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venerdì 27 febbraio 2026

SCUOLE APERTE

 


Scuole Aperte in 10 passi:

 così si riducono 

le disuguaglianze.

Ecco il Vademecum

Le esperienze realizzate a Roma, Bergamo, Bologna e Milano, con oltre 230 istituti coinvolti stanno dimostrando che le Scuole Aperte funzionano: riducono le disparità e moltiplicano le opportunità. Ora vengono messe a sistema, in un vero e proprio Vademecum zeppo di dati, racconti e analisi delle criticità e delle possibili soluzioni. L’obiettivo? Rendere le Scuole Aperte una leva strutturale delle politiche educative

di Chiara Ludovisi

Scuole aperte il pomeriggio e anche nei mesi estivi, non solo come spazio di socialità e di crescita per i ragazzi e le ragazze, ma anche come presidio sociale e culturale sul territorio: sono circa 230, ad oggi, gli istituti comprensivi coinvolti nel progetto avviato dai comuni di RomaMilanoBologna Bergamo

Oggi quelle esperienze, nate in contesti e momenti diversi, vengono messe a sistema e diventano un vero e proprio Vademecum (qui la versione integrale), che racconta in 10 punti cosa siano le Scuole Aperte e in 70 pagine «perché ne abbiamo bisogno e come realizzarle», come recita il titolo del volume. 

Il documento è stato presentato questa mattina a Roma, in un incontro patrocinato da Anci, alla presenza di rappresentanti istituzionali – tra cui il sindaco di Roma Gualtieri e gli assessori alla Scuola dei diversi comuni coinvolti – e del Terzo settore.

Le Scuole Aperte sono poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà

«A Roma abbiamo impiantato solidamente questo modello, che è straordinario, perché valorizza e rafforza il ruolo delle scuole anche per il rapporto biunivoco con il quartiere e il territorio, valorizzando ricchezza associativa e portando la scuola fuori dalle sue mura», ha detto in apertura il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. «Le scuole diventano così poli che irradiano valori e senso di comunità e aiutano a ridurre diseguaglianze, perché la scuola è generatore di pari opportunità e irradiatore di civiltà. Farle vivere e sostenerle per noi è una priorità».

«Scuole Aperte è una visione in cui si cerca di far percepire il valore della scuola come presidio di comunità», spiega Elena Carnevali, sindaca di Bergamo e delegata Anci all’Istruzione e Politiche educative. «Da anni si parla di Scuole aperte, che oggi sono diffuse in molte parti del territorio. Qui si crea reciprocità tra territorio e scuola e quest’ultima si trasforma in bene comune, che da un lato supporta la comunità, dall’altro recupera la sua funzione cardine di accompagnamento dei giovani verso la scelta del proprio futuro», ha detto.

Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità

Elena Carnevali, sindaca di Bergamo

Carnevali ha poi fatto riferimento al contesto attuale: «Viviamo un tempo in cui Comuni e scuole non sono semplicemente chiamati ad applicare norme e gestire servizi, ma a ricomporre senso dentro un sistema educativo più complesso, più fragile e al tempo stesso più necessario. È qui che si gioca parte decisiva del futuro delle nostre comunità».

Per questo, ha detto ancora, «la cura delle relazioni, dei tempi e degli spazi della crescita è un investimento pubblico strutturale. I Comuni non sono meri soggetti attuatori ma snodi di regia, luoghi in cui si tengono insieme politiche educative, sociali, scelte urbanistiche, risorse e alleanze territoriali. Le scuole e i servizi educativi, dal canto loro, non sono solo erogatori di prestazione, ma presidi di prossimità e spazi quotidiani di costruzione di fiducia, di equità e di possibilità. Sappiamo che la fatica è diffusa, perciò momenti come questo di oggi servono non solo a celebrare ciò che funziona ma anche a nominare e leggere insieme le tensioni e chiederci cosa va tenuto fermo quando tutto cambia. E cosa invece va ripensato».

