domenica 26 dicembre 2021

SPOSI, REGALATEVI UN SORRISO


Francesco scrive agli sposi:

 Ognuno di voi ha bisogno del sorriso dell'altro

Nell’Anno della Famiglia "Amoris laetitia”, il Papa dedica ai coniugi una lettera per manifestare la sua vicinanza e il suo affetto: ricordate che il perdono sana ogni ferita. "La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile in un mare talvolta agitato" ma dove è presente Gesù

-Tiziana Campisi – Città del Vaticano

A dodici mesi dall’annuncio dell’Anno della Famiglia Amoris laetitia, il Papa consegna una lettera agli sposi. Era il 27 dicembre, giorno della Festa della Santa Famiglia, e Francesco propose all'Angelus questo cammino pensato per le famiglie. Nella ricorrenza della stessa festa, a un anno di distanza, il Pontefice ha voluto esprimere alle coppie tutto il suo affetto e la sua vicinanza in questo tempo segnato dalla pandemia.

L’Anno della Famiglia "Amoris laetitia” è iniziato il 19 marzo di quest’anno, nel quinto anniversario dalla pubblicazione dell’Esortazione apostolica postsinodale sull’amore nella famiglia, e si concluderà il 26 giugno 2022, in occasione del decimo Incontro Mondiale delle Famiglie che si svolgerà a Roma. Il Pontefice lo ha pensato come un anno di riflessione sul documento e un’opportunità per approfondirne i contenuti, e con la lettera firmata oggi intende accostarsi “con umiltà, affetto e accoglienza ad ogni persona, ad ogni coppia di sposi e ad ogni famiglia nelle situazioni che ciascuno sta sperimentando”, come a bussare alla porta di ogni nucleo familiare per porgere qualche parola di incoraggiamento e per esortare “ad andare avanti nel vivere la missione che Gesù ci ha affidato, perseverando nella preghiera e ‘nello spezzare il pane’”.

Come Abramo, “spinti a uscire dalle nostre sicurezze”

Francesco apre la sua riflessione considerando che l’attuale contesto storico invita “a vivere le parole con cui il Signore chiama Abramo a uscire dalla sua terra e dalla casa di suo padre verso una terra sconosciuta che Lui stesso gli mostrerà” e riconosce che “anche noi abbiamo vissuto più che mai l’incertezza, la solitudine, la perdita di persone care e siamo stati spinti a uscire dalle nostre sicurezze, dai nostri spazi di ‘controllo’, dai nostri modi di fare le cose, dalle nostre ambizioni, per interessarci non solo al bene della nostra famiglia, ma anche a quello della società, che pure dipende dai nostri comportamenti personali”. E se, come accaduto ad Abramo, è la relazione con Dio che “ci plasma, ci accompagna e ci mette in movimento come persone" e "ci aiuta a ‘uscire dalla nostra terra’”, in molti casi ciò accade “con un certo timore e persino con la paura dell’ignoto”. Tuttavia, osserva il Papa, “grazie alla nostra fede cristiana sappiamo che non siamo soli perché Dio è in noi, con noi e in mezzo a noi: nella famiglia, nel quartiere, nel luogo di lavoro o di studio, nella città dove abitiamo”. Gli sposi, spiega il Pontefice, fanno proprio un’esperienza simile a quella di Abramo, escono “dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale”, decidono “di donarsi all’altro senza riserve”. Inoltre “le diverse situazioni della vita - il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie - sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette” che, nel caso degli sposi, è l’“essere due in Cristo, due in uno”, “un’unica vita, un ‘noi’ nella comunione d’amore con Gesù”.

L’attenzione da riservare ai figli

Dopo aver descritto l’identità degli sposi, Francesco affronta le relazioni con i figli, che nei genitori cercano “la testimonianza di un amore forte e affidabile. “I figli sono un dono, sempre, cambiano la storia di ogni famiglia - rimarca il Papa -. Sono assetati di amore, di riconoscenza, di stima e di fiducia”. A loro c’è da trasmettere “la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno”, perché abbiano “la fede e la capacità di confidare in Dio”. E ancora, aggiunge Francesco, c’è da educarli, accompagnare i loro processi di crescita, “essere presenti in tanti modi, così che i figli possano contare sui genitori in ogni momento”, perché “l’educatore è una persona che ‘genera’ in senso spirituale e, soprattutto, che ‘si mette in gioco’ ponendosi in relazione”. Insomma, i figli “hanno bisogno di una sicurezza che li aiuti a sperimentare la fiducia” nei genitori, “nella bellezza della loro vita, nella certezza di non essere mai soli, accada quel che accada”.

