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venerdì 24 maggio 2024

AL CUORE DELLA DEMOCRAZIA


Fondamenta comuni

 della democrazia 

il grande compito 

per i cattolici italiani

Dibattito aperto sul tema dell’appuntamento in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio, tra società civile, istituzioni ed economia

Verso la Settimana Sociale: nella realtà plurale di oggi va restituita centralità al metodo democratico, non lasciando che sia ridotto a mera procedura o a monopolio dei partiti E i cristiani devono tornare a “immischiarsi”

 

-di STEFANO ZAMAGNI

 

A poco più di 40 giorni dalla 50esima Settimana Sociale dei cattolici italiani a Trieste il professor Stefano Zamagni, economista, già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, offre la sua riflessione sul tema della manifestazione – la democrazia – aprendo il dibattito sull’evento.

A metà degli anni ’90 si svolse a Torino una Settimana Sociale dei Cattolici in Italia sul tema della democrazia. A distanza di quasi quaranta anni, il medesimo tema sarà oggetto della cinquantesima Settimana Sociale a Trieste nei giorni 3-7 luglio 2024, il cui titolo – assai evocativo – è “Al cuore della democrazia”. Ancora una volta, il mondo cattolico si ritrova per interrogarsi sul fondamento del principio democratico in un contesto socio-politico affatto differente per mettersi, come sempre, in cammino. Le considerazioni che seguono vanno lette su tale sfondo.

La democrazia

Conviene iniziare da un paio di chiarimenti. Il principio democratico è molto antico. Risale alla Grecia di Aristotele. Demos kràtos significa “potere al popolo”. Aristotele e altri furono molto chiari nell’indicare i due pilastri del principio democratico. Eppure, si tende a identificare la democrazia con la pratica delle elezioni, le quali appartengono alla categoria dei mezzi e non già dei fini. Infatti, si possono avere elezioni anche in Paesi non democratici. Due – dicevo – i pilastri del principio democratico. Per un verso, coloro i quali esercitano l’azione di comando sono tenuti a dare conto delle azioni da essi compiute. Non solo narrare, cioè, raccontare quel che si è fatto, ma dare le ragioni in forza delle quali certe decisioni sono state prese – ragioni che possano essere comprese dal cittadino. Per l’altro verso, coloro i quali non si riconoscono in quelle ragioni devono poter avere il diritto di protestare, ovviamente in modi civili, ed eventualmente devono essere liberi di lasciare la comunità (è il cosiddetto “ voting by feet”).

Questi principi basilari sono stati implementati nel corso del tempo secondo due diverse tradizioni di pensiero. L’una è la tradizione Hobbesiana; l’altra è quella Rinascimentale. La tradizione Hobbesiana si rifà al pensiero di Thomas Hobbes ( Leviathan, 1651), secondo cui è lo Stato che invera la società civile; idea che verrà poi perfezionata da Hegel. Allo Stato, spetta dunque il compito di dire come la società civile deve organizzarsi e quali sono i criteri in forza dei quali una società si definisce civile. Per la tradizione rinascimentale, invece, è vero esattamente il contrario: è la società civile che dà senso e forza allo Stato e non viceversa. La ripresa in tempi moderni della tradizione neo-rinascimentale è uno dei grandi meriti di Jacques Maritain e dei pensatori del personalismo cristiano (si veda di Maritain L’uomo e lo Stato e pure Umanesimo integrale). È sempre bene ricordare che la nostra Costituzione pone il suo fondamento nella tradizione neo-rinascimentale.

Una repubblica democratica

All’ articolo 1 si legge: «L’Italia è una Repubblica democratica (non uno Stato) fondata sul lavoro ». Lo Stato è parte della Repubblica. E nell’articolo 2 si legge che la Repubblica è fondata, e tenuta in piedi, anche dai corpi intermedi della società (società civile organizzata, Terzo settore ecc.). Fino a un trentennio fa il principio democratico accolto dal mondo cattolico è stato quello della tradizione neo-rinascimentale. Dopo di allora, ha iniziato a prendere corpo una sorta di slittamento semantico: senza quasi accorgersene, si è andati verso la tradizione di pensiero neo-Hobbesiana. A ben considerare, è questa una sorta di tradimento dello spirito del Codice di Camaldoli. Un secondo chiarimento concerne la confusione di pensiero tra politica e partitica. La Politica, termine che deriva da polis (città), appartiene, per il pensiero greco, alla ragion pratica; la partitica, invece, nasce nel XIX secolo dopo l’illuminismo e la rivoluzione francese e il suo ambito è piuttosto quello della ragion tecnica. Perché è importante questa distinzione? Perché ci aiuta a capire che si sbaglia sia quando si dice che i partiti sono diventati irrilevanti sia quando si pensa che la politica possa ridursi totalmente alla partitica – quanto a significare che l’unico modo di occuparsi di politica, sia quello di iscriversi a un qualche partito politico. Il che è falso. Al tempo stesso va detto che l’espressione “pre-politica” è priva di senso. Nessuno che viva in società può affermare di non interessarsi di politica. I partiti sono bensì uno strumento essenziale per fare politica ma non sono l’unico strumento. Forse quando si dice “non mi occupo di politica” si intende significare: “non mi occupo di partitica”.

La politica come servizio

Il celebre teologo Henry De Lubac ha scritto che il cristiano che non si interessa di politica – non certo di partitica – non è fedele al Vangelo. Sulla medesima posizione si collocano tre dichiarazioni recenti di altrettanti Pontefici. «La politica come servizio è una via della Carità: volete amare gli altri? Fate politica» (Paolo VI). «Sogno il ritorno diretto in politica dei laici cattolici» (Benedetto XVI, corsivo aggiunto). «Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé» (Francesco). Non v’è bisogno di commenti, se non per suggerire due conseguenze che sono derivate dalla non presa in considerazione di tali ammonimenti. Per un verso, il babelismo (per usare la felice espressione di Maritain) del mondo cattolico; per l’altro verso, il fatto che i cattolici sono spesso percepiti come una sorta di lobby a difesa di determinati obiettivi, e non invece come una comunità di persone portatrici di un progetto di trasformazione della società che pone la sua ispirazione nella Dottrina sociale della Chiesa. Si tenga presente che le lobby – di “destra” o di “sinistra” che siano – se possono ottenere vantaggi nell’anticamera della partitica, sono sempre perdenti nelle competizioni elettorali, per la semplice ragione che non sono in grado di organizzare i canali di trasmissione degli interessi della cittadinanza verso la politica vera e propria. Ciò precisato, di quali trasformazioni – non parlo di mere riforme – il nostro Paese ha oggi grandemente bisogno, trasformazioni per l’attuazione delle quali l’apporto del mondo cattolico non può mancare? Ne indico solo alcune per ragioni di spazio. Primo, il passaggio dal modello bipolare di ordine sociale fondato su Stato e Mercato, e quindi sulle due categorie del pubblico e del privato, al modello tripolare Stato, Mercato, Comunità, un modello che alle categorie di pubblico e privato aggiunge quella del civile. Solamente attuando una tale trasformazione è possibile dare ali al principio di sussidiarietà, secondo quanto contemplato dall’articolo 118 della Carta costituzionale, dal Codice del Terzo settore (D. Lgs. 117/2017) e della innovativa sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale. Quella finora applicata non è la piena sussidiarietà: è la sussidiarietà orizzontale, che si limita alla co-progettazione e non si spinge fino alla co-programmazione. Per attuare quest’ultima occorre dare ali alla sussidiarietà circolare, il cui fondamento è negli scritti di Bonaventura da Bagnoregio, di fine XIII secolo. Si badi che il passaggio, da tutti invocato, dall’obsoleto modello di Welfare State a quello di Welfare Society mai potrà essere realizzato restando entro lo schema Stato-Mercato.

Il Terzo settore

Un welfare delle capacità di vita, in sostituzione dell’attuale welfare delle condizioni di vita, esige la messa al centro del variegato mondo del Terzo settore e della Business Community, con compiti di co-programmazione.

Secondo, l’impianto del nostro assetto economico-istituzionale è ancora prevalentemente di tipo estrattivo. È di istituzioni economiche inclusive ciò di cui l’Italia ha urgente bisogno, se si vuole ridurre significativamente l’area della rendita che, nell’ultimo quarantennio, si è andata espandendo a danno sia del profitto sia del salario. La stanchezza della cultura imprenditoriale (e il declino dei livelli di produttività), oltre che il nanismo del sistema di impresa, trovano in questo la loro causa principale. Lo stesso dicasi della condizione di sofferenza delle famiglie, soprattutto di quelle numerose, ingiustamente penalizzate. Se si crede che il lavoro, nella sua duplice dimensione acquisitiva ed espressiva, è fattore decisivo di libertà, oltre che di benessere, allora occorre dire che è l’impresa che crea lavoro. Ma l’impresa nella molteplicità delle sue forme: capitalistica, cooperativa, sociale, benefit. Non è accettabile né una prosperità senza inclusione né una inclusione senza prosperità. Terzo, va trasformato il sistema scuola-università. Cosa c’è da trasformare?

Educare ed istruire

Il fondamento stesso del sistema: scuola e università devono tornare a essere in primis luoghi di educazione e in secundis luoghi di istruzione. All’origine della crisi della scuola vi è l’abbandono, nel corso dell’ultimo secolo, del concetto aristotelico di conazione – parola che deriva dalla crasi di conoscenza e azione – e il cui significato è quello di porre la conoscenza al servizio dell’azione e di non consentire che l’azione abbia luogo se non a partire da una base di conoscenza. Le nostre scuole e università veicolano bensì conoscenza, pure di buon livello, grazie alle riforme dell’istruzione dei passati decenni, ma non aiutano i giovani a inserirsi “nella realtà totale”. Non si può continuare a tenere in piedi la obsoleta dicotomia tra cultura umanistica e cultura tecno-scientifica. È al pensiero della complessità che occorre oggi educare, superando vetusti riduzionismi.

La comunanza etica

Infine, occorre porre mano alla vexata quaestio della comunanza etica nella società del pluralismo. Come noto, il pluralismo contemporaneo per definizione rifiuta l’idea di un’etica unica. Al tempo stesso, la vita associata – e soprattutto la politica – esige una comunanza (la koinotes di Aristotele) fondata su princìpi etici condivisi se non vuole ridursi a mero proceduralismo e se si vuole scongiurare il conflitto sociale. Ci si rifugia nel relativismo nella convinzione che il metodo dello svincolo ( avoidance) sia l’unica strada percorribile per evitare il conflitto e per assicurare una parvenza di pace sociale. Che si tratti di beffarda illusione dovrebbe essere compresa da tutti, perché chi crede di sapere, non sapendo di credere, non si fa né fa mai domande, da cui il relativismo oggi dilagante. Ebbene, la ricerca di una via attenta al rispetto del pluralismo e al tempo stesso capace di suggerire una comunanza etica significativa è la grande missione del mondo cattolico in questo tempo. Una società del pluralismo non può essere sorretta da un’etica univoca, ma può aspirare a una inter-etica generata dall’incontro di quelle varietà culturali che abitano la stessa civitas.

Invero, la comunanza che si deve cercare non può essere né quella propria di una comunità culturale né quella propria di una comunità religiosa – mai si dimentichi che è stato il Cristianesimo ad affermare per primo il principio di laicità – ma quella di una comunità politica che rifiuta decisamente l’orizzonte hobbesiano (tuttora in auge) secondo cui l’agire politico è solamente quello concentrato dentro le istituzioni rappresentative. Vediamo che il modello hobbesiano non funziona più, ma continua a produrre ruoli di sistema. Si tratta allora di avviare, in modo sistematico, una riflessione sull’uomo (la cosiddetta quaestio de homine) che è certamente desunta dalla fede cristiana ma che può essere esibita anche come ragionevolmente condivisibile perché razionalmente dimostrabile.

P er chiudere. Pensare a nuove forme di impegno politico è, oggi, un compito di primaria rilevanza da assolvere, se il mondo cattolico vuol continuare a offrire un messaggio di speranza. Le certezze che ci offre l’esaltante progresso tecnico-scientifico non ci bastano, perché la questione odierna non è tanto decidere cosa fare per ottenere ciò che vogliamo, ma decidere cosa è bene che si voglia. Di qui l’esigenza di una nuova speranza. È comprensibile che la speranza di chi non ha sia diretta sull’avere. Continuare a crederlo oggi sarebbe un grave errore. Se è vero che lasciar cadere la ricerca dei mezzi più efficaci sarebbe stolto, ancor più vero è riconoscere che la nuova speranza va diretta ai fini.

Il senso di fraternità

Avere dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti a una soluzione credibile di quel trade-off. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non c’è felicità in quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui iperglobalizzazione e quarta rivoluzione industriale stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro modello di civilizzazione.

Restituire un’anima alla politica.

Ci vogliono grandi cause, ancorché talvolta deviate dal loro alveo originale, per mobilitare le persone in gran numero. Non esiste forza politica, degna di questo nome, che non si rifaccia a un’ispirazione. Senza di essa, un partito si riduce a una mera aggregazione di interessi, sia pure legittimi. È culturalmente attrezzato il nostro mondo cattolico per una missione come quella sopra abbozzata? Penso proprio di sì, purché se ne voglia prendere atto. Un antico proverbio tibetano dice che quando c’è un grande traguardo anche il deserto diventa una strada. Se il grande traguardo è riportare la categoria di bene comune – il bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo – al centro dell’agenda politica, il deserto della crisi attuale può diventare una grande opportunità. A patto che mai ci si dimentichi della sorgente. La quale è né solo origine né solo inizio. Origine e inizio si possono anche dimenticare col tempo, ma non ci si può dimenticare della sorgente, perché’ da essa lo “zampillo d’acqua” fuoriesce in modo continuo.

 

www.avvenire

 

 

venerdì 10 settembre 2021

AMBIENTE, LAVORO E FUTURO ALLA SETTIMANA SOCIALE

 

Si svolgerà nel prossimo mese di ottobre la 49ͣ Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dedicata alla relazione fra ambiente, lavoro e futuro per costruire “Il pianeta che speriamo”. Nelle chiese locali della penisola è in corso un cammino di preparazione all’evento per coinvolgere quanti più credenti e cittadini a questioni messe al centro del dibattito attraverso il magistero di papa Francesco. Di questo tema discutiamo con Sergio Siracusano. Presbitero della diocesi di Messina, Siracusano è il Direttore dell’Ufficio Regionale della Conferenza Episcopale Siciliana per i problemi sociali ed il lavoro, la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

Intervista di Rocco Gumina

Don Siracusano, le Chiese di Sicilia hanno organizzato un incontro di riflessione in preparazione alla 49ͣ Settimana Sociale dei Cattolici Italiani che si terrà a Taranto dal 21 al 24 ottobre. Di cosa discuterete?

Sabato 18 settembre a Pergusa ci incontreremo con i delegati per la Settimana Sociale rappresentanti delle Diocesi siciliane per discutere del contributo siciliano che presenteremo a Taranto. Il prof. La Spina (consigliere SVIMEZ, docente Sociologia alla LUISS) ci aiuterà a declinare il tema Ambiente, Lavoro, Futuro in Sicilia guardando alle peculiarità dei nostri territori in particolare alla questione delle aree interne e costiere e delle risorse che i nostri territori hanno. Presenteremo poi un video riassuntivo di alcune buone pratiche aziendali che rappresentano le numerose buone pratiche la Sicilia ha censito.

– Un tema, quello della prossima settimana sociale, che interessa molto la nostra regione afflitta da mali atavici come disoccupazione, emigrazione, inquinamento ambientale e illegalità. Quale impatto politico, sociale e culturale può avere il tema dell’evento di Taranto nel territorio siciliano?

Si infatti, come accennavo prima, il tema ci riguarda da vicino. Nonostante la pandemia abbia reso difficoltoso e frastagliato il cammino preparatorio, vogliamo vivere la preparazione prossima e soprattutto il post Taranto cercando di dialogare e confrontarci con le varie istituzioni politiche, sociali e culturali siciliane. Perché sappiamo che come cristiani dobbiamo incidere di più nei nostri territori su questi temi. La Settimana sociale è l’occasione per una riflessione organica, condivisa e per un cammino sinodale che ci aiuti ad affrontare i temi sopra evidenziati.

– Il cammino delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani è lungo e articolato. Tuttavia, tutti gli appuntamenti – recenti e passati – hanno provato a declinare l’importanza del vissuto dei cristiani nella storia delle città e delle comunità umane che abitano e vivono. Oggi, quali caratteristiche assume la relazione fra cristianesimo e città?

Le Settimane Sociali nascono proprio come luogo di riflessione dei cattolici per un impegno maggiore nelle città. La relazione sana tra Chiesa e città è fondante lo stesso impegno. Abbiamo bisogno di abitare da cristiani le nostre città, da custodi. Non siamo padroni sfruttatori, né possiamo essere disincarnati spiritualisti. Dobbiamo rivivere la polis, le agorà, dobbiamo cioè rivivere la bellezza dell’essere cittadini cristiani che sappiano attuare le parole del papa al Convegno Ecclesiale di Firenze: «Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore. Per favore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico».

– Per i credenti, la dottrina sociale della Chiesa è lo strumento privilegiato per sviluppare nel mondo un’azione sociale, politica, economica e culturale cristianamente ispirata. Quale apporto arreca all’insegnamento sociale il magistero di Francesco?

Papa Francesco, attraverso il capitolo quarto della esortazione apostolica Evangelii gaudium, evidenzia la fondamentale importanza della Dottrina sociale e di come ci sia “una dimensione sociale della evangelizzazione” perché «il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità» (EG, 177). Da questa affermazione scaturisce tutto il magistero sociale del papa e anche tutta la riflessione della Laudato si’.

– Dopo la scomparsa della Democrazia Cristiana, i cattolici in politica hanno trovato ospitalità in quasi tutti i partiti. Dalla sinistra alla destra – senza dimenticare il centro – la rilevanza politica dei credenti pare enormemente diminuita nonostante gli appelli degli ultimi pontefici e l’impegno delle chiese locali. Perché è importante l’impegno dei cattolici in politica?

Perché è importante che la “via istituzionale della carità” di cui ci parlava papa Benedetto nella Caritas in veritate sia vissuta da qualcuno… La via della carità che passa per le istituzioni che è «non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis. Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico» (cv 7). È un problema di carità, di amore per la città e per il bene comune. Inoltre, come ricorda il documento Le comunità cristiane educano al sociale e al politico, per una evangelizzazione integrale occorre: «educare alla dimensione socio-politica cristiani che sappiano essere cittadini consapevoli e attivi, che sul territorio facciano la loro parte e non subiscano passivamente gli avvenimenti».

 

www.tuttavia.eu

 

 

martedì 31 agosto 2021

OLTRE LA DEMOCRAZIA AMBIENTALE


ALLA VIGILIA DELLA 49a SETTIMANA SOCIALE 

 DEI CATTOLICI ITALIANI

- di Francesco Occhetta 

In questi giorni stanno bruciando migliaia di ettari di bosco, le fiamme radono al suolo molte foreste, nemmeno gli alberi della nostra memoria – gli uliveti secolari – sono stati risparmiati, dal cielo piove cenere e l’aria è irrespirabile in molte zone del Paese.
Lo spettacolo a cui stiamo assistendo ci lascia inermi mentre, da turisti, cerchiamo di vivere qualche giorno di riposo.

Se poi alziamo lo sguardo, oltre il nostro Paese, ci accorgiamo che se i Governi non pongono al centro le politiche ambientali basate sulla prevenzione e uno sviluppo sostenibile, anche il fondamento delle democrazie sarà devastato da cicloni, inondazioni e siccità che fanno morire di fame popoli interi. Solo per questo occorre fare tutto il possibile, senza aspettare domani.

Gli scienziati non sanno più come spiegarlo, la parola d’ordine è “de-carbonizzare” il pianeta, altrimenti l’aumento di temperatura crescerà di 1 o 2 gradi entro la fine del secolo. Certo, l’inquinamento atmosferico negli anni migliorerà grazie alla cultura ecologica delle giovani generazioni, le classi dirigenti di domani, ma l’inquinamento stratosferico richiede un accordo urgente dei Governi che inquinano.

Uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile era di prevedere e curare ciò che invece stiamo subendo. Per renderlo possibile la società civile doveva avere accesso alle informazioni, per partecipare ai processi decisionali e costruire una vera giustizia ambientale a partire dalla formazione. Ma l’obiettivo non è diventato cultura politica, è stato soffocato da altri interessi.
Non basta più nemmeno la democrazia ambientale, che nel diritto internazionale è regolata dal principio 10 della Dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992 su “ambiente e sviluppo”.

Tutti i cambiamenti storici nascono da testimoni radicali che gradualmente vedono diventare realtà i loro sogni di bene. Gino Strada ci ha insegnato che basta una persona, non uno Stato, per salvare migliaia e miglia di vite ferite dalla guerra. Non basta più postare o indignarsi: per cambiare occorre cambiarsi e agire a partire da scelte e azioni coerenti.

Nella Bibbia dire ambiente significa, anzitutto, includere la natura nel concetto di creazione che rimanda a un ordine originario e originante, a un’armonia relazionale e a un equilibrio interiore, ma anche a una libertà personale da scegliere “per l’altro”.

Per capire l’urgenza del tema bastano due dati: il 90% degli animali è a rischio di estinzione mentre 902 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Basterebbero questi due dati per ribadire l’urgenza di un cambiamento di mentalità che deve iniziare dalla conversione della cultura e dalla formazione.

Per la Chiesa la “politica green” si regge su due poli: l’inseparabilità «della preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (LS n. 10) e «i diversi livelli dell’equilibrio ecologico e di fraternità: quello interiore con se stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio» (LS n. 210).

Su questi temi la Chiesa in Italia si riunirà a Taranto, dal 21 al 24 ottobre 2021, per la prossima Settimana Sociale dal titolo: «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso».

Taranto è l’icona di molte realtà e «mostra concretamente in che consiste il “debito ecologico”: una interminabile sequela di morti insieme a profonde ferite ambientali. Di fronte a queste sofferenze, a Taranto come altrove, non è più possibile temporeggiare lasciando la popolazione in una perenne incertezza». È lo sforzo di coniugare i principi (global) con le prassi (local). Occorre lavorare insieme al modello che sta emergendo, separando gli individualismi e scommettendo su ciò che è comunitario e comuneLa “transizione ecologica” può solo essere costruita con lo sforzo di tutti.

La via è tracciata: occorre scegliere e cambiare stili di vita privilegiando forme di economia circolare e modelli economici di sostenibilità per creare nuovi posti di lavoro per il bene comune dei territori. È, inoltre, importante favorire la crescita del housing sociale, degli investimenti nel settore del biologico, dell’energia rinnovabile come alternativa a quella fossile.

L’obiettivo per la Chiesa in Italia è quello di aiutare a bonificare le moltissime aree inquinate: mari, fiumi, la terra dei fuochi, le falde acquifere, l’inquinamento dell’aria in alcune città ecc. Quando però la Chiesa parla di ambiente non si limita mai alla “natura”, fa riferimento, piuttosto, all’ambiente interiore, quello della propria coscienza, all’ambiente della vita relazionale e al rapporto intimo con Dio. La qualità dell’ambiente inteso in senso stretto dipende sempre da come l’uomo coltiva l’ambiente interiore e relazionale. I disequilibri ambientali sono la conseguenza di cuori feriti e inquieti e da relazioni distrutte.

Lo scopo dell’appuntamento di Taranto è quello di animare un processo, un movimento di popolo, per contribuire a invertire la rotta di tutto il Paese. Si dirà: ma è troppo poco! Contribuire agli sforzi generosi che sono in atto è già un segno di ripartenza, a meno che non si contribuisca a dar vita a pratiche e a soluzioni migliori.

Esistono modi di vivere l’ambiente, gli spazi, i nuovi lavori che valgono «oro» per la Chiesa, perché umano e in armonia con la creazione. Per questo è utile che le realtà diocesane identifichino e valorizzino pratiche eccellenti per far nascere, attraverso l’incontro, il confronto e il dialogo con altre realtà del Paese, nuove idee che possano dare lavoro nelle comunità locali e invertire i tanti sfruttamenti di cui soffrono i nostri territori. L’alleanza tra mondi e professioni, tra generazioni e saperi diversi può aiutare l’ambiente a rifiorire senza renderlo un ostacolo allo sviluppo e al lavoro.

Non abbiamo alternativa per ricostruire una democrazia ambientale e relazionale se vogliamo rianimare la stanca democrazia formale. La condizione è quella posta dai filosofi: «Io sono me più il mio ambiente e se non preservo quest’ultimo non preservo me stesso».

 Pubblicato su comunitadiconnessioni.org


domenica 22 ottobre 2017

UN INDISSOLUBILE LEGAME TRA LAVORO E DIGNITA'

A Cagliari 

la Settimana Sociale

dei Cattolici Italiani                                             di Bruno Forte



Si terrà a Cagliari nei prossimi giorni (26- 29 ottobre 2017) la 48ª Settimana Sociale dei cattolici Italiani, sul tema “Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo, solidale”. Denuncia (“Il lavoro che non vogliamo”), buone pratiche (“per curare la ferita del lavoro”), ascolto (“lavoro degno e futuro”) e proposte (“prospettive”), saranno i motivi dominanti delle quattro giornate di dibattito, riflessione e preghiera, animate dai delegati di tutte le diocesi italiane e arricchite dalla partecipazione di esperti e protagonisti della vita sociale e politica del Paese, fra cui il Presidente del Parlamento Europeo, On. Antonio Tajani, e l’On. Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio dei Ministri. Radicata nella tradizione del cattolicesimo sociale, la Settimana che sta per aprirsi si ispira al magistero di Papa Francesco, da cui ha assunto il titolo, che riprende una frase dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24 Novembre 2013): “Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita” (n. 192). 
Già nel testo preparatorio (l’“Instrumentum laboris”) il “lavoro” è presentato come “un’esperienza umana fondamentale che coinvolge integralmente la persona e la comunità. Esso dice prima di tutto quanto amore c’è nel mondo: si lavora per vivere con dignità, per dar vita a una famiglia e far crescere i figli, per contribuire allo sviluppo della propria comunità. Il lavoro umano è un’esperienza dove coesistono realizzazione di sé e fatica, contratto e dono, individualità e collettività, ferialità e festa. Esso richiede passione, creatività, vitalità, energia, senso di responsabilità, perché nelle imprese, nelle botteghe, negli studi professionali, negli uffici pubblici, la differenza, alla fine, la fanno le persone” (n. 1).
Lo stesso testo cita una testimonianza significativa di Primo Levi, tratta dalla memoria della sua terribile esperienza nel lager: “Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del «lavoro ben fatto» è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”.
 Sarà questo il centro focale della riflessione che la Settimana vuole stimolare: il rapporto fra lavoro e dignità della persona. Si tratta di una relazione così stretta e necessaria che la mancanza di lavoro produce alla lunga un’inevitabile ferita alla dignità personale, mentre nel lavoro la persona esprime se stessa, affermando la sua più profonda identità e costruendo legami vitali, necessari alla vita dell’individuo e alla realizzazione del bene comune.
Da questa rilevanza che per tutti ha il lavoro conseguono alcune sfide che toccano da vicino l’attualità politica e sociale del nostro Paese: fra di esse quelle del lavoro giovanile e della disoccupazione, della salubrità delle condizioni in cui si lavora e della sostenibilità sociale e ambientale di esse. “Negare ad un giovane di partecipare a questo grande progetto comune ...



venerdì 15 settembre 2017

ALLA RICERCA DELLE BUONE PRATICHE - Instrumentum Laboris della 48^Settimana Sociale

      Una riflessione che “parte dai volti e dalle storie della gente che lavora”, che non manca di denunciare i problemi del sistema per poi affrontare le “questioni problematiche” che devono essere risolte: si presenta così linstrumentum laboris delle Settimana Sociale della Chiesa Italiana.
   La Settimana Sociale (la quarantottesima) si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, e il tema è “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”. Prefigurate dall’enciclica di Pio X “Il fermo proposito”, le Settimane Sociali si svolgono con cadenza pluriennale a partire dal 1907. Sono settimane che hanno lo scopo di guidare l’azione cattolica nei vari rami della Dottrina Sociale.
         Sono molti i temi che vengono affrontati nell’instrumentum laboris: dalla necessità di denunciare, all’analisi generale dei problemi, per finire con le buone pratiche, che hanno il vantaggio di mostrare – si legge nel documento – “che c’è una speranza”.
            L’idea è quella non di celebrare solo “un bel convegno”, ma di “iniziare processi”, e per questo l’instrumentum laboris è “un testo aperto”, che non dà risposte, ma fotografa piuttosto la situazione reale, e intende “offrire la base di riferimento comune per un ordinato svolgimento dei lavori assembleari”.
           L’instrumentum laboris sottolinea che “persona e lavoro sono due parole che possono e devono stare insieme”, perché il lavoro non deve “diventare qualcosa di disumano”, e deve essere “degno perché la persona è degna”, come immagine e somiglianza di Dio, e non è chiamato a “soddisfare bisogni materiali”, ma “a realizzare la persona”.
Da qui, l’esigenza della denuncia, “necessaria, quando non scade nel lamento, per assumere responsabilmente i termini di quelle tradizioni problematiche che attendono essere risolte”, una denuncia che riguarda 6 snodi critici (dalla disoccupazione giovanile al problema del caporalato) per la realtà italiana.
         La denuncia porta alle buone pratiche, e c’è – in queste buone pratiche – moltissimo della realtà della impresa cattolica che si è sviluppata negli ultimi anni, dai consorzi alle aggregazioni di piccole imprese, secondo quella che viene chiamata “economia civile” e che è stata definita, in un recente incontro con Papa Francesco, una “economia del sì”, che non mette da parte l’idea di profitto, , ma nemmeno quella della dignità del lavoro. Sono state 400 le buone pratiche censite, e che presumibilmente avranno il loro spazio nelle giornate delle settimane sociali, che si aggiungono ai Cercatori di LavOro presenti sul territorio per “presentare, discutere e ragionare sui risultati a livello locale”.
         Insomma, “la speranza non è morta”, ma c’è comunque bisogno di “una strategia per rimettere in pista gli scartati e gli esclusi sempre più numerosi nel nostro Paese”, pensando “soluzioni legislative nuove in grado di cogliere la specificità” delle nuove tipologie di lavoratori.
Ma la prospettiva non può essere solo italiana. Deve essere europea. Si legge nell’instrumentum laboris: Una serie di soluzioni tecniche che renderebbero l’Unione molto più solida sono pronte sul tavolo ma non vengono adottate per mancanza di fiducia da una parte e mancanza di affidabilità dall’altra. Non si tratta di procedere verso innaturali fusioni che rinneghino le identità e le specificità nazionali, ma di fare massa critica su alcuni ambiti decisivi come possono essere quello finanziario, della difesa e delle scelte di politica internazionale”.
Insomma, si deve guardare all’Europa, perché “è da lì che molte iniziative si possono realizzare”. E allora – conclude l’instrumentum laboris – il futuro va oltre l’appuntamento di Cagliari, perché “sulla realtà del lavoro si gioca il futuro di una società ed anche la responsabilità dei cattolici in politica”.

martedì 11 maggio 2010

UN FEDERALISMO SOLIDALE

Il futuro dell'Italia passa attraveraso il bene comune. E per bene comune si deve intendere soprattuttol'abbandono di una mentalità individualista, per promuovere famiglia, associazionismo, capacità d'intrapresa alla luce dei principi di solidarietà e sussidarietà. E' q2uesta la piasta di riflessione  che guiderà i cattolici italiani da oggi fino alla prossima Settimana Sociale in programma a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre. Una riflessione condensata nel DOCUMENTO PREPARATORIO che affronta alcuni nodi  di fondo della sitiazione del  Paese, prfoponendo possibili soluzioni in una AGENDA DI SPERANZA.

Leggi i documenti:
DOCUMENTO PREPARATORIO

Un alfabeto per la speranza del Paese