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lunedì 18 maggio 2026

EDUCARE ALL'EMPATIA

 


Educare all’empatia, 

e ancora di più 

alla compassione. 


Non si educa a parole.




-di Italo Fiorin

 Le parole non bastano, da sole non arrivano al cuore.

Educare all’empatia fa parte di quella più ampia educazione alla quale anche il ministro dell’Istruzione e del Merito tante volte si è detto attento, tanto da aver persino promosso una sperimentazione sulle cosiddette competenze ‘non cognitive’, che in realtà sono anche cognitive, ma non importa…

In numerose scuole, specie dell’infanzia e primaria, ci sono ambienti pensati per l’esperienza sensoriale, e nessuno si scandalizza se i piccoli, scalzi o no, bendati o no, sperimentano aromi, sensazioni, stimoli tattili o visivi… Sono spazi specializzati, spesso con una attenzione particolare alle disabilità…

Il ministro certo conoscerà, ad esempio, le belle esperienze di condivisione con persone non vedenti, nelle quali gli alunni si mettono le bende agli occhi per cercar di ‘sentire’ almeno un po’ ciò che vivono i loro compagni ciechi…

Ora si legge che docenti sensibili della scuola di Marostica abbiano fatto vivere un’esperienza molto intensa, portando le loro classi a incontrare persone migranti, toccando, nel faccia a faccia della condivisione, la loro realtà, aprendo non solo la mente, ma il cuore alla comprensione. 

Bambine e bambini di classe quinta, che hanno camminato scalzi e bendati in un’aula scolastica, accompagnati dalle loro insegnanti e perfino da una psicologa.

Il ministro avrà presto, immagino, la bella opportunità di spiegare ai suoi colleghi parlamentari, che hanno promosso un’interrogazione parlamentare, che talvolta chi ha gli occhi bendati vede più nitidamente di chi, pur avendoli spalancati, rimane cieco. Che la scuola non abita in una favola, e i bambini non vi giungono cadendo dai cavoli, ma gli insegnanti hanno il delicato compito della loro introduzione alla realtà, non dissimulando i problemi, ma aiutando ad esplorarli.

A questo servono la letteratura e la matematica, la storia, la geografia, le scienze, la tecnologia, gli strumenti ‘colti’ (direbbe qualcuno) dello stare al mondo con consapevolezza e responsabilità.

Le stesse nuove Indicazioni 2025 scrivono che “è necessario avviare a scuola un profondo lavoro educativo e preventivo: un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia relazionale ed affettiva, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza”.

Sarebbe bello che il ministro Valditara, dimostrando di prendere proprio sul serio queste parole scritte nelle ‘sue’ Indicazioni nazionali, le ricordasse ai suoi onorevoli colleghi.

E se proprio sentisse il bisogno di inviare gli ispettori, questi andassero a verificare che si’, quelle insegnanti di Marostica stanno prendendo molto sul serio l’invito ad educare il cuore’. E per questo vanno portate ad esempio.

Don Bosco, che frequentava minori che delinquevano e poveri emarginati, ricordava a quanti se ne scandalizzavano, che “l’educazione è una cosa del cuore”. Ma, attenzione, non del Libro Cuore.

Come ha scritto nella sua ultima enciclica Papa Francesco, “l’educazione del cuore ha conseguenze sociali”.

Dal WEB

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sabato 9 maggio 2026

LA SCUOLA IMPOSSIBILE


 

LA SCUOLA


 IMPOSSIBILE.

 

Nei giorni scorsi alla Lumsa di Palermo si è svolta un’intensa giornata di studio e di confronto sul tema “Tecnologie, relazioni e senso dell’educare nella scuola contemporanea”. 

E’ stata una dinamica interazione tra docenti di varie università e scuole (dall’infanzia al secondario superiore) e rappresentanti dell’AIMC nazionale e locali. Relazioni e lavori di gruppo hanno caratterizzato la giornata.

Nel ringraziare gli organizzatori, i relatori e i partecipanti, riportiamo la testimonianza del professore Italo Fiorin relativa alla memoria di Alfredo Giunti e alla “scuola centro di ricerca”:

 “E' con grande piacere ed emozione poter ricordare chi era Alfredo Giunti, al convegno organizzato dall'AIMC e dall'università LUMSA, a Palermo, mercoledì 7 maggio, e ringrazio il prof. Vicenzo Schirripa per avermene dato l'occasione.

Alfredo Giunti per me è stato il privilegio che raramente capita nella vita, incontrare insieme un Maestro e una persona cara, e non avrei mai potuto pensare alla scuola, al suo senso, come oggi lo intendo, se non lo avessi conosciuto.

Sento la responsabilità di far conoscere il suo pensiero, ancora freschissimo, perché la Scuola Centro di Ricerca, che lui aveva immaginato e proponeva, è la scuola di cui c'è bisogno oggi, ancora più di ieri. Scriveva: "La conoscenza umana, tutta la conoscenza umana, è nata da uno stupore iniziale (...) che prima ha incatenato l'attenzione e poi ha messo in moto le energie intellettuali: dall'emozione alla curiosità, dalla curiosità alla problematizzazione, all'indagine, al raggruppamento e alla selezione dei risultati, infine alla scienza (...).

Sarebbe una scuola impossibile quella che seguisse questo procedimento, che si servisse, cioè, dello stupore degli alunni, per avviarli a pensare?"

È una domanda che dobbiamo far risuonare dentro di noi".






domenica 4 gennaio 2026

QUALE IDENTITA' ?

 


MANEGGIARE 

CON CURA

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso.

- di Italo Fiorin

  Due articoli, sul 'Corriere' , mi colpiscono, anche per la loro coincidenza: l’editoriale di Galli della Loggia, in prima pagina; il corsivo di Aldo Grasso, nell’ultima.

Galli della Loggia continua la sua campagna in favore dell’identità, questa volta europea, e dirige il suo impeto polemico, inutile dirlo, contro il ‘progressismo’. I progressisti, pur proclamando un convinto europeismo, nei fatti impedirebbero il formarsi di un comune sentire europeo a causa della loro diffidenza verso il concetto di ‘identità ‘.

“Nell’idea d’identità, infatti, il progressismo non vede il frutto oggettivo del passato, non vede la storia. Nell’identità esso vede solo i potenziali pericoli: l’esclusione del diverso, dell’altro, l’eventuale orgoglioso compiacimento della propria unicità e dunque il germe del nazionalismo, del suprematismo, del razzismo e di non so che altro.”

Si potrebbe fargli notare come, nel suo esaltare l’identità nazionale, l’identità occidentale (come ha fatto nelle Indicazioni nazionali) e, oggi, l’identità europea, finisca per minimizzare i possibili pericoli in agguato, che pure sembra ben conoscere. I nazionalismi hanno causato e causano le più profonde inimicizie, le guerre, le atrocità etniche, e non si è mai sufficientemente vaccinati al riguardo.

Ma ecco il corsivo di Aldo Grasso, ad offrire la migliore risposta. Il giornalista commenta il documentario The Lost Dream Team del regista croato Jure Pavlovic (SkySport), che racconta di quando, il sabato del 29 giugno 1991, la nazionale di basket jugoslava salì sul gradino più alto del podio agli Europei di Roma, con gli occhi rivolti verso la bandiera per ascoltare le note dell’inno nazionale («Hej, Slaveni»). Ma, da qualche giorno, quel Paese non c’era più e quella bandiera era stata ammainata. Si era, infatti, dissolta quella che era stata la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Scrive A. Grasso: “Il doc di Pavlovic si apre proprio con un filmato propagandistico in cui un professore assegna a sei allievi un ramoscello colto da terra. Uno per la Bosnia ed Erzegovina, uno per la Croazia, uno per la Macedonia, uno per il Montenegro, un altro per la Serbia e un altro ancora per la Slovenia, le sei repubbliche che componevano la Jugoslavia. La dissoluzione cruenta della Jugoslavia è stato un processo traumatico caratterizzato da nazionalismo estremo, pulizia etnica e crimini contro l’umanità.”

Bisogna maneggiare con molta cura la parola identità. L’identità non è una ‘cosa’ immobile, impermeabile come un sasso. Lo avevano ben presente le Indicazioni del 2012, che, a differenza di quanto pensino Galli della Loggia o il ministro Valditara, avevano a cuore il tema dell’identità, ma la collocavano all’interno di una visione articolata, consapevole della complessità che la definisce: identità personale, nazionale, europea, planetaria. E la stessa identità italiana non era concepita come immobile e refrattaria agli apporti di altre identità e di altre culture, né come qualcosa che doveva imporsi in ragione di una male intesa supremazia. Scrivevano “La nostra scuola deve formare cittadini italiani che siano ALLO STESSO TEMPO cittadini dell’Europa e del mondo.”

Siamo sicuri che coltivare l’orgoglio identitario (che facilmente alimenta un senso di superiorità) sia meglio che promuovere la consapevolezza della comune identità umana (che è la strada che apre alla fratellanza)? E’ forse sbagliato o pericoloso dire che, prima di essere fratelli d’Italia, siamo ‘fratelli tutti’? Una educazione che si preoccupi di alimentare la consapevolezza della nostra identità umana e la nostra fratellanza universale non è forse la condizione migliore per alimentare una identità italiana della quale poter essere orgogliosi?

L’utilizzazione della storia come pedagogia di Stato non ha prodotto sufficienti danni, o abbiamo ancora bisogno di ‘martiri’ e di ‘eroi’?

 

sabato 15 marzo 2025

SCUOLA. MANCA UNA VISIONE

 


Emerge un’idea di scuola che guarda al passato. 
Manca una visione’


 

Una scuola che guarda più al passato che al futuro. È questa l’idea che si è fatto Italo Fiorin, coordinatore del Comitato scientifico delle Indicazioni Nazionali del 2012, dopo una prima lettura delle nuove Indicazioni diffuse dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nei giorni scorsi. Noi di Tuttoscuola le abbiamo sfogliate e commentate con lui.

Professor Fiorin, cosa pensa di queste nuove Indicazioni?

“Sono appena uscite. Si tratta di un testo abbastanza corposo che va letto con attenzione. Dopo una prima lettura l’idea che mi sono fatto è questa: ci sono delle cose belle e delle cose nuove, ma le cose belle non sono nuove e le cose nuove non mi sembrano molto belle. Il tutto condito con abbondante retorica.”.

E cosa c’è di bello che non è nuovo e di nuovo che non è bello?

“E’ una buona cosa che venga, perfino più volte, fatto riferimento alla Costituzione, e che venga ribadita la centralità della persona, alla quale anche le Indicazioni precedenti davano molta attenzione. Così come non condividere l’importanza di una azione didattica che valorizzi i talenti, che educhi alla responsabilità, che promuova l’autogoverno in classe…  Tutto questo, però, condito da una retorica esortativa, ripetitiva, pedantesca. A parte il tono, sono cose nuove? Valutera’il mondo della scuola. E le perplessità iniziano già dal titolo della Premessa. Nella Indicazioni 2012 il titolo ‘Cultura, Scuola, Persona’ esprimeva con immediatezza l’idea che la scuola aiuta la persona a realizzarsi tramite la cultura. Ma nelle Indicazioni ‘nuove’ quale è il messaggio di ‘Persona, Scuola, Famiglia’? Forse si vuole ribadire l’ovvia importanza che hanno per lo studente la famiglia e la scuola, definite ‘colonne portanti’ della sua educazione? Leggendo le nuove Indicazioni siamo di fronte al ritrattino di una famiglia ‘ideale’, una famiglia che è difficile trovare nella realtà della nostra attuale società. E non basta richiamare dispositivi formali, come i patti di corresponsabilità, a coprire il vuoto di una fragilità genitoriale, quando non di una assenza, o di una distanza culturale che pone domande nuove alla scuola di oggi. E, quanto all’ attualità di queste nuove Indicazioni, mi chiedo in quale Italia si collochino, visto che il tema dell’intercultura è pressoché assente.

E sul piano didattico ha riscontrato delle contraddizioni?

Non poche. Ad esempio, da un lato si fa riferimento a un’impostazione di origine attivistica e costruttivista, che dovrebbe incentivare il protagonismo dell’alunno; dall’altro l’impostazione è precettistica, in certi casi fino alle minuzie, vi si respira un paternalismo didattico soffocante. Cosa dire, ad esempio, della didattica proposta per l’insegnamento della storia, dove addirittura si nega che gli alunni possano apprendere lavorando sulle fonti e sui documenti e si pensa che il modo migliore di insegnare sia quello di raccontare le cose mettendoci passione? Come conciliare questa sfiducia dichiarata nella capacità degli alunni di lavorare sulle fonti, anche le più semplici e di interpretare documenti, mentre tra le competenze attese in lingua e letteratura, nella scuola primaria, si dice che i bambini devono essere capaci di  comprendere “le intenzioni dell’emittente e l’affidabilità della fonte”? Ci sono poi non poche affermazioni sconcertanti, disseminate tra le pagine, come quando si raccomanda di “leggere testi che contengono idee intelligenti” o di attingere dal “patrimonio letterario italiano e straniero”. Naturalmente mi ripropongo una lettura  approfondita, ma mi sembra che queste Indicazioni abbiamo uno sguardo rivolto al passato e non al futuro, che propongano un’idea di scuola anacronistica e che ci riportino a una logica che è più quella dei vecchi Programmi che non quella di orientamenti pensati per una scuola del XXI secolo”. Se, come enfaticamente ho sentito dire, sono scritte guardando al futuro, si tratta di un futuro distopico.

Che tipo di docente emerge da queste nuove Indicazioni?

“Sul docente vengono spese parole importanti. C’è una evidente preoccupazione di ribadirne l’autorevolezza. Si dice che il docente è ‘magis’, e si scrive maestro con la M maiuscola. Lo si vuole in cattedra, ben eretto sulla predella che ne sottolinea l’asimmetria. Ma i grandi maestri sono quelli che tolgono la cattedra per fare spazio agli alunni, come fece Mario Lodi, non solo metaforicamente. È necessario ricordare che accanto al ‘magis ‘ di magister ci debba essere il ‘minus’ di minister, che, nel latino tanto caro agli estensori, significa colui che si mette al servizio, dal basso di una vicinanza e non dall’alto di una cattedra. L’autorevolezza di cui parlano le nuove Indicazioni è un’autorevolezza che viene definita per principio, dovuta a priori. Forse sarebbe bello, ma la realtà, non quella immaginata, non quella del libro Cuore, ci insegna che l’autorevolezza va conquistata. Come dice una bella poesia di Korczak, il difficile non è abbassarsi all’altezza dei bambini, ma innalzarsi alla loro altezza…”.

 Tuttoscuola

 

mercoledì 15 gennaio 2025

NUOVE INDICAZIONI NAZIONALI

  

Al via una vera 
e propria 
rivoluzione della scuola.

 

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha presentato ieri, in Consiglio dei Ministri, sotto forma di decreto, le Nuove Indicazioni Nazionali (i nuovi programmi), per il primo ciclo.

In sintesi, le novità che Valditara intende portare avanti sono:

  • Possibilità di inserire il latino nel curricolo a partire dalla seconda media;
  • Abolita la geostoria nelle superiori;
  • Centralità alla narrazione di quel che è accaduto nella nostra penisola dai tempi antichi fino ad oggi;
  • Più musica, letteratura, epica, Bibbia, filastrocche e grammatica alla primaria.

Le reazioni

Inutile dire che tutti questi elementi hanno scatenato moltissime reazioni, tra chi loda Valditara per il coraggio di fare una riforma tanto attesa dei contenuti insegnati a scuola e, soprattutto, per l’attenzione allo studio del latino, tutt’altro che lingua morta. C’è anche chi, invece, lo sta criticando aspramente per “riportare indietro” la scuola italiana.

Il noto classicista Luciano Canfora, a La Stampa, ha spiegato di essere d’accordo solo in parte con il ministro. “Il latino serve, come scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere, per imparare a studiare. Una stupidaggine considerarlo ‘di destra'”.

Il classicista rimane favorevole alla rimozione della geostoria dalle scuole superiori, definendola un mostro creato dalla ministra Gelmini: geografia è sacra ma deve essere una materia distinta e altrettanto lo deve essere la storia”.

“Questa riforma taglia spazio allo studio della geostoria per aumentare quello destinato allo studio della storia dell’Italia, dall’antica Roma al Risorgimento, passando dal cristianesimo e quindi dalla Bibbia. Ma questa riforma lascia molto spazio alle critiche”, scrive in una nota l’Unione degli Studenti, come scrive La Stampa.

“L’introduzione dello studio della Bibbia nel programma è una chiara scelta politica in linea con le idee reazionarie e conservatrici del governo, che si prova a nascondere con la scusa dello studio delle “radici della cultura italiana” che sappiamo invece essere molto più ampia” commenta Tommaso Martelli, coordinatore nazionale dell’UdS.

L’organizzazione studentesca poi critica la svolta nazionalistica della riforma. “Ridurre lo studio della geostoria, materia che permette di analizzare gli eventi storici legandoli al luogo dove essi si sono svolti, aprendo le menti degli studenti a una serie di ragionamenti più ampi, per sostituirla con lo studio della sola storia Italiana o occidentale in senso stretto, non è solo un tornare indietro negli anni nella creazione del programma, ma è anche una scelta che prende la direzione di una scuola estremamente nazionalistica e contraria a un’apertura che soprattutto in questa fase storica sarebbe necessaria”, continua Martelli.

“Latino fin dalle medie, e poi la storia tutta, in maniera approfondita, e ancora la musica, la letteratura, la lettura e la scrittura. Per una nuova generazione più consapevole e capace. Una generazione che sappia riscoprire il gusto di un buon libro e esprimere correttamente il proprio pensiero in un elaborato scritto. La riforma della scuola pensata dal Ministro Valditara e accolta con favore dal Consiglio dei Ministri rappresenta un punto di svolta tanto atteso. Finalmente la scuola italiana torna al suo ruolo primario di magistero culturale e sociale”, lo dichiara la senatrice di Fratelli d’Italia Ella Bucalo, membro della commissione cultura e istruzione del Senato e viceresponsabile del dipartimento istruzione del partito.

“Mentre la scuola pubblica soffre i tagli agli organici previsti dalla manovra, le discriminazioni tra regioni dovute al dimensionamento e mentre il paese va verso lo spaccamento del sistema scolastico nazionale con le autonomie leghiste, Giuseppe Valditara non trova di meglio che proporre l’abolizione della geostoria e lo studio della Bibbia. Questo ministro continua a perpetrare una visione retrograda dell’istituzione scolastica, che anziché accompagnare gli studenti nel nuovo millennio sembra proiettarli direttamente agli anni ’50. Quale sarà la prossima mossa? Rimettere le tv in bianco e nero negli istituti? Dividere le classi in sezioni maschili e femminili? Con Valditara la scuola pubblica sembra condannata ad una edizione de ‘Il Collegio’, in cui gli studenti devono vivere come facevano i loro genitori o i loro nonni. E se si azzardano a dire qualcosa le scuole potranno segnalare i loro nomi. Respingiamo questo disegno repressivo e privo di visione. Se alcune misure possono essere condivise, altre sono da rispedire al mittente. Attendiamo di leggere nel dettaglio le misure ma dalle dichiarazioni ci sembra chiaro il suo disegno reazionario, propagandistico e nostalgico. Saremo al fianco degli studenti e dell’intera comunità scolastica contro il progetto di riportare la scuola indietro di ottant’anni”, così gli esponenti M5S in commissione cultura alla Camera e al Senato.

“Riteniamo positiva la scelta di dare maggiore spazio alla letteratura, anche quella per l’infanzia; e di potenziare l’insegnamento della grammatica. L’idea di introdurre sin dalla prima elementari letture e attività che stimolino il piacere della lettura e il gusto per la scrittura è un passo importante per coltivare il pensiero critico e la creatività negli studenti”. Lo afferma all’Adnkronos Antonio Affinita, direttore generale Moige, Movimento italiano genitori. “E’ essenziale che i ragazzi comprendano fin da subito l’importanza della correttezza linguistica, della chiarezza e dell’ordine nella comunicazione. Inoltre, l’intenzione di riprendere quella ‘grande scuola della memoria’, che da sempre ha caratterizzato la tradizione educativa italiana. La memoria, infatti, non è solo un esercizio mnemonico, ma un veicolo di valori e di identità culturale”.

Cristina Costarelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi Lazio, ha detto, come riporta Il Secolo d’Italia: “Il latino richiede come requisito una conoscenza approfondita dell’italiano. Soprattutto a livello di costruzione logica della frase, di funzioni logiche, quindi studiare il latino la strada per consolidare la conoscenza dell’italiano che è una delle 8 competenze chiave europee”.

“La scuola bisogna toccarla. Valditara ha coinvolto gli esperti e le associazioni delle parti sociali. Fioccheranno manifestazioni, occupazioni, insulti. Polemiche politiche. Ma la scuola bisogna toccarla, perché la scuola siamo noi. E la scuola soffre, e non poco.

Certo, il mio ideale sarebbe una scuola ad personam, costruita per trovare e valorizzare i talenti di ciascuno studente. Un po’ come la medicina ad personam, che cura il malato e non solo la malattia. Una scuola che trova il tuo talento e lo fa fiorire. Ma intanto”, queste le parole della scrittrice Antonella Boralevi su Huffington Post.

Social scatenati

Sui social ci sono commenti ironici e sarcastici. Eccone alcuni:

“Nella scuola pubblica torna il latino alle medie e lettura della Bibbia, poi una specializzazione a scelta tra assalto alla diligenza, rabdomanzia e caccia alle streghe”.

“Cominciate ad insegnare ai ragazzi come si fa una dichiarazione dei redditi e come leggere la propria busta paga in futuro, altro che poesie a macchinetta o il latino Cristo. La scuola dovrebbe oltre alla cultura, preparati anche a vivere una vita consapevole da cittadino”.

“La scuola è un luogo dove si va per apprendere la cultura, le materie scientifiche, educazione fisica etc., non è un luogo di culto”.

“Invece di potenziare le materie scientifiche, concentrarsi sull’educazione digitale, lavorare per ridurre le ripetizioni che portano a rifare gli stessi argomenti a ogni ciclo scolastico, Valditara pensa di reintrodurre il latino e le poesie a memoria. Salvate la scuola!”.

“Mettete più materie che possono ritornare utili un domani ai ragazzi per non rimanere indietro con il resto del mondo”.

 Tecnica della Scuola

COMMENTO DI ITALO FIORIN



DI CHE STIAMO PARLANDO?

- di Italo Fiorin

La notizia della imminente presentazione delle nuove Indicazioni (linee guida?) per il primo ciclo occupa l’attenzione. L’intervista rilasciata dal ministro Valditara al Giornale, successivamente ripresa in molti commenti, così come le dichiarazioni della coordinatrice della Commissione, prof.ssa Perla, alimentano curiosità, attese, perplessità, che rimbalzano su media e social.
E’ benvenuto il confronto, è necessario il dibattito. L’auspicio è che ci sia disponibilità all’ascolto su un tema così rilevante, perché la scuola non è, non dovrebbe essere, questione di una parte, ma bene comune.
Finora si stanno commentando affermazioni slegate, prive del necessario contesto, così che tutte le interpretazioni sono possibili e tutte le perplessità giustificabili.
Manca, però, la cosa più importante perché un confronto costruttivo e non ideologico sia possibile: il testo che la commissione ha predisposto.
Un testo provvisorio, si spera (altrimenti non si potrebbe parlare di ascolto e confronto e dialogo), ma pur sempre un testo, dove leggere con la dovuta attenzione quale è la scuola che il ministro ha in mente.

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martedì 22 ottobre 2024

SERVICE-LEARNING per UNA CITTADINANZA ATTIVA

 


CI VUOLE

 UN BAMBINO

 PER FARE 

UN VILLAGGIO



-di Italo Fiorin

Il Service-Learning non educa solo alla assunzione personale di responsabilità, ma alla collaborazione, come metodo di affronto dei problemi e come valore. Intorno ad un progetto sono convocati tanti attori, ciascuno con un proprio contributo da offrire. Il SL possiamo immaginarlo anche come un ponte, che fa incontrare non solo persone, ma anche associazioni, centri culturali, istituzioni. Conosciamo tutti il proverbio africano: Ci vuole un villaggio per educare un bambino’. Sappiamo, però, che spesso questo villaggio educativo non esisiste, che l’alleanza tra scuola e comunità sociale è andata in frantumi. L’individualismo si accompagna alla solitudine. 

La scuola sente il peso di una responsabilità educativa che troppe volte non è condivisa. Ma chiudersi dentro le quattro pareti dell’aula, dedicarsi anima e corpo alla relazione educativa e didattica, quasi astraendosi dal contesto sociale, come dentro un’isola felice, non ha senso, non ha prospettiva.

I ragazzi non si proteggono dentro il recinto di un ambiente artificiale, bisogna rovesciare la logica.

La scuola ha una funzione, oggi più che nel passato, di rammendo, di ricostruzione di un tessuto logorato, di rigenerazione della comunità.

E sono proprio gli studenti i protagonisti di questa ricostruzione.

Il Service-Learning ci insegna che bisogna capovolgere il proverbio. Ci vuole un bambino, un ragazzo, per educare il villaggio. Perché sono i giovani che possono prendersi cura, e catalizzare le persone, le istituzioni, le associazioni perché si ricostruisca l’insieme, il noi.

Il Service-Learning supera l’idea del ‘sistema educativo’, un mondo specializzato, artificiale e formale, per promuovere un eco-sistema educativo.

Nelle tante esperienze realizzate vediamo la presenza di una molteplicità di soggetti, genitori, anziani, volontari, amministratori, oratori, associazioni…, convocate dall’iniziativa degli studenti. E tutto questo allarga di significato quello che chiamiamo curricolo, intendendo per curricolo il percorso intenzionale di accompagnamento degli studenti.

Il modello di riferimento, il sogno che è necessario per far scaturire i progetti, è quello della città educativa. La città educativa è lo spazio nel quale si incontrano, mescolano, contaminano, apprendimenti formali e non formali, docenti, educatori, genitori, studenti…, in un dialogo intergenerazionale e interculturale. Si rammenda, si fa rete, si consolida e allarga la rete, la realtà si trasforma.

Oggi comprendiamo con maggior chiarezza che nessun soggetto educativo basta a se stesso e può operare in solitudine.

La rivoluzione del Service-Learning non è principalmente didattica, anche se la didattica viene inevitabilmente rinnovata, ma, prima di tutto, è educativa.


I.Fiorin, Oltre l'aula. La proposta pedagogica del service Learning , ed. Mondadori

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venerdì 27 settembre 2024

UNA CONDOTTA BUONA

Voto in condotta, 

una legge nuova 

per una pedagogia vecchia

 

Torna il voto in condotta (e la bocciatura con il sei) dalla secondaria di primo grado. Gli studenti sospesi dovranno fare attività di cittadinanza solidale. 

Ma esattamente, i docenti sanno cosa valutare quando valutano la condotta? Davvero ha senso il volontariato obbligatorio?

 E se la scuola invece usasse di più il service learning? 

In dialogo con il pedagogista Italo Fiorin

-

-di Rossana Certini

 

La legge in materia di valutazione degli studenti, tutela dell’autorevolezza del personale scolastico e indirizzi scolastici è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati. Grazie a 154 voti a favore, 97 contrari e 7 astenuti nelle scuole italiane torna il voto in condotta per gli studenti delle scuole secondarie di primo grado; si introduce l’attività di cittadinanza solidale per chi viene sospeso e si prevedono multe per aggressioni al personale scolastico.

La “buona condotta”

«La legge approvata dal Parlamento rappresenta un passaggio fondamentale per la costruzione di un sistema scolastico che responsabilizzi i ragazzi e restituisca autorevolezza ai docenti», ha commentato il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara.

Parole all’apparenza condivisibili, quelle del ministro: del resto educare vuol dire proprio accompagnare i ragazzi verso la loro maturità intellettuale e morale. E cosa c’è di meglio che aiutarli a diventare adulti responsabili? Per non parlare del versante docenti, categoria sempre più privata della sua autorevolezza: chi non vorrebbe restituirgliela? Se, però, ci si sposta dal piano delle parole a quello dei fatti viene spontaneo chiedersi se la responsabilità può essere figlia delle sanzioni e l’autorevolezza dell’autorità.

«Un atteggiamento autoritario e repressivo è non solo inutile, ma anche dannoso», spiega Italo Fiorin, pedagogista che presiede la Scuola di alta formazione Educare alla solidarietà e all’incontro – Eis della Lumsa di Roma. Ha anche coordinato la commissione che ha lavorato alla stesura delle Indicazioni nazionali, ora in revisione all’insegna del concetto di patria. «I ragazzi, anche quelli che sono capaci di mettere in difficoltà la scuola, hanno bisogno di essere accolti, ascoltati e di ricevere delle proposte costruttive. Se pensiamo ad alcune figure significative del passato come san Filippo Neri, con i suoi oratori o don Bosco, con la sua attenzione agli ultimi oppure Giovanni Battista Piamarta, che ha offerto una prospettiva ai ragazzi di strada avviandoli al lavoro, ci accorgiamo che, pur essendo figure molto diverse tra loro, hanno in comune un approccio fatto di accoglienza, di ascolto e di creatività. Hanno saputo immaginare per i ragazzi delle cose nuove che prima non c’erano».

Leggendo la legge, invece, si ha l’impressione che di nuovo ci sia solo il ritorno a una pedagogia autoritaria e punitiva che usa come deterrenti il timore della bocciatura, della punizione o del voto in condotta. Ma esattamente cos’è la buona condotta?

Agire per il bene

«Prima di parlare di voto in condotta», prosegue Fiorin, «dovremmo chiederci cosa intendiamo per buona condotta. «Spesso si scambia per “buona condotta” quella dell’alunno che non disturba, che non interviene, che ripete in maniera speculare le parole che l’insegnante pronuncia. Io, invece, credo che il concetto di buona condotta dovrebbe essere quello di “agire per il bene”».

Spesso si scambia per “buona condotta” quella dell’alunno che non disturba, che non interviene, che ripete in maniera speculare le parole che l’insegnante pronuncia. Io, invece, credo che il concetto di buona condotta dovrebbe essere quello di “agire per il bene”

E prosegue: «dovremmo proporre ai ragazzi progetti capaci di collegare strettamente il servizio all’apprendimento in una sola attività educativa articolata e coerente. I progetti di Service learning, per esempio, uniscono attività di cittadinanza, azioni solidali e volontariato per la comunità all’acquisizione di competenze sociali, professionali e didattiche. I ragazzi che vengono coinvolti in questo tipo di progetti sono capaci di avere un buon comportamento, conoscono il rispetto e la solidarietà. Questi ragazzi imparano una virtù di tipo attivo che li porta ad agire bene. Una condizione completamente diversa rispetto a quella data dalla minaccia di una norma, che magari non condividono, ma che rispettano perché, tutto sommato, è utile per ottenere un voto. La vera buona condotta deve nascere dal desiderio di fare qualcosa di positivo e costruttivo per la società e l’ambiente».

La pedagogia del Service learning

La metodologia didattica del Service learning, di cui Fiorin è uno dei maggiori esperti in Italia, vede gli studenti protagonisti in tutte le fasi del progetto, dalla rilevazione dei bisogni, alla progettazione degli interventi, alle azioni messe in campo, alla valutazione degli esiti.

«A Bergamo, in un istituto di istruzione superiore, gli studenti si sono interrogati su cosa fanno i ragazzi migranti nei centri di accoglienza», racconta Fiorin, «e dal bisogno di rispondere a questa domanda è nato un progetto che ha consentito ai ragazzi migranti di entrare a scuola, imparare le tecniche fotografiche e grafiche insieme agli studenti bergamaschi. In questo scambio di conoscenze, relazione e racconto, grazie alle competenze acquisite tra i banchi di scuola, i ragazzi hanno progettato e realizzato degli album che raccontano le storie dei loro amici migranti. Un altro esempio è quello di un istituto alberghiero pugliese dove gli studenti si sono interrogati sullo spreco alimentare. Sono così entrati in contatto con la grande distribuzione, hanno raccolto gli scarti e li hanno trasformati ogni giorno in un menu diverso. Ne è nata una mensa sociale gestita dai ragazzi e aperta a chi ne ha bisogno. Il Service lerning è una proposta pedagogica che educa i giovani a quello che papa Francesco definirebbe amore sociale, che li aiuta a diventare cittadini attivi. Li apre alla dimensione del volontariato».

Il mettersi al servizio non conosce imperativo

Nella nuova legge, invece, le attività di cittadinanza solidale sono un obbligo che sono tenuti a svolgere i ragazzi che ricevono un provvedimento disciplinare: più di due giorni di sospensione. Vero è che “più scuola” per questi ragazzi è meglio di “meno scuola” e che la sospensione oggi come oggi in molte situazioni rischia di essere percepita più come un premio o un favore che come una punizione o una perdita.

«Non sono convinto che questo approccio possa sortire dei risultati a lungo termine», sottolinea Fiorin: «Daniel Pennac scrive in un suo libro che il verbo leggere non conosce l’imperativo. Cioè, non puoi dire a una persona “devi leggere”, devi generare in lei il piacere di leggere. La passione per la lettura porta le persone a leggere. Possiamo dire la stessa cosa del verbo “servire”. Mettersi al servizio non conosce imperativo. Solo se sei uno schiavo conosci l’imperativo. Una persona non può essere messa nelle condizioni di fare obbligatoriamente del bene. Dal punto di vista dell’efficacia educativa l’imposizione di “fare del bene” è controproducente. Se una persona deve ingoiare, come una medicina amara, una buona azione, presto, la cosa che gli verrà più spontanea fare sarà di disfarsi quanto prima di quella buona azione. Invece, se una persona viene resa responsabile in maniera motivata e protagonista di un’impresa che sente come importante e condivisa insieme ai suoi compagni allora cambierà la sua prospettiva».

Pennac ci ha ricordato che non puoi dire a una persona “devi leggere”, ma devi generare in lei il piacere di leggere. Possiamo dire la stessa cosa del verbo “servire”. Mettersi al servizio non conosce imperativo. Dal punto di vista dell’efficacia educativa, l’imposizione di “fare del bene” è controproducente.

Incontrare la realtà

Infine, spiega Fiorin: «la scuola deve proporre l’incontro con la realtà, con le persone migranti o senza fissa dimora oppure con gli anziani soli, ma deve essere una proposta alla classe. Deve saper costruire dei patti educativi, quindi un’alleanza con le realtà del volontariato del territorio, capace di mettere in relazione gli studenti con gli adulti che in queste associazioni operano per fare dei progetti curricolari e utili all’apprendimento».

 Immagine: Studenti di una scuola Montessori impegnati in una attività (foto di Milena Piscozzo)

 

VITA

 

lunedì 5 febbraio 2024

SER MAIS

VOLONTARIATO. 

L'ARTE DEL PRENDERSI CURA


- di Italo Fiorin


Il (nostro) presidente Mattarella, ieri, a Trento, nominata città capitale europea del volontariato, ha detto: « Il volontariato esprime una visione del mondo. Quella della indivisibilità della condizione umana. Il famoso I care, mi riguarda, fatto proprio da don Milani e da Martin Luther King. Una visione che pone in primo piano la persona, l’integralità della sua vita, il suo pieno diritto a essere parte attiva della comunità».
 
L’Italia vanta una presenza larga, diffusa, di un volontariato silenzioso e concreto, persone di ogni età e condizione sociale che si prendono cura degli altri, dell’ambiente, delle istituzioni. E’ questa la grande risorsa del nostro Paese, senza la quale saremmo più poveri, soprattutto di umanità.

Chi è il ‘volontario’? Chi fa qualcosa di buono per gli altri non perché obbligato, lo fa gratuitamente, trovando la ricompensa in quello che fa. Potremmo dire, paradossalmente, che il volontario si prende cura, prima di tutto, di se stesso, non in termini utilitaristici o narcisistici, non per ambizione, non per calcolo o per tornaconto, non per avere, ma per essere di più (ser mais, diceva P. Freire).

Se il volontariato e’ un atto di libera scelta, e’ però un bene prezioso che va coltivato. E si comincia da subito, con i bambini in famiglia, con gli studenti a scuola. Non esiste una materia scolastica chiamata ‘cultura della cura’, ma questo è l’insegnamento più importante, che non richiede risorse, non è certificato dai voti, ma fa la differenza.

E, come ricorda sempre il Presidente Mattarella: «la “cultura della cura” deve tradursi anche in “cura della Repubblica” e “cura dell’Europa”. La solidarietà genera speranza. E solidarietà e speranza sono strettamente connesse con l’idea di pace, gravemente tradita. Le azioni dei volontari ci parlano di pace. Il mondo si cambia anche partendo dai piccoli passi che riempiono il nostro quotidiano. È una responsabilità che riguarda ciascuno ».


DISCORSO DEL PRESIDE


NTE DELLA REPUBBLICA


 

venerdì 19 gennaio 2024

DOV’È LA REALTÀ?

 


-         di Italo Fiorin

 Si va a scuola non semplicemente per ‘apprendere’, ma per apprendere insieme agli altri. La dimensione sociale è nella natura stessa dell’istituzione scolastica.

Quindi, si va a scuola per imparare in un contesto di relazioni.

La dimensione relazionale non è, però, solo il contesto nel quale si apprende, ma è essa  stessa oggetto di apprendimento. Un clima competitivo incide in maniera molto diversa da un clima cooperativo, questo è evidente.

Considerare buona la condotta di chi non disturba e, non sia mai, non contesta e’ molto diverso dal promuovere comportamenti pro-sociali e incoraggiare a ragionare con la propria testa. 

Privilegiare comportamenti individualistici e competitivi non è la stessa cosa che insegnare ad apprendere cooperando e aiutandosi reciprocamente. Ritenere che studenti con situazioni per vari motivi penalizzanti (disabilità, background migratorio …) costituiscano un ostacolo per i loro compagni più dotati, propone un’idea di scuola selettiva e difensiva, nella quale i più fortunati non siano rallentati nel loro percorso scolastico.

Ma è proprio così? E’ questo il modo migliore per prepararli a ‘stare al mondo’? Che cosa perde un alunno che non è invitato a relazionarsi positivamente con gli altri, ad aiutarli e farsi aiutare, ad apprendere modalità cooperative di studio, di ricerca, di soluzione di problemi?

Che cosa perde la scuola che non sa rendersi ospitale della diversità, che inevitabilmente la abita?

La bella vignetta di Biani ci interroga. A che cosa serve la scuola? Quale è il senso dell’apprendimento? 

Che rapporto ha con la realtà?



 

mercoledì 2 agosto 2023

IL NOSTRO SOGNO PER I GIOVANI

 La cultura nella quale viviamo una dimensione autistica della vita personale, e una dimensione competitiva della relazione con gli altri.

 I giovani hanno bisogno di una grande speranza, che è quella di coinvolgerli nella costruzione di un mondo migliore.


 

-         di Italo Fiorin

-          In questi giorni si svolge a Lisbona un evento che merita l'attenzione di chi si occupa di educazione: la Giornata Mondiale della Gioventù. Giovani di tutto il mondo si ritrovano, per incontrare Papa Francesco. Al di là del credo religioso o dei valori professati, è importante chiederci quale sia il bisogno che spinge i giovani a confrontarsi con l'anziano pontefice, quale sia il senso della loro ricerca, e quale prospettiva noi adulti, soprattutto noi insegnanti o persone di scuola, sappiamo proporre loro.

La centralità dell’apprendimento, espressa dallo slogan dell’imparare ad apprendere, è ormai universalmente riconosciuta, ma il modo di interpretare in che cosa debba consistere questo apprendimento non è univoco. Semplificando, possiamo dire che si fronteggiano due diverse visioni, quella funzionalista e quella personalista.

Nella visione funzionalista, è soprattutto la realtà economica a dettare alla scuola e all’università quali debbano essere le priorità e a decidere della qualità di queste istituzioni. Tanto più godranno di reputazione, quanto meglio sapranno rispondere alle richieste del mercato.

Nella concezione personalista, finalità e obiettivi devono rispondere alle esigenze di sviluppo della persona umana, considerata nella integralità delle sue dimensioni. La qualità del percorso formativo sarà valutata non solo in base alla capacità di rispondere alle richieste del mercato del lavoro, ma di promuovere lo sviluppo armonico degli studenti.

La visione funzionalista sottolinea maggiormente gli aspetti produttivistici e la dimensione cognitiva dell’apprendimento, mentre la concezione personalista considera anche gli aspetti relazionali, sociali, di costruzione della personalità e di significatività personale dell’esperienza.

Nella prospettiva del funzionalismo quello che conta è il risultato.  Viene apprezzato molto l’agire individuale, la capacità che l’individuo ha di prendere decisioni autonome, di sbrigarsela da solo, di emergere, se possibile, primeggiando. A queste doti vengono associati dei valori, quali il raggiungimento dell’eccellenza, il riconoscimento del merito, la capacità di competere e di raggiungere il successo.

Questa visione presenta aspetti che non vanno sottovalutati. Nessuno può negare l’importanza dell’impegno personale, il valore che c’è nel cercare di risolvere i problemi autonomamente, senza cedere di fronte alle prime difficoltà. Spesso, però, l’enfasi sulla realizzazione personale si accompagna ad una concezione individualistica dell’educazione, nella quale non c’è posto per gli altri, se questi possono rappresentare un ostacolo al desiderio di affermazione personale. 

La cultura nella quale viviamo spinge in tale direzione, in mille modi, favorendo una dimensione autistica della vita personale, e una dimensione competitiva della relazione con gli altri. Sembrerebbe che l’unica motivazione all’agire sia l’interesse personale e l’utile che ne può derivare.

Ricorrere a forme di riconoscimento esterno per sollecitare l’impegno nello studio è molto parziale e rischia di produrre più danni che benefici.

Una visione tanto riduttiva del valore dell’apprendimento trascura che, per i giovani, può risultare molto più allettante essere coinvolti in un progetto di trasformazione della realtà, spendersi per un ideale grande al punto da sembrare utopico. Non è detto che l’elogio del successo individuale all’interno di un vecchio mondo nel quale rapidamente integrarsi sia più seducente della prospettiva di un mondo nuovo da costruire, di un protagonismo generoso, finalizzato non alla conservazione dell’esistente ma al cambiamento profondo.

 Ai giovani può essere prospettato un senso non solo privato, ma sociale dell’impegno che si chiede loro, si può associarli ad una grande speranza, che è quella di coinvolgerli nella costruzione di un mondo migliore.