mc 6, 7-13

 

Continua il nostro cammino alla scuola della Liturgia domenicale. Abbiamo recepito che il Regno  di Dio, e quindi ciascuno di noi, è come un seme gettato nella terra che porterà frutto, al di là  dell’apparenza (11^ domenica, 16 giugno ‘24); che Gesù sa dominare la tempesta del mare e quindi le  nostre tempeste (12^ domenica, 23 giugno); che Gesù guarisce chi si accosta a Lui animato dal desiderio di salvezza (13^ domenica, 30 giugno); che Gesù chiede a ciascuno di farsi bambino per lasciarci  meravigliare dalle sue sorprese (14^ domenica, 7 luglio). 

 Piccoli tasselli che chiedono di essere tenuti presenti per cogliere il filo rosso che li lega e che ci permette così di comporre il mosaico del Volto di Gesù e quindi, in Lui, del volto di ciascuno di noi. Infatti, come Gesù è una cosa sola col Padre, tanto che chi ha visto Lui ha visto il Padre (Gv 14,9), così anche noi dovremmo essere talmente uniti a Lui che chi vede noi, vede Gesù. Questo sarà possibile nella misura in cui ricorderemo che all’inizio della chiamata, della missione c’è sempre e solo Gesù: Lui è la ragione ultima, ma è anche la forza e il coraggio della perseveranza, come ci ricorda Amos nella I lettura presentata oggi dalla liturgia: “In quei giorni, Amasia disse ad Amos: “Vattene…Amos rispose ad Amasia: Non ero profeta né figlio di profeta: ero un mandriano…il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo”. Solo avendo chiara l’identità della missione aiuta a non divenire “Fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Ef 4,14).

 Oggi, XV domenica, Gesù affida ai Dodici il compito della missione. Si tratta di un invio rafforzato da quanto ci è stato indicato in queste domeniche. Mandati come piccolo seme gettato nel terreno della storia che, al di là dell’apparenza, porterà i frutti per i quali è stato “gettato” (cfr 11^ domenica).  Un invio rafforzato dalla certezza che Gesù è e resterà sulla barca della nostra vita: a noi non confinarlo a poppa, perché ci reputiamo autosufficienti, ma coinvolgerlo, sempre (12^ domenica). A noi coltivare sempre desideri di salvezza, evitando di lasciarci appiattire dalla massa (13^ domenica), lasciandoci piuttosto sorprendere dalle Sue scelte; evitando di imbalsamare la vita, perché è più grande della nostra piccola esperienza; evitando di imbalsamare il vangelo, perché è molto più grande di quello che abbiamo compreso (14^ domenica). A noi tutti, dunque, il compito di tenere fisso lo sguardo su Gesù affinché ci mostri il suo volto (cfr 28,8: “Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo  volto: il tuo volto, Signore io cerco”), che non è altro che fare nostre le parole/la preghiera del salmo scelto  dalla liturgia: “Mostraci Signore la tua misericordia”.

 v. 7: “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due… e dava loro potere”. Dodici, numero che richiama quello delle tribù di Israele presenti al Sinai al momento dell’alleanza con Dio (cf. Es 24,4). In Marco questa è la terza chiamata: la prima era alla fede in Lui (Mc 1,16-20, chiamata di Andrea e Simone; Mc 2,13ss: chiamata di Matteo); la seconda allo stare con Lui: “Salì sul monte, chiamò a sé quelli che volle… ne costituì Dodici, perché stessero con lui e anche per mandarli” (Mc  3,13ss). Chiamate, appelli che nascono da Lui: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16). E oggi, sulla stessa linea, la chiamata a prolungare la Sua missione, andare a nome Suo. Li invia a  due a due: ciò diventerà la prassi missionaria cristiana, fondata su Deuteronomio 19,15: “Un solo  testimone non avrà valore contro alcuno… il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni”. Ma il dettaglio allude anche al mutuo aiuto nell’attività e alla reale possibilità di testimoniare, loro per primi, l’amore vicendevole che predicano. Uniti in Lui e tra noi nell’amore “perché il  mondo creda” (cfr Gv 17,21; “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni  per gli altri”(Gv 13,34-35).

 vv. 8-9: “E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né  sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”.  Colpisce il verbo “ordinare”: Gesù non offre un consiglio, “ordina”. E a un ordine, si obbedisce. Il  bastone del viandante serve come appoggio ma anche come difesa contro gli animali feroci. Vengono proibiti, invece, pane (ossia il vitto), la borsa (che richiama sia il possedere/sicurezza, sia il  fare elemosina). Una dev’essere la tunica, e non due. Questo perché il modo di presentarsi davanti  agli altri deve diventare il proprio modo d’essere. 

vv. 10-11: “E diceva loro: “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la  polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro”. 