L’impegno nella pastorale familiare

“Avete la missione di trasformare la società con la vostra presenza nel mondo del lavoro e di fare in modo che si tenga conto dei bisogni delle famiglie” specifica poi il Pontefice agli sposi, sollecitandoli a “prendere l’iniziativa all’interno della comunità parrocchiale e diocesana con le loro proposte e la loro creatività, perseguendo la complementarità dei carismi e delle vocazioni come espressione della comunione ecclesiale”, e ad affiancare i pastori “per camminare con altre famiglie, per aiutare chi è più debole, per annunciare che, anche nelle difficoltà, Cristo si rende presente”. E ancora il Papa spinge i coniugi “a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare”, rammenta loro “che la famiglia è la ‘cellula fondamentale della società’, che “il matrimonio è realmente un progetto di costruzione della ‘cultura dell’incontro’” e che per questo “alle famiglie spetta la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l’umanità”. Ma Francesco avverte pure che “c’è bisogno di una nuova creatività per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio”.

Il matrimonio “una chiamata a condurre una barca instabile” ma dove c’è Gesù

E non dimentica, il Papa, la vita di ogni giorno delle famiglie, le problematiche, le incomprensioni che possono sorgere in una coppia. Per questo, nella sua lettera agli sposi, definisce la vocazione al matrimonio “una chiamata a condurre una barca instabile - ma sicura per la realtà del sacramento - in un mare talvolta agitato”, una barca dove è presente Gesù che si preoccupa per i coniugi e rimane con loro in ogni momento, “nel dondolio della barca agitata dalle acque”. “È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù - raccomanda caldamente Francesco alle coppie -. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva”. È solo abbandonandosi nelle mani del Signore che è possibile “affrontare ciò che sembra impossibile”, prosegue il Papa; “la via è quella di riconoscere la fragilità e l’impotenza”, che si sperimentano davanti a tante situazioni, e di avere comunque la certezza che nella debolezza si manifesta la forza di Cristo.

La carità orienti decisioni e azioni

Scendendo, ancora, nelle pieghe della quotidianità, Francesco riflette “su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia”. “Per esempio - rileva il Papa - è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia”. Cosa che ha richiesto “uno speciale esercizio di pazienza”, perché “non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare”. Da qui l’incoraggiamento a non lasciarsi vincere dalla stanchezza e, con la forza dell’amore, a “guardare più agli altri che alla propria fatica”. Francesco insiste, a tal proposito, su quanto da lui scritto nel capitolo quarto dell’Amoris laetitia circa l’amore nel matrimonio, suggerisce di rileggere l’inno paolino alla carità nella prima lettera ai Corinzi perché lo si applichi quotidianamente ed esorta gli sposi a chiedere con insistenza il dono della carità alla Santa Famiglia, perché ispiri decisioni e azioni. “Che la famiglia sia un luogo di accoglienza e di comprensione” continua il Pontefice, che torna ancora una volta sulle indicazioni date in diverse occasioni alle coppie: “Custodite nel cuore il consiglio che ho dato agli sposi con le tre parole: ‘permesso, grazie, scusa’. E quando sorge un conflitto, ‘mai finire la giornata senza fare la pace’”.

La vicinanza e l’affetto per le coppie in difficoltà o separate

Agli sposi che hanno vissuto con difficoltà la convivenza durante la quarantena imposta dalla pandemia, perché “i problemi che già esistevano si sono aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili”, e a quanti “hanno persino vissuto la rottura di una relazione in cui si trascinava una crisi che non si è saputo o non si è potuto superare”, il Papa esprime poi particolare vicinanza e affetto. Francesco riconosce che “la rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative”, che “la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare” e che “nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme”. Il consiglio del Pontefice è di non smettere di cercare aiuto, “affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze”. “Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri - assicura Francesco -. Non tralasciate di invocarlo e di cercare in Lui un rifugio, una luce per il cammino”. Poi un ulteriore monito: “Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio - chiarisce il Papa - è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui”.

L’invito ai fidanzati a non scoraggiarsi nel cammino al  matrimonio

Ai giovani che preparandosi al matrimonio si scontrano con l’incertezza lavorativa e che temono di progettare il futuro, Francesco consiglia “il ‘coraggio creativo’ che ebbe San Giuseppe”, al quale, tra l’altro, ha dedicato l’anno appena trascorso. “Quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza - rassicura il Papa - perché ‘sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere’”. Quindi l’ulteriore incoraggiamento ad appoggiarsi alle famiglie, alle amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, “per vivere la futura vita coniugale e familiare” imparando da coloro che hanno già intrapreso questa strada.

Il pensiero per i nonni e gli anziani

Non manca il pensiero del Pontefice per i nonni, che nel periodo di isolamento imposto dalla pandemia “si sono trovati nell’impossibilità di vedere i nipoti e di stare con loro”, e per le “persone anziane che hanno sofferto in maniera ancora più forte la solitudine”. “La famiglia non può fare a meno dei nonni - sostiene Francesco - essi sono la memoria vivente dell’umanità, ‘questa memoria può aiutare a costruire un mondo più umano, più accogliente’”.

La Santa Famiglia guida per gli sposi

Infine il Papa conclude la sua lettera agli sposi invitandoli a guardare alla Santa Famiglia, tornando ancora sul coraggio creativo di San Giuseppe, “tanto necessario in questo cambiamento di epoca che stiamo vivendo, e indicando la Madonna come colei che può accompagnare nella vita coniugale “la gestazione della cultura dell’incontro, così urgente per superare le avversità e i contrasti che oscurano il nostro tempo”. Poi le ultime raccomandazioni di fronte alle tante sfide che le coppie si trovano ad affrontare: “Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino”. Ma anche i pastori e le altre famiglie, termina Francesco, hanno bisogno della presenza e della gioia, che viene dal Signore, di ogni coppia di sposi. 

Vatican News

 LETTERA AGLI SPOSI



 

venerdì 24 dicembre 2021

E' NATALE! NON TEMETE !


 -         Giuseppe Savagnone *

-          Nel cuore della festosa liturgia natalizia, precisamente nel vangelo della messa della notte, leggiamo che le prime parole dell’angelo, quando appare ai pastori per annunciare la nascita di Gesù, sono: «Non temete» (Lc 2,10). È un invito che di solito non viene molto sottolineato, collegandolo subito al consolante messaggio successivo.

Eppure mai come in questo Natale esso appare attuale. Perché i motivi di temere ci sono, eccome! Primo fra tutti, il dilagare di contagi della pandemia. Sembrava di averla messo a freno con i vaccini, ma il successo di questa strategia si è rivelato parziale (non nullo, come continuano a strepitare i novax!) e i contagi, per quanto meno drammatici negli effetti, rispetto alla fase precedente, sono in continua crescita, sia in Italia che nel resto del mondo occidentale.

A esserne minacciata è l’economia, con l’ondata di disdette di viaggi e le sue conseguenze disastrose sul settore del turismo. Ma soprattutto ad essere seriamente compromessa è la nostra personale serenità. Le malattie ci sono sempre state, ma quella che viviamo è una permanente emergenza, che ci tiene in allarme. Ormai basta qualche linea di febbre, magari legata a un semplice raffreddore o alla normale influenza stagionale, per generare inquietudine e giustificare il ricorso alla verifica del tampone.

Si capisce la frenesia con cui si cerca, in questo Natale più che negli altri, di sfuggire alla presa del timore moltiplicando, per quanto possibile, i segni della festa: le strade principali riccamente addobbate e illuminate, le vetrine traboccanti di potenziali regali, i grandi alberi di Natale eretti nelle piazze. E ovunque una folla di persone che invadono i marciapiedi, ansiose di captare e di vivere per quanto loro possibile questo clima gioioso.

Ma forse proprio quest’ansia rivela la fragilità degli antidoti che sono in nostro potere. Nessuna “festa dell’inverno” (è la nuova denominazione che in alcuni Paesi ormai è stata sostituita a quella tradizionale), nessun rito di massa – ma neppure l’ormai abituale interpretazione del Natale, che fa prevalere gli acquisti e i cenoni sul significato religioso originario, facendone «una festa senza il festeggiato» – , può esorcizzare la paura della malattia, della morte, o almeno della rovina economica.

Un annuncio di salvezza che non viene dalla scienza

E in effetti quando l’angelo chiede ai pastori – e chiede anche noi – di non temere, non giustifica il suo invito con motivazioni di ordine puramente materiale. «Vi annuncio» – egli dice ai pastori – «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

Avevamo bisogno di salvezza? Forse non ce ne eravamo mai accorti. Le paure ci sono sempre state, ma era possibile metterle tra parentesi in un periodo di festa come quello natalizio. Per questo così a lungo, negli ultimi anni, abbiamo potuto senza problemi eliminare il presepe, con il riferimento a un Salvatore adagiato in una mangiatoia, e sostituirlo con l’albero carico di doni portati da Babbo Natale. Ora la pandemia ci insegue anche dentro questo recinto un tempo sicuro e ci mette davanti alla nostra fragilità.

«Non temete», dice l’angelo. Ma in nome di che cosa dovremmo sentirci rassicurati? In nome della scienza? Mai come in questo periodo abbiamo toccato con mano la sua umana incapacità di “salvare” in modo pieno e sicuro. Questo non significa certo, come pretendono i suoi odierni contestatori, che essa non serva a nulla.

Non è vero che gli scienziati sono in totale disaccordo tra di loro e cercano soprattutto la visibilità mediatica. Al contrario, è facile constatare come, nelle varie fasi di questa vicenda, al di là di divergenze secondarie, vi sia stata una sostanziale convergenza della stragrande maggioranza della comunità scientifica su alcune conclusioni provvisorie, le uniche possibili di fronte a un fenomeno nuovo e sconosciuto.

È questo il punto: la scienza medica è un sapere umano, soggetto dunque a un continuo, fisiologico progresso, e a tutte le conseguenti incertezze, nell’individuare le cause dei problemi e i rimedi ad essi. Propriamente parlando, anzi, a proposito della medicina, sarebbe più appropriato parlare di un’arte, nel senso antico per cui questo termine designava le tecniche. Accusarla di non essere una conoscenza perfetta, esente dai rischi e dalle revisioni che caratterizzano ogni umana ricerca, significa non capire che proprio attraverso questo percorso accidentato si possono ottenere grandi risultati, come sempre è avvenuto nel campo della medicina (si pensi ai vaccini contro il vaiolo, la poliomielite, etc.).

Dobbiamo essere grati alla scienza di avere approntato in tempi così brevi dei rimedi – finora i vaccini, ma ora sembra anche un farmaco curativo – in grado di allentare, se non la rapidità dei contagi, almeno la mortalità della pandemia. Ma non è sufficiente a “salvarci” dalla paura.

Qualcosa più terribile della pandemia

Resta attuale, più che mai, allora, ma al tempo stesso incomprensibile, l’invito dell’angelo in questo Natale: «Non temete». Come facciamo a non temere? Anche al tempo della nascita di Gesù c’erano molti motivi per cui gli esseri umani avevano ragione di aver paura. Proprio nel contesto natalizio il vangelo ci racconta di un episodio spaventoso, la strage degli innocenti, determinato dall’arbitrio di un piccolo tiranno locale geloso del suo potere.

Ma l’invito dell’angelo non è una polizza di assicurazione contro le disgrazie. Da questo punto di vista si potrebbe obiettare che non ci aiuta affatto di fronte ai pericoli concreti, di ordine sanitario e economico, insiti nella situazione che stiamo vivendo. Perché non è da questi che Gesù, secondo i vangeli, è venuto a salvarci.

Il fatto è che vi è qualcosa di più terribile della malattia e del disastro economico, che minaccia le nostre vite, qualcosa che in questi giorni si manifesta con maggiore evidenza e drammaticità, ed è la chiusura che ci impedisce di vedere, al di là della nostra fragilità, il senso dei nostri rapporti umani, delle stesse difficoltà, della nostra esistenza. La paura da cui l’angelo ci invita a liberarci non è quella, umanissima e fisiologica, di fronte alla sofferenza e alla morte, ma la cecità che ci rende incapaci di situarle nella nostra storia, dando loro un significato.

Secondo il vangelo Gesù è venuto a salvarci da questa fuga da noi stessi e da questa solitudine, aprendoci alla prospettiva di una vita diversa, più pienamente umana. Si può credere o no a un simile, inaudito messaggio, ma è questo che significa il Natale. In una società post-cristiana è facile ignorare tutto ciò, o relegarlo nel regno delle fate. Ma questo rifiuto della possibile soluzione non elimina il bisogno di salvezza da cui essa è scaturita. E il virus è qui a ricordarcelo.

Possiamo sfuggire a questa consapevolezza stordendoci con una frenetica allegria, che però non riuscirà ad eliminare un segreto risvolto di tristezza. Ben altra cosa – perché più silenziosa, ma anche più fondata – è la «gioia» di cui parla il messaggero celeste.

Possiamo ancora credere che, in mezzo alle traversie di questo momento, una simile gioia possa essere la nostra? Che duemila anni fa sia nato tra noi un Salvatore a cui ancora oggi guardare, per dare un senso perfino ai nostri problemi legati alla pandemia? La sfida del Natale è tutta qui. Riguarda la fede. Forse è per questo che è nel pieno di una notte silenziosa che Gesù nasce e che l’angelo si presenta ai pastori.

Niente luminarie, niente rumorose “certezze”. Per giungere alla stalla di Bethlem si deve seguire, come hanno fatto i magi, la debole luce di una stella sperduta nel cielo notturno. Ma se qualcuno ci riesce, può darsi che il suo cuore si senta finalmente libero dalla paura.

 ·        Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

mercoledì 22 dicembre 2021

IL VACCINO ? UN ATTO DI AMORE


 La Santa Sede ribadisce 

la posizione favorevole ai vaccini: 

“Un atto d’amore”

 

Oggi la pubblicazione di due documenti della Pontificia Accademia per la Vita e della Commissione Vaticana Covid-19 sui disagi e le patologie provocate dalla pandemia in bambini e adolescenti. L’invito ad un'equa vaccinazione, soprattutto nei Paesi poveri, e al sostegno di governi e parrocchie a bambini rimasti orfani o vittime di violenza. Dalla Pav l’appello a lasciare le scuole più aperte possibile: "Chiuderle sia l'ultima ratio"

 

-         Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano

-          

Vaccinarsi è “un atto d’amore”. Lo aveva detto il Papa, esortando ad una campagna vaccinale seria ed egualitaria soprattutto per le popolazioni più povere, lo ribadisce ora la Santa Sede, mentre sono in corso nel mondo le campagne di inoculazione dei più piccoli. In un breve comunicato il Vaticano riafferma “la posizione favorevole” ai vaccini anti Covid. “Il Santo Padre – si legge - ha definito la vaccinazione un atto d’amore, poiché finalizzata alla protezione delle persone contro il Covid-19. Inoltre, ha recentemente ribadito l’esigenza che la comunità internazionale intensifichi maggiormente gli sforzi di cooperazione, affinché tutti abbiano accesso rapido ai vaccini, non per una questione di convenienza, ma di giustizia”.

L'Accademia per la Vita e la Commissione Covid a favore dei bambini 

Il comunicato viene diffuso oggi, ad un anno dalla divulgazione delle note sullo stesso tema della Congregazione per la Dottrina della Fede e delle Pontificie Accademie delle Scienze e delle Scienze Sociali, e in occasione della pubblicazione di due documenti della Pontificia Accademia della Vita e della Commissione vaticana Covid-19, istituita e operante in seno al Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. Entrambi i testi concentrano la loro attenzione su quella “pandemia parallela” che ha colpito duramente la già fragile categoria di bambini e adolescenti, costretti a rivedere abitudini e stili di vita, con conseguenze gravi come disagi e patologie, estremamente diversificate a seconda dell’età e delle condizioni sociali e ambientali.

