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martedì 9 giugno 2026

HOMO VIATOR

 


Mentre intorno a noi 

tutto scorre imperterrito, 

ci chiediamo quale sia 

il nostro posto. 

La fiducia nel futuro

 è un sintomo primordiale

 dell’essere umano,

 il vero cammino è interiore».

Homo Viator [PDF]

Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. 

La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” …

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”.  

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta?

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. 

Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

https://www.vitomancuso.it/ 

sabato 30 maggio 2026

ADDIO EDGAR MORIN

 "Il mio percorso spirituale è un'avventura durata cento anni, in cui ho fatto della mia vita unaricerca soggettiva originarian di verità, una ricerca  fuori strada, e di questa ricerca fuori strada una ricerca di me stesso. 

E' morto a 104 anni Edgar Morin, filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese contemporanea. Autore di oltre cento libri tradotti in una trentina di lingue, Morin è stato uno dei pensatori più noti al grande pubblico, anche per la sua insistenza sulla "pensée complexe", il "pensiero complesso", nozione ripresa e resa popolare anche dal presidente francese Emmanuel Macron.

"Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero", ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin in una nota all'Afp. "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci", ha aggiunto.

La vita

Nato l'8 luglio 1921 a Parigi in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, Edgar Nahoum, questo il suo nome di nascita, perse la madre all'età di dieci anni. Studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto. Dopo aver frequentato ambienti libertari favorevoli al campo repubblicano nella guerra civile spagnola, aderì al Partito comunista francese nel 1942. Durante la Resistenza assunse lo pseudonimo di Morin, che avrebbe poi mantenuto.

Fu escluso dal Pcf nel 1951 per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. "Fu come un dolore d'infanzia, enorme e molto breve", avrebbe raccontato più tardi. La rottura con il comunismo arrivò poco dopo la pubblicazione del suo primo libro, L'An zéro de l'Allemagne, dedicato all'occupazione della Germania, alla quale aveva partecipato nell'esercito francese. Il distacco dal comunismo si legò a una più ampia postura critica, che avrebbe attraversato tutta la sua opera e che trovò una tappa importante in Autocritique, pubblicato nel 1959.

Entrato al Cnrs come sociologo, Morin si dedicò presto a temi allora innovativi: il cinema, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d'Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l'opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta.

Dopo alcuni anni, trascorsi in America latina, nel 1969 fu invitato all'Istituto Salk di San Diego, in California. Da quell'esperienza nacque Journal de Californie, nel quale studiò la regione come laboratorio della modernità. Negli anni successivi avviò la sua opera maggiore, La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L'Humanité de l'humanité ed Éthique.

La Méthode

Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere. Partecipò anche, insieme ai biologi Jacques Monod e François Jacob, alla creazione del Centro internazionale di studi di biologia e antropologia fondamentale all'abbazia di Royaumont.

"Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l'intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società", scriveva in occasione di un colloquio organizzato dall'Associazione per il pensiero complesso, fondata da lui nei primi anni Duemila. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, "ciò che è tessuto insieme", era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.

Morin si definì sempre agnostico, o anche "incredulo radicale". Nessuna concezione del mondo, sosteneva, può considerarsi depositaria della Verità, e le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere in un insieme multicivilizzazionale.

Una "politica di civiltà", la formula ripresa da Macron

Nel 2007, con L'An 1 de l'ère écologique: la terre dépend de l'homme qui dépend de la terre, Morin avviò un dialogo con Nicolas Hulot sulla necessità di promuovere una "politica di civiltà", orientata a rimettere l'uomo al centro della politica e a privilegiare il "vivere bene" rispetto al semplice benessere.

La formula ebbe ampia fortuna mediatica e fu ripresa per un periodo dal governo di Nicolas Sarkozy, da cui Morin prese poi le distanze.
Negli anni Duemila dedicò numerosi libri ai grandi temi dell'attualità: educazione, ambiente, politica internazionale. Pubblicò anche volumi di dialogo con personalità molto diverse, tra cui Boris Cyrulnik, Jean Baudrillard, Stéphane Hessel, François Hollande e Tariq Ramadan. 

"Israel-Palestine: le cancer", la polemica per l'articolo su Le Monde

Nel giugno 2002 suscitò una vasta polemica firmando con Danièle Sallenave un articolo su Le Monde intitolato "Israel-Palestine: le cancer", nel quale denunciava la politica israeliana verso i palestinesi. L'articolo gli valse un procedimento promosso da associazioni come France Israel e Avocats sans frontières. Alcuni critici gli rimproverarono anche di sottovalutare la rinascita dell'antisemitismo in Francia e di coltivare una visione multiculturale giudicata troppo idealizzata.

Rai News


 

sabato 9 maggio 2026

LA SCUOLA IMPOSSIBILE


 

LA SCUOLA


 IMPOSSIBILE.

 

Nei giorni scorsi alla Lumsa di Palermo si è svolta un’intensa giornata di studio e di confronto sul tema “Tecnologie, relazioni e senso dell’educare nella scuola contemporanea”. 

E’ stata una dinamica interazione tra docenti di varie università e scuole (dall’infanzia al secondario superiore) e rappresentanti dell’AIMC nazionale e locali. Relazioni e lavori di gruppo hanno caratterizzato la giornata.

Nel ringraziare gli organizzatori, i relatori e i partecipanti, riportiamo la testimonianza del professore Italo Fiorin relativa alla memoria di Alfredo Giunti e alla “scuola centro di ricerca”:

 “E' con grande piacere ed emozione poter ricordare chi era Alfredo Giunti, al convegno organizzato dall'AIMC e dall'università LUMSA, a Palermo, mercoledì 7 maggio, e ringrazio il prof. Vicenzo Schirripa per avermene dato l'occasione.

Alfredo Giunti per me è stato il privilegio che raramente capita nella vita, incontrare insieme un Maestro e una persona cara, e non avrei mai potuto pensare alla scuola, al suo senso, come oggi lo intendo, se non lo avessi conosciuto.

Sento la responsabilità di far conoscere il suo pensiero, ancora freschissimo, perché la Scuola Centro di Ricerca, che lui aveva immaginato e proponeva, è la scuola di cui c'è bisogno oggi, ancora più di ieri. Scriveva: "La conoscenza umana, tutta la conoscenza umana, è nata da uno stupore iniziale (...) che prima ha incatenato l'attenzione e poi ha messo in moto le energie intellettuali: dall'emozione alla curiosità, dalla curiosità alla problematizzazione, all'indagine, al raggruppamento e alla selezione dei risultati, infine alla scienza (...).

Sarebbe una scuola impossibile quella che seguisse questo procedimento, che si servisse, cioè, dello stupore degli alunni, per avviarli a pensare?"

È una domanda che dobbiamo far risuonare dentro di noi".






martedì 18 marzo 2025

INSEGNANTI CATTOLICI NEL MONDO

All'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT) aderiscono le associazioni di educatori cattolici di varie parti del mondo,  in particolare quelli che insegnano nelle scuole e nelle università  non solo cattoliche, ma anche statali .

Durante l'Anno giubilare 2025  indagine promossa dall'Unione mira a conoscere meglio l'identità e il ruolo degli insegnanti cattolici (che testimoniano i valori del Vangelo nelle realtà in cui operano). 

Vi invitiamo cortesemente a compilare  (e fare compilare ai colleghi) il seguente questionario per aiutarci a comprendere l'identità dell'insegnante cattolico (ruolo, sfide ... ). 

Bastano solo 10 minuti del vostro tempo. Grazie !

I risultati dell'indagine saranno presentati alla conferenza del Giubileo dell'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici nel novembre 2025, e pubblicati sulla pagina web dell'UMEC-WUCT  http://umec-wuct.blogspot.com 


 

Fare clic qui per partecipare al sondaggio:

 Italiano: https://uofg.qualtrics.com/jfe/form/SV_6fJB4ZQuogHvpqe



 


 

mercoledì 11 settembre 2024

LEZIONE FRONTALE. CUI PRODEST ?

DIPENDENTI
 o RICERCATORI ?


 Il pedagogista Daniele Novara, nel suo articolo “La lezione non serve”, pubblicato su rivista Conflitti n°2-2018, si sofferma sul tema della lezione frontale.

 

“La scuola italiana ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Questo problema non riguarda l’architettura tradizionale del sistema scolastico, i cosiddetti cicli d’istruzione, né la distribuzione delle materie nel curriculo. Non è l’abbandono scolastico, o i voti numerici e neppure la formazione degli insegnanti e il sistema di valutazione. Il problema della scuola italiana nasce da un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale” scrive.

 “Oggi siamo passati dal manoscritto al tablet, ma il sistema resta sostanzialmente lo stesso: l’assunto che muove comunque ancora gran parte della didattica della scuola italiana è che per far imparare qualcosa a qualcuno, e quindi per insegnare, il metodo più scontato, lineare e apparentemente efficace sia quello di utilizzare il sistema della lettura di un testo associata a una spiegazione” prosegue.

 “E la didattica della lezione frontale, ancora così diffusa e persistente, se non nell’ideale decisamente nella pratica, è il retaggio di questo imprinting. È un metodo che implica una concezione dell’apprendimento come processo trasmissivo, fondato sostanzialmente sul canale verbale, e richiede tempi attentivi che tutti gli studi più recenti han­no verificato non essere sostenibili da un adulto, figurarsi da un bambino o da un ragazzo” aggiunge.

Novara continua: “Il perpetrarsi di generazione in generazione di questo meccanismo didattico nasce anche dal suo essere un dispositivo pedagogico essenziale nella sua semplicità e facilità applicativa, fondato sul codice della dipendenza. È un sistema in solo tre passaggi, accessibili e sostenibili da chiunque conosca una materia scolastica. La competenza pedagogica non serve, basta spiegare attraverso la lettura parziale o totale di testi, richiedere e incentivare lo studio individuale e infine interrogare concedendo all’alunno la possibilità di essere valuta­to in ordine alla comprensione della spiegazione dell’insegnante, che si aspetta sostanzialmente una ripetizione, più o meno pedissequa“.

 “Anche Paulo Freire, il pedagogista brasiliano tra i più importanti teorici del­ l’educazione del secolo scorso, si è espresso duramente contro la concezione da lui definita “depositaria” dell’istruzione della scuola e dell’educazione: l’educazione “depositaria” si perpetua nell’atto di trasferire, depositare come se fossero un pacchetto, conoscenze e valori in un contenitore vuoto, l’alunno, in un’azione che scaturisce da un rapporto verticale fondato su un’asimmetria di sapere e possibilità” conclude.


giovedì 4 gennaio 2024

SAPER DUBITARE



Dobbiamo osare 

un cambiamento 

di paradigma:

 il dubbio ci serve,

 il dubbio è fecondo. 

Senza il dubbio 

non c’è avanzamento

 della conoscenza. 

Chi non ha dubbi, 

si frega con le proprie mani.

Occorre che impariamo

 anche a dire 

“non lo so” e “non ho capito”

-         di Vera Gheno

-          

Non avere dubbi, normalmente, è considerato un fatto positivo. Il dubbio è il male: lo si fa coincidere con l’essere privi di certezze, di un’idea precisa. Avere dubbi riguardo a sé stessi è anche peggio: si viene velocemente bollati come persone insicure, indecise. Il dubbio è grigio, laddove i sicuri sanno cosa sia nero e cosa sia bianco, giusto e sbagliato, lecito e illecito. Il grigio, l’incertezza, è né carne né pesce: bianco sporco, o nero stinto. Il dubbio non è muscolare.

 Eppure, dobbiamo osare un cambiamento di paradigma: il dubbio ci serve, il dubbio è fecondo. Senza il dubbio non c’è avanzamento della conoscenza. Chi non ha dubbi, e pensa di sapere già tutto quello di cui ha bisogno, si frega con le proprie mani. Si chiude in una sorta di autoreferenzialità cognitiva e non si concede la possibilità di evolvere. La certezza è la fine dell’evoluzione. Il che non vuol dire mettere in dubbio qualsiasi cosa; vuol dire ammettere, con onestà, i limiti delle proprie competenze e conoscenze. “Là fuori” è pieno di nozioni, ci sono campi interi che ignoriamo completamente … Pattugliare i limiti del proprio sapere, secondo me, è essenziale. Purtroppo, ci siamo convinti che siccome le informazioni, in linea di massima, sono a portata di mano, possiamo sapere tutto. Ma acquisire un’informazione non vuol dire conoscere: non coincide nemmeno con il capirla. L’accesso all’informazione permesso da internet non ci ha dotati automaticamente della conoscenza, che va invece perseguita con fatica.

 Facciamoci caso: quante sono le persone che intervengono nelle discussioni senza alcuna competenza specifica, pensando di averla? Quanti criticano gli “esperti” con un “io non credo sia così”, certi delle proprie conoscenze e mettendo automaticamente in dubbio quelle altrui, come se fosse tutta questione di fiducia? Quante volte, quando parliamo di argomenti che conosciamo bene (perché li abbiamo studiati), capita di trovare qualcuno che sentenzia apodittico “non è vero”, oppure più enigmaticamente “mah”? …

 Tanti, troppi, non si rendono conto dei limiti delle loro conoscenze: si chiama effetto Dunning-Kruger: una distorsione cognitiva che porta le persone non molto competenti in un certo campo a sovrastimare le proprie conoscenze e a promuoversi esperte, con tutte le conseguenze del caso …

 Un genere di persone particolarmente comuni sui social, ma non solo, sono i sedicenti esperti; persone mai disposte ad ascoltare, che pensano di sapere già tutto, e che, se contraddetti, si lamentano di essere vittime degli altri (di solito, un “voi”) che li bullizzano. A ben pensarci, tutto questo circolo vizioso è causato dalla mancanza di dubbi rispetto alle proprie conoscenze …

 Mettiamoci il cuore in pace: nessuno di noi è tuttologo; nessuno, nemmeno il più colto, potrà capire tutto. Occorre che impariamo anche a dire “non lo so” e “non ho capito” … 

La persona colta si rende conto di avere bisogno di controllare un’informazione o una nozione, e più o meno sa dove andarla a cercare. La persona ignorante invece non si pone alcun dubbio: sa già tutto quello che ha bisogno di sapere, non si fa certo prendere dal morso del dubbio. Vive felice con le sue certezze, senza rendersi conto che sono un recinto esiguo che limita la possibilità di conoscere il mondo, di crescere. In ultima analisi, di vivere una vita piena.

 

V. Gheno, Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole, Einaudi

mercoledì 9 agosto 2023

SCUOLA, IN CAMMINO O ASFITTICA

SCUOLA/ Scelga se continuare a morire o seguire Leopardi e il Papa

-         di Corrado Bagnoli

-          

Alla Gmg che si è appena conclusa a Lisbona, il Papa ha citato il poeta portoghese Pessoa secondo cui “essere insoddisfatti è essere uomini”. Ai giovani che lo stavano a sentire ha poi detto “non dobbiamo aver paura di sentirci inquieti, di pensare che quanto facciamo non basti. L’incompletezza caratterizza la nostra condizione di cercatori e di pellegrini. Siamo in cammino. Non siamo malati, siamo vivi! Preoccupiamoci quando, al posto delle domande che lacerano, preferiamo le risposte facili che anestetizzano”.

 Forse aveva in mente anche un altro poeta, quel Leopardi che certamente potrebbe rispondere in pieno all’identikit del giovane contemporaneo fatto dal Papa. Viaggiatori, pellegrini, cercatori. E per questo costruttori del presente e del futuro.

 E gioiosamente pensando ad alcuni dei suoi ex alunni che stanchi e trasfigurati sarebbero scesi dal pullman che li riportava a casa dal Portogallo, il mio amico Giuseppe – che ormai sta in ferie sempre e non ha bisogno dell’estate per staccare dalla scuola – seduto al tavolo di uno dei pochi bar rimasti aperti in questo agosto cattivo, focoso, ventoso e piovoso, insieme a me e ad Alice – che le ferie invece le vede già finire e pensa al collegio del primo settembre – ha quasi cinicamente commentato: “Certo. Scuola permettendo”.

 Non stacca mai, neanche adesso che è in pensione. Non demorde e continua ad avere qualche perplessità. Con Alice che gli dà corda, anche se adesso la scuola è lei.

 Sì, risponde alla mia obiezione, sono io se mi lasciano essere la scuola. Ma non è mai così, è sempre meno così. A me viene in mente ancora Leopardi: non che si possa parlare di una sua teoria organica sulla scuola e sull’educazione – del resto non lo si potrebbe dire di niente che riguardi Leopardi – ma nello Zibaldone attacca una serie di riflessioni che sembrano calzare a pennello per l’occasione. Nei pensieri 264 e 266 dell’ottobre del 1820, il giovane inquieto e insoddisfatto Leopardi bolla la scuola dell’età classica come quella dell’indottrinamento: i maestri insegnavano le loro ricette e i discepoli le riproponevano tali e quali. Quelli più intelligenti andavano di maestro in maestro e poi si tenevano un po’ di posto per una loro invenzione, creando una scuola nuova, una cucina diversa. Nel suo tempo invece tutte le “scuole seguono gli stessi principii e non si diversificano, se non per la diversa disciplina che professano” : Leopardi, sempre acuto e profetico, osserva che essa è ormai giunta a una sorta di omologazione, a metodi didattici uniformati e addirittura a una formazione standardizzata per i nuovi maestri.

 Non sono forse le stesse cose che dice Alice della scuola di adesso? Preoccupata ancora di vedere un’estate in cui ministri e presidi si preoccupano di indicare linee programmatiche, giri di vite su condotta e comportamento, concorsi e chiacchiere su come riempire le cattedre e sistemare le cose. Ma le cose della scuola, dice Alice, non sono quelle di un’azienda, di un processo di produzione, in cui si possono immaginare formule per sistemare le cose. È agosto e siamo al bar e sappiamo bene che nessuno può dare risposte, ma magari si potrebbe cominciare a pensare in un modo diverso, tanto per capire da dove cominciare.

 Giuseppe allora mi chiede che cosa direbbe il giovane Leopardi – fa così perché un po’ lo ha infastidito il rumore intorno alla Gmg e ai giovani di cui mai a nessuno frega qualcosa fino al prossimo evento o al prossimo disastro – immaginando che se ne stia lì intorno al tavolo con noi, che cosa suggerirebbe?

 Ma lo sa bene anche lui che il poeta è pieno di contraddizioni, domande e inquietudini. E ha pochi consigli da dare. Comunque Leopardi riconosce in altri passaggi l’importanza di un esercizio frequente, della ripetizione, del persistente contatto con i testi che contribuiscono a creare il talento. Sembra che questo coincida con la didattica tout court: “L’insegnare non è quasi altro che assuefare” e “L’imparare non è altro che assuefarsi”. Leopardi sembrerebbe avere piena fiducia in una metodologia capace di plasmare la persona: l’assuefarsi ad assuefarsi leopardiano assomiglia un po’ a quell’imparare a imparare che viene raccomandato dai pedagogisti di oggi?

 Senonché, comunque, il suo giudizio generale sull’educazione è negativo, perché essa è basata su divieti e imposizioni, ed è addirittura contraria a quanto chiede la natura: il percorso educativo – e naturalmente parla del suo, della sua esperienza e per fortuna non è quella di tutti oggi alla scuola – è una specie di supplizio volto a negare le istanze belle e il desiderio di felicità che albergano nei giovani. Se da un lato il poeta sembra proclamare la necessità della scuola intesa come esercizio e ripetizione, dall’altro lato rivendica un’educazione come esperienza viva e libera che nessuna scuola sembra in grado di garantire.

 Attuale, profetico e problematico come sempre: ancora oggi, soprattutto oggi, la scuola deve scegliere se essere un percorso educativo improntato alla libertà o configurarsi come un semplice processo formativo il cui esito pare già scritto, quando va bene. La scuola deve decidere se è Alice e i suoi alunni, protagonisti come li vuole il Papa. O continuare a morire pensandosi altro.

 Il Sussidiario

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giovedì 21 luglio 2022

LA CHIAVE SOTTO IL LAMPIONE

Generare nuovi 

luoghi di vita.

 Questo libro nasce dalle persone. 

All’inizio, uno sguardo

Questo libro nasce dall’aver incrociato lo sguardo di desiderio di tante donne e tanti uomini.  Il desiderio di un futuro diverso, fatto di un costante quanto impegnativo esserci l’uno per l’altro. Ci siamo ogni volta stupiti della forza e della tenacia di quello sguardo.

Abbiamo chiamato le nostre case “alloggi” e “appartamenti”. Lo sguardo è quello di chi ha capito che l’uomo abita il mondo, non sta in un appartamento.

Le abbiamo chiamate così, le nostre case: alloggi e appartamenti.

Ne abbiamo fatto in questi ultimi cento anni persino un mercato speculativo, enorme.

È in questo modo che ci siamo separati, è in questo modo che ci siamo ritrovati soli.

Un signore anziano e ubriaco cerca la chiave di casa

Abbiamo fatto come quell’anziano signore che a una festa, per tanti motivi, si ubriaca.

Quando la festa volge al termine, si incammina sbandando verso casa.

Una volta giunto sulla soglia d’ingresso, si accorge di non trovare più nelle sue tasche la chiave per aprire la porta.  Il signore, anziano e un po’ ubriaco, torna quindi indietro e si mette a cercare la chiave sotto un lampione, vicino a casa.   Rimane lì per diverse ore, intento nella ricerca. Dopo parecchio tempo, addirittura, il lampione si spegne, ma lui prosegue imperterrito a cercare la chiave lì sotto.

A un tratto, il signore viene notato da due giovani poliziotti di pattuglia, che si avvicinano domandandogli che cosa sia accaduto. «Ho perso la chiave di casa», asserisce l’anziano.  Così, uno dei due gli chiede perché vada cercando la chiave proprio sotto il lampione, e la risposta convinta del signore è: «Perché qui c’è luce».

Dobbiamo cercare la chiave da un’altra parte. Come l’anziano, anche noi ci siamo ubriacati. Lo abbiamo fatto per almeno cent’anni: fuggendo da costrizioni sociali ataviche, abbiamo trasgredito e goduto della vita.

E, come lui, anche noi immaginiamo di trovare la chiave sotto la luce del lampione, che negli anni abbiamo chiamato specializzazione, funzionalismo, efficientamento.

Con chi vogliamo vivere? Con chi vogliamo ridere? Con chi vogliamo piangere? Con chi vogliamo morire?

Oggi abbiamo una grande opportunità, perché con la pandemia questo lampione si è spento e il buio ci ha mostrato ciò che il riverbero della luce artificiale non ci permetteva di scorgere: il viso dei due giovani.

Ora, dobbiamo farci accompagnare, fidandoci delle loro parole: «Forse, la chiave l’hai persa da un’altra parte». Ammettiamo di essere ubriachi, di non potercela fare da soli.

Usciamo dalla pretesa di avere la risposta, condividendo la domanda.

Con chi vogliamo vivere? Con chi vogliamo ridere? Con chi vogliamo piangere? Con chi vogliamo morire?

Un nuovo modo di abitare la vita, i luoghi, la casa: ecco che cosa è urgente e importante.


Generare luoghi di vita. Nuove forme dell'abitare

 

mercoledì 5 gennaio 2022

OLTRE LE APPARENZE


  I Magi, primizie della fede

Nella solennità dell’Epifania, ricordiamo alcune riflessioni dei Papi sui Magi, venuti dall’Oriente a Betlemme, seguendo la stella, per far visita al Bambino Gesù


-         Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

 Le parole dei Papi sui Magi si intrecciano con i giorni vissuti a Betlemme dalla Santa Famiglia. Dal Vangelo secondo Matteo si leggono queste parole: "Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da Oriente a Gerusalemme e dicevano: 'Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo'".

Alle radici della fede

Al vedere la stella, si legge inoltre nel Vangelo secondo Matteo,  i Magi "provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono" . Papa Leone XIII nella lettera enciclica Catholicae Ecclesiae del 1890 sottolinea che questi sapienti sono “chiamati le primizie della nostra vocazione e della fede”. Papa Pio X, nel discorso del 23 dicembre del 1903 per la presentazione degli auguri natalizi della Curia romana, descrive la scena della Natività e, facendo riferimento all’arrivo dei Magi, afferma che “la capanna di Betlemme è una scuola”.

“Videro il Bambino con Maria sua madre, e, prostratisi, l'adorarono. (Dal Vangelo secondo Matteo)”

In viaggio verso Betlemme

I Magi giungono a Betlemme condotti dalla stella. Nel radiomessaggio del 6 gennaio del 1957 Papa Pio XII esorta a rivolgere lo sguardo al Bambino Gesù, il quale, “come chiamò i Magi dall'Oriente, così invita tuttora gli uomini di ogni stirpe alla pienezza della felicità mediante la conoscenza della verità e l'amore del bene”.  Papa Giovanni XXIII, nel discorso del 18 dicembre del 1958 rivolge il proprio pensiero “alle auguste persone in viaggio” verso Betlemme: “a Gesù, rinchiuso nel seno immacolato di Maria; alla Madonna, esposta tutti i disagi, per il dovere dell'obbedienza a Dio e agli uomini; Giuseppe, che è con Lei, sposo umile e silenzioso, fedele e forte”. “Anche i Pastori e i Magi - aggiunge Papa Roncalli - si apprestano al viaggio, che li porterà all'adorazione nella grotta”.

“Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua Madre (Dal Vangelo secondo Matteo)”

La via dei Magi conduce a Dio

La presenza dei Magi a Betlemme introduce la dimensione missionaria della Chiesa: la venuta di Cristo, afferma Papa Paolo VI all’Angelus del 6 gennaio del 1977 “è per tutti, è universale nella sua intenzione di salvezza; è perciò apostolica, è missionaria; i Magi sono appunto considerati come i primi rappresentanti dei Popoli lontani, chiamati anche loro alla fede”. La Chiesa nella solennità dell’Epifania segue le orme dei tre Magi e ricorda le tappe del loro cammino. “La loro via - spiega Giovanni Paolo II durante la Santa Messa il 6 gennaio del 1985 - non conduce a Gerusalemme, a Betlemme, essa conduce a Dio, a quel Dio che è invisibile, benché si riveli mediante ciò che è visibile. I tre Magi sono stati chiamati a diventare testimoni di questo che nella rivelazione dell’invisibile è l’apice e il limite: Dio si è rivelato come uomo, è diventato uomo”. 

Pellegrinaggio interiore

Il Papa emerito Benedetto XVI durante la veglia con i giovani il 20 agosto del 2005 a Colonia, sulla Spianata di Marienfeld, descrive la scena dell’arrivo dei Magi a Betlemme. “Sicuramente avevano immaginato questo Re neonato in modo diverso”. “Il nuovo Re, davanti al quale si erano prostrati in adorazione – spiega Benedetto XVI - si differenziava molto dalla loro attesa. Così dovevano imparare che Dio è diverso da come noi di solito lo immaginiamo”.  Il Dio cercato e adorato dai Magi “ci invita a quel pellegrinaggio interiore che si chiama adorazione”.

“Non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne (2 Cor 4,18)”

Vedere oltre il velo del visibile

I Magi arrivati a Betlemme hanno dunque visto un povero bambino con sua madre. Ma hanno saputo trascendere quella scena così umile “riconoscendo in quel Bambino la presenza di un sovrano”. Furono cioè in grado di “vedere”, spiega Papa Francesco durante la Santa Messa il 6 gennaio del 2021, al di là dell'apparenza. "Come i Magi, anche noi dobbiamo lasciarci istruire dal cammino della vita, segnato dalle inevitabili difficoltà del viaggio. Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento. Riconoscendoli invece con umiltà, dobbiamo farne occasione per progredire verso il Signore Gesù".

Per adorare il Signore bisogna “vedere” oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole. Erode e i notabili di Gerusalemme rappresentano la mondanità, perennemente schiava dell’apparenza. Vedono e non sanno vedere – non dico che non credono, è troppo – non sanno vedere perché la loro capacità è schiava dell’apparenza e in cerca di attrattive: essa dà valore soltanto alle cose sensazionali, alle cose che attirano l’attenzione dei più. D’altro canto, nei Magi vediamo un atteggiamento diverso, che potremmo definire realismo teologale – una parola troppo “alta”, ma possiamo dire così, un realismo teologale –: esso percepisce con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione. Il Signore è nell’umiltà, il Signore è come quel bambino umile, rifugge dall’ostentazione, che è proprio il prodotto della mondanità. Questo modo di “vedere” che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. Si tratta dunque di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa, cerca il Signore.

I Magi, ricorda infine Papa Francesco il 6 gennaio del 2017, “avevano il cuore aperto all’orizzonte e poterono vedere quello che il cielo mostrava perché c’era in loro un desiderio che li spingeva: erano aperti a una novità”. Ed esprimono “il ritratto dell’uomo credente, dell’uomo che ha nostalgia di Dio; di chi sente la mancanza della propria casa, la patria celeste”. Riflettono l’immagine “di tutti gli uomini che nella loro vita non si sono lasciati anestetizzare il cuore”.

 Vatican News