Tante diverse esperienze, quelle delle Scuole Aperte, accomunate dallo stesso obiettivo, come spiega l’assessora alla Scuola di Roma Capitale, Claudia Pratelli: «Contrastare le disuguaglianze educative non con interventi emergenziali o individualizzanti, ma rafforzando i luoghi dell’educazione, costruendo alleanze stabili tra scuola, enti locali, terzo settore, comunità educanti, riconoscendo il valore del lavoro educativo che si svolge anche oltre il tempo strettamente curricolare».

Una visione contraria, quindi, a quella che «riduce la scuola a uno spazio chiuso, da proteggere magari con i metal detector, o che immagina l’educazione come un fatto privato, delegato alle risorse delle singole famiglie. Noi crediamo nella scuola pubblica come cardine della democrazia, capace di generare coesione, partecipazione e opportunità reali, soprattutto nei contesti più fragili. In questa sfida, che richiama le istituzioni alle proprie responsabilità e ai propri compiti, oggi abbiamo segnato un punto, mettendo a disposizione uno strumento utile non solo ai comuni promotori, ma ancor di più alle amministrazioni che si stanno avvicinando a questa possibilità e guardano a questa esperienza con interesse», conclude Pratelli.

Le Scuole Aperte, in 10 punti

Ma in cosa consistono, concretamente, le Scuole Aperte? Il Vademecum le descrive in 10 punti: 

1.     Sono presìdi civici e culturali: punti di riferimento nei quartieri, luoghi di costruzione di comunità e palestre di cittadinanza attiva. Nascono per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, ma anche fragilità sociali e isolamento.

2.     Nascono da un’alleanza educativa tra Ente locale, istituzioni scolastiche e comunità educante. Non sono progetti calati dall’alto, ma percorsi condivisi negli intenti e nelle strategie.

3.     Superano l’orario scolastico tradizionale: aprono i plessi nel pomeriggio, la sera, nei fine settimana e nei periodi di chiusura – come l’estate – trasformando la scuola in uno spazio vissuto tutto l’anno.

4.     Coinvolgono scuole di ogni ordine e grado, dagli istituti comprensivi alle secondarie di secondo grado.

5.     Sono aperte al territorio per definizione: costruiscono e animano reti con associazioni di genitori e studenti, Terzo settore, servizi territoriali, realtà culturali, artistiche e sportive.

6.     Hanno obiettivi chiari e misurabili: prevenire e contrastare la dispersione scolastica, ampliare le opportunità educative e culturali, rafforzare la coesione sociale e sostenere la conciliazione vita-lavoro delle famiglie.

7.     Garantiscono accessibilità economica: offrono attività gratuite o a costi calmierati, assicurando comunque la gratuità per chi si trova in condizioni di maggiore difficoltà.

8.     Sono inclusive per vocazione: accolgono differenze e fragilità, valorizzano talenti e competenze, riducono le disuguaglianze.

9.     Coinvolgono l’intera comunità: partono da studentesse e studenti ma si aprono a genitori, docenti, abitanti del quartiere, costruendo responsabilità condivisa.

10. Sono laboratori permanenti di innovazione: propongono attività artistiche, sostegno allo studio, sport, ascolto psicologico, innovazione didattica, educazione civica, uscite culturali e percorsi di cittadinanza attiva, adattandosi ai bisogni dei territori.

Scuole Aperte, 4 Comuni e tanto in comune

I contesti in cui le esperienze sono state avviate sono assai diversi, perché diverse sono le caratteristiche delle quattro città. L’obiettivo però è condiviso: trasformare le scuole in punti di riferimento per le comunità.

Ecco una breve carrellata su come il progetto si traduca nei quattro comuni.

Bergamo, il progetto “Scuole Aperte” ha introdotto attività extrascolastiche come laboratori di potenziamento linguistico, matematico e scientifico, gruppi di studio, laboratori di comunicazione, attività sportive e momenti di socializzazione nei “Club“. Questi spazi offrono un ambiente sicuro e stimolante per i ragazzi, con personale educativo dedicato per studenti con disabilità.  

Bologna, il progetto “Scuole Aperte tutto l’anno” offre attività di supporto allo studio, corsi, laboratori culturali e sportivi, uscite e percorsi di partecipazione giovanile. ​ Durante l’estate, le attività si concentrano su esperienze all’aperto, escursioni e laboratori creativi. ​

Milano, le “Scuole Aperte” propongono attività educative, ludiche, sportive e culturali, oltre a corsi di recupero scolastico, laboratori e campus. ​ Durante la pandemia, il progetto ha fornito dispositivi digitali e connessioni internet agli studenti per garantire la continuità educativa. ​

Roma, il progetto “Scuole Aperte il pomeriggio, la sera e nei weekend” (qui la Mappa della città educante) include corsi di recupero scolastico, laboratori di scrittura creativa, educazione affettiva, spazi di ascolto e attività culturali. ​ Le scuole fungono da presidi educativi e sociali, soprattutto nei quartieri più vulnerabili. ​

I nodi critici e come scioglierli

Aprire le scuole è una sfida che comporta criticità e ostacoli, messi in evidenza anche questi nel Vademecum, insieme alle possibili soluzioni. In sintesi, le principali difficoltà riguardano responsabilità e sicurezza, coinvolgimento del personalepartecipazione delle famiglie e sostenibilità economica.

Rispetto al primo punto, le città hanno predisposto patti di corresponsabilitàcoperture assicurative dedicate e linee guida operative condivise. Rispetto alla partecipazione di docenti e dirigenti, questa non è uniforme, ma tavoli permanenti di confronto favoriscono un’alleanza che si rivela funzionale alla buona riuscita del progetto. Anche la co-progettazione e il protagonismo delle associazioni di genitori sono decisivi.

A livello economico, la continuità è la sfida principale: il vademecum suggerisce, a tal proposito, modelli integrati di finanziamento e programmazione pluriennale.

In generale, il tratto comune delle quattro città è l’aver trasformato l’apertura delle scuole in una politica di rete, in cui ente locale, istituzione scolastica e comunità educante condividono obiettivi e strategie. 

 VITA

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domenica 17 novembre 2024

IL MALE DELLA SCUOLA


 Il male della scuola? 

Essere 

“un mondo a parte”


 La scuola non è ancora riuscita a collegare ciò che si impara fra le sue mura con il mondo fuori. Anzi, pretende di lasciare fuori dalla scuola pezzi di vita, per esempio gli smartphone. È lecito immaginare che alcuni ragazzi facciano fatica a sostenere questa schizofrenia temporale che gli chiediamo di vivere? Che soffrono di più questa distanza tra il dentro e il fuori? Una rilettura dell'abbandono scolastico che non si limita a dare la colpa ai ragazzi che se ne vanno

 

-di Giuseppe Moscato

 I giovani e la scuola sono tra gli argomenti meno affrontati dai media mainstream, in particolare si parla pochissimo di “drop-out”, ossia dei ragazzi che abbandonano la scuola prima di concludere gli studi: un fenomeno in realtà piuttosto diffuso.

Su VITA, nella veste di genitore di un ragazzo con sindrome di Down, ho già riflettuto sulla “pratica dell’inclusione”, ovvero sull’efficacia dell’apprendimento che si realizza attraverso l’esperienza concreta e condivisa. Questo tipo di approccio non riguarda solo le persone con disabilità intellettiva, ma anche moltissime ragazze e ragazzi che semplicemente fanno fatica a stare sui banchi di scuola.

Partiamo da un presupposto: la scuola non è scuola se ciò che si impara dentro le sue mura non è collegato con il mondo che è fuori.

 Il sogno degli anni Ottanta

All’inizio della mia carriera come docente della scuola primaria, verso la fine degli anni Ottanta, scoprii l’esistenza di tutto un filone di sperimentazione didattica basata su modelli collaborativi, un filone nato in Italia attorno agli anni Sessanta e che conta nomi prestigiosi come don Lorenzo Milani, Mario Lodi, Loris Malaguzzi e prima ancora Maria Montessori. In quegli anni, durante l’esperienza di ricerca con il professor Roberto Maragliano dell’allora Laboratorio Tecnologie Audiovisive dell’Università Roma 3, insegnavo come maestro nel quartiere di Tor Bella Monaca a Roma e il mantra era proprio questo: i contenuti della scuola devono essere trattati attraverso una didattica che consenta di relazionarsi col mondo di fuori, per poterci stare dentro. All’epoca le tecnologie digitali iniziavano a entrare tra le nostre abitudini quotidiane ed eravamo convinti che anche la scuola doveva rinnovarsi.

La scuola non è scuola se ciò che si impara dentro le sue mura non è collegato con il mondo che è fuori. Ancora oggi non siamo riusciti a colmare quella distanza

Nonostante gli sforzi di tutto un movimento di docenti della scuola e delle università, ancora oggi non siamo riusciti a colmare quella distanza tra la scuola e il mondo che la circonda. Ci sono studenti che soffrono in modo particolare questa distanza, al punto tale da ritenere inutile frequentare la scuola: ecco il drop-out.

 I drop out e l’insostenibilità della “doppia vita”

Questi studenti spesso finiscono nel “paese dei dimenticati”, catalogati nel macro-contenitore della “dispersione scolastica”. Spesso sono ragazzi che non essendo stati accompagnati in modo adeguato dalla famiglia, vivono la scuola come mondo “altro” dal loro quotidiano. In molti casi la scuola definisce inadeguati questi ragazzi, spesso addossando le colpe ai loro genitori. Ed è qui a mio parere che il ragionamento deve prendere un’altra piega: invece di cercare la colpa dovremmo cercare la causa che alla fine dei conti condanna questi ragazzi.

Fra i giovani, specialmente nelle periferie delle grandi città, compaiono ogni giorno nuove manifestazioni di insofferenza che non trovano ancora un nome nel mare delle neuroscienze. Ragazzi e ragazze che non hanno riferimenti, che ricercano comunque e come possono un’identità dentro e fuori la scuola. Tra le varie problematiche comportamentali un esempio ormai diffuso è il disturbo oppositivo provocatorio, che si riferisce a coloro che si oppongono a quasi tutte le attività proposte dagli insegnanti. Ma non ci sono solo comportamenti definiti aggressivi: ci sono anche ragazzi, specialmente tra gli adolescenti, che non parlano mai, si isolano e per questo sono anche soggetti a fenomeni di bullismo. Fino a qualche tempo fa i ragazzi o le ragazze per cui veniva richiesto un insegnante di sostegno avevano una diagnosi, ma oggi le segnalazioni e le richieste aumentano anche in relazione a casi difficili, casi che spesso hanno a che fare con un comportamento che non si allinea con quello della maggior parte degli alunni della classe. Davvero non c’è nulla da fare per questi ragazzi?

Ci sono studenti che soffrono in modo particolare questa distanza, al punto tale da ritenere inutile frequentare la scuola: ecco il drop-out. Davvero non c’è nulla da fare?

Quanto può essere vera la famosa frase di don Milani quando definisce la scuola come «un ospedale che cura i sani e respinge i malati»? Ma poi sono davvero malati questi studenti?

 La responsabilità della didattica

Al di là degli studi che vengono fatti per identificare le cause di tali comportamenti, vorrei porre l’attenzione innanzitutto sui modelli didattici proposti e che almeno in parte potrebbero avere un effetto benefico su tutti i ragazzi, sia per quelli definiti bravi, sia per quelli definiti meno bravi.

Cosa differenzia la didattica moderna da quella del passato? Detta in modo semplice, nel passato l’apprendimento si sviluppa quasi esclusivamente attraverso azioni esecutive e ripetitive. C’è un’immagine sintetizza quel modello: l’insegnante in cattedra che spiega, indica gli esercizi da fare e gli studenti che possono intervenire solo se interpellati (le interrogazioni). Nella didattica moderna al centro della classe sono gli studenti che in piccoli gruppi studiano e ricercano secondo modalità collaborative, soluzioni ai problemi (problem solving) che il docente pone loro. Lavorare per piccoli gruppi vuol dire anche mettere insieme studenti e studentesse con caratteristiche e capacità di apprendimento diverse: in questo modo non solo si impara a studiare insieme, ma si mette in pratica un atteggiamento fortemente inclusivo.

Nel nostro paese però la scuola è per lo più ancorata al passato e la conferma più evidente l’abbiamo nelle strutture edilizie fatiscenti: scuole vecchie per una didattica vecchia. Avere davanti i nostri occhi lo stesso scenario, lo stesso ambiente, la stessa aula di cento anni fa ci fa credere che l’unica immutabile realtà della scuola sia quella. Moltissimi dei nostri figli frequentano nel 2024 una scuola di cento anni fa. Come è possibile che un ragazzo o una ragazza possano vivano quotidianamente in due dimensioni temporali distinte? È lecito supporre che non tutti gli studenti riescano a governare agevolmente questa doppia dimensione?

 C’è un altro elemento che complica le cose: la socializzazione. Se da un lato la scuola rifiuta la tecnologia o al massimo la ripropone secondo il vecchio modello (la Lim, percepita come uno strumento nelle mani dell’insegnante), dall’altro i ragazzi comunicano quotidianamente a distanza attraverso gli smartphone, usando per un verso un linguaggio povero, essenziale (ad esempio con la messaggistica), ma per altri versi molto complesso grazie ad altre forme comunicative come il video, l’audio e l’Intelligenza Artificiale. Ma se non c’è cultura e conoscenza si diventa vittime di un flusso incontrollato di informazioni: sono la conoscenza e la cultura che possono invece aiutarci a cercare il bandolo della matassa. Non si tratta quindi di “vietare” uno strumento come lo smartphone, ma di imparare a gestirlo. Moltissime informazioni oggi passano da Internet e la scuola non può esimersi dall’usare strumenti che permettono di attingervi, piuttosto deve adottare nuove strategie per elaborarle.

 I dati che mancano

Dei tanti studi statistici che vengono fatti e portati all’attenzione pubblica, mancano numeri aggiornati dei ragazzi che abbandonano la scuola. Mancano i numeri dei risultati ottenuti nelle poche scuole dove invece viene praticata una didattica moderna verso le scuole che sono ancorate ad una didattica tradizionale. Mancano a livello nazionale i numeri collocati nel tempo di studenti e studentesse con problemi che usufruiscono di un insegnante di sostegno e dell’evoluzione del loro percorso. La comunicazione di massa si occupa di altro. Domandarsi cosa fanno i più giovani non è considerato tema di interesse. I giovani non sono valorizzati e i più capaci, con le idee chiare, sono costretti ad andare fuori dall’Italia. Non mi stupisco se i più giovani hanno una bassa considerazione degli adulti, d’altra parte loro imparano dagli adulti: gli adulti per primi non “ascoltano” i più giovani. Fare autocritica non va più di moda, eppure l’autocritica è il passpartout per entrare in contatto con un mondo diverso da quello che conosciamo oggi.

 *Giuseppe Moscato è docente di scuola primaria, ex comandato dal 2005 al 2024 presso Indire

    VITA

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venerdì 19 gennaio 2024

DOV’È LA REALTÀ?

 


-         di Italo Fiorin

 Si va a scuola non semplicemente per ‘apprendere’, ma per apprendere insieme agli altri. La dimensione sociale è nella natura stessa dell’istituzione scolastica.

Quindi, si va a scuola per imparare in un contesto di relazioni.

La dimensione relazionale non è, però, solo il contesto nel quale si apprende, ma è essa  stessa oggetto di apprendimento. Un clima competitivo incide in maniera molto diversa da un clima cooperativo, questo è evidente.

Considerare buona la condotta di chi non disturba e, non sia mai, non contesta e’ molto diverso dal promuovere comportamenti pro-sociali e incoraggiare a ragionare con la propria testa. 

Privilegiare comportamenti individualistici e competitivi non è la stessa cosa che insegnare ad apprendere cooperando e aiutandosi reciprocamente. Ritenere che studenti con situazioni per vari motivi penalizzanti (disabilità, background migratorio …) costituiscano un ostacolo per i loro compagni più dotati, propone un’idea di scuola selettiva e difensiva, nella quale i più fortunati non siano rallentati nel loro percorso scolastico.

Ma è proprio così? E’ questo il modo migliore per prepararli a ‘stare al mondo’? Che cosa perde un alunno che non è invitato a relazionarsi positivamente con gli altri, ad aiutarli e farsi aiutare, ad apprendere modalità cooperative di studio, di ricerca, di soluzione di problemi?

Che cosa perde la scuola che non sa rendersi ospitale della diversità, che inevitabilmente la abita?

La bella vignetta di Biani ci interroga. A che cosa serve la scuola? Quale è il senso dell’apprendimento? 

Che rapporto ha con la realtà?



 

martedì 25 gennaio 2022

UNICEF. PANDEMIA e INFANZIA A RISCHIO

 Istruzione nel mondo

Unicef:

 incalcolabile il danno della pandemia sull'infanzia

L'agenzia Onu ha reso noti i nuovi dati in occasione della Giornata internazionale dell'Istruzione: la chiusura totale o parziale delle scuole ha drammaticamente penalizzato centinaia di milioni di bambini nell'accesso allo studio. Importante anche l'impatto sulla salute mentale dei minori

 

-         Paola Simonetti  - Città del Vaticano

-          

Le conseguenze della pandemia da Coronavirus passano in modo pesante fra i banchi di scuola di mezzo mondo, compromettendo l'accesso a uno dei più cruciali diritti dei bambini: l'apprendimento. Sono infatti più di 635 milioni, secondo gli ultimi dati dell'Unicef, gli studenti colpiti dal totale o parziale stop delle lezioni a cui molti istituti sono stati costretti per contenere il contagio. Il mancato accesso alla scuola, nei contesti più poveri ha significato anche la privazione degli unici e sicuri pasti disponibili nella giornata di un minore.

Perdita di competenze basilari

"A marzo, segneremo due anni di interruzioni dell'istruzione globale legate al Covid-19. Semplicemente, stiamo assistendo - ha dichiarato Robert Jenkins, responsabile Unicef per l'istruzione - a una perdita di scala quasi insormontabile per la scolarizzazione dei bambini". A subire un colpo, l'apprendimento di nozioni di base come quelle di calcolo e alfabetizzazione. "A livello globale - sottolinea Unicef - l'interruzione dell'istruzione ha fatto sì che milioni di bambini abbiano perso in modo significativo l'apprendimento accademico che avrebbero acquisito se fossero stati in aula, con i bambini più piccoli ed emarginati che affrontano la perdita maggiore".

Penalizzate zone a disagio economico

Le zone del mondo più penalizzate sono state quelle a basso e medio reddito, dove il blocco di apprendimento dovuto alla chiusura delle scuole ha lasciato fino al 70% dei bambini di 10 anni incapaci di leggere o capire un testo semplice, rispetto al 53% di prima della pandemia. Solo in Etiopia, stando al report Unicef, si stima che i bambini della scuola primaria abbiano imparato dal 30 al 40% in meno della matematica che avrebbero appreso durante un normale anno scolastico. Negli Stati UNiti la situazione non è stata più rosea: "Sono state osservate perdite di apprendimento in molti stati tra cui Texas, California, Colorado, Tennessee, North Carolina, Ohio, Virginia e Maryland. In Texas, per esempio, due terzi dei bambini di terza elementare - sottolinea il documento - sono risultati al di sotto del loro livello di matematica nel 2021, rispetto alla metà dei bambini nel 2019".

In aumento dispersione scolastica

La presenza di Paesi occidentali nella lista di quelli che evidenziano problemi sul fronte dell'istruzione, rivelano come la pandemia sia stata di fatto scatenante di penalizzazioni anche in luoghi insospettabili, come il "ricco" Occidente, mettendo in luce forti disparità. Lo sottolinea Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, facendo notare come le difficoltà di apprendimento legate al dilagare del virus, abbiamo portato anche ad un aggravamento della dispersione scolastica. Le difficoltà di accesso ai luoghi dell'apprendimento e le scarse possibilità di studiare a distanza per molte famiglie, hanno inciso sull'abbandono scolastico, in contesti spesso già drammaticamente in difficoltà: "In nuclei impoveriti dalla pandemia - ha aggiunto Iacomini- si è preferito coinvolgere i minori nel supporto economico alla famiglia". Circa 3 bambini su 4 della scuola elementare, in diversi stati brasiliani - rivela il report Unicef - non riescono a leggere, rispetto a 1 bambino su 2 pre-pandemia, mentre il tutto il Brasile, 1 studente su 10 di età compresa tra i 10 e i 15 anni ha riferito di non avere intenzione di tornare a scuola una volta riaperte. Cupa anche la situazione in Sudafrica, dove gli scolari sono dal 75% a un intero anno scolastico indietro rispetto a dove dovrebbero essere. Circa 400-500 mila studenti avrebbero abbandonato del tutto la scuola tra marzo 2020 e luglio 2021.

A rischio salute mentale e nutrizione

Ma il mancato apprendimento accademico per i bambini del mondo non è stato l'unico pesante danno provocato dalla pandemia. La chiusura delle scuole, infatti, secondo Unicef, ha avuto un impatto sulla salute mentale dei bambini, oltre ad esporli a un maggior rischio di abusi. "Un numero crescente di dati dimostra che il Covid-19 - sottolinea il rapporto - ha causato alti tassi di ansia e depressione tra i bambini e i giovani, e alcuni studi hanno scoperto che le ragazze, gli adolescenti e coloro che vivono in zone rurali hanno maggiori probabilità di sperimentare questi problemi". Compromessa anche l'opportunità di un'alimentazione regolare: "Più di 370 milioni di bambini nel mondo - ha concluso Unicef - hanno perso i pasti scolastici durante la chiusura delle scuole, perdendo quella che per alcuni bambini è l'unica fonte affidabile di cibo e nutrizione quotidiana".

Il Patto Educativo Globale promosso da Papa Francesco

Un tema, quello dell'istruzione, sul quale il Pontefice si era soffermato già lo scorso anno in occasione della Giornata mondiale degli insegnanti, promuovendo l’iniziativa di un Patto Educativo Globale "per ravvivare l’impegno per e con le nuove generazioni, rinnovando - sottolineò Francesco - la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione", e invitando tutti a "unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un'umanità più fraterna". "Un'alleanza cruciale e urgente - ha concluso Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia- che dovrebbe contemplare politiche efficaci di investimento nella scuola, di supporti adeguati agli insegnanti. Uno sforzo intensivo per colmare i vuoti". 

 Vatican News

 UNICEF

 

 

 

domenica 9 gennaio 2022

SCUOLE E PANDEMIA. ALLARME DI SAVE THE CHILDREN


 Scuole e pandemia

un problema molto italiano: 

l'appello di Save the Children

L'organizzazione internazionale a difesa dell'infanzia e dell'adolescenza, chiede al Governo un piano straordinario e una “dote educativa” per tutti i bambini e i ragazzi danneggiati dalla pandemia. I rischi di una nuova chiusura delle scuole: diminuzione delle competenze, perdita degli apprendimenti, emersione di disturbi psicologici, perdita di socialità e rischio di abbandono scolastico

Diminuzione delle competenze, perdita degli apprendimenti, emersione di disturbi psicologici, perdita di socialità e rischio di abbandono scolastico: queste secondo Save the Children, organizzazione internazionale in difesa dell'infanzia, le gravi conseguenze della possibile chiusura delle scuole in Italia, ventilata da molti, che deve invece rimanere solo l’ultima opzione per assicurare il diritto alla salute e il diritto all’educazione di tutti i bambini, le bambine e gli adolescenti. 

Sguardo all'Italia

“Alla ripresa lunedì, in gran parte d’Italia, di un anno scolastico pieno di incognite, è sconfortante vedere la facilità con la quale si pensa di poter 'chiudere le scuole' per un mese - afferma Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia Europa di Save the Children - in un Paese in cui sono regolarmente aperte tutte le attività produttive anche non essenziali. Non parliamo delle giuste e concrete preoccupazioni espresse da dirigenti scolatici e docenti che operano sul campo affrontando problemi serissimi, ma della difficoltà che ancora oggi hanno molti rappresentanti istituzionali nel comprendere la portata della catastrofe educativa che la pandemia sta comportando al livello globale - con più di 10 milioni di bambini, e soprattutto di bambine che, nel mondo, rischiano di non tornare mai più a scuola - e che colpisce anche il nostro Paese”. L’organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, segnala che nel nostro Paese i dati Invalsi hanno già registrato un aumento del numero di ragazzi e di ragazze che alla fine del percorso di istruzione non raggiungono il livello mimino di competenze in italiano e in matematica, passato su base nazionale dal 7 al 9,5% degli studenti, con punte in Calabria e in Campania del 22,4% e del 20,1%.

Non solo competenze

Al calo di apprendimento si associa la perdita di socialità con gravi problemi di carattere psicologico e relazionale che affliggono gran parte degli adolescenti. In una consultazione promossa da Save the Children qualche mese fa, coinvolgendo oltre mille docenti, in maggioranza della scuola primaria e secondaria di primo grado, la metà degli insegnanti interpellati ha rilevato nella classe una generale perdita degli apprendimenti (55,3%), 1 su 4 ha notato l’emersione di disturbi psicologici in almeno un caso tra i suoi studenti, e 1 su 5 constata un forte impatto della povertà su famiglie e bambini che frequentano la scuola, mentre  il 6,5% segnala nella propria scuola almeno un caso di abbandono scolastico.

Gli esclusi dalla Dad

Occorre ricordare che nei periodi di interruzione della didattica in presenza, tra aprile e giugno 2020, secondo l’Istat, sarebbero stati circa 600mila i ragazzi delle scuole primarie e secondarie che non hanno partecipato alle video lezioni, con un minimo di esclusi al Centro (5%) e un massimo nel Mezzogiorno (9%) e un picco del 12% (più di 1 su 10) degli iscritti alle primarie. E tutto questo in un Paese che ha uno dei tassi più elevati, in Europa, di dispersione scolastica, con più del 13% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato la scuola senza conseguire un diploma di scuola superiore. Un quadro che si fa ancora più critico se si considera l’impressionante aumento del numero dei giovani “NEET”, più di due milioni di ragazzi e ragazze, tra i 15 e i 29 anni che oggi in Italia sono fuori da ogni percorso di studio, formazione e lavoro, quasi il doppio dei loro coetanei nella medesima condizione in Europa.  “Ogni giorno di scuole chiuse provoca danni, e questi danni si moltiplicano per i bambini, le bambine e gli adolescenti che vivono nei contesti più svantaggiati, allargando le disuguaglianze. L’interruzione della scuola in presenza va dunque considerata come l’ultima opzione da assumere, in modo circostanziato e puntuale, solo quando tutte le altre strade siano state percorse – a partire dalla informazione e dalla sensibilizzazione a tappeto delle famiglie sui vaccini – per tutelare contemporaneamente il diritto alla salute e il diritto all’educazione di tutti i bambini, le bambine e gli adolescenti”, continua Raffaela Milano.

Un Recovery educativo

Considerando la gravità del quadro sanitario, con la consapevolezza che i prossimi mesi saranno in ogni caso difficili e che molte scuole sono e saranno chiuse per periodi più o meno lunghi per limitare i contagi, Save the Children chiede al Governo il varo di un piano straordinario di sostegno all’educazione che preveda, sin da subito, il monitoraggio nazionale di tutte le aperture/chiusure degli istituti scolastici disposte ai diversi livelli e la messa a punto, per i bambini e gli adolescenti che hanno visto la loro frequenza scolastica interrompersi a causa della pandemia, di una “dote educativa”, rappresentata da un monte ore di sostegno allo studio gratuito fruibile in gruppo o individualmente durante l’anno scolastico e per tutto il periodo estivo e che comprenda non solo il recupero delle materie scolastiche, ma anche opportunità culturali e relazionali. È urgente, infatti, mettere in campo un serio piano di “ristoro” educativo che, al pari di quanto si è fatto per le attività produttive, intervenga per limitare i danni di lungo periodo che rischiano di colpire intere generazioni e interrompere definitivamente i percorsi educativi dei bambini, delle bambine e degli adolescenti che vivono nei contesti più poveri e svantaggiati.

 SAVE THE CHILDREN

Vatican News