Equa distribuzione dei vaccini

Nei due testi si parla di stress, lutti familiari, abusi psicologici e sessuali durante il lockdown, regressione scolastica, problematiche relazionali e, in merito, sono illustrate proposte e soluzioni concrete per rendere meno traumatico questo passaggio, arduo anche per gli adulti. Il primo passo è un'equa distribuzione del vaccino, perché – si legge nel testo della Commissione Covid - “gli effetti nocivi del virus sui bambini possono essere completamente mitigati solo se si limita la diffusione del Covid-19. Vaccinarsi è un atto d’amore, amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli”. A tal proposito la Santa Sede ricorda che "la vaccinazione dei minorenni, a partire dai 5 anni, con i vaccini mRna è stata autorizzata ampiamente, considerando l'elevato valore dei benefici rispetto ai rischi". Quindi, afferma il documento, "preme, in questa sede, sottolineare che, date le circostanze dell'attuale diffusione della pandemia e della qualità dei vaccini autorizzati, la vaccinazione dei minori sopra i 5 anni può essere ritenuta raccomandabile, compatibilmente con un'equa distribuzione dei vaccini in tutto il mondo". "Le controindicazioni e i possibili effetti collaterali - annota ancora la PAV - sono di rilievo decisamente inferiore rispetto ai benefici che si ottengono".  

Il rapporto bambini-scuola

Non si dimentica, poi, la questione del rapporto bambini-scuola. La Commissione Covid chiede di proteggere i bambini che hanno subito un trauma durante il lockdown ("compresi abusi fisici e sessuali") alla riapertura delle scuole. In particolare, ci sono ragazze che “potrebbero non tornare più a scuola a causa delle sfide specifiche che devono affrontare”. Gli istituti, pertanto, dovrebbero lavorare “per rispondere ai bisogni dei bambini colpiti dal trauma e per aiutare quelli che affrontano barriere all'accesso e alla partecipazione scolastica”, incita il documento.

Il testo della PAV, invece, affronta il tema facendo un passo indietro e, cioè, a partire dalla scelta stessa di chiudere le scuole, motivata dalla comunità scientifica con la necessità di evitare la diffusione del contagio nelle comunità. Un'esperienza efficace per l’appiattimento della curva del contagio, ma che, d’altra parte, ha provocato effetti gravi. “La chiusura delle scuole ha interrotto anche le relazioni sociali o le ha gravemente mutilate”, sottolinea il testo. È evidente agli occhi di educatori, clinici, genitori e operatori sociali “l’accumulo di frustrazione e di disorientamento soprattutto degli adolescenti, particolarmente aggravato da pregressi contesti di povertà e disagio sociale. La mancanza di interazione multidimensionale nel rapporto educativo e nella relazione sociale prova un impatto negativo sul sentimento della qualità della vita, sulle motivazioni della formazione della persona, sulla cura della responsabilità sociale”. “Non possiamo non sottolineare che la frequenza quotidiana della scuola non è solo strumento educativo”, afferma la PAV. “Per tutti, ma soprattutto in età adolescenziale, si tratta anche di ‘scuola di vita’, di relazioni, di legami amicali e di educazione affettiva”.

Per questo l’Accademia della Vita chiede che la chiusura delle scuole “dovrà in futuro essere considerata solo l’ultima ratio da adottare in casi estremi e solo dopo aver sperimentato altre misure di controllo epidemico quali una diversa sistemazione dei locali, dei mezzi di trasporto e dell’organizzazione dell’intera vita scolastica e dei suoi orari”.

Esempi di resilienza

Lodando comunque l’uso dei mezzi tecnologici e le risorse della rete che hanno permesso la didattica a distanza, la PAV ricorda che nel disagio generale sono, tuttavia, emersi positivi di “resilienza” creativa e ingegnosa, come quella dei bambini che si sono messi in moto con “commovente ostinazione”, percorrendo chilometri a piedi pur di raggiungere la scuola, oppure quella di insegnanti itineranti che raggiungono piccoli gruppi di alunni nei loro villaggi, con i mezzi più diversi.

“I ragazzi devono frequentare la scuola. Lasciamo che i bambini vadano a scuola”, è dunque l’appello della Pontificia Accademia. “Lasciamo che la scuola sia un ambiente sano, dove si apprendano il sapere e la scienza del vivere insieme e delle relazioni. Lasciamo che i più piccoli abbiano buoni maestri, attenti ai talenti di ciascuno e capaci di pazienza e di ascolto”.