 A differenza dell’evangelista Luca che è molto più preciso e dettagliato, Marco si limita a raccomandare che il missionario che è stato accolto non cambi abitazione, salvo che non venga rifiutato. Lo scuotere la polvere sotto i piedi esprimeva la fine di un rapporto: ad esempio, quando un  giudeo lasciava la terra pagana per tornare nella sua patria scuoteva la polvere dai piedi. In questo  caso si suggerisce che chi non accoglie la testimonianza degli inviati/missionari debba essere considerato come “terra pagana”.

 vv. 12-13: “Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni,  ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. 

 L’attività dei Dodici ricalca l’attività di Gesù (1,15).

 Il Signore delinea così il profilo dei Dodici ma in loro, il profilo di ciascun credente mandato a testimoniare la sua Parola. Una missione che sgorga non da conoscenze superficiali, come quelle dei  Nazareni che abbiamo ascoltato domenica scorsa, ma da una conoscenza “esistenziale” (“Li  chiamò perché stessero con Lui, e anche per mandarli”). Uno stare con Gesù che implica un lasciarsi  guarire per guarire, un lasciarsi liberare per poter liberare, un lasciarsi misericordiare per poter essere misericordiosi. Perché il discepolo non porta se stesso, ma porta Gesù.  Nelle indicazioni che Gesù rivolge ai discepoli, ossia a quanti si sono lasciati sedurre dal suo amore (Ger 20,7-9), – principio e fondamento dell’essere discepoli – troviamo le caratteristiche che dovrebbero qualificare ogni testimone del vangelo: gioia, sobrietà, libertà, amicizia. 

 La Gioia di saperci amati, scelti, mandati senza nostro merito ma unicamente per Amore di Gesù.  Sobrietà in ciò che si porta con sé, perché già il modo di presentarsi è messaggio, suggerisce Gesù.  Senza beni, senza favori o privilegi. Ricchi unicamente dell’amore di Dio, confidando in sorella  provvidenza a tal punto da divenire capaci di lasciar perdere tutte queste cose e considerarle come  spazzatura, al fine di guadagnare Cristo (Fil 4,7ss). È interessante a tale riguardo il fatto che Gesù su  questo punto dia un “ordine”, quasi a suggerire che un certo stile di vita non lo metti in atto se non  ti è chiesto per obbedienza dall’Unico che può chiedere una cosa simile.

 Caratteristica che emerge  anche in un altro passo del vangelo: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,17). È in  quest’ottica che va dunque compreso lo stile del cristiano: non perché lo dice il mondo, la TV, la  moda… ma perché lo ha detto Gesù: la mia, la nostra scelta si fonda su un atto di obbedienza. E  Gesù prima di “dirlo” lo ha vissuto, e questo chiede a quanti accettano di seguirlo. Un dettaglio:  anche il fallimento della missione, il non raccogliere applausi è una forma di “povertà” che ci viene  chiesta di vivere, fino a divenire capaci di dire: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,7), ricordando che si è inutili non nel senso che non serviamo a nulla, ma che quanto  facciamo lo facciamo senza-utile. Per obbedienza e amore di Gesù e degli uomini e donne a cui Lui  ci invia. 

 Libertà: è nell’obbedienza e nella sobrietà si ritrova la libertà. Può sembrare paradossale, tenuto  conto che viviamo in un contesto in cui la libertà equivale al far quello che si vuole. Ma in realtà la  libertà sta proprio nell’affidarsi al Signore e lasciare che sia Lui a guidare ogni cosa, perché è Lui  che ci ha resi liberi dal peccato (Rm 6,22), che è la più grande e subdola delle schiavitù. Una libertà  che non affonda le sue motivazioni nel mio star bene, ma nel saper di compiere la volontà di Colui  che mi e ci ha scelto e quindi inviato.

 Allora non confideremo tanto sui mezzi, quanto sullo scopo  per il quale siamo stati scelti, chiamati e mandati: annunciare il Regno, crescere e far crescere a  una misura alta della vita. Per il resto… sarà Lui a provvedere a quanto serve: “Non affannatevi di quello  che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo…osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non  filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone vestiva come uno di loro” (cfr Mt 6,25-26); “Chiunque avrà lasciato case,  o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita  eterna” (Mt 19,29). I discepoli sanno che Gesù stesso provvederà (Gn 22,8); . Come un tempo Dio ha  nutrito il popolo con la manna nel deserto (Es 16), così oggi continua a moltiplicare il pane quando  serve (cfr Mc 8) fino a farsi Lui stesso pane di vita per noi (Gv 6,48). 

 Amicizia: non si può “predicare” l’amore vicendevole se non lo si mostra con la vita. Non si può  predicare la fraternità, la collaborazione vicendevole se prima non si vive questa esperienza. In  quell’essere inviati “a due a due” c’è l’impegno di mostrare con la vita, prima che con la parola, la  gioia della comunione, il vivere insieme, l’aiutarsi vicendevolmente.

 La gioia di “provare” che il  vangelo non è un fatto intimistico e individualistico, ma fraterno e comunitario (cfr “Dove due o tre  sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Gesù stesso per primo si è fatto nostro Amico  per insegnarci a diventare amici (Gv 15,9-17). Questa gioiosa memoria, questo fuoco, questa consapevolezza di essere amati e quindi scelti e mandati dal Signore Gesù è la ragione ultima di ogni  mia e nostra scelta, è la ragione ultima della mia e nostra obbedienza: “Bisogna obbedire a Dio  piuttosto che agli uomini” (At 4,29).

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sabato 25 maggio 2024

UNO E TRINO


- Domenica 26 maggio 2024

 Solennità della SS Trinità

 

Vangelo: Mt 28, 16-20

Commento del Patriarca di Gerusalemme, Card. Pierbattista Pizzaballa

 

In questa festa della SS. Trinità ascoltiamo gli ultimi versetti del Vangelo di Matteo (Mt 28,16-20): è l’incontro del Risorto con i suoi discepoli, l’unico incontro raccontato dall’evangelista. Un incontro che coincide con un invio in missione, il mandato con cui Gesù invia i suoi discepoli a portare ovunque l’annuncio del Regno.

 Essendo un brano conclusivo, è anche un brano che fa da sintesi a tanti elementi centrali di questo Vangelo, e noi oggi ci soffermiamo su alcuni di essi.

 Il primo elemento lo deduciamo da un verbo importante, che in Matteo ritorna ben 57 volte, ovvero il verbo avvicinarsi (Mt 28,18): i discepoli raggiungono la Galilea, dove Gesù ha dato loro appuntamento tramite le parole delle donne (Mt 28, 10), ma è Gesù che si avvicina a loro, non viceversa.

 In effetti, la Galilea è il luogo dove Gesù si era già una volta, per primo, si era avvicinato alla loro vita, dove li aveva visti e li aveva chiamati. E, dopo la sua risurrezione, Gesù continua a fare sostanzialmente questo, a farsi vicino, ad incontrare, a cercare di instaurare una relazione.

 Con la sua vita e con la sua morte Gesù ha rivelato questo, ha rivelato il Volto di un Dio che si fa vicino. Un Dio che non rimane lontano dalla nostra vita, impassibile, ma si è messo in gioco, si è avvicinato.

 La Pasqua non ha interrotto questo cammino di avvicinamento, anzi, al contrario, l’ha reso possibile per sempre e per tutti, al punto che il nome stesso di Dio parla di questa vicinanza: nel Libro dell’Esodo, infatti, Dio si era rivelato a Mosè con il nome di “Io sono” (Es 3,14). Ma qui, alla fine del Vangelo di Matteo, Gesù completa questo Nome, lo rivela in modo definitivo, e dice che questo Nome è “Io sono con voi” (Mt 28,20). Noi siamo entrati nel nome stesso di Dio, facciamo parte di Lui, come se Lui non potesse più esistere senza di noi.

 E questo non per qualche giorno, non per un periodo, ma per sempre, tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Per dire che non c’è un momento della storia, fosse il più buio e il più terribile, in cui Lui non è con noi, non si fa vicino, per portare insieme a noi il peso della vita, per aprire un cammino di speranza.

 Questo brano conclusivo, dunque, dice qualcosa di molto importante su chi è Dio, e su come questo Dio si è rivelato nella persona del Signore Gesù.

 Ma non solo. Dice anche qualcosa della comunità dei discepoli, e qualcos’altro ancora sull’umanità intera.

 La comunità dei discepoli che raggiungono la Galilea, a cui Gesù si avvicina, è una comunità molto particolare, perché è una comunità mancante e ferita.

 I discepoli non sono più dodici, ma sono undici (Mt 28,16), non solo perché uno è colui che ha tradito e si è allontanato, ma anche perché la sua assenza ricorda a tutti che tutti in qualche modo hanno tradito, hanno lasciato solo il loro Maestro nel momento della prova.

 In più, Matteo precisa che questa comunità è piena di dubbi (Mt 28,17), e fatica a riconoscere il suo Signore.  La comunità dei discepoli è una comunità imperfetta, e tale sempre rimarrà.

 Ma questo non impedisce al Signore di inviarla a tutti gli uomini, perché non dovrà annunciare se stessa, le proprie perfezioni e le proprie imperfezioni, ma solamente ciò che Gesù stesso ha fatto, ovvero avvicinarsi: Gesù li manda perché vadano tra la gente (Mt 28,19). Non devono aspettare che la gente vada da loro, ma dovranno esser loro a fare il primo passo, proprio come il Signore aveva fatto con loro.

 Tutti i popoli (Mt 28,19) sono destinatari di questo annuncio, perché tutti i popoli sono in attesa dell’incontro con il Signore. Un incontro che nessuno può darsi da solo, così come l’amore nessuno può darselo da solo, ma può solo esserci donato.

 L’incontro tra persone, il farsi vicini gli uni agli altri, questo sarà il luogo attraverso cui saremo immersi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo e attraverso cui diventeremo discepoli del Signore Risorto, ovvero persone che imparano pian piano, giorno dopo giorno, a gustare il suo amore e a vivere in esso.

 + Pierbattista

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sabato 12 agosto 2023

SIGNORE, SALVAMI !


    NON ABBIATE PAURA !

      - VANGELO: : XIX Domenica Tempo Ordinario - Anno A -

 (...) La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò ve rso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». (...)

  Commento di Ermes Ronchi

 Lago di Galilea, il paesaggio che Gesù più amava, l’ambiente che a Pietro era più familiare. 

Mi piace questo pescatore che mi assomiglia, uomo d’acque e di roccia. Mi piace per questo suo umanissimo pendolo tra fede grande, bambina e un po’ folle, che lo spinge fuori dalla barca, e quella fede corta e contratta che lo fa affondare; per la capacità di sognare che fa germogliare miracoli, e l’improvvisa paura che lo fa affondare. Uomo di fede piccola, perché hai dubitato? Pietro fa passi di miracolo sul lago, dentro la bufera, e nel pieno del prodigio la sua fede va in crisi: “Signore affondo!”. 

Il miracolo non produce fede. Non servono miracoli per andare verso Gesù. Vedendo che il vento era forte, s’impaurì: il vento non lo puoi vedere, ma Pietro adesso ha occhi non più per Gesù, ma solo per le onde, la bufera, il caos. “Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni” (Giovanni XXIII). Pietro invece chiede consiglio alla paura e affonda. Nel pieno del miracolo dubita, mentre è preda del dubbio crede: “Signore, salvami!”. Dio salva, questa è la fede. Che se ne fa Pietro del catechismo mentre affonda? Radice inalienabile della fede è un grido che ci rimane in cuore: Signore ho bisogno, salvami. Niente lo cancella, neppure nell’uomo più perduto o distratto, neppure nel non credente. Viene il momento dell’affondamento, della paura, viene per tutti. Il primo gradino della fede è un grido. O anche il gemito di un dolore senza parole: ho bisogno! 

Abbiamo tutti provato un principio di discesa nelle acque della disperazione, un fallimento nei rapporti umani, una malattia grave, e forse proprio lì abbiamo trovato la forza di gridare a Lui, senza nessun merito, il coraggio di fidarci e di affidarci. E Lui ha allungato ancora un po’ quella mano che non ha mai cessato di tenderci. E ci siamo aggrappati, ce l’abbiamo fatta. 

Quante volte siamo stati tirati fuori! Perché i miracoli ci sono, sono perfino troppi, solo che non bastano mai alla fede piccola. Ed è per questo, perché non convertono nessuno che “Dio compie i miracoli a malincuore” (Giovanni della Croce). 

Perché io sono prete e credente? Perché ho affrontato le mie tempeste e non sono scappato; ho guardato negli occhi le onde e il vento e la paura e ho gridato. E le mie ferite, le ferite che mi sono anche inferto da solo, Dio le ha attraversate con una carezza. E mi ha detto: ci sono qua io, non temere. 

Proprio là il Signore ci raggiunge, al centro della nostra fede piccola. Ci raggiunge e non punta il dito per accusarci ma stende la mano per afferrarci. E allora la bufera diventa carezza, il grido nella tempesta diventa abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.

 (Letture: Prima Lettera Re 19,9a.11-13a; Salmo 84; Romani 9,1-5; Matteo 14,22-33)

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