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mercoledì 23 settembre 2026

IL PERDONO

 Libro

Gallagher: "perdoniamo" 

e "chiediamo perdono", 

parole di grande forza 

e attualità

Il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali ha partecipato ad un evento organizzato nell'ambasciata della Polonia presso la Santa Sede per la presentazione del volume "Perdoniamo e chiediamo perdono" dedicato allo storico messaggio dell'episcopato polacco ai vescovi tedeschi del 18 novembre 1965

-di Dorota Abdelmoula-Viet – Città del Vaticano 

"Perdoniamo e chiediamo perdono", due parole che ancora oggi mantengono una forza e un'attualità peculiari. Lo ha detto l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, intervenendo ieri sera 21 settembre alla presentazione del libro dal titolo, appunto, Perdoniamo e chiediamo perdono ispirato allo storico messaggio rivolto dai vescovi polacchi ai vescovi tedeschi nel 1965. Il volume, presentato presso l'Ambasciata della Polonia presso la Santa Sede, è il frutto di un convegno scientifico tenutosi lo scorso anno alla Gregoriana, in occasione del 60.mo anniversario di questo storico evento.

Il perdono dono del Signore

Nel suo intervento, monsignor Gallagher ha sottolineato l'importanza attuale del gesto compiuto anni fa dai due episcopati. "Le parole ‘perdoniamo e chiediamo perdono’, pronunciate in un'Europa ancora profondamente segnata dalle ferite della guerra, conservano anche oggi una forza e un'attualità peculiari”, ha affermato. “Esse ci ricordano che la riconciliazione nasce non dal dimenticare il passato, ma dalla capacità di affrontarlo nella verità, aprendosi con coraggio e fiducia al dialogo sincero, senza dimenticare che per un cristiano essa è innanzitutto un dono del Signore risorto, come afferma San Paolo ‘Dio ci ha riconciliati mediante Cristo’”.

L’arcivescovo ha sottolineato che la pubblicazione è un invito a riflettere sul valore di questa testimonianza "per il presente e per il futuro, in un tempo nel quale non mancano nuove divisioni e contrapposizioni. Essa ci ricorda quanto sia prezioso custodire ciò che è stato pazientemente costruito nel corso dei decenni". Ha inoltre espresso gratitudine alle Ambasciate di Polonia e Germania presso la Santa Sede per il loro impegno nel promuovere la memoria di questo evento che ha contribuito in modo unico alla costruzione della riconciliazione nell'Europa del dopoguerra. Gallagher ha anche auspicato che "le mani tese sessant'anni fa continuino a rimanere unite e possano indicare anche alle nuove generazioni una via di riconciliazione, di comune responsabilità e di pace".

Il mondo ha bisogno di gesti coraggiosi di riconciliazione

Da parte sua, l'ambasciatore della Polonia Adam Kwiatkowski ha ringraziato l'arcivescovo Gallagher per aver fatto riferimento nei suoi interventi al messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi. "Per noi, per la Polonia e per la Germania, questo è di enorme importanza", ha detto. E ha evidenziato l'importanza del fatto che l'ultimo evento che ha organizzato prima di tornare in Polonia sia stato un incontro dedicato alla riconciliazione. "Il mondo ha bisogno di qualcosa di più. Ha bisogno di gesti e decisioni più coraggiosi, capaci di anticipare i tempi”. Ha bisogno, cioè, che si tenda la mano al prossimo. Ha bisogno che si mostri rispetto e gratitudine verso l'altro, nonostante le differenze esistenti.

Anche l'ambasciatore tedesco, Bruno Kahl, ha ribadito l'urgente necessità di trarre ispirazione dal gesto di riconciliazione compiuto anni fa dai vescovi dei due Paesi: “La riconciliazione è difficile ma è possibile, però qualcuno deve fare il primo passo”. L’auspicio è che questa pubblicazione aiuti a risvegliare le istituzioni e a sensibilizzare a questi valori e a questa comprensione fondamentale “in modo tale da consentire che anche oggi nascano iniziative similari per superare l'odio, la violenza e la guerra”.

 La memoria che guarisce le relazioni

"Questo libro è un riassunto di tutte le nostre attività legate al 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi", ha dichiarato ai media vaticani, a margine della presentazione, il dottor Andrzej Jerie, direttore del Centro "Memoria e Futuro" di Breslavia e ideatore delle celebrazioni dell'anniversario. "Se leggiamo attentamente ciò che vi è scritto, vedremo i frutti concreti delle nostre attività congiunte per costruire buone relazioni tra Polonia e Germania. Tra le altre cose, vi sono le toccanti parole di Knut Abraham, che durante la conferenza ha affermato che le celebrazioni di Breslavia per il 60.mo anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi hanno contribuito a far sì che il Bundestag votasse quasi all'unanimità a favore del finanziamento della Casa Polacca e del monumento alle vittime polacche della Seconda guerra mondiale a Berlino. Per questa sola frase è valsa la pena pubblicare questo libro".

Alla presentazione della pubblicazione hanno partecipato anche, tra gli altri, l'arcivescovo Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico in Polonia; l'ex primo ministro Hanna Suchocka; il professor Marek Inglot, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, nonché un gruppo di una quindicina di ambasciatori e capi di missioni diplomatiche accreditate presso la Santa Sede.

Vatican News

 

sabato 12 settembre 2026

KYRIOS o ADELPHOS ?

 

Dalla dialettica 

servo-padrone 

alla relazione 

tra il Padre 

e i suoi figli


Riflessione di don Massimo Naro  sulla liturgia della Parola nella XXIV domenica del tempo ordinario (anno A)

Sir 27,30–28,7; Sal 102/103; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Ad oltranza! È la logica evangelica, illustrata dal Maestro di Nazareth ai discepoli nel discorso della montagna (se leggiamo il vangelo secondo Matteo), nel discorso della pianura (se leggiamo il vangelo secondo Luca) e in ogni altro suo insegnamento. Dare di tutto e di più: la tunica, oltre che il mantello; l’altra guancia a chi ti schiaffeggia. E fare di tutto e di più: tutto il viaggio con chi chiede compagnia, non solamente un tratto di strada. Vale soprattutto quando si tratta di amare: «Mi ami tu di più?» (Gv 21,15), chiede il Risorto a Pietro sulla spiaggia di Tiberiade. E vale quando si tratta di perdonare, dato che il perdono è un’espressione dell’amore, motivato da esso, strettamente connesso a esso: «Molto le è perdonato, perché molto ha amato», dice Gesù in riferimento alla donna che gli lava i piedi in casa di Simone il fariseo, aggiungendo infine: «Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47).

Nell’odierna pagina evangelica la sovreccedenza del perdono si rivela incommensurabile. A Pietro, che gli chiede quante volte dovrà perdonare il fratello che sbaglia nei suoi confronti, lasciando capire che sta già mettendo in conto di essere disponibile a perdonarlo tante volte («Fino a sette volte?», ipotizza l’apostolo, presumendo di sforzarsi chissà quanto), Gesù risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Cioè: non tante volte, ma sempre.

Un paradigma difficile da coniugare nella vita quotidiana, ma necessario per dimostrare d’essere davvero discepoli del Rabbi galileo. La difficoltà spicca specialmente allorché la regola del perdono a oltranza sembra subire lo stress dell’incoerenza nella morale che Gesù stesso distilla dalla parabola del servo impietoso: «Anche il Padre mio celeste farà ugualmente con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Quel «farà ugualmente» rimanda alla punizione inflitta dal «padrone» al «servo malvagio» che, nonostante avesse ricevuto il condono del suo grandissimo debito, non era stato disposto a condonare a sua volta il debito – di più piccola entità – che un suo collega aveva contratto con lui: «Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto».

Come spiegare questa conclusione, che sembra denunciare quanto irrealistico possa risultare, alla prova dei fatti, il perdono a oltranza? Come non recepirla quale clamorosa smentita della misericordia divina, che dovrebbe fungere da archetipo esemplare cui il credente biblico è chiamato a corrispondere col suo personale comportamento? Il perentorio avvertimento, che Gesù ricava dalla sua stessa parabola, sembra riecheggiare il brano anticotestamentario del Siracide che ascoltiamo come prima lettura: «Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati». Ma, d’altra parte, sembra sconfessare il salmista, che nella liturgia della Parola di questa domenica ci garantisce che la giustizia di Dio verso di noi non si limita dentro gli angusti parametri della giustizia umana: «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. Non sta in lite per sempre, non rimane adirato in eterno. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe».

Per rispondere sensatamente a queste domande, torna utile prendere in considerazione le parole che ricorrono maggiormente nella parabola raccontata da Gesù: «padrone» (kýrios, nel greco dell’evangelista Matteo) e «servo» (doûlos). Dalla narrazione emerge una controversa dialettica tra i due. Essa non è presentata negli stessi termini con cui, molto tempo dopo, nel XIX secolo, Hegel avrebbe argomentato filosoficamente la “dialettica servo-padrone” (o “signore-servitore”). Difatti, qui non si parla di una reazione del servo contro il padrone per affrancarsi dalla sua condizione di sottomissione. Gesù parla, sì, di un debito del servo nei confronti del suo padrone (e il debito può essere inteso, anche nella parabola, come metafora per nulla velata della sudditanza del servo verso il suo signore), ma contestualmente parla pure della «compassione» del padrone verso le difficoltà del suo servo (e la voce verbale greca per dire che egli «ebbe compassione» è splanchnízomai, la stessa usata nella parabola del buon samaritano per descriverne la compassione verso la vittima dei briganti, la medesima usata nella parabola del figliol prodigo per descrivere la compassione di suo padre). La compassione induce il padrone a immedesimarsi nel servo, a provare interiormente qualcosa della sua angoscia, ad avvertire intimamente il peso della sua fatica esistenziale. E gli apre gli occhi sui reali contorni della situazione: un debito così grande non potrà mai essere saldato. Pretenderne il totale risarcimento equivarrebbe a rovinare irrimediabilmente la vita del debitore: giacché la messa in vendita di lui, della moglie e dei figli al mercato degli schiavi, avrebbe comportato la disgregazione della sua famiglia, la distruzione del suo universo affettivo. C’è, comunque, una via d’uscita dalla dialettica tra servitore e signore, tra servo e padrone, che non sia necessariamente la rivolta da una parte o la repressione dall’altra: l’estinzione del debito, non tramite il pagamento da parte del servo, bensì grazie al condono da parte del padrone. La qual cosa significa che il modo più efficace per risolvere la dialettica è trasformarla in un’autentica relazione.

La relazione implica che tutti coloro che vi sono coinvolti si riconoscano reciprocamente come persone. Nella relazione si diventa soggetti responsabili, si smette di essere oggetti alla mercé altrui. Nella relazione tutti sono trattati come persone, non come cose. Le cose hanno un prezzo, si vendono e si comprano. Le persone non hanno prezzo: il rapporto che intrattengono tra di loro è connotato dalla gratuità e dalla graziosità. E, se un debito rimane da saldare, questo è la grazia, come Gesù ha occasione di dire ai suoi discepoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

La grazia è ciò che trasfigura il padrone in un padre pietoso. Egli, calandosi nei panni del debitore disperato per la rovina imminente della sua famiglia, decide di comportarsi non più come un padrone ma, giustappunto, come un padre di famiglia. Decide di trattare il servo come un figlio, cambiando così anche se stesso: egli giunge a dimostrare tratti paterni. Invece il servo impietoso rimane refrattario alla trasformazione, non si lascia contagiare dalla conversione vissuta dal suo signore. La colpa di quell’uomo, il suo sbaglio madornale, è di continuare a concepirsi come un servo. Lo stesso errore dei due giovani di cui si parla nella parabola del figliol prodigo, o dei due figli mandati – prima l’uno, poi l’altro – a lavorare nella vigna di famiglia, tutti parimenti incapaci di accettare come padre colui che consideravano soltanto un padrone. Di conseguenza incapaci di sapersi figli ed eredi, piuttosto che operai sfruttati o impiegati sottopagati. E incapaci di accogliersi l’un l’altro come fratelli.

Traducendo la dialettica in relazione, cambia tutto il vocabolario: non più “padrone” (kýrios), ma finalmente “Padre” (Patḗr nel greco di Matteo); non più “servo” (doûlos) e “collega/compagno” (sýndoulos, con-servitore), ma ormai “fratello” (adelphós). A questo punto la morale con cui Gesù conclude la sua parabola non solo diventa più chiara, ma si propone come la chiave di lettura dell’intera pagina evangelica: occorre smarcarsi dalla dialettica servo-padrone ed entrare nella relazione tra il Padre e i figli, i quali, imitando il Padre, riescono a perdonarsi «di cuore» tra di loro, come veri fratelli.

Il cuore diventa la misura smisurata del perdono fraterno. E noi stessi ci scopriamo misura della grazia, come Gesù – in altre pagine dei vangeli – insegna: «Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? […] Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,31-38).

 

www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 11 settembre 2026

OLTRE LA FERITA

 


'Il perdono 

che libera: 

oltre la ferita'

 




“Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso,

 perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo,

 moriamo per il Signore” (Rom 14,7-8) 

-di Paolo Gamberini 

 C’è una frase che Marta ripeteva a se stessa fin da bambina, ogni volta che qualcuno la feriva: “Non importa, va tutto bene, lasciamo perdere.” L’aveva detta anche a Luca, dopo l’ennesima battuta tagliente pronunciata davanti agli amici. Aveva sorriso, come sempre. E Luca, soddisfatto, le aveva risposto: “Ecco perché ti amo: sei così comprensiva.” Marta sentì quella frase come un peso, non come una carezza. Non era amore: era l’elogio della sua capacità di sopportare. 

La storia di Marta racconta qualcosa che riguarda tutti noi: il perdono, quando viene confuso con la rassegnazione, non guarisce nulla. Anzi, autorizza il male a continuare. Ogni volta che Marta taceva, Luca cresceva nella convinzione di poter ferire senza conseguenze. Il suo “perdono” era diventato una forma sottile di sottomissione, un modo per non disturbare, per non perdere un affetto che sentiva fragile. 

Ma un perdono che si piega su se stesso, che rinuncia alla propria dignità pur di non creare conflitto, non è più un gesto libero: è una strategia di sopravvivenza travestita da virtù. 

Il giorno in cui Marta trovò il coraggio di dire “Ti perdono, ma non resterò qui a farmi ferire ancora”, accadde qualcosa di nuovo. Non fu un atto di rabbia né di vendetta, ma di dignità. E proprio in quel momento il perdono cambiò natura: da resa passiva divenne scelta di libertà. 

Il perdono non è sottomissione, ma libertà 

Qui si tocca il cuore del malinteso più comune sul perdono. Nella sua versione superficiale, perdonare sembra significare accettare, sopportare, tollerare che la ferita si ripeta. Ma questa è una caricatura, non la verità del perdono. Perdonare non significa permettere all’altro di continuare a fare del male: significa riconoscere con lucidità ciò che è accaduto, senza negarlo, e decidere che quella ferita non avrà più il potere di determinare la mia vita. 

 

Per questo il perdono autentico implica sempre porre dei confini. Chi perdona non si consegna di nuovo alla vulnerabilità che l’ha ferito, ma stabilisce una soglia chiara, un limite che protegge la propria integrità. Il confine non è vendetta: è cura. È il modo in cui custodisco la mia dignità, impedendo che la ferita diventi la struttura permanente della mia esistenza. 

C’è un gesto evangelico che illumina bene questa dinamica sana di perdono: scrollarsi la polvere dai piedi. Non è disprezzo, ma libertà. Significa: “Ho fatto ciò che potevo, ho dato ciò che avevo, ma non posso restare dove la mia presenza viene ferita.” È un perdono che non si confonde con la coazione a ripetere, che non obbliga alla riconciliazione — la quale è possibile solo quando entrambe le parti desiderano e costruiscono insieme un futuro diverso. Il perdono, invece, è un atto unilaterale: nasce nel cuore di chi decide di non restare prigioniero del male ricevuto. 

Voltare pagina: interrompere il ri-sentire 

C’è un secondo movimento, altrettanto necessario. Alcune ferite non finiscono quando termina ciò che le ha causate. L’evento è passato, ma noi continuiamo ad abitarlo: ricostruiamo la scena, immaginiamo ciò che avremmo dovuto dire, attendiamo una riparazione che forse non arriverà mai. 

È il risentimento: letteralmente, ri-sentire la stessa ferita più e più volte. L’altro mi ha ferito una volta; io, attraverso la memoria risentita, rischio di continuare a ferirmi da solo cento volte. 

Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro (Sir 27,30): la Scrittura non minimizza il male subito, ma mette in guardia da ciò che il rancore fa a chi lo trattiene. Perdonare significa interrompere questo meccanismo. Non significa dire che il male non è stato grave, né giustificare chi l’ha compiuto. Significa poter dire: questo è accaduto, ma la mia vita non finisce qui. 

L’immagine più semplice è quella del voltare pagina. Voltare pagina non significa strapparla dal libro: essa rimane, fa parte della mia storia, nessuno può cambiare ciò che è accaduto. Ma una cosa è avere quella pagina alle spalle, un’altra è continuare a leggerla come se fosse l’unica pagina esistente. Dentro ciascuno di noi vive una forza che desidera ancora incontrare, amare, stupirsi: il perdono restituisce libertà a questa voglia di vita, che il risentimento aveva imprigionato. 

Vivere per il Signore: la radice del perdono 

Ed è qui che il versetto di Paolo ai Romani illumina tutto il cammino: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore” (Rom 14,7-8). Questa parola costituisce il fondamento più profondo del perdono: se la mia vita non appartiene a me soltanto, se il senso ultimo della mia esistenza non dipende da ciò che l’altro mi ha fatto o non mi ha fatto, allora nessuna ferita — per quanto reale e dolorosa — può avere l’ultima parola sul mio destino. 

Chi vive per il Signore riceve da Lui, e non dall’approvazione altrui né dalla riparazione che attende, la propria identità e il proprio valore. Questo è ciò che rende possibile sia il confine di Marta sia il voltare pagina: non un atteggiamento di durezza, ma la certezza che la mia vita è custodita altrove, in Qualcuno più grande della ferita ricevuta. Per questo il perdono cristiano non è mai semplice buonismo: è un atto radicato nella fede che la vita — la mia e quella di chi mi ha ferito — appartiene a Dio, e non alle logiche del contraccambio e della vendetta. 

La risurrezione stessa non cancella le ferite: il Risorto porta ancora i segni dei chiodi. 

Ma quelle ferite non sono più luogo di morte; sono ormai dentro una vita che ha ricominciato a camminare. Forse il perdono assomiglia proprio a questo: non vivere come se non fossimo mai stati feriti, ma impedire alla ferita di avere l’ultima parola. 

Un talento da far fruttificare 

C’è infine un ultimo passaggio, spesso dimenticato: il perdono ricevuto — da Dio, prima ancora che dagli uomini — non è un possesso da custodire per sé, ma un dono da far circolare, come un talento che deve fruttificare (cfr. Mt 25,14-30). Chi ha sperimentato di essere perdonato, e ha imparato a perdonare senza piegarsi, diventa a sua volta capace di offrire agli altri quello spazio di libertà che ha ricevuto. Il perdono, allora, non si esaurisce in un evento privato tra due persone: diventa un movimento di vita che si trasmette, un modo di abitare le relazioni che testimonia che nessuno di noi vive per se stesso, e che proprio per questo nessuno è condannato a restare prigioniero del male ricevuto.

ApertaMente 

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sabato 5 settembre 2026

LA CORREZIONE FRATERNA

 


Alla ricerca 

di un’etica

 dell’educazione

Non solo l’individuo ha diritto al suo buon nome, ma anche le comunità godono di questo diritto, per esempio gli ordini religiosi, le comunità ecclesiali, le nazioni e ogni corpo organizzato di uomini. Persino i morti conservano il loro diritto alla buona stima dei posteri, dato che ogni uomo desidera vivere nella grata memoria dell’umanità.

Il giudizio affrettato è un peccato grave se la materia è grave e se il giudizio viene emesso con la piena coscienza dell’insufficienza delle prove.

Tuttavia, spesso questa coscienza manca. Sospetti e dubbi, che non giungono ad essere giudizi veri e propri, abitualmente, non sono peccati gravi.

Più che in molti altri campi della vita morale, si può mancare nel campo dell’onore con cattivi pensieri contro il proprio prossimo. Pensieri non caritatevoli sono peccati frequenti, ai quali in genere si bada poco.

Si ha contumelia quando una persona viene ingiustamente disonorata in sua presenza. Il disonore priva un uomo di ciò che gli è dovuto, ed è questo un peccato di ingiustizia. Una contumelia è un peccato grave.

La gravità del peccato dipende dalla dignità della persona che viene disonorata e dal tipo di parole, azioni o omissioni di cui ci si serve per esprimere la propria mancanza di rispetto.

La riparazione di un insulto deve essere pubblica o privata secondo che l’insulto stesso sia stato pubblico o privato. La detrazione è la violazione ingiusta della buona stima di un altro, facendo conoscere delle mancanze vere ma nascoste della persona in questione.

La calunnia è l’imputazione di difetti falsi di un altro, sapendo che essi sono falsi.

Il compito educativo, spetta primariamente alla famiglia, e richiede l’aiuto di tutta la società. Di conseguenza la carità ci obbliga all’esempio di una vita buona. Nessun individuo, poco importa il suo stato di vita, è esente da quest’obbligo,

sebbene certi gruppi abbiano un obbligo particolarmente grave a causa del loro ufficio, come ad esempio i preti i religiosi, i genitori, gli educatori, gli amministratori o i pubblici ufficiali, la cui condotta può facilmente influenzare altri.

Il buon esempio non è costituito innanzi tutto da atti individuali di natura esemplare, ma da tutto lo stile di vita di una persona, stile di vita che si emana dalla convinzione dei valori che professa.

Incoraggiamento nelle difficoltà e simpatia nella sofferenza.

Parole di incoraggiamento e di riconoscimento sono di grande importanza per i bambini, per la gioventù, poiché non hanno ancora sufficiente capacità di valutare da soli le proprie azioni.

Anche per gli adulti, non di rado, l’incoraggiamento e l’approvazione costituiscono un grande beneficio, specialmente nei momenti di depressione e di solitudine.

La correzione fraterna consiste nell’istruzione del prossimo circa un suo  difetto in modo da allontanarlo da lui. L’intima ragione per il dovere della correzione fraterna è la stessa per tutte le opere di misericordia: il dovere di distogliere il prossimo dal pericolo, appena possibile, e renderlo capace di servire il bene della comunità e di promuovere in modo efficace la gloria di Dio (vedi: Ezechiele: La Sentinella). A volte la correzione fraterna è richiesta anche dal diritto dovere di difendere i propri diritti o i diritti degli altri e della comunità.

Oggetto della correzione fraterna sono tutte le mancanze del nostro prossimo che causano danno a lui o agli altri, in modo particolare i peccati veniali, ma anche le imperfezioni e le mancanze di galateo.

Condizioni della correzione fraterna. Poiché la correzione fraterna sia obbligatoria o spesso anche semplicemente opportuna , si devono rispettare le seguenti condizioni:

1. Il prossimo deve avere un vero bisogno del nostro aiuto. Cioè deve essere incapace di migliorarsi sufficientemente senza aiuto fraterno. E inoltre che non ci sia nessuno più capace o almeno altrettanto capace che abbia voglia di aiutarlo.

2. Ci deve essere una speranza ben fondata che la correzione consegua il suo effetto positivo. E’ per questo che non c’è abitualmente obbligo di correggere gli estranei.

3. La correzione deve essere possibile senza sacrifici personali sproporzionati. Ma una certa quantità di coraggio e di sforzo fa parte di quasi tutte le correzioni e deve perciò essere accettata come parte integrante dell’obbligo.

Il giusto modo della correzione. La correzione fraterna deve avere il suo motivo in una preoccupazione sincera per il bene del prossimo e nello zelo della gloria e per il regno di Dio.

1. Il modo della correzione dovrebbe essere contraddistinto da modestia, prudenza e benevolenza. Per quanto è possibile la correzione o l’ammonizione dovrebbe essere effettuata in modo sereno e gentile.

Il retto ordine della correzione. Alla domanda su chi tra coloro che sono vicini ad una persona abbia l’obbligo di esercitare per primo la correzione si deve rispondere che sono coloro che sono più vicini a lei nell’ordine dell’amore.

Le azioni di una persona devono essere vere. Esse devono essere in accordo con i principi cui si ispira e con la fede che professa. La veridicità nella condotta significa che una persona agisce e vive in conformità con i suoi pensieri e le sue parole.

La veracità nelle parole richiede che, tutto quello che viene affermato attraverso la parola esteriore, sia in armonia con i pensieri interni e con la coscienza della persona.

La veracità nelle parole è una richiesta della giustizia, del rispetto e dell’amore. La bugia consiste in un’affermazione verbale che contraddice la convinzione interiore. La bugia è peccato grave solo se è gravemente dannosa nei confronti del prossimo o se causa un grande disonore nei confronti di Dio.

La semplice promessa è un’offerta gratuita per la quale una persona, si obbliga a fare qualcosa per colui nei confronti del quale essa viene fatta. Se la promessa viene accettata, essa costituisce un obbligo di fedeltà. Ordinariamente l’obbligo di adempire la promessa non è grave. Infatti, nelle promesse unilaterali, abitualmente né colui che promette intende legarsi sotto forma grave né l’attesa di colui al quale viene fatta la promessa è così grande da dare origine ad un obbligo grave. Ma se colui che promette dovesse dare un’assicurazione ferma in materia grave e colui che riceve la promessa intraprendesse, proprio basandosi sulla promessa stessa, un’azione che gli sarebbe danno, se la promessa non fosse adempiuta l’obbligo di questo sarebbe grave.

Si distinguono tre tipi di segreti: Il segreto naturale, il segreto promesso, il segreto commesso. Il segreto naturale è così detto perché il suo obbligo viene immediatamente dalla legge naturale. Non occorre alcuna convenzione o accordo per far sì che esso obblighi. La sollecitudine fraterna e la natura della comunione fra gli uomini richiedono il segreto. Esso riguarda tutti quei fatti nascosti la cui rivelazione, per la loro stessa natura, procurerebbe offesa o dispiacere ad una terza persona.

Un segreto promesso è il segreto che si è promesso di mantenere, dopo aver ricevuto la notizia della cosa, anche se a prescindere della promessa non ci sarebbe l’obbligo del segreto. Se la promessa riguarda un segreto che è al tempo stesso un segreto naturale., l’obbligo del segreto è duplice,

provenendo dalla carità o dalla giustizia e dalla fedeltà alla promessa. Una promessa di segreto in materie che sono inutili o illegittime non obbliga. Il segreto affidato o commesso è quel segreto che riguarda una notizia che si ottiene solo a condizione che la si conservi segreta. Ci si assicura del segreto ancora prima di ricevere la notizia riguardante il segreto.

La grande importanza del segreto, per il bene dell’individuo e per il bene della comunità, c’impedisce di rivelare segreti salvo che non ci sia una ragione sufficiente per farlo. Più il segreto è importante, più grave deve essere la ragione per farlo.

L’obbligo di mantenere un segreto cessa se l’interessato permette di rivelarlo; se la materia ha cessato di essere segreta a motivo dello svelamento fatto da altri; se una ragione sufficiente giustifica la sua rivelazione.

Una ragione sufficiente per svelare un segreto naturale consiste nel fatto di poter così evitare un inconveniente abbastanza grave a se stessi o ad una persona.

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martedì 1 settembre 2026

FRANCESCO E IL LUPO

 


RICONCILIAZIONE 

E 

PERDONO



-di Francesco Sciacchitano

Vorrei parlarvi di un tema a me molto caro quello della riconciliazione e del perdono elementi essenziali per questa ormai parola con cui tutti si riempiono la bocca ma che nessuno o quasi agisce in conseguenza a cosa predica, ovviamente la parola è pace.

E quando parliamo di pace mi viene sempre in mente un episodio particolare del poverello di Assisi l’incontro con il lupo di Gubbio, una bellissima cittadina umbra che mi è capitato di visitare più volte nelle mie peregrinazioni in quella splendida regione ripercorrendo le orme di Frate Francesco.
È ti sembra di respirare la stessa aria di quando ottocento anni fa frate Francesco riuscì a riconciliare un lupo bestia pericolosa per antonomasia ed una città intera, che a pensarci bene dopo ottocento anni è proprio quello che ci vorrebbe per fare terminare prima le nostre guerre personali e poi le guerre che stanno insanguinando il nostro povero mondo.
E per continuare la riflessione vi propongo un bell’articolo di Riccardo Mensuali pubblicato ieri su Avvenire dal titolo:
“I nostri troppi “frate Lupo” e la via francescana per riconciliarsi”
Questo tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti: dai social alla guerra, ci sentiamo minacciati da lupi sfuggiti di mano che non dovrebbero stare tra noi.

Francesco d’Assisi mostra però la via per una convivenza ritrovata dove si inventano i passi di una mediazione proprio dove e quando sembra impossibile.
Il Lupo di Gubbio con ogni probabilità non è mai esistito.

Al tempo di Francesco, però, i lupi erano davvero pericolosi: una minaccia piuttosto nuova, in parte dovuta allo sviluppo delle città, che all’epoca del santo di Assisi era tratto della modernità, segno dei tempi.

Per questo, l’episodio attrae la nostra attenzione.

Conflittualità

Anche i nostri giorni sono minacciati da una crescente dose di conflittualità e, d’altra parte, da una pericolosa mancanza di mediatori, dell’arte della diplomazia.
Anche a livello di rapporti umani, non solo di geopolitica.
Quella del Lupo di Gubbio è leggenda incentrata su un vero e proprio topos fiabesco: il lupo cattivo.

In bocca al lupo

Un’immagine tipicamente medievale: non a caso anche la storia di Cappuccetto Rosso nasce nel cuore del Medioevo (la prima attestazione risale intorno all’anno mille) mentre l’espressione “in bocca al lupo” è attestata dal 1294.

Spiega Domenico Sebastiani: «Il lupo diviene bestia antropofaga, e innumerevoli sono – in varie parti d’Europa – le segnalazioni e le cronache, sia civili che ecclesiastiche, circa uomini e soprattutto fanciulli attaccati e sbranati dai lupi.

I forti disboscamenti e l’aumento delle aree coltivate privavano l’animale del proprio habitat naturale e della selvaggina di cui si nutriva, costringendolo ad avvicinarsi a spazi urbanizzati per attaccare animali domestici e, talvolta, le stesse persone.  Ecco dunque il moltiplicarsi, in tutta Europa, del culto di santi protettori dai lupi».

I “lupi” dei nostri giorni.

I “lupi” si sono avvicinati e moltiplicati, nel volto di guerre che iniziano ma non finiscono, nel nuovo culto delle emozioni forti, nella violenza fai da te, spacciata per difesa privata, e in un clima velenoso, torbido e minaccioso che l’ambiente della Rete, sfuggito di mano, sembra aver prodotto.
Il linguaggio feroce dei social appare, spesso, proprio come qualcosa che non era previsto quando Internet nacque: una realtà, in parte, sfuggita di mano, sottratta al nostro controllo.

Un lupo che non dovrebbe stare tra noi e invece ci si ritrova.

Il nostro tempo manca di capacità efficaci di ricomporre conflitti. Di forza pacificatrice.

Discernimento

Di discernimento lento e razionale delle cause di odi, guerre, contrapposizioni.
Anche nelle famiglie, nei partiti, nel vivere civile che si fa sempre più incivile, da lupo mannaro.

Nell’incontro tra Francesco e il lupo, ritroviamo un vero e proprio modello di creatività diplomatica, di riconciliazione tra chi vive in conflitto.
Proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi.

Nel capitolo XXI dei Fioretti di San Francesco si legge: «Al tempo che Santo Francesco dimorava nella città d’Agobio, nel contado d’Agobio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, intantochè tutti i cittadini istavano in gran paura, perocchè spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della terra, come se eglino andassero a combattere». Francesco decide di andare incontro al lupo, nonostante tutti, a Gubbio, cerchino di dissuaderlo. «Frate lupo – gli dice il Santo –, tu fai molti danni in queste parti, ed hai fatti grandi maleficii, guastando e uccidendo le creature di Dio, senza sua licenza: e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d’uccidere gli uomini, fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu degno se’ delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t’è nemica.


Frate lupo

Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro; sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più».

Francesco non fa sconti: il lupo si è macchiato di gravi colpe.
E insiste: «Frate lupo, dappoiché ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto, che io ti farò dare le spese continuamente, mentre che tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu non patirai più fame; imperciocché io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male».

Ammansita la fiera, rimaneva ancora da ammansire il popolo.

Perché le guerre si fanno sempre in due.

Il Santo, riunita la popolazione, predica che non è la bocca del lupo il pericolo maggiore: «Perché quella può uccidere solo il corpo».
La bocca da temere è invece quella dell’inferno, nella quale si è dannati per l’eterno.
È dai peccati, dunque, che bisogna guardarsi, più che dagli animali selvatici.
«Quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca di un piccolo animale?».
Il popolo, con voce unanime, promette dunque di nutrire il lupo, che visse due anni a Gubbio, entrando nelle case come un qualsiasi animale domestico.

La convivenza ritrovata.

Non tutti gli studiosi concordano sullo sfondo storico di ispirazione.
Per Franco Cardini il lupo simboleggia il male che incombe sulla città e i suoi abitanti.

L’animale, per antonomasia avido e feroce – si pensi alla lupa dantesca quale personificazione dell’avidità – rispecchierebbe i difetti tipici delle città comunali dell’epoca.

Altri mettono in relazione l’episodio leggendario con un fatto invece storico, la conversione dei ladroni di San Sepolcro.

A ogni modo, quello che più rende significativo, per noi, l’episodio dei Fioretti è il fatto che Francesco, in realtà, non “converte” solo il lupo feroce ma un’intera città alla causa di una necessaria opera di conciliazione.
Chiama “fratello” anche il lupo.

E non esita a esortare i cittadini a convertirsi. Non addomestica soltanto una bestia: parla, fa dialogare e affronta alla radice le motivazioni dello scontro, le ragioni profonde del conflitto: la fame per il lupo, la paura e l’avidità per il popolo.

Quella di Francesco non è una pace ideologica, per partito preso.

Il mediatore

Caso mai una lezione di pace politica. Francesco è mediatore.

Per mediare bisogna fuggire gli estremi, far convergere.

Non c’è una parte da difendere a priori. Ci sono dei passi da inventare e da far compiere.

Con pazienza, con verifiche. C’è un lupo e la sua fame.

C’è il popolo, le sue paure, il suo diritto alla sicurezza ma anche la sua totale incapacità di parlare con la bestia affamata.

Non esiste una “parte” che è buona a prescindere: questo è il presupposto dei tifosi, non dei pacificatori.

In un conflitto, l’unica priorità è ricomporlo. Raggiungere la fine delle ostilità è l’unico faro.

Non fomenta guerre, Francesco: avrebbe potuto consigliare al lupo di andare a rubare solo il cibo dei ricchi, soluzione ideologica per mantenerlo, lo scontro, senza sgonfiarlo.

Avrebbe potuto suggerire che la popolazione spendesse per armarsi di fucili, visto che il popolo aveva ben diritto di difendersi.

La strada del Santo è la strada evangelica.

La strada evangelica

Strada di ricerche di vie perché le parti si avvicino, con una sola priorità: che cessino le ostilità.

Che se ne riconoscano le ragioni. In una guerra, che sia in casa o sul confine tra Stati tutti sono chiamati alla propria “conversione”, a passi di discernimento complesso e ragionato.

Per arrivare a sciogliere nodi. In una guerra, nessuno può prevalere da solo.
Né il lupo, né il popolo che lo voleva abbattere.

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venerdì 17 luglio 2026

RICONCILIAZIONE

 


Shevchuk: perdono e riconciliazione 
per sanare la memoria dei popoli europei



A Kyiv l’incontro tra l’arcivescovo Gallagher e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina che con i media vaticani esprime la gioia per la presenza dell'inviato speciale del Papa e per quella del cardinale Zuppi nei giorni scorsi: "Pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare con la Chiesa universale. 

Per noi sono un segno visibile della Chiesa che ci abbraccia”

-di Roberto Paglialonga - Inviato a Kyiv

È anche nel “contesto della guerra che scopriamo la forza della preghiera”. Oggi c’è più che mai bisogno di “perdono, concesso e ricevuto, per sanare la memoria storica dei popoli europei”. I media vaticani raccolgono le parole del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, a margine del suo incontro con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, al secondo giorno di missione in Ucraina, e con il nunzio apostolico nel Paese, Visvaldas Kulbokas. L’inviato speciale di Papa Leone XIV per le celebrazioni del 35° anniversario della riapertura delle strutture della Chiesa cattolica di rito latino, che si terranno domenica al Santuario del Monte Carmelo a Berdychiv, è giunto nella serata di venerdì a Kyiv, dopo una sosta alla chiesa di San Giovanni Paolo II a Rivne, a metà strada tra Leopoli e la capitale.

Beatitudine, quanto è importante in questo momento la preghiera insieme e la vicinanza del Santo Padre attraverso i suoi rappresentanti qui, l’arcivescovo Gallagher come inviato speciale per le celebrazioni al Santuario di Berdychiv, e pochi giorni fa il cardinale Zuppi?

Nei contesti di guerra riscopriamo il senso e la forza della preghiera. Pregare insieme vuol dire trovare uno spazio che cura le ferite: la preghiera è un balsamo, la grazia sanante dello Spirito Santo, che permea il cuore di una persona sofferente. Pregare insieme vuol dire condividere dei doni. Gesù stesso ha detto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì fra di loro”. Ma pregare insieme con inviati speciali del Santo Padre è pregare nel seno della Chiesa universale, è pregare con il Santo Padre stesso. È sentirsi di essere accarezzati dal padre. Perciò la presenza del cardinale Zuppi e dell’arcivescovo Gallagher per noi è un segno visibile della Chiesa universale e cattolica che ci abbraccia e prega per noi”.

Nel contesto della guerra in Ucraina, com’è la collaborazione tra le diverse comunità cattoliche in favore della popolazione sofferente?

In Ucraina abbiamo le stesse tragedie, le stesse sfide, pastorali e umanitarie, non solo fra i cattolici, ma anche con i fratelli ortodossi, con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, che fanno parte del Consiglio pan-ucraino delle Chiese che proprio in questi giorni festeggia i 30 anni delle sue attività. Collaborare insieme vuol dire letteralmente salvare le vite, e talvolta la carità cristiana veramente oltrepassa i limiti confessionali o rituali. Sappiamo testimoniare insieme, cattolici del rito bizantino e del rito latino – come diceva Giovanni Paolo II – l’autenticità dell’amore cattolico, che abbraccia, sana, salva, serve a tutti.

Quali sono le principali necessità per la popolazione in un momento in cui i bombardamenti e la guerra si stanno intensificando?

Le necessità sono tante. Secondo le cifre che danno gli uffici delle Nazioni Unite, oggi in Ucraina ci sono 5 milioni di persone che sperimentano una emergenza umanitaria, e solo 2 milioni possono essere assistiti con le risorse che vengono concesse da queste strutture internazionali. Ma come mi ha detto una volta il sindaco della città di Kyiv, dalla Chiesa, più dei vestiti, del pane e degli alimenti, noi abbiamo bisogno della parola della speranza. Allora, questo momento di grande sofferenza per milioni di ucraini è un momento di nuova evangelizzazione, è il momento, il kairos di una grande conversione: è fame e sete per Dio. Soltanto la Chiesa di Cristo è capace di sanare queste ferite e rispondere, dare il pane della vita, l’eucarestia, la parola di Dio a quelli che sono affamati e assetati di Dio.

Nell’incontro con l’arcivescovo Gallagher avete toccato il tema della riconciliazione e del perdono. Come si fa a farsi portatori e promotori di questi due grandi doni in una situazione così difficile a livello internazionale?

In questi mesi in Ucraina stiamo commemorando il 25° anniversario della storica visita di Giovanni Paolo II. Egli, come parte integrante del suo ministero petrino per l’Europa, vedeva di essere al servizio della riconciliazione fra i popoli del continente. E lui stesso diceva che suo dovere era quello di sanare la memoria storica dei popoli europei, soprattutto quando si tratta delle ferite che ancora oggi sono molto profonde nei nostri cuori, dopo la seconda guerra mondiale. A queste ferite antiche, si aggiungono ora quelle di questa guerra blasfema che viviamo in Ucraina. Ma qual è la medicina che ci ha donato Papa Wojtyla? Lui ci ha detto che questo balsamo per sanare la memoria è il perdono, concesso e ricevuto. Tutti siamo peccatori, tutti siamo coscienti che abbiamo offeso il nostro vicino: sempre i popoli confinanti hanno una memoria negativa talvolta del passato doloroso. Ma non dobbiamo essere schiavi di questo. È un passato che non possiamo rifare di nuovo.

Ma possiamo, attraverso il perdono, costruire un futuro migliore. Perciò il dono del perdono, concesso e ricevuto, è la medicina che sana la memoria storica dei popoli europei.

Vatican News

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sabato 9 maggio 2026

ARTIGIANI DI PACE

 


Proprio come un artigiano lavora con pazienza, cura e dedizione, anche la pace è il frutto di piccoli gesti compiuti con amore e responsabilità.

La pace inizia dentro ogni persona e si diffonde attraverso semplici atteggiamenti: perdonare, comprendere, accogliere e promuovere il bene.

Essere artigiani di pace significa avere il coraggio di agire in modo diverso. È rispondere al male con il bene, trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione.

Ogni gesto di bontà, ogni atteggiamento di giustizia e ogni parola di incoraggiamento sono come piccoli tasselli che aiutano a costruire un mondo più pacifico.

Che possiamo essere veri artigiani di pace, portando serenità, comprensione e amore a tutti coloro che incrociano il nostro cammino.

(Apollonio Carvalho Nascimento)

sabato 7 febbraio 2026

SPORT E UMANITA'

 

Leone XIV: durante le Olimpiadi invernali si fermino i conflitti in tutto il mondoLeone XIV: lo sport é importante per il bene dell’umanità.

 Occorre rispettare la Tregua olimpica

Il Papa, in una lettera in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici e paraolimpici invernali di Milano Cortina, mette in guardia dalla dittatura della performance che può indurre al doping, dalla strumentalizzazione politica dello sport e dal considerarlo un videogame. Rilancia il valore dell’incontro, della relazione e dell’accoglienza, “espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Pagine dettate da una riflessione profonda sullo sport come mezzo per costruire la pace, per educare, per essere scuola di vita nella quale si sperimenta il limite, “la sconfitta senza disperazione” e “la vittoria senza arroganza”, in cui si tocca “la vita in abbondanza” che nasce “dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme”. La vita in abbondanza è la lettera di Papa Leone XIV, pubblicata oggi 6 febbraio, sul valore dello sport e in occasione dell’apertura dei XXV Giochi Olimpici Invernali, al via oggi fino al 22 febbraio tra Milano e Cortina d’Ampezzo, e dei XIV Giochi Paralimpici che si svolgeranno dal 6 al 15 marzo nelle stesse località. Evento in vista del quale il Pontefice chiede di rispettare, in questo mondo in guerra, la Tregua olimpica.

Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire e a rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e profezia di un mondo riconciliato

La Tregua olimpica, strumento di speranza

Il Papa richiama su questa scia i suoi predecessori che allo sport hanno sempre affidato “un ruolo importante per il bene dell’umanità, in particolare per la promozione della pace”. Ricorda poi che la Tregua olimpica nasce dall’accordo di sospendere ogni ostilità ed è uno strumento da riproporre soprattutto in questo tempo di conflitti, di dominio della “cultura della morte” perché utile a porre fine “alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto”. 

La gamification dello sport

I valori ma anche i pericoli che nascono da una visione distorta dello sport sono poi richiamati dal Papa nel suo documento in particolare il doping, il culto del profitto, la corruzione quando lo sport diventa business, il tifo che diventa fanatismo, la strumentalizzazione politica delle competizioni sportive, il ricorso alla tecnica facendo dello sport “un laboratorio di sperimentazione disincantata” o un videogame.

La gamification estrema della pratica sportiva, la riduzione dell’esperienza a punteggi, livelli e performance replicabili, rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione concreta. Il gioco, che è sempre rischio, imprevisto e presenza, viene sostituito da una simulazione che promette controllo totale e gratificazione immediata.

Spazio di dialogo

Ripercorrendo l’uso di termini sportivi negli scritti di autori cristiani, il Pontefice intende evidenziare la profonda unità tra le diverse dimensioni dell’essere umano: corpo e spirito. Cita anche le esperienze fruttuose, come quelle di san Filippo Neri e san Giovanni Bosco, nelle quali lo sport rappresentava un ambito di evangelizzazione. Passando per il Concilio Vaticano II e per i Giubilei dello sport, Papa Leone sottolinea come l’esperienza sportiva sia “uno spazio privilegiato di relazione e di dialogo con i nostri fratelli e sorelle appartenenti ad altre tradizioni religiose, così come con coloro che non si riconoscono in alcuna di esse”.

Imparare a perdonare

Immancabile il riferimento al tennis, lo sport che il Papa pratica, quando sottolinea l’esperienza esaltante dei due giocatori che si spingono al limite, che tendono a migliorarsi, sperimentando poi la gioia e la capacità di donarsi: una esperienza che “interrompe la tendenza all’egocentrismo”, favorisce il gioco di squadra che, se non è inquinato “dal culto del profitto”, fa crescere nella fraternità.

Lavorare insieme ai coetanei comporta talvolta la necessità di affrontare conflitti, gestire frustrazioni e fallimenti. Occorre persino imparare a perdonare. Prendono forma così fondamentali virtù personali, cristiane e civili.

Inclusione e solidarietà

In questo percorso sono fondamentali le figure educative come gli allenatori che se animati da valori spirituali possono trasmettere “la cultura della squadra – scrive il Papa - fondata sull’amore, che rispetta e sostiene ogni persona, incoraggiandola ad esprimere il meglio di sé per il bene del gruppo”.

L’accessibilità allo sport è per il Pontefice un criterio da perseguire con decisione perché molti bambini non avendo risorse sono esclusi, come anche ragazze e donne in diverse società mentre “a volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente femminile, permangono diffidenze e timori verso l’attività fisica e sportiva”. “I valori autentici dello sport – sottolinea - si aprono naturalmente alla solidarietà e all’inclusione”.

La dittatura della performance

Uno dei rischi che nella Lettera il Vescovo di Roma evidenzia è quello di guardare allo sport come un business dove “conta solo ciò che può essere contato”, il che genera un’ossessione per i risultati e per il denaro che viene generato. La persona scompare, emerge la corruzione, il gioco d’azzardo, disilludendo così il grande pubblico.

La dittatura della performance può indurre all’uso di sostanze dopanti e ad altre forme di frode, e può portare i giocatori di sport di squadra a concentrarsi sul proprio benessere economico piuttosto che sulla lealtà verso la propria disciplina.

Il rifiuto del doping

La competizione sportiva, quando è autentica, - scrive Leone XIV - presuppone un patto etico condiviso: l’accettazione leale delle regole e il rispetto della verità del confronto!

Il rifiuto del doping e di ogni forma di corruzione è una questione non solo disciplinare, ma che tocca il cuore stesso dello sport. Alterare artificialmente la prestazione o comprare il risultato significa spezzare la dimensione del cum-petere, trasformando la ricerca comune dell’eccellenza in una sopraffazione individuale o di parte.

Il rischio di un tifo violento

Particolare spazio nella riflessione del Papa è quello riservato agli spettatori e ai tifosi, attenzione al rischio di trasformare lo stadio in luogo di scontro, il tifo in fanatismo. È preoccupante quando “lo sport non unisce ma estremizza, non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza cieca e oppositiva”.

Ciò è particolarmente preoccupante quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di risentimento e odio.

La cura integrale della persona

C’è anche un altro rischio che Leone XIV mette in luce: trasformare gli stadi in “cattedrali laiche”, le partite cin “liturgie collettive”, gli atleti “figure salvifiche”. Una sacralizzazione che rileva il bisogno di senso e di comunione, “ma rischia di svuotare sia lo sport sia la dimensione spirituale dell’esistenza”. Un rischio che chiama il pericolo del narcisismo quando l’atleta rimane “fissato allo specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in visibilità e consenso”.

È urgente riaffermare una cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura agli altri. Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione sportiva, sensibilità sociale e santità. Tra i tanti esempi che potrei fare, voglio ricordare San Pier Giorgio Frassati, giovane torinese che univa perfettamente fede, preghiera, impegno sociale e sport.

Transumanesimo e Intelligenza artificiale

Guardando alla bellezza delle manifestazioni sportive, il Papa ricorda che un’ulteriore distorsione riguarda la strumentalizzazione politica delle competizioni che da luoghi di incontro diventano “palcoscenici per l’affermazione di interessi politici o ideologici”.

Attenzione poi all’impatto del transumanesimo e dell’intelligenza artificiale sul mondo dello sport che “rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente, trasformando l’atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre i limiti naturali”.

Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata.

Vincere e perdere

Necessario dunque rilanciare la dimensione educativa e inclusiva dello sport perché – sottolinea Papa Leone – vincere non è primeggiare ma “riconoscere il valore del percorso compiuto” e perdere non è fallire “ma può diventare una scuola di verità e di umiltà”.

Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri limiti e le proprie possibilità.

Nella lettera si fa riferimento anche all’esperienza di Athletica Vaticana, nata nel 2018 come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. “Essa – si legge - testimonia come lo sport possa essere vissuto anche come servizio ecclesiale, soprattutto verso i più poveri e i più fragili”.

Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino condiviso.

L’attenzione della Chiesa

In conclusione, il Papa si sofferma sulla necessità per le Chiese particolari di riconoscere lo sport “come spazio di discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e spirituale”. Raccomanda pertanto la presenza all’interno delle Conferenze episcopali, di uffici o commissioni dedicati allo sport, in cui coordinare la proposta pastorale, mettendo in dialogo le realtà sportive, educative e sociali presenti. Un modo per unire insieme lo sviluppo fisico e spirituale come “dimensione costitutiva di una visione integrale della persona umana”, perché lo sport impara “a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità”.

La Chiesa è chiamata a farsi vicina là dove lo sport è vissuto come professione, come competizione ad alto livello, come occasione di successo o di esposizione mediatica, avendo però particolarmente a cuore lo sport di base, spesso segnato da scarsità di risorse ma ricchissimo di relazioni.

Scuola di vita

“Lo sport può e deve essere spazio di accoglienza, - conclude il Pontefice - capace di coinvolgere persone di diversa provenienza sociale, culturale e fisica”, “una delle espressioni più semplici e più profonde di umanità riconciliata” nella quale corpo e spirito si armonizzano.

Non si tratta di un accumulo di successi o di prestazioni, ma di una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità. Lo sport può diventare davvero una scuola di vita, in cui si impara che l’abbondanza non nasce dalla vittoria ad ogni costo, ma dalla condivisione, dal rispetto e dalla gioia di camminare insieme.

Vatican News

LEGGI QUI LA LETTERA DI PAPA LEONE XIV LA VITA IN ABBONDANZA SUL VALORE DELLO SPORT