Sostenere e accompagnare gli orfani del Covid

Nella riflessione dei due documenti non si dimentica la delicata questione dei bambini rimasti orfani di genitori deceduti a causa del Covid, considerando la stima che, "entro il 30 settembre 2021, più di 5 milioni di bambini abbiano perso un genitore, un nonno o un tutore secondario, a causa del Covid-19". Per questi minori si chiede di “rafforzare i sistemi che promuovono la cura dei bambini all’interno della famiglia”: “Ogni sforzo dovrebbe essere fatto per evitare la separazione dei bambini e per fornire assistenza ai genitori superstiti o alle famiglie affidatarie/adottive”, si legge nel documento, che cita la campagna lanciata da Catholic Relief Services e dai suoi partner, “Changing the Way We Care”, che contiene risorse utili su come i governi possano assicurare che i bambini rimangano con le loro famiglie. “Ai bambini in lutto dovrebbe essere fornito un sostegno psicosociale”.

L’appello va soprattutto a diocesi e parrocchie che “dovrebbero essere preparate a intervenire rapidamente quando le famiglie sono colpite dal Covid-19”, istituendo squadre di risposta per identificare preventivamente le famiglie a rischio, fornire loro preghiera e assistenza, guidarle attraverso il processo di lutto. “L'improvviso insorgere della povertà può aumentare il rischio che un bambino venga separato dalla sua famiglia”, ammonisce la Commissione vaticana. “Garantire un’assistenza sicura e arricchente all’interno della famiglia dovrebbe essere una priorità per la Chiesa”. I membri della parrocchia possono quindi mobilitarsi per assicurare che i bambini colpiti dal coronavirus rimangano nell'assistenza familiare e, in caso di morte di un genitore o di chi si prende cura del bambino, le chiese possono anche aiutare a identificare e sostenere i parenti che si prenderanno cura del bambino, o sostenerne affidamento o adozione. In quest’ultimo caso, si chiede di trovare una famiglia amorevole per il maggior numero possibile dei bambini organi e di poter realizzare il passaggio dagli orfanotrofi ad altre risorse della comunità, come asili o altri fornitori di servizi sociali.

I piccoli vittime di violenza

Alla protezione di questi piccoli, come a quella di coloro che sono vittime di violenza, sfruttamento e abbandono, i due organismi della Santa Sede chiedono di dedicare una maggiore spesa di bilancio. “La protezione dell’infanzia è spesso una bassa priorità e riceve finanziamenti minimi dal governo. I governi dovrebbero sviluppare, rafforzare e finanziare i loro sistemi di protezione dell’infanzia”, evidenzia il documento della Commissione. Mentre quello della PAV elenca alcuni dati reali, come l’aumento del 40-5% dei casi di violenza domestica diretta o passiva durante il lockdown, o l’incremento del 20% delle richieste di aiuto nei soli primi giorni delle chiusureA ciò si aggiunge anche l’aumento dello stress genitoriale dopo un periodo prolungato di lockdown che si è ripercosso direttamente sul benessere mentale dei bambini. Vengono chiamate pertanto in causa anche le parrocchie che “possono lavorare per ridurre la banalizzazione della violenza contro i bambini dentro e fuori la famiglia”, magari creando spazi sicuri e gruppi di sostegno dove i bambini a rischio possano ricevere consulenza, riducendo anche l’isolamento sociale determinato dall’emergenza sanitaria. “Le chiese possono anche individuare i bambini a rischio di violenza e fornire loro un sostegno diretto o metterli in contatto con i programmi e servizi disponibili”, si legge in un altro passaggio del testo, dove peraltro si denuncia che "circa 10 milioni di ragazze sono a rischio di matrimonio infantile a causa della pandemia, e numerosi rapporti parlano di un aumento delle gravidanze infantili".

Programmi di assistenza sociale

Tra le iniziative proposte anche quella di combinare i trasferimenti di denaro in contanti per i poveri con programmi complementari di assistenza sociale come il sostegno psicosociale e la genitorialità positiva. Iniziative che “affrontano le significative barriere non finanziarie con cui devono fare i conti i bambini poveri e le loro famiglie”.

Proprio alle famiglie è dedicato un ampio passaggio del documento dell’Accademia della Vita, che esorta a custodire le relazioni familiari, a trasmettere la fede nel Dio della vita e educare i più giovani alla mondialità e alla fraternità universale.

 Vatican News

 Approccio equo e solidale

DOCUMENTO SUI VACCINI



 

MENO FIGLI, MENO VITA E MENO DEMOCRAZIA

 


Cause e conseguenze 

della denatalità 

in continua crescita



Nascono meno bambini, molti meno. Sono 15mila in meno nel 2020, e 12mila e 500 (finora) nel 2021. Lo so che su queste pagine l’allarme viene documentato e approfondito da anni. Ma anch’io voglio dire la mia. La denatalità è un indice davvero brutto per una società: indica che non si ama la vita e non si vuole trasmetterla. Non è un indice che dipenda dal benessere, quando le nascite sono poche non significa che si sta peggio, e quando sono tante non significa che si sta meglio.

Nel dopoguerra, che è stato un periodo piuttosto lungo (è stata dura tirarsi su dalla batosta della guerra mondiale perduta, ma è stata anche una lezione, perché quella guerra noi italiani l’avevamo voluta e provocata), le nascite erano tante, la popolazione cresceva, e chi ha la mia età ricorda che le famiglie più povere erano anche le più numerose: non c’era da mangiare, eppure le bocche da sfamare crescevano. Ma eravamo

in un trend positivo. C’era voglia di vivere, di darsi da fare, di metter su casa, di cercare lavoro magari all’estero. I nostri padri poverissimi (c’erano regioni del Sud e del Nord Italia, come il Veneto, che erano sacche di Terzo Mondo in casa nostra), facevano qualsiasi mestiere, per quanto precario, per quanto faticoso, e cercavano lavoro nei Paesi vicini, come la Francia, ai quali si offrivano per le campagne stagionali, come quella delle bietole.

Io ero studente di scuola media, sapevo il francese, e i braccianti della zona venivano da me per farsi scrivere le lettere con le quali chiedevano al padrone dell’anno prima di riprenderli per un mese o due, allo stesso salario, «anche meno, se lo stesso salario non si poteva». Io scrivevo per loro e mi sembravano degli schiavi. Poveri, bisognosi di tutto, e supplici. Ma tutti avevano figli. La Chiesa aveva più autorità di adesso, e sul fare figli non demordeva, rilanciava il motto «crescete e moltiplicatevi». La popolazione cresceva, e tutti vedevano questo indice come un segno di progresso. Non si viveva bene, ma la vita era un bene così grande che bisognava trasmetterlo. Adesso si vive bene, ma tendiamo a non trasmettere la vita.

Mia madre ha avuto 4 figli, adesso mediamente una donna ha 1 figlio virgola 17. Se una coppia ha un solo figlio, la popolazione cala inesorabilmente. I dati che ho sottomano dicono che un tasso più decente di nascita c’è soprattutto da genitori immigrati, anche se, italianizzandosi, tendono poi anche loro a fare meno figli. La grande responsabile di questo calo di figli è la pandemia. La vita è meno gioiosa, non è entusiasmante come una volta. Allora nascere (anche poveri) era sempre 'un lieto evento', da festeggiare, adesso è un problema, anche se non lo si dice, è maleducato dirlo.

Il calo delle nascite trasforma le famiglie: in una famiglia che ha un solo figlio cosa cambia rispetto alla famiglia di ieri che ne aveva di più? Il dialogo. Nella famiglia con più figli si parlava tanto, pranzo e cena erano discussioni. Magari vaniloquenti e caotiche, ma pur sempre discussioni. Ci si abituava alla democrazia, agli altri. Le famiglie con un solo figlio educano all’individualismo, e lo si vede a scuola, anzi già all’asilo. Parlano meno. La famiglia dei miei figli parla meno della mia, che parlava meno di quella da cui venivo.

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martedì 21 dicembre 2021

ARTIGIANI SUI SENTIERI DELLA PACE. NE SIAMO TUTTI RESPONSABILI !


DIALOGO, EDUCAZIONE E LAVORO: 

LE TRE VIE 

DEGLI ARTIGIANI DI PACE

Papa Francesco, nel suo messaggio per la prossima giornata mondiale della pace (1 gennaio) invita ogni persona e ogni istituzione a costruire la pace, con coraggio e creatività. 



MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA FRANCESCO

PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

1° GENNAIO 2022

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale[1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra [2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. [3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», [4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». [5]

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», [6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, [7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». [8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». [9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, [10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale [11] .

D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. [12]

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.

Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura. [13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media». [14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». [15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. [16]

Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. [17]

4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.

In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale». [18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.

Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2021

Francesco

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO