giovedì 24 gennaio 2019

PAPA FRANCESCO: COMUNIONE O LIKE?

Dalla connessione alla comunione. 
 Dalla menzogna alla verità. 
Dal “like” all’“amen”. 

Papa Francesco sceglie la dimensione del “passaggio” come centro del suo Messaggio per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, intitolato “Siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,25). Dalle community alle comunità” e diffuso oggi, come da tradizione, nella solennità di San Francesco di Sales». A spiegarlo è Massimiliano Padula, presidente del Copercom, il Coordinamento delle associazioni per la comunicazione.
«Il Pontefice – osserva Padula – ci regala una riflessione illuminata sulla nostra identità in Rete. Un’identità spesso disumanizzata che ci espone a derive come “la disinformazione, la distorsione consapevole e mirata dei fatti e delle relazioni interpersonali, che spesso assumono la forma del discredito”. E che si traducono in fenomeni devianti come il cyberbullismo e gli eremiti sociali.
Ma la rete non è soltanto questo – aggiunge il Presidente – e Francesco ce lo spiega quando cita San Paolo e la sua metafora del corpo e delle membra. Essere membri gli uni degli altri significa abbandonare le tentazioni della menzogna e far prevalere la verità. In tutti gli spazi e tempi della nostra esistenza compresi quelli online. Per questo – continua Padula – Francesco ci richiama a riflettere continuamente su chi siamo in rete attraverso la scoperta dell’altro “in modo nuovo, come parte integrante e condizione della relazione e della prossimità”».

«Soltanto così – conclude il Presidente del Copercom – la connessione digitale potrà tradursi in autentica comunione da proiettarsi anche nel web sociale che, come ci ricorda il Papa, è “complementare all’incontro in carne ed ossa”, perché “vive attraverso il corpo, il cuore, gli occhi, lo sguardo, il respiro dell’altro”».   

                                         PER LA 53ma GIORNATA MONDIALE



martedì 22 gennaio 2019

IMMIGRAZIONE. RESTIAMO UMANI !

Appello ecumenismo migranti accoglienza

Nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, cattolici ed evangelici lanciano un appello comune: “Sull’immigrazione si deve cambiare linguaggio e intervenire: salvare chi è in pericolo, ampliare i corridoi umanitari, aprire nuove vie di ingresso regolare”.
Il testo, disponibile in allegato, si chiude con un invito a costruire un consenso su alcuni punti qualificanti sui quali le Chiese sono pronte a offrire il loro contributo: “Per quanto divisivo il tema dell’immigrazione è così serio e grave da non potersi affrontare senza cercare una piattaforma minima di istanze e procedure condivise. Questo auspichiamo e per questo ci mettiamo a disposizione con la nostra esperienza e i nostri mezzi, pronti a collaborare sia con le autorità italiane che con quelle europee”.
Le firme in calce all’appello sono quelle del Past. Eugenio Bernardini, Moderatore della Tavola valdese, del Prof. Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio, del Past. Luca M. Negro, Presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, e di Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana.

sabato 19 gennaio 2019

FATE QUELLO CH'EGLI VI DIRA'


Visualizza Gv 2,1-11
                                                                                                                  Commento di padre Antonio Rungi
La parola di Dio di questa seconda domenica del tempo ordinario ci invita a non tacere di fronte al male e a fa circolare il bene e a diffonderlo in tutti i modi. Il profeta Isaia, nel brano della prima lettura ci dice esattamente questo: per amore di Sion egli non farà silenzio, ma parlerà fin a quando non vedrà affermata la giustizia e la verità. In poche parole ci invita ad essere coraggiosi nel difendere il bene in generale e soprattutto quella della famiglia. Chi si pone dalla parte della famiglia si pone dalla parte di Dio, perché Dio è comunione e Trinità d'amore.
Non a caso oggi il Vangelo ci porta idealmente, con Gesù e Maria, nella casa di una giovane coppia di coniugi che insieme a loro invitati, festeggiano il primo giorno del loro matrimonio. E' un dei testi più belli riguardanti la famiglia cristiana, santificata dalla presenza di Gesù, Maria e gli Apostoli del Signore.
Questo coraggio ci viene sollecitato da Paolo, nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua prima Lettera ai Corinzi, nella quale si parla dei carismi, da mettere al servizio di tutti. Infatti ci ricorda che “vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”.
I carismi principali citati sono: il linguaggio di sapienza, il linguaggio di conoscenza, la fede, il dono delle guarigioni, il potere dei miracoli, il dono della profezia, il dono di discernere gli spiriti, la varietà delle lingue, l'interpretazione delle lingue.
In base a questi doni, ognuno si deve fare evangelizzatore di gioia e speranza nelle famiglie di oggi, come ci chiede il testo del Vangelo delle nozze di Cana, nel quale è riportato il primo miracolo compiuto da Gesù, su richiesta della sua mamma. La celebre trasformazione dell'acqua in vino per soccorrere una coppia di sposi.
Questo primo intervento miracoloso di Gesù, è bene metterlo in evidenza, lo compie in un contesto familiare, all'inizio di un percorso coniugale di due sposi, che sicuramente erano di giovane età. Al di là del miracolo, molto significativo, come risalta da tutto il contesto del racconto giovanneo, anche in questa circostanza viene esaltata la figura di Gesù come Figlio di Dio. Il Quale, di fronte alla richiesta di sua Madre di intervenire per risolvere il problema grave che era sorto, afferma che “non era ancora giunta la sua ora”, cioè quella della piena rivelazione della sua divinità. “Ora” che nel vangelo di Giovanni e in tutta la sua riflessione teologica sulla figura di Cristo coincide con la sua morte in croce e con la sua risurrezione, ovvero con la sua Pasqua.
Come sappiamo il vino rimanda all'eucaristia, all'ultima cena, quando Gesù istituisce il sacramento del suo corpo e del suo sangue e consegue agli apostoli il calice con queste parole “Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”. E' evidente che c'è uno stretto rapporto tra questo miracolo, l'eucaristia e la passione, morte e risurrezione di Gesù.
Questo miracolo avviene in un contesto di una festa di matrimonio. Segno evidente che la famiglia è il luogo privilegiato dell'amore naturale, nella quale la presenza di Cristo è assicurata in modo singolare. In questo miracolo si comprende meglio l'importanza del sacramento del matrimonio, che è benedetto dal Signore e sostenuto dalla sua presenza costante e vigilante. Il Concilio Vaticano II ha definito la famiglia “Chiesa domestica”. A conferma che il matrimonio, come tutti i sacramenti, si celebra in una comunità di credenti ed esprime la fede e la gioia di una comunità in festa.
La presenza di Maria in questa e in altre circostanze della vita delle persone e soprattutto della famiglia, non è affatto secondaria. Anzi potremmo dire che essa è strategica ed essenziale al fine di ottenere quell'aiuto divino sempre e specialmente nelle difficoltà di tutti i giorni. E nelle famiglie del tempo di Gesù come quelle del nostro tempo non mancano difficoltà di ogni genere, a partire dalla mancanza di armonia, pace, amore ed unione.
Anche in questa intercessione di Maria presso il suo Figlio vediamo quella che è la funzione di Maria a favore della famiglia. La Madonna, infatti, rivela alle nozze di Cana, tutto il suo cuore tenero di madre, attenta ai bisogni dei suoi figli, soprattutto più giovani, fragili e indecisi. E' la Madre che ottiene le grazie dal suo Figlio, da cui si attende tutto ciò che Gli chiede in ogni circostanza.
Tutta la struttura del miracolo, così come descritto e raccontato da Giovanni ha una finalità ben precisa, quella di rivelare la potenza di Cristo e suscitare la fede nei discepoli e nelle persone che seguivano Gesù. Infatti, scrive Giovanni, commentando il fatto: "Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui".
Il miracolo, qualsiasi miracolo che viene dal cielo, per intercessione della Madonna o dei santi o ci confermano nella fede o la suscitano in quel momento, se si ha il cuore libero e la docilità allo Spirito per vedere in essi l'intervento divino.
E di miracoli, ancora oggi, il Signore ne fa tantissimi, molte volte a noi sconosciuti, come fu ignoto il miracolo di Cana allo sposo, al direttore di mensa e agli invitati che bevvero quel vino di Gesù e di Maria, senza neppure ringranziarlo per il dono ricevuto.
Capita spesso, anche oggi, che si è miracolati, senza saperlo e senza neppure ringraziare il Signore per dono che ci ha fatto, mediante l'intercessione in primo luogo della sua Mamma, alla Quale non dirà mai e poi mai di no.




STORIA. PERCHÉ' TANTO DISINTERESSE?

«Studiare storia al contrario:
 alle elementari, raccontiamogli 
dei loro nonni»
                                                                                                                                   
                           di  Paolo Fallai

Studiare la storia al contrario, partendo dal Novecento alle elementari. «Altro che miti e leggende, raccontiamogli dei loro nonni». E’ molto netto il giudizio di Andrea Giardina, uno dei più importanti storici italiani, presidente della Giunta centrale per gli studi storici. Giardina torna anche sull’ultima polemica, dopo il ridimensionamento della Storia allo scritto della Maturità, deciso dal Ministero della Pubblica istruzione: «Le tracce per i temi storici della maturità, come sono state formulate negli ultimi dieci anni, sono dissuasive, deterrenti, fuori dal panorama culturale. Sono tracce bizzarre che disorientano. Inviterei gli esperti del ministero ad andare a rileggersi le tracce di storia che sono state date ai maturandi negli ultimi 10 anni. Avrebbero subito la risposta sul perché non sono state scelte. La loro stranezza è l’elemento più forte. Non so se c’è una tradizione per cui chi scegliere tracce dell’esame di maturità va a controllare cosa è stato fatto negli anni precedenti e quindi ripropone scelte così aberranti . Comincerei a riflettere sui criteri per stabilire a chi vengono affidate queste scelte».
Ma il problema dello studio della storia può limitarsi all’esame?
«Il problema di fondo è come si studia la storia, in particolare la sottovalutazione della storia contemporanea che nelle nostre scuole è ormai cronica. Si sono fatti dei piccoli progressi negli ultimi anni ma è la parte più sacrificata, specialmente da quando è stato tolto spazio riducendo le ore di storia delle classi superiori. Non è un problema solo italiano».
Quindi bisognerebbe aumentare le ore?
«Non solo. E’ il rapporto fra coscienza civile e passato ad essersi deteriorato. Perfino quando e dove si studia la storia, lo si fa con strumenti deboli. L’approfondimento subisce la concorrenza dei messaggi semplificati che arrivano via web».
Ritiene che sia un problema delle scuole superiori?
«No, la storia contemporanea dovrebbe essere studiata precocemente. La coscienza del tempo arriva tardi nei giovani, è un fenomeno post adolescenziale, la tendenza prevalente è quella di appiattire il passato. Bisogna costruire percorsi in cui lo studio della storia sia in relazione allo sviluppo delle capacità dei giovani di connettersi con la dimensione del tempo».
Pensa che sia necessario anticipare questo studio?
«Bisogna cominciare dalle elementari: bisogna parlare ai bambini del presente, non somministrare loro questa caricatura di miti, favole e leggende. Bisogna raccontare loro di quello che è accaduto ai genitori, ai loro nonni. Per i bambini tra i nonni e Adamo ed Eva non c’è alcuna distanza.»
Siamo alla vigilia delle iniziative per il giorno della Memoria. Crede che stiamo facendo il possibile per raccontare l’Olocausto e la guerra mondiale?
«Proprio in questi giorni emergono tutte le debolezze della cultura generale del nostro paese. Nella coscienza diffusa, così come della propaganda politica prevale la rappresentazione del buon fascista italiano contrapposto al cattivo nazista. Il fatto che in Italia non ci sia stata una Norimberga per i crimini di guerra fascisti può far pensare che si tratti di una storia altrui. Purtroppo non è così: una seria autocritica della nostra nazione non c’è mai stata, anche per responsabilità della sinistra».
Eppure oggi i giovani hanno a disposizione un numero di informazioni che nessuna generazione precedente ha avuto.
«Ma è come se fossero condannati a vivere un eterno presente, che ci viene propinato dalla rete e dai social media. Le notizie, perfino quelle false, hanno una vita brevissima, scandita dalla velocità con cui vengono consumate. Studiare la storia non serve solo a fornire elementi decisivi per la conoscenza dei nostri giovani. Deve aiutarli a capire qual è il loro posto nel mondo. Questa consapevolezza non c’è.
E tanto meno possono averla i più giovani. Come fanno a comprendere cosa vuol dire essere oggi degli italiani se non hanno la cognizione di quanto vivono in una dimensione globale. La scuola potrebbe e dovrebbe fare molto di più su questo: non c’è niente di peggio che vivere in una dimensione senza avere la coscienza di esserci».


Da: Corriere della sera




venerdì 18 gennaio 2019

ROGOREDO. EMOZIONI FORTI PER UNA VITA VUOTA

Don Mazzi su Rogoredo: «Questi ragazzi cercano emozioni forti perché la loro vita è vuota»

  «Noi adulti abbiamo fallito perché li abbiamo messi al mondo ma non gli abbiamo dato radici».

Fanno il giro sul web le immagini agghiaccianti di due ragazzi che fumano eroina sulla metro gialla appena saliti alla fermata Rogoredo, alla periferia di Milano. Ragazzi che provenivano dal cosiddetto "Bosco della droga" perché di questo si tratta. Un punto di ritrovo del Nord Est di tutti coloro che consumano eroina. Don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus che effetto le fa?
«Per noi non esiste l’effetto del 13 o del 17 gennaio, è un fenomeno che conosciamo molto bene e si esprime in varie maniere. È esploso e dobbiamo smettere di parlare solo di Rogoredo ma tornare alla vita quotidiana sennò ripetiamo l’errore di Parco Lambro quando la droga da lì poi è andata in Stazione Centrale, per le strade, nelle piazze e nei sottopassi. Questa foto ci impressiona perché sono ragazzi mentre allora erano adulti, gente distrutta e disfatta. Questi sono giovani che hanno tutto a casa, non i disperati di 30 anni fa».
Lei è stato tra i primi a fare un salto a Rogoredo
«Quello che mi ha impressionato due mesi è che ho incontrato un ragazzo di 14 anni che andava a cercare lo spacciatore per prendere l’eroina a tre euro e farsi tutta la cerimonia. Voleva bucarsi, sentire quell’emozione che non gli danno le droghe chimiche di cui si è stufato. “Ed è inutile che ci insegnate che si muore” mi ha detto “lo sappiamo perfettamente e sono fatti nostri”. Aveva bisogno dell’emozione forte. Mi ha spiazzato che un quattordicenne mi tirasse fuori il vecchio rituale della siringa e del sangue perché deve provare lo sballo, visto che le droghe nuove ti mandano fuori di testa ma manca l’emozione forte. Questo mi diceva: “io vado, compro l’eroina, ho già la siringa, vado in un angolo e godo. Questo è il problema».
Che responsabilità abbiamo noi adulti?
«Di aver fatto dimenticare il passato ai nostri ragazzi, non gli dobbiamo insegnare come morivano una volta ma dare radici. Dove abbiamo buttato la cultura del passato? Gli adulti di oggi non hanno trasmesso la storia di ieri. Abbiamo dei ragazzi di 14 anni che non sanno niente di quello che è successo 15 anni fa. Questi sono ragazzi che nascono artificialmente. Invece noi siamo le radici dei nostri ragazzi, non quelle marce, ma quelle della storia anche positiva. Abbiamo tradito i nostri figli e non gli abbiamo dato le radici. Questo ragazzi di 14 anni veniva lì perché voleva emozioni. Punto».
Che risposte abbiamo noi adulti?
«Ieri la parte drammatica del Parco Lambro era drammatica perché drammatica era la vita; oggi il dramma di Rogoredo è che questi ragazzi vanno a cercare il dramma perché la vita è stupida. Quella era la droga che usciva dal dolore, dalla solitudine, dall’ingiustizia questa che esce dal capriccio o dal non sapere cos’è successo ieri. Oggi è l’eroina, domani potrebbe essere il suicidio. Mancano le motivazioni delle emozioni in giovani che non hanno radici, diventano grandi artificialmente attraverso la Tv, la scuola che non è scuola e compagnie che non sono di amici ma di persone con cui passare il tempo. Davanti a quel ragazzo di 14 anni mi sono sentito analfabeta. Spiazzato. Non abbiamo un progetto né strumenti. Perché non gli diamo motivazioni». 

da Famiglia Cristiana



PERCHÉ' SIANO UNA COSA SOLA

SETTIMANA PER L'UNITA' DEI CRISTIANI
Quando la società non ha più come fondamento il principio della solidarietà e del bene comune, assistiamo allo scandalo di persone che vivono nell’estrema miseria accanto a grattacieli, alberghi imponenti e lussuosi centri commerciali, simboli di strepitosa ricchezza. Ci siamo scordati della saggezza della legge mosaica, secondo la quale, se la ricchezza non è condivisa, la società si divide.

Papa Francesco: Oggi ha inizio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nella quale siamo tutti invitati a invocare da Dio questo grande dono. L’unità dei cristiani è frutto della grazia di Dio e noi dobbiamo disporci ad accoglierla con cuore generoso e disponibile. Questa sera sono particolarmente lieto di pregare insieme ai rappresentanti delle altre Chiese presenti a Roma, ai quali rivolgo un cordiale e fraterno saluto. Saluto anche la Delegazione ecumenica della Finlandia, gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa Cattolica, e i giovani ortodossi e ortodossi orientali che qui studiano con il sostegno del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse, operante presso il Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
Il libro del Deuteronomio immagina il popolo d’Israele accampato nelle pianure di Moab, sul punto di entrare nella Terra che Dio gli ha promesso. Qui Mosè, come padre premuroso e capo designato dal Signore, ripete la Legge al popolo, lo istruisce e gli ricorda che dovrà vivere con fedeltà e giustizia una volta che si sarà stabilito nella terra promessa.
Il brano che abbiamo appena ascoltato fornisce indicazioni su come celebrare le tre feste principali dell’anno: Pesach (Pasqua), Shavuot (Pentecoste), Sukkot (Tabernacoli). Ciascuna di queste feste richiama Israele alla gratitudine per i beni ricevuti da Dio. La celebrazione di una festa richiede la partecipazione di tutti. Nessuno può essere escluso: «Gioirai davanti al Signore, tuo Dio, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te» (Dt 16,11).
Per ogni festa, occorre compiere un pellegrinaggio «nel luogo che il Signore avrà scelto per stabilirvi il suo nome» (v. 2). Là, il fedele israelita deve porsi davanti a Dio. Nonostante ogni israelita sia stato schiavo in Egitto, senza alcun possesso personale, «nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote» (v. 16) e il dono di ciascuno sarà in misura della benedizione che il Signore gli avrà dato. Tutti riceveranