martedì 19 settembre 2017

Presidente Mattarella: "LA SCUOLA MOTORE DI CULTURA, DI LIBERTA', DI EGUAGLIANZA"

" ...... La scuola contribuisce, in misura determinante, a far crescere la loro personalità, a radicare i loro valori, a definire e consolidare le loro speranze, a metterne alla prova intelligenza, socialità, creatività. Vi si prepara il domani della nostra civiltà e della nostra democrazia. A scuola si disegna il futuro.
È questa l'essenza del mondo della scuola. Ci si deve chiedere perché, talvolta, questa peculiarità non sia riconosciuta adeguatamente.
La scuola, ragazzi, non riguarda soltanto voi, i docenti e i vostri genitori: costituisce una grande e centrale questione nazionale. Perché la scuola è motore di cultura e, quindi, di libertà, di eguaglianza sostanziale. Deve essere veicolo di mobilità sociale.
Per questo ogni sforzo compiuto, ogni risorsa impiegata per migliorare l'istruzione e la formazione rappresenta un capitale che cresce negli anni e che moltiplica i suoi effetti. Non dobbiamo mai smettere di chiederci in che modo sia possibile investire di più, e sempre meglio, nella scuola. Un Paese che pensa al futuro diventa più forte per questa stessa capacità.
Cari ragazzi, si dice sovente, con una frase divenuta uno slogan, che il futuro vi appartiene. Ma il futuro comincia in ogni momento: lo costruite da oggi, giorno per giorno, con impegno; anche con fatica.
L'esperienza scolastica ci accomuna tutti. Anche gli adulti sono andati a scuola un tempo. Anche i vostri professori. Anch'io, tanti anni fa. E ne ricordiamo tutti comunque, in maniera incancellabile, ancora oggi, le soddisfazioni, le prove, le fatiche, gli impegni. Le prime amicizie, spesso divenute, grandi amicizie. E i volti e i nomi dei nostri compagni di scuola.
Nella scuola si cresce, ci si incontra, si sviluppano cultura, affetti, solidarietà, conoscenza reciproca. Si sperimenta la vita di comunità, il senso civico.
A questo riguardo vorrei proporvi una riflessione. Lo faccio con parole semplici, perché anche i più piccoli tra voi possano seguire: chi, tra di voi, assisterebbe alla distruzione di ciò con cui gioca, del tavolo dove mangia, del letto dove dorme, senza provare un senso di ribellione, di sconforto, di delusione, di dispiacere? Quella distruzione rappresenterebbe una ferita, una violenza alla vostra vita di tutti i giorni.
Anche chi distrugge le scuole, chi compie atti di vandalismo nelle aule, chi sottrae strumenti didattici, provoca una grave ferita: non soltanto - e stupidamente - a se stesso ma a tutti voi studenti. Quando si danneggia una scuola, viene ferita, in realtà, l'intera comunità nazionale.
Allo stesso modo, quando una scuola risorge dalle macerie di un terremoto, quando un'aula vi viene restituita, pulita e decorosa, dopo devastazioni teppistiche, è l'intera società che ne trae beneficio. ..... "

domenica 17 settembre 2017

DIO ... A MODO MIO

L
e nuove generazioni fuggono dalla Chiesa e dalla pratica cristiana. Ma neppure credono più in una religione, quale che sia. Il dato è innegabile. Lo si percepisce nell’esperienza quotidiana e ora esso è ampiamente confermato da due indagini statistiche serie i cui risultati sono stati recentemente pubblicati (R. Bichi – P. Bignardi [a cura di], Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2016; F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, Il Mulino, Bologna 2016).

Oggi quasi metà dei giovani dai 18 ai 29 anni, in Italia, non credono in Dio, o perché pensano che non esista, o perché sono del tutto indifferenti al problema, o perché ci credono a intermittenza, qualche volta sì qualche volta no, o perché, pur ammettendo l’esistenza di una forza superiore, escludono che sia Dio. Colpisce l’accelerazione impressionante del fenomeno se si pensa che negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso gli atei erano tra il 10 e il 15% della popolazione giovanile.
Per contro, il gruppo dei giovani «cattolici convinti e attivi» negli ultimi vent’anni si è ridotto del 30% circa, anche se resiste, attestandosi sul 10,5%, per lo più come espressione dell’associazionismo ecclesiale. Gli altri sono «cattolici per educazione e tradizione», per molti dei quali il cristianesimo, più che una questione di fede, è una identità culturale a cui non vogliono rinunziare.
Fa riflettere il fatto che l’80% dei giovani «non credenti» è passato per il battesimo e la prima comunione, circa i due terzi per la cresima. I tre quarti hanno frequentato il catechismo. Sono perciò giovani che hanno abbandonato dopo l’iniziazione cristiana. È il fallimento del catechismo come viene praticato quasi ovunque. La grande fuga dei ragazzi si verifica di solito a conclusione di esso, come se i sacramenti che dovrebbero introdurli nella pienezza della vita cristiana fossero invece quelli del congedo da essa e dalla Chiesa.
Qualcuno sottolinea che è normale – soprattutto nell’attuale contesto culturale – che ....


venerdì 15 settembre 2017

SAPER DONARE IL PERDONO

FABBRICARE PECCATORI

               Ventiquattresima domenica durante l’anno -  Sir 27,30-28,7/ Rm 14,7-9/ Mt 18,21-35


           "Nel mio ministero voglio fabbricare peccatori". Così pare si sia presentato il giovane padre David Maria Turoldo ad un immagino perplesso e timido Cardinal Montini neo-eletto vescovo di Milano alla fine degli anni Cinquanta. Eppure in quella intuizione, che allora pareva inopportuna e stramba, c’era già il futuro. 
         Fabbricare peccatori. Aiutare le persone, cioè, ad avere un corretto approccio al peccato e al perdono. Convertire i cattolici alla vera logica del Vangelo e gli atei alla novità straordinaria del messaggio di Gesù. Per far superare, agli uni e agli altri, visioni superficiali, piccine, moralistiche, inutilmente cariche di sensi di colpa. Chissà cosa direbbe l’energico padre servita della situazione attuale? Di questo crescendo senso di disagio che attraversa l’Occidente che confonde la bontà col buonismo, che abbandona la fede cristiana per abbracciare la laicissima fede del politicamente corretto, che fa del perdono un’emozione da donare a prescindere, che giustifica la violenza vera e il populismo aggressivo e becero ma pretende il perdono nei propri confronti. Perché il tema del perdono non è più argomento per chierichetti e baciapile. Ma ci tocca in prima persona quando assistiamo alla strage fanatica di inermi turisti, quando leggiamo di branchi, di uomini come lupi, che stuprano donne, quando assistiamo, attoniti, alle bravate di giovani stravolti dall’alcol e dalle droghe. Cosa significa, in questi casi, perdonare? Non è un cedimento? E se l’altro approfitta del perdono? E se insiste? Fino a quante volte dobbiamo perdonare? Fino a settanta volte? 
        Sempre !
         Storicamente, nella Bibbia, il grido orribile di Lamech, figlio di Caino, che minaccia di uccidere settanta volte sette per uno screzio (Gn 4), è attenuato dalla legge del taglione che pone almeno un freno alla rabbia, introducendo un criterio di proporzionalità nella vendetta: occhio per occhio, dente per dente. Nel Pentateuco già troviamo qualche accenno alla misericordia, sempre però limitata ai fratelli di fede. Al tempo di Gesù i rabbini suggerivano di perdonare fino a tre volte un torto subito, per manifestare clemenza. Pietro, nel vangelo di oggi, vuole esagerare, proponendo di perdonare fino a sette volte. Tenero. Sette volte. Come se il vostro amico che avete appena perdonato per avere sparlato male di voi, tornasse dopo dieci minuti e vi dicesse di avere nuovamente sparlato di voi. Lo perdonate? E Gesù rilancia: settanta volte sette, cioè sempre. Perché? 
         Da giudice ad imputato 
         Perché noi per primi siamo perdonati e con una tale larghezza e generosità che non possiamo che perdonare. Il piccolo credito che abbiamo verso i fratelli non è nulla rispetto al debito mostruoso che abbiamo contratto verso Dio. E che egli ha cancellato. Il debito del servo è volutamente assurdo: un talento equivale a trentasei chili d’oro. Diecimila talenti è una cifra inimmaginabile. Il Prodotto Interno Lordo di una nazione come l’Italia. Mai e poi mai sarebbe stato saldato. 
         Eppure quel debito viene condonato, non il debito dell’altro servo che, pur dovendo una cifra consistente al collega, circa duecento giornate lavorative, non ha di che pagare. La reazione del padrone è feroce: sei chiamato a perdonare perché ti è stato condonato molto di più. Ecco la ragione del perdono cristiano: perdono chi mi ha offeso perché io per primo sono un perdonato. Non perdono perché l’altro migliori, o si converta, o si intenerisca. A volte l’altro non sa nemmeno di essere stato perdonato e può disprezzare il mio gesto. Non perdono perché l’altro cambi, ma perché io ho urgente bisogno di cambiare! Il perdono mi situa in una posizione nuova, diversa, mi rende simile a quel Dio che fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti. 
         Non perdoniamo perché siamo migliori e il perdono non è un’amnesia. Dire perdono ma non dimentico fa sorridere. Perdono perché scelgo di perdonare, perché voglio perdonare. Vederti mi riapre le ferite, sto male come un cane, ma ho scelto la strada della libertà. Per molte persone che hanno avuto la vita rovinata dalla superficialità e dalla cattiveria altrui è già un grosso risultato non augurare la morte, ma la conversione di chi mi ha ferito. Ti perdono e prego che tu ti penta del male che mi hai fatto. Non aspettiamo mai il perdono perfetto, quello angelico, straordinario. Perdoniamo come riusciamo, al meglio delle nostre capacità e delle nostre forze. Perdoniamo perché siamo perdonati, perché il perdono ci rende straordinariamente liberi. E se l’altro considera il perdono come debolezza? È un rischio da correre, è un rischio che Gesù ha corso, perdonando i suoi assassini dalla croce. E, pure, io credo, noi crediamo, che quel paradosso smuove i cuori. Non tutti, forse, ma li smuove. Figli del perdono Quanto è adulto e virile il perdono! Quanto è forte e deciso! Quanto è eroico e umano! Abbiamo bisogno di donare e ricevere il perdono, di vivere da figli della riconciliazione.
            E se l’altro considera il perdono come debolezza? È un rischio da correre, è un rischio che Gesù ha corso, perdonando i suoi assassini dalla croce. E, pure, io credo, noi crediamo, che quel paradosso smuove i cuori. Non tutti, forse, ma li smuove. Figli del perdono Quanto è adulto e virile il perdono! Quanto è forte e deciso! Quanto è eroico e umano! 
         Abbiamo bisogno di donare e ricevere il perdono, di vivere da figli della riconciliazione. Di accettare il perdono degli altri, senza rivendicazioni e ripicche. Di chiedere perdono, ammettendo il nostro limite. Le famiglie, le società, la Chiesa cambierebbero volto se vivessimo meglio il perdono! Come ha intuito il grande Giovanni Paolo, riprendendo e ampliando Isaia: non c’è pace senza giustizia. Ma non c’è giustizia senza perdono. Prendere consapevolezza del peccato, fabbricare peccatori, è il primo passo per capire la logica del perdono che siamo chiamati a donare, sempre, per assomigliare al Padre.
Paolo Curtaz


ALLA RICERCA DELLE BUONE PRATICHE - Instrumentum Laboris della 48^Settimana Sociale

      Una riflessione che “parte dai volti e dalle storie della gente che lavora”, che non manca di denunciare i problemi del sistema per poi affrontare le “questioni problematiche” che devono essere risolte: si presenta così linstrumentum laboris delle Settimana Sociale della Chiesa Italiana.
   La Settimana Sociale (la quarantottesima) si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, e il tema è “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”. Prefigurate dall’enciclica di Pio X “Il fermo proposito”, le Settimane Sociali si svolgono con cadenza pluriennale a partire dal 1907. Sono settimane che hanno lo scopo di guidare l’azione cattolica nei vari rami della Dottrina Sociale.
         Sono molti i temi che vengono affrontati nell’instrumentum laboris: dalla necessità di denunciare, all’analisi generale dei problemi, per finire con le buone pratiche, che hanno il vantaggio di mostrare – si legge nel documento – “che c’è una speranza”.
            L’idea è quella non di celebrare solo “un bel convegno”, ma di “iniziare processi”, e per questo l’instrumentum laboris è “un testo aperto”, che non dà risposte, ma fotografa piuttosto la situazione reale, e intende “offrire la base di riferimento comune per un ordinato svolgimento dei lavori assembleari”.
           L’instrumentum laboris sottolinea che “persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme”, perché il lavoro non deve “diventare qualcosa di disumano”, e deve essere “degno perché la persona è degna”, come immagine e somiglianza di Dio, e non è chiamato a “soddisfare bisogni materiali”, ma “a realizzare la persona”.
Da qui, l’esigenza della denuncia, “necessaria, quando non scade nel lamento, per assumere responsabilmente i termini di quelle tradizioni problematiche che attendono essere risolte”, una denuncia che riguarda 6 snodi critici (dalla disoccupazione giovanile al problema del caporalato) per la realtà italiana.
         La denuncia porta alle buone pratiche, e c’è – in queste buone pratiche – moltissimo della realtà della impresa cattolica che si è sviluppata negli ultimi anni, dai consorzi alle aggregazioni di piccole imprese, secondo quella che viene chiamata “economia civile” e che è stata definita, in un recente incontro con Papa Francesco, una “economia del sì”, che non mette da parte l’idea di profitto, , ma nemmeno quella della dignità del lavoro. Sono state 400 le buone pratiche censite, e che presumibilmente avranno il loro spazio nelle giornate delle settimane sociali, che si aggiungono ai Cercatori di LavOro presenti sul territorio per “presentare, discutere e ragionare sui risultati a livello locale”.
         Insomma, “la speranza non è morta”, ma c’è comunque bisogno di “una strategia per rimettere in pista gli scartati e gli esclusi sempre più numerosi nel nostro Paese”, pensando “soluzioni legislative nuove in grado di cogliere la specificità” delle nuove tipologie di lavoratori.
Ma la prospettiva non può essere solo italiana. Deve essere europea. Si legge nell’instrumentum laboris: Una serie di soluzioni tecniche che renderebbero l’Unione molto più solida sono pronte sul tavolo ma non vengono adottate per mancanza di fiducia da una parte e mancanza di affidabilità dall’altra. Non si tratta di procedere verso innaturali fusioni che rinneghino le identità e le specificità nazionali, ma di fare massa critica su alcuni ambiti decisivi come possono essere quello finanziario, della difesa e delle scelte di politica internazionale”.
Insomma, si deve guardare all’Europa, perché “è da lì che molte iniziative si possono realizzare”. E allora – conclude l’instrumentum laboris – il futuro va oltre l’appuntamento di Cagliari, perché “sulla realtà del lavoro si gioca il futuro di una società ed anche la responsabilità dei cattolici in politica”.

CONVIVERE CON GLI ALTRI E CON IL MONDO .... per una società condivisa.

DALL'INDIVIDUALISMO ALLA CONDIVISIONE  

«Convivere non è soltanto stare con altri ma anche la capacità di stare col mondo in tutte le sue sfaccettature»

Dall’intellettuale tedesco, Peter Sloterdijk, l’idea di una società condivisa che edifica la storia Una risposta alle teorie minimaliste, libertarie e individualiste del ’900, capace di condurre anche a un diverso modo di pensare il rapporto fra uomo e natura L’alternativa di Sloterdijk Non più solo
                                                                                                                 
                                                                                                                          di SIMONE PALIAGA

Riprendiamoci la storia e ridiventiamone protagonisti. Con responsabilità. A noi uomini tocca, oggi come oggi, in sorte un compito immane. Occorre sottrarsi a ogni determinismo, biologico, tecnico o economico figlio del Novecento. Bisogna emanciparsi però anche dal sogno rinunciatario di una fine della storia erede di quei tempi. Ecco la posta in gioco dei prossimi anni. Anzi della prossima epoca, come dice Peter Sloterdijk in Che cos’è successo nel XX secolo (pagine 282, euro 26,00) in uscita per Bollati Boringhieri il 15 settembre.
Sloterdijk in Germania è una star. I suoi saggi veleggiano verso i vertici delle classifiche di vendita. Eppure non si tratta proprio di un filosofo facilmente commestibile. Con lui la filosofia torna a ritagliarsi uno spazio. Lasciatasi alle spalle minimalismi decostruzionisti ed ermeneutici pensa di avere ancora qualcosa da dire. È lì a provarlo l’imponente trilogia intitolata Sfere che, come racconta Dario Consoli in Introduzione a Peter Sloterdijk. Il mondo come coesistenza, appena dato alle stampe da Il Melangolo (pagine 210, euro 16,00) è «una grandiosa descrizione del processo materiale e simbolico di costruzione di mondi condivisi».
Senza condivisione non c’è l’uomo, insomma. Non è pensabile secondo Sloterdijk l’esistenza di un uomo come quello descritto dalla filosofia moderna. L’individuo isolato non esiste così come il soggetto in sé e per sé autosufficiente. Dal concepimento l’essere umano ha la possibilità di vivere finché partecipa a una soggettività condivisa. Per questo l’individuo casomai può considerarsi al massimo «il resto di una coppia». Ma questo ancora non gli basta per definirsi perché, per crescere e diventare se stesso, ha bisogno di «prendere casa, rendere domestico l’ambiente ». E non può farlo da solo, isolato dagli altri e dalla Terra che lo ospita.
Secondo il pensatore di Karlsruhe non esiste l’uomo allo stato di natura come è stato sognato nel corso della modernità. L’uomo è autoplastico. Significa che a formarlo sono le tecniche e le forme di convivenza che lui stesso si dà insieme agli altri e al pianeta su cui vive. Per comprenderlo bene occorre però intendere l’idea di convivenza in senso lato. Convivere non equivale, per Sloterdijk, solo a stare con gli altri uomini, ma anche alla capacità di stare col mondo in tutte le sue sfaccettature. E quindi pure con gli apparati tecnici che via via lo popolano con maggiore intensità.
Rispetto agli altri viventi però l’uomo, per sua costituzione, si trova in una posizione privilegiata. Pericolosa ma pur sempre privilegiata. Egli non è irretito infatti dalle situazioni che lo circondano, ma nei loro confronti «lussureggia». Vale a dire «sviluppa delle potenzialità superiori – sottolinea Consoli – a quelle richieste dalla situazione» che deve fronteggiare. Dal mondo, o detto meglio, dalle sue sfere di convivenza e condivisione non viene intrappolato. Ecco perché non finisce imprigionato da esse diventando facitore di storia. E libero, diremmo noi. L’uomo è «un agente metabiologico che in virtù del suo potere d’azione – scrive Sloterdijk nel primo saggio di Che cos’è successo nel XX secolo – può esercitare sull’ambiente un influsso ben più ampio di quello che farebbe supporre la sua relativa mancanza di peso fisico». Ma se «è diventato in tutto e per tutto responsabile dell’insediamento e della gestione della Terra» allora «si istituisce un indirizzo cui rivolgere possibili atti di accusa». Riconoscersi responsabili non significa solo autoflagellarsi, ma anche sapersi capaci di cambiare le proprie condizioni di vita. Passo irrinunciabile se non si vuole mettere a repentaglio il futuro proprio e della Terra.
         «La variazione del clima che c’è da aspettarsi – ammonisce Sloterdijk – porterà in molte zone della Terra a condizioni che non sono compatibili con l’esistenza umana». Infatti «la battaglia sul clima non ha più per oggetto il 'dominio della Terra'. Concerne invece la possibilità di mantenere aperto il processo della civiltà e di assicurarne la prosecuzione».
Per questo «quell’essere-nelmondo da parte dell’uomo di cui ha parlato la filosofia del XX secolo si rivela come un essere-abordo di un veicolo cosmico esposto a fenomeni per- turbativi» che schiudono a una vera e propria «ontologia politica della natura». E dove fa capolino la politica fa capolino pure la storia. Lo aveva intuito anche Martin Heidegger secondo Sloterdijk. Ma per sottrarre l’uomo alla noia e alla inautenticità della fine della storia aveva abbracciato, per un periodo della sua vita, il nazionalsocialismo.
Anche oggi l’uomo pensa di trovarsi al di fuori della storia vedendo scorrere gli eventi sopra la testa. Eppure basta riconoscere il peso che la sua azione possiede nei confronti della Terra, come fanno i teorici dell’antropocene, per avvedersi che così non è. Anzi che se la sua azione scandisce le epoche del mondo fino a renderne possibile la fine può anche riaprire i conti con la storia, consapevole però di poter «aprire una prospettiva di enormi conflitti».


Pubblicato in  AVVENIRE

STILE E RUOLO DELL'INSEGNANTE OGGI - UN CONVEGNO MONDIALE A ORADEA

INCONTRO DELL’UMEC-WUCT 
A ORADEA
SIAMO INVITATI!

La bella e accogliente città di Oradea, a nord della Romania, ospiterà il prossimo Consiglio dell’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici (UMEC-WUCT), che si svolgerà dal 10 al 12 novembre prossimo.
L’UMEC ha accolto l’invito dei due vescovi cattolici di Oradea (quello greco e quello latino) e delle scuole della città.
Oradea è una città ricca di storia e di monumenti; una città di confine che, nel corso dei secoli, ha fatto parte dell’Ungheria ed è stata sede di re ungheresi. Oggi è un importante centro dell’Europa orientale, luogo d’incontro di diverse culture e fedi. L’imponente fortezza della città è stata uno dei punti più importanti del sistema difensivo concepito e realizzato dall’Impero Asburgico e dal Principato di Transilvania contro l’Impero Ottomano e, dunque, ha rappresentato un bastione dell’Europa cristiana di fronte all’espansione musulmana.
Oradea, insieme a Vienna, Budapest, Barcellona, Bruxelles e Nancy, fa parte della rete europea dell'Art Nouveau, quello che in Italia viene definito come “stile Liberty”.
Il Consiglio dell’UMEC-WUCT, come di consueto, dedicherà una giornata di studio (sabato 11) alla riflessione su tematiche relative al ruolo e allo stile degli insegnanti cattolici nelle scuole (non solo cattoliche) di fronte alla complesse sfide educative dell’oggi. Il dibattito sarà arricchito dagli interventi di prestigiosi docenti universitari provenienti da varie parti del mondo (Argentina, Congo, Filippine, Gran Bretagna, Italia, Romania). È prevista anche la partecipazione di numerosi dirigenti, insegnanti e responsabili della pastorale scolastica della Romania e della vicina Ungheria.

Le relazioni si terranno in varie lingue, secondo la provenienza dei relatori (inglese, italiano, francese,  rumeno), ma è prevista la traduzione dei vari testi in più lingue.
Durante le giornate del convegno sono previste anche visite ad alcune scuole di Oradea.
Le spese di vitto e soggiorno non sono elevate (il costo della vita in Romania è basso: un insegnante, per esempio, guadagna circa 300 euro al mese).
L’aeroporto più vicino è quello di Oradea (adiacente alla città), raggiungibile (da Bergamo aeroporto) in circa un'ora  di volo, a prezzi contenuti, Altri aeroporti del nord della Romania  e della vicina Ungheria:  (Debrecen (Ungheria) a 70 km; Satu Mare a 120 km; Cluj Napoca a 180 km, Timisoara a 180 km; Budapest a 250 km) sono raggiungibili da altre città d’Italia (prevedendo l’ulteriore tempo di viaggio fino a Oradea). Si sconsiglia l’aeroporto di Bucarest, molto distante (800 km).
I docenti e dirigenti italiani sono invitati a partecipare. Sarà l’occasione per incontrare altri colleghi, dibattere tematiche professionali e conoscere la realtà romena e le bellezze del territorio.
Giovanni Perrone, segretario generale UMEC-WUCT


Per informazioni e programma: http://wuct-umec.blogspot.com  -  umec.wuct@gmail.com
...........................................................

WORLD  UNION  OF  CATHOLIC  TEACHERS  -UNION MONDIALE  DES  ENSEIGNANTS  CATHOLIQUES  - UNION MUNDIAL  DE  EDUCADORES  CATOLICOS

EPISCOPIA GRECO-CATOLICĂ DE ORADEA

PROGRAMME

                                                                FRYDAY 10th NOVEMBER  - Grek-Catholic High School

10.00   Welcome - Bun venit - UMEC-WUCT Council of Presidents Meeting
Visit of the School/Vizita școlii - Visit City Fortress and Cathedral/Reception in Bishop’s Palace
17.30   Festive opening - Artistic moment - Speeches: Country School Inspectorate
Delegate/Delegat dinpartea Inspectoratului Școlar Județean Bihor - Local Authority Delegate/Delegat al autorității locale

   SATURDAY 11th NOVEMBER - Aula Magna Oradea’s  Seminary                                                 

09.00   Meeting: THE TEACHER AND THE CHALLENGES OF THE WORLD OF TODAY
WORK OPENING - DESCHIDEREA LUCRĂRILOR
S.E. Vincent Dollmann, Ecclesiastical Assistent UMEC-WUCT, A. Bishop, Strasbourg
Guy Bourdeaud’hui, President UMEC-WUCT
OPENING SPEECHES - DISCURSURI INAUGURALE
            S.E. Virgil Bercea, Greek-Catholic Bishop, Oradea/Episcopul Greco-Catolic de Oradea
            S.E. László Böcskei, Latin Bishop, Oradea/Episcopul Romano-Catolic de Oradea
            SPEAKERS  VORBITORI
            Belen Tangco, St. Thomas’ University Philippines
            Italo Fiorin, Director of the International Post-Graduate School EIS (Educare all'Incontro e alla Solidarietà) Roma
            John Lydon, St.Marys’ University London
            Ionuț Popescu, Head of Oradea’s Greek-Catholic Faculty of Theology
            MODERATOR
            Adrian Podar, Liceul Greco-Catolic, Oradea
            Holy Mass  Latin rite (12.30 h)

                                                                                                        SUNDAY 20th - Oradea’s Seminary

09.00   Church of the Seminary - Holy Mass, Oriental rite
10,30   UMEC-WUCT Council of Presidents Meeting
12.30   Conclusions