mercoledì 7 luglio 2021

L'OZIO COME VIRTU'

 Lavorare stanca? 

Di più: stressa!

Riscoprire l’ozio come una virtù

- Lo psicologo Parenti: «Aumentano ansia e logorio a seconda del tipo di professione. Abbiamo smarrito il senso del nostro impegno. È necessario che ciascuno capisca che il problema non è cosa si fa ma perché lo si sta facendo» La ricetta per risolvere questa “patologia” sociale?

Il logorante lavoro che molti fanno stando seduti per ore davanti a un computer è oggi una delle cause di stress.

 

-          di ANTONIO GIULIANO

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Se la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, allora bisogna ammettere che non siamo messi tanto bene. Non solo noi in realtà perché la tendenza è universale, ma comunque: chi ha la fortuna di avere un impiego oggi in molti casi arriva a disprezzarlo. E spesso finisce perfino per 'ammalarsi'. È la tesi di un saggio che non può lasciarci indifferenti: Il tuo lavoro ha un senso? Un percorso terapeutico per migliorare la vita lavorativa (Sugarco, pagine 118, euro 14) firmato da Stefano Parenti, psicologo e psicoterapeuta, con prefazione di Giacomo Samek Lodovici. Quanto ci appassiona il lavoro che facciamo e quale posto occupa sulla scala dei nostri valori? E come reagire se ci troviamo in un ambiente ostile o in un ambito in cui proprio non sognavamo di finire?

Sono tutti interrogativi suscitati da un testo che invita a guardarci dentro nella consapevolezza che nel rapporto con la professione si gioca tanto della nostra serenità e di quella del nostro ambiente familiare, perché come dice l’autore, «n problema al lavoro diventa anche un problema a casa, e viceversa».

La sua riflessione prende spunto da una considerazione amara dello scrittore Charles Péguy che già un secolo fa annotava come ai tempi della sua infanzia «nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava; oggi si sbuffa».

Purtroppo, anche adesso è così. Lavoro nello sportello psicologico di una grande azienda e dal mio osservatorio quotidiano vedo aumentare problematiche legate all’ansia, allo stress, ai disturbi psicotici e alle dipendenze all’interno degli ambienti di lavoro. Si riconoscono facilmente i 'lamentosi', quelli che non vedono l’ora di uscire, che le studiano tutte per restare a casa in malattia, che non ne possono più del lavoro che fanno. Scorbutici, apatici o insofferenti, il tempo per loro non scorre mai, le giornate diventano lunghi calvari, le pause caffè o sigaretta sono l’unico valore degno di essere vissuto…

Ma c’è anche il rovescio della medaglia…

Il polo estremo opposto è quello dei 'frenetici', i competitivi, soprattutto giovani: lavorano volontariamente dieci ore o più al giorno, fine settimana compresi, per raggiungere unicamente il successo. Sono perennemente in gara con i colleghi ma anche con le proprie aspettative molto volte gonfiate a dismisura dall’ambiente familiare e culturale in cui son cresciuti. E l’affanno per la riuscita si trasforma presto in arrivismo e carrierismo. Ma dopo tre-quattro anni al massimo, non hanno più voglia, si spengono, subentra il cinismo e la noia: è il fenomeno del burnout.

Lamentosi o frenetici, è un rischio che ognuno di noi può correre…

Certo, e la difficoltà più grande è prenderne atto. Accorgersi di lamentarsi  è difficile quando diventa un’abitudine. Ma anche chi si butta a capofitto nel lavoro fa fatica a riconoscere che sta sacrificando i rapporti umani, famiglia o amici, perché magari è stato cresciuto con l’idea che puoi realizzarti solo lavorando. Di fatto 'lamentosi' e 'frenetici' maturano una cattiva concezione del lavoro e finiscono per non amare più il loro impiego.

Ma a volte un ambiente ostile può condizionare.

Sì, capita di dover convivere con i 'lupi', colleghi o capi 'difficili'. Però è la situazione in cui anche chi si sente 'agnellino' deve digrignare. Ci sono dei casi dove è necessario dire no e rispondere al capo, per far rispettare magari orari e quantità di mansioni. Il lavoro è un valore importante perché mette l’uomo sulla strada della felicità. Ma vivere di lavoro non basta. È necessario prendersi del tempo per sé stessi: famiglia, amici, sport…

Spesso però non si ha la forza per farsi rispettare.

Il problema è che viviamo in una cultura 'selfista', come rilevava già negli anni Settanta lo psicologo americano Paul Vitz. Diamo eccessivo valore all’immagine che diamo di noi stessi. Tanto più oggi nell’epoca dei selfie e dei social. Siamo terrorizzati dal dispiacere gli altri. Ma dobbiamo imparare che non possiamo piacere a tutti. Bisogna saper dire di no se è giusto farlo. Altrimenti ti dico di sì anche quando dentro penso di no, cioè indosso una maschera, divento falso, ingannando prima di tutto me stesso. E poi sto male anche fisicamente.

Ma come si fa ad amare un lavoro che non è magari quello sognato da bambino?

Tommaso Moro diceva che «trovare il lavoro giusto è come trovare la propria anima nel mondo». Ma succede che ci si trova a svolgere un lavoro non proprio ideale. Ciò che conta però è non dare più importanza a 'cosa' si fa rispetto al 'perché' lo si sta facendo. Essere coscienti del 'perché' vale la pena alzarsi la mattina e andare al lavoro è ciò che distingue i lavoratori felici da quelli lamentosi o frenetici. Se non si ha un motivo valido per l’impegno che il lavoro comporta non sarà possibile nemmeno appassionarsene. Come diceva Viktor Frankl: «L’essere soddisfatti del nostro lavoro dipende da noi e non dalla professione, dall’essere o dal non essere capaci di far risaltare nelle nostre opere ciò che di umanamente singolare è in noi».

Essere credenti aiuta secondo lei.

Nella mia pratica ho riscontrato che chi vive la fede quotidianamente trova una motivazione più grande che rende meno dura la fatica. Anche quando vorresti cambiar lavoro ma non hai nessuna alternativa, se credi in Dio riconosci che non ti trovi lì per caso e che c’è qualcosa di bene da cercare anche in quel posto. E lavorare per amore di qualcuno, i figli, la moglie, Dio stesso, è senz’altro diverso che recarsi al lavoro per mero senso del dovere o solo per lo stipendio.

Lei è anche padre di quattro figli. Come far capire ai più piccoli che essere laboriosi premia?

Facendo loro vedere che si lavora per diventare uomini virtuosi, temprati e giusti ma anche per aiutare chi ne ha bisogno e perché il mondo sia un luogo migliore. Anche se fai un piccolo lavoro. Anche se sei una mamma casalinga: stai contribuendo al bene del mondo.

Per lavorare bene secondo lei c’è bisogno di riscoprire l’ozio come virtù. Non è un paradosso?

'Oziare' non vuol dire essere pigri. Ma, come spiegava il filosofo Josef Pieper, l’ozio è far festa, divertirsi e riempirsi di una cosa bella: andare in montagna, partire con gli amici, leggere… Se facciamo qualcosa di bello, avremo una carica tornando al lavoro che trasmetteremo implicitamente anche ai colleghi. È come andare al cinema e vedere un bel film: il giorno dopo non vediamo l’ora di raccontarlo. Chi è stato riempito di bellezza la trasmette, perché la bellezza vuole essere condivisa.

 

www.avvenire.it

 

domenica 4 luglio 2021

LA CAPACITA' DI STUPIRCI


 Un profeta non è disprezzato 

se non nella sua patria.

Dal Vangelo secondo Marco  - Mc 6,1-6

 In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d'intorno, insegnando.

 Commento di p. Ermes Ronchi

 NON È TUO FRATELLO?

Gesù tornò al suo paese, con i discepoli. E «percorreva i villaggi insegnando». Dapprima la gente si stupiva, nell’ascoltarlo; parole e prodigi immettono un «di più», alla normalità della vita. Poi l’ordinario instaura di nuovo la sua dittatura, e la gente passa in fretta dallo slancio alla diffidenza: da dove gli vengono queste cose? Non da Nazaret. Non da qui! Qui tutto dice: hai il tuo clan, una madre, fratelli e sorelle; questo è il tuo mondo, non ce n’è un altro. Hai un lavoro, la sinagoga e il Libro, questo basta a dare senso alla vita. 

Cosa cerchi, con il cuore fra le nuvole? Né la sapienza né i miracoli fecondano la fede; è vero semmai il contrario, è la fede che fa fiorire miracoli. Che un profeta sia una persona piena di carisma, ce lo aspettiamo. Ma che sia senza cultura né titoli, che vada per botteghe e villaggi, fuori dal magistero ufficiale e al limite del consentito, questo non va bene. Nessun profeta è ben accolto in casa sua, perché l’insegnamento che porta è “diverso”, e il figlio di Dio non può avere mani callose. Lì non c’è nulla di sublime, nulla di divino. Ma lo Spirito vuol fare di ogni casa un tempio.

Noi cerchiamo il Dio delle costellazioni nell’infinito dei cieli, quando invece è inginocchiato a terra con le mani nel catino, per lavarci i piedi. È il figlio del falegname, dicono. Ma la persona non è il suo lavoro, nessuno coincide con esso, il nostro segreto è oltre noi: abbiamo radici di cielo! Gesù cresce in bottega, le sue mani diventano forti e qualche volta si feriscono, il suo naso fiuta la resina, sa riconoscere ogni tipo di legno.

Ma al paese scandalizza un Dio dal volto d’uomo, un Verbo nella forma di un corpo sudato. Mentre lo Spirito è creatore, non sai da dove viene e dove va, riempie le vecchie forme e passa oltre, spinge il Maestro a inginocchiarsi ai tuoi piedi, con la brocca in mano; gli mette in bocca parole spiazzanti e mai udite: amate i vostri nemici; tu lascia andare i morti, vieni e seguimi; felici i poveri, sono i principi del Regno; guardate i fiori e non preoccupatevi; guai a voi farisei; se non tornerete piccoli…

Gesù al rifiuto dei suoi, svela il suo candido cuore fanciullo: «Non vi poté operare prodigi, solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il nostro Dio non nutre rancori, mai! Il Dio respinto si fa guarigione anche solo di pochi. L’amante tradito continua ad amare, anche fosse uno solo. L’amore non è stanco dei suoi: è solo stupito.

Come gli abitanti di Nazaret, anche noi rischiamo di sprecare i nostri profeti, livellando tutto verso il basso: è solo un falegname, è il fratello di Ioses, conosco lui e i suoi difetti uno per uno. E così ci precludiamo lo splendore all’epifania del quotidiano, all’eterno che si insinua in ogni creatura.

Salviamo lo stupore! E ci scopriremo circondati di profeti.

 Cercoiltuovolto



sabato 3 luglio 2021

ELOGIO DELLA PENNA

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

-         di Daniele Novara*

      

Fra la penna elettronica e quella su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è per nulla la stessa cosa, ricorda Daniele Novara. Di certo, l’uso della penna facilita l’apprendimento soprattutto per i suoi tempi dilatati che costringono a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio. Già, forse è proprio questa resistenza al dominio della velocità che non piace ai venditori di prodotti elettronici e agli ossessionati della Dad

Mentre la scuola si accinge alla digitalizzazione della didattica, penso sia importante mettere qualche paletto per evitare che la moda prevalga a prescindere da ogni consapevolezza scientifica, pedagogica e psicoevolutiva. Il punto più importante della questione è che ogni cosa ha il suo tempo e quello che vale per un ragazzo di quindici anni non può valere per un bambino né di un anno, né di tre, né di cinque, né di sei, né di sette, né di otto. 

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

Fra la penna elettronica e la penna su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è la stessa cosa. Già nel 2007, una ricerca pubblicata da Connelly – psicologo della Oxford Brookes University – e altri sul British Journal of Educational Psychology dimostrava che i temi scritti a mano dai bambini delle Scuole Primarie erano migliori rispetto a quelli scritti con una tastiera. Addirittura, dallo stesso studio emerse che i temi scritti al computer sembravano fatti da soggetti il cui sviluppo era indietro di due anni (un bambino di terza scriveva quindi come un bambino di prima). Nel 2011, lo studio di Sandra Sulzenbruck e altri analizzò il rischio che l’utilizzo continuo della tastiera per la produzione di testi possa contribuire in modo significativo alla perdita delle capacità di scrittura a mano. I vari studi condotti dalla neuroscienziata norvegese Audrey Van de Meer, dimostrano l’importanza dell’aspetto sensomotorio della penna sulla carta.

La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate assolutamente improponibili e imparagonabili col puro e semplice battito del dito su una tastiera. Il movimento della mano che traccia lettere e parole, implica, nel bambino che sta incominciando a leggere e a scrivere, il riconoscimento di linee, curve, spazi, creando, dal punto di vista cognitivo, una connessione visivo-motoria. 

La scrittura manuale “costringe” in qualche modo a direzionare il movimento della mano a seconda della lettera che si deve scrivere.

 Il testo va orientato nello spazio e contenuto all’interno delle dimensioni di un foglio (per fare un esempio). Tutte queste azioni attivano la corteccia parietale preposta alla capacità di calcolo, linguaggio, orientamento spaziale e memoria. 

Più avanti, lo scrivere in corsivo richiederà necessariamente di saper collegare le lettere tra loro. La tastiera non richiede un simile sforzo: basta picchiare su tasti tutti uguali e le parole vengono da sé. L’uso della penna, inoltre, facilita l’apprendimento anche per i suoi tempi “dilatati” che costringono il cervello a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio.

I rischi della scrittura su tastiera sono chiari: soprattutto nei bambini piccoli, viene impedito il corretto sviluppo di alcuni meccanismi cognitivi fondamentali. 

Sono noti i ritardi che l’uso della televisione, dei videoschermi, dei videogiochi e della tastiera provocano nei processi di lettoscrittura. Occorre ricordarli per evitare, fra anni, di ritrovarci con un aumento drammatico di disgrafie, disortografie se non, addirittura, ritardi nella vera e propria capacità di leggere e scrivere. 

Genitori e insegnanti non possono permettere che siano date informazioni non solo sbagliate, ma decisamente in malafede. A volte sono gli stessi venditori di questi prodotti che finiscono per promuovere convegni specifici sul passaggio dalla penna alla tastiera.

Le ricerche scientifiche lasciano poco spazio ai dubbi e quindi i bambini vanno, ancora una volta, tutelati nel loro mondo e nel loro pensiero che è pratico, operativo, concreto e sensoriale. Solo in questo modo potranno crescere e raggiungere le altre fasi della vita.


*Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP

 Comune Info

 

SCRIVERE A MANO AIUTA APPRENDIMENTO E MEMORIA





 

 

 

 


I FANTASMI DEL PASSATO

 

-         di Giuseppe Savagnone

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La rievocazione dei fantasmi del passato

La notizia che alcuni giovani ventenni della Milano bene avevano organizzato un gruppo sovversivo, «Avanguardia Rivoluzionaria», coltivando il progetto di un nuovo ordine mondiale, potrebbe sembrare un residuo anacronistico del passato, degno, al massimo di un sorriso. Ammesso che si possa sorridere di una iniziativa di matrice nazi-fascista, ispirata ai gruppi suprematisti americani, nel cui programma figuravano esplicitamente la discriminazione razziale e l’uso della violenza. Significativa al riguardo la scelta di usare quali nomi di battaglia quello di fanatici terroristi come Anders Breikvik, responsabile dell’eccidio di Utoya, in Norvegia, nel luglio 2011. E, nel loro piccolo, anche i membri di «Avanguardia Rivoluzionaria» stavano progettando un’aggressione a un musulmano nero. Insomma, la rivocazione di fantasmi del passato per fortuna isolata, che sembrerebbe meglio dimenticare.

Un grande vuoto

E invece no. Al di là del carattere velleitario e marginale di questa squallida vicenda, vale la pena di riflettere su ciò che essa lascia intravedere. In primo luogo, un grande vuoto il cui significato non è soprattutto politico, ma esistenziale. Abbiamo costruito una società in cui ai giovani non è rimasto nulla in cui credere. Meno che mai una prospettiva, un sogno per il futuro. Insieme alle ideologie, sono morte anche le idee e le speranze di un mondo diverso.

Che quelli del gruppo «Avanguardia Rivoluzionaria» abbiano centrato la loro fede e la loro speranza su una visione distorta non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello etico, non deve far perdere di vista il contesto in cui la loro scelta è maturata, che è quello di un deserto intellettuale e spirituale, dove non solo i partiti tradizionali, ma anche i movimenti sorti per contestarli – esemplare il caso dei 5stelle – e, più a monte, le istituzioni che in passato avevano avuto un ruolo fondamentale per l’educazione delle nuove generazioni, come la Chiesa, sembrano aver perso la loro credibilità.

A essere ormai anacronistico è il concetto stesso di “fede”. Oggi la maggior parte dei giovani non crede più nella politica, come del resto neppure nella religione. Perlomeno, non al punto da investire in questi ambiti le proprie energie e le proprie speranze. Questo già prima della pandemia, quando tutto l’impegno dei nostri governanti era rivolto al rispetto dei parametri stabiliti dall’Europa per la nostra economia. Il problema del Pil aveva già allora polarizzato su di sé tutta l’attenzione del mondo politico. Già allora non si parlava più di costruire un mondo diverso, migliore. Quelli che hanno per un momento dato l’impressione di volerlo fare – i grillini – hanno subito rivelato la loro inconsistenza a livello culturale e ideale, anche prima di andare al potere. E quando ci sono andati, i fatti hanno confermato le peggiori previsioni.

Ai giovani non è rimasto che sperare in un “posto”. Il Covid, peraltro, ha messo in discussione anche questo. E ora che il Recovery Fund offre una nuova opportunità di ripresa, lo fa pur sempre in termini di Pil, restando rigorosamente all’interno di un quadro dove di valori e di rinnovamento radicale della nostra società nessuno parla.

La perdita di credibilità della Chiesa

Anche la Chiesa sembra sempre più in difficoltà con le nuove generazioni. Le parrocchie continuano a sperimentare la fuga dei più piccoli, dopo la prima comunione, né sembrano in grado di esercitare un’attrazione sugli adolescenti e sui giovani. Anche i gruppi e i movimenti – che, dopo il Concilio, avevano avuto un ruolo fondamentale nel compensare la crisi della pastorale giovanile parrocchiale – sembrano aver perduto una parte del loro smalto e della loro incisività. E nell’immaginario collettivo lo scandalo della pedofilia dei presbiteri continua a pesare come una pregiudiziale difficile da superare.

Come effetto, ma anche e soprattutto come causa di questa caduta di tensione, c’è il dato di un progressivo deterioramento dello slancio missionario delle comunità ecclesiali. Molti presbiteri appaiono oggi stanchi e demotivati. I laici sono ancora marginali e molti di loro sono tentati da un clericalismo che in fondo fa comodo, perché esonera dalle responsabilità. Perfino la figura di papa Francesco, che all’inizio sembrava dove imprimere a tutta la vita ecclesiale un nuovo dinamismo, non è riuscita a riscattare la comunità cristiana nel suo insieme da questo grigiore.

Il tradimento degli adulti

Il risultato è che alla maggior parte dei giovani non arriva alcun messaggio spirituale e intellettuale credibile neppure da parte della Chiesa. Fin da piccolissimi, crescono nella logica del consumismo, dominati dai meccanismi di massa della pubblicità, dal mito dei capi d’abbigliamento firmati e dei cellulari ultima versione, dagli slogan e dalle parole d’ordine delle mode dominanti. Il solo futuro che sembra riguardarli è quello della loro sistemazione professionale e del loro appagamento affettivo, sempre più sganciato, peraltro, dall’idea tradizionale di famiglia fondata su un legame matrimoniale vincolante per il futuro. Il presente – un presente che riguarda l’individuo e il suo “privato allargato” – domina incontrastato.

I genitori si prodigano nell’offrire ai loro figli tutte le condizioni per il benessere materiale, ma non si rendono conto di averli traditi nella misura in cui non riescono più a educarli a cercare un senso per la propria vita. E anche quei pochi che cercano di offrire una logica alternativa, si vedono sommersi e scavalcati dalla piena inesorabile dei messaggi in senso contrario che provengono dai mezzi di comunicazione.

Nel vuoto cresce la violenza

C’è anche una seconda riflessione che viene suggerita dal pur minimo episodio di Milano. In questo vuoto hanno maggiori possibilità di affermazione prospettive violente e reazionarie. La rabbia, il risentimento, sono sempre stati fattori importanti per i movimenti politici di estrema destra e hanno conferito loro una carica in un certo senso “rivoluzionaria”. Si individuano nella democrazia, nei diritti delle minoranze, nella stessa esistenza dei “diversi”, le ragioni del proprio disagio e si vuole reagire rimettendo tutto in discussione.

Non si accetta l’esistente. Ma in realtà quella su cui si punta è una parodia del futuro, perché consiste nel tornare indietro, alla logica della chiusura verso l’altro e della emarginazione dei più deboli.

Offrire ai giovani prospettive di autentica novità

Non basta, però, deprecare, bisogna ritornare a offrire ai giovani prospettive ideali che possano rispondere alla loro originaria e ineliminabile ansia di novità, per impedire che ristagni o che imbocchi direzioni perverse. Di questo, in un momento che viene indicato come una svolta fondamentale per il nostro Paese, nessuno parla.

E invece è fondamentale che lo si faccia. Diceva Peguy che la rivoluzione o sarà morale o non sarà. Possiamo parafrasare questa affermazione dicendo che non ci sarà una vera ripresa dell’Italia se non avrà una valenza etica e spirituale. Se non sarà in grado, perciò, di coinvolgere i giovani non solo nella crescita del Pil, ma di un ordine diverso, più umano, dei rapporti umani e sociali.

Molti obiettano che non è il momento di pensare alle grandi prospettive e che già è difficile gestire le urgenze immediate. Lo si diceva anche prima del Covid e del Recovery Fund. A quanto pare, non è mai il momento delle svolte valoriali, della giustizia, della rifondazione della società… In realtà, proprio in questa ripartenza si tratta di decidere con quali parametri farlo. E, soprattutto, di aprire ai nostri giovani nuovi orizzonti di speranza. Se vogliamo evitare che restino mutilati della dimensione che da sempre è quella più caratteristica delle nuove generazioni, quella del futuro, o che siano indotti a capovolgerla nella rabbiosa rivendicazione del passato.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 2 luglio 2021

EDGAR MORIN: CENTO ANNI


 Cento anni di Edgar Morin. 

Il Papa: una vita a servizio di un mondo migliore

Francesco si unisce alla giornata speciale di celebrazione che l’Unesco dedica al filosofo e sociologo francese, incontrato in Vaticano nel 2019, con parole di ringraziamento e stima. Un omaggio all’opera e al pensiero di Morin, attento ai valori della cooperazione, della democrazia, dell’accoglienza

 -         di Gabriella Ceraso

       

Felicitazioni e auguri per “una lunga vita ricca di avvenimenti e incontri” e per un’opera intellettuale instancabile e “difficile da contenere in poche parole”. Francesco si fa presente alla tavola rotonda che oggi l’Unesco dedica al filosofo e sociologo francese Edgar Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum, nato a Parigi da una famiglia ebrea sefardita, protagonista e osservatore di un secolo di storia che ha vissuto nelle sue svolte cruciali. Con questa, come con altre iniziative nel panorama culturale mondiale, si prepara il compleanno, il prossimo 8 luglio, di questo intellettuale, scrittore, scienziato, studioso complesso con a cuore il destino dell'umanità di cui ha sempre esaltato il senso di responsabilità e gli slanci vitali pur non nascondendone i limiti.

Testimone e analista di cambiamenti sociali

Il messaggio del Papa a firma del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin è stato letto da monsignor Francesco Follo, Osservatore permanente della Santa Sede, presso l’organismo delle Nazioni Unite dedicato alla cultura. Il filosofo francese - il cui entusiasmo il Papa ricorda bene dall’incontro avuto in Vaticano il 27 giugno 2019 - spicca nelle parole di Francesco non solo come “testimone privilegiato di profondi e rapidi cambiamenti” sociali, ma anche come attento analista che, col discernimento, in questo cammino dei tempi, ha tratto “speranze” e ha messo in guardia dai rischi possibili per l’umanità. In particolare il Pontefice rimarca il ruolo di Morin nel richiamare -  per esempio col concetto di "scienza con coscienza" -  al progresso morale e intellettuale perché procedano insieme all’avanzare di scienza e tecnologia per evitare catastrofi. La consapevolezza del fragile destino dell’umanità ha impegnato inoltre - ricorda il Papa - lo studioso francese nel promuovere la necessità di una “politica di civilizzazione”, con al centro l’uomo e non il denaro. Ma soprattutto insieme a molti altri intellettuali eminenti, Morin ha lavorato - riconosce il Papa - per la “cooperazione tra popoli”, la “costruzione di una società più giusta e più umana”, per il “rinnovamento della democrazia”, sottolineando quanto siano “necessari legami di solidarietà e convivialità” che favoriscano “apertura e accoglienza”.

Morin e il "Patto educativo globale"

Una nota personale chiude il messaggio di auguri e di ringraziamento del Papa. Il ricordo vivo torna all’incontro con Morin avvenuto in Vaticano nel giugno di due anni fa. Un ricordo felice - si legge nel testo a firma del cardinale Parolin - sia per gli evidenti e numerosi punti di contatto tra il pensiero del francese e l’insegnamento sociale del Papa, sia per l’entusiasmo e la generosa partecipazione offerta da Morin al “Patto educativo globale”. La sfida cruciale che il Papa ha lanciato per il futuro, l’anno scorso, Morin l’ha infatti condivisa e approfondita specie negli ultimi anni affrontando, tra l'altro , il problema della riforma dei saperi scolastici e dei modi di trasmissione di questi stessi saperi e mettendo a punto quella che alcuni hanno definito una grande pedagogia per il nuovo cittadino planetario.

Al ricordo del Papa si unisce infine nel messaggio, il ringraziamento per “gli sforzi di una vita a servizio di un mondo migliore” e l’auspicio che il Signore continui ad illuminare il cammino che resta da percorrere. 

 

Vatican News

 


ALLARME SBALLO PER I GIOVANISSIMI


In oltre 400 pagine 

la fotografia dei consumi e dello sballo 

al tempo del lockdown

 

-         di Viviana Valoisio

-          

Un quadro tanto dettagliato quanto drammatico. In particolare, sulla situazione dei minori, a cui viene dedicato un capitolo apposito circa gli effetti del lockdown e dell’isolamento, i cui effetti a lungo termine l’Italia ha iniziato a osservare nelle ultime settimane. La Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze, pubblicata ieri sera in oltre 400 pagine, è la fotografia da cui partire per ripensare il sistema dei servizi. Un bilancio che riprende, in buona sostanza, i diversi allarmi lanciati negli ultimi mesi su come il mondo dell’offerta e della domanda di sostanze si sia per così dire “adattato” alla pandemia. Ovvero, perfettamente, visto che nell’anno delle chiusure le droghe hanno continuato ad arrivare con facilità a chi le cercava: meno le operazioni di sequestro (giù del 13%), molto di più le sostanze intercettate (un secco +7% rispetto all’anno prima), per un totale di 58.828 chili. E ben 44 le nuove sostanze psicoattive scoperte sul territorio italiano, con un aumento delle segnalazioni del +200% nel primo semestre post-lockdown.

Sul fronte dei consumi, l’impennata ampiamente annunciata è quella che riguarda la cocaina: dei 5.331 utenti arrivati nei Serd da Nord a Sud, il 39% ha chiesto il trattamento per l’abuso primario di cocaina e cocaina fumata (crack),  il 27% di eroina, il 19% di alcol e il 9% di cannabis. Il dato della cocaina, per intendersi, per la prima volta super l’eroina e segna un + 2% rispetto al 2019, quello dell’alcol addirittura un +4%, mentre la cannabis è in leggera flessione. Sull’emergenza alcol, soprattutto tra giovani e giovanissimi, la Relazione d’altronde parla chiaro: l’82% degli studenti italiani di età compresa fra i 15 e i 19 anni ha consumato almeno una bevanda alcolica senza alcuna differenza di genere, il 76% lo ha fatto negli ultimi 12 mesi e il 43% nel corso dell’ultimo. Ubriacature per il 35%, binge drinking per il 16% (che riferisce di aver fatto 5 o più bevute di fila nel periodo di restrizioni, anche qui sostanzialmente senza distinzione rilevante di genere). Un’emergenza nell’emergenza. Non è l’unico focus della Relazione, che analizza anche gli effetti della dipendenza da Internet, visto che il 98% degli studenti di 15-19 anni possiede un dispositivo atto a navigare su Internet e il 47% rimane collegato mediamente più di 4 ore alla rete. E analizzando nello specifico i minori che hanno utilizzato almeno una sostanza illegale nell’anno (il 19%) emerge che oltre la metà degli utilizzatori di sostanze (54%) rimane collegata per oltre le 4 ore quotidiane contro il 45% osservato fra i non consumatori e il 47% tra gli studenti nel loro complesso. Nello specifico, le percentuali di studenti utilizzatori di sostanze risultano più che doppie per quanto riguarda navigare su siti per adulti e svolgere giochi di abilità come solitari e sudoku per oltre 4 ore. È l’altra faccia della medaglia: perché i giovanissimi sempre più spesso giocano anche, d’azzardo possibilmente. Fra gli studenti di 15-19 anni, la percentuale di coloro che lo hanno fatto nel corso degli ultimi 12 mesi è pari al 44% e chi ha giocato online rappresenta l’8,2%. Gli studenti giocatori con profilo “a rischio”, tanto per intendersi, sono il 9,3%.

Tra le note positive della Relazione, la diminuzione invece delle morti per overdose nell’anno 2020: nel corso del 2020 i decessi riconducibili all’abuso di sostanze stupefacenti rilevati dalle Forze di Polizia o segnalati dalle Prefetture hanno raggiunto i 308 casi (267 gli uomini, 41 le donne), con un decremento del 18% rispetto al 2019. Stabili a oltre 7mila, invece, i ricoveri, anche questi per lo più legati al consumo di cocaina ed eroina (23% e 20%).

 www.avvenire.it

RELAZIONE AL PARLAMENTO




 

 

giovedì 1 luglio 2021

CHIESA. MISERICORDIA E CHIAREZZA


   -di GIUSEPPE LORIZIO*

 La Chiesa parla chiaro, e parla misericordioso. Chi se ne scandalizza, e magari 'vede' il Vescovo di Roma in contrasto con la Curia, non comprende appieno il senso di quanto sta accadendo dentro e fuori la comunità credente. Non si tratta dell’abusata storia del poliziotto buono (il Papa) e di quello cattivo (la Curia), ma siamo di fronte a un unico modo di lasciarsi interpellare dalla realtà e di leggere i segni dei tempi.

Papa Francesco nell’Angelus del 27 giugno ha ribadito la necessità di essere misericordiosi e accoglienti, piuttosto che esibire giudizi di condanna, anche perché la coscienza delle persone è inviolabile: «È lo sguardo di Gesù: c’è tanta gente, ma Lui va in cerca di un volto e di un cuore pieno di fede. Gesù non guarda all’insieme, come noi, ma guarda alla persona. Non si arresta di fronte alle ferite e agli errori del passato, ma va oltre i peccati e i pregiudizi.

Tutti noi abbiamo una storia, e ognuno di noi, nel suo segreto, conosce bene le cose brutte della propria storia. Ma Gesù le guarda per guarirle. Invece a noi piace guardare le cose brutte degli altri. Quante volte, quando noi parliamo, cadiamo nel chiacchiericcio, che è sparlare degli altri, 'spellare' gli altri. Ma guarda: che orizzonte di vita è questo? Non come Gesù, che sempre guarda il modo di salvarci, guarda l’oggi, la buona volontà e non la storia brutta che noi abbiamo.

Gesù va oltre i peccati. Gesù va oltre i pregiudizi, non si ferma alle apparenze, arriva al cuore, Gesù. E guarisce proprio lei, che era scartata da tutti, un’impura.

Con tenerezza la chiama 'figlia' (v. 34) – lo stile di Gesù era la vicinanza, la compassione e la tenerezza: 'Figlia…' – e loda la sua fede, restituendole fiducia in sé stessa». E, poiché si tratta di guardare alla fede che salva, ha confermato la 'carezza' dell’accoglienza, nella lettera a padre James Martin, da tempo impegnato nella pastorale verso le persone che la cultura dominante etichetta come lgbt: «Lo 'stile' di Dio – scrive il Papa – ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è il modo in cui si avvicina a ciascuno di noi.

Pensando al tuo lavoro pastorale, vedo che cerchi continuamente di imitare questo stile di Dio. Tu sei un sacerdote per tutti e tutte, come Dio è Padre di tutti e tutte. Prego per te affinché tu possa continuare in questo modo, essendo vicino, compassionevole e con molta tenerezza». E lo 'stile di Dio' è quello a cui dovrà ispirarsi lo 'stile cristiano'.

Accanto e non contro la tenerezza e la compassione si colloca il richiamo alla libertà di pensiero, la quale si nutre proprio del rispetto della laicità e dell’alterità, assumendo le forme concrete del dialogo con le istituzioni e con la politica.

E non si tratta di 'rigidità' dottrinale, bensì del tentativo di intervenire profeticamente, laddove si scorgano possibili lesioni in ordine alla necessità che a tutti, quindi anche ai credenti, venga riconosciuta la legittimità dell’esercizio di esporre liberamente il proprio pensiero. È in gioco la visione dell’uomo come persona. La sua individualità è irriducibile ed unica e come tale deve essere non solo rispettata, ma riconosciuta e accolta. La sua apertura all’alterità passa attraverso la relazione con l’altro, sia nel senso di 'altra persona', sia nel senso di essere umano che si configura 'diverso' dal sé, anche sessualmente. In questa prospettiva va inquadrato il necessario dibattito culturale, che non può non riguardare il quadro antropologico, nel quale si inserisce la legislazione del Paese, la cui stella polare resta la costituzione e la centralità della 'persona' che in essa si esprime.

Non è neppure una contrapposizione fra il reale, ovvero il peccato, che esige misericordia, e l’ideale, ovvero una visione dell’uomo e della famiglia che ci proponga un astrattismo teorico, di cui certamente non abbiamo bisogno. Viene in soccorso, a tal proposito, un passaggio (n. 19) dell’Humanae vitae di Paolo VI, al quale papa Francesco sempre si ispira: «La nostra parola non sarebbe espressione adeguata del pensiero e delle sollecitudini della Chiesa, madre e maestra di tutte le genti, se, dopo aver richiamato gli uomini alla osservanza e al rispetto della legge divina riguardante il matrimonio, non li confortasse nella vita di una onesta regolazione della natalità, pur in mezzo alle difficili condizioni che oggi travagliano le famiglie e i popoli. 

La Chiesa, infatti, non può avere altra condotta verso gli uomini da quella del Redentore: conosce la loro debolezza, ha compassione della folla, accoglie i peccatori; ma non può rinunciare a insegnare la legge che in realtà è quella propria di una vita umana restituita nella sua verità originaria e condotta dallo Spirito di Dio» «La nostra parola non sarebbe espressione adeguata del pensiero e delle sollecitudini della Chiesa, madre e maestra di tutte le genti, se, dopo aver richiamato gli uomini alla osservanza e al rispetto della legge divina riguardante il matrimonio, non li confortasse nella vita di una onesta regolazione della natalità, pur in mezzo alle difficili condizioni che oggi travagliano le famiglie e i popoli. 

La Chiesa, infatti, non può avere altra condotta verso gli uomini da quella del Redentore: conosce la loro debolezza, ha compassione della folla, accoglie i peccatori; ma non può rinunciare a insegnare la legge che in realtà è quella propria di una vita umana restituita nella sua verità originaria e condotta dallo Spirito di Dio». Questa duplice, paradossale, istanza guida l’Amoris laetitia e deve guidare la Chiesa nelle sue diverse espressioni, mentre è chiamata a sollecitare lo Stato, richiamando la salvaguardia dei diritti della persona-individuo, soprattutto se violentati e violati in maniera così eclatante e repellente, come le cronache raccontano, come le violenze sulle persone che manifestano altre tendenze, senza impedire alla società, prima ancora che alla Chiesa, di dire che famiglia e matrimonio hanno un senso e un significato ben precisi, fondato, prima ancora che sulla Parola di Dio, sul realismo dell’alterità dei sessi e sulla necessaria apertura alla fecondità della generazione.

 *  professore ordinario di Teologia fondamentale nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense.

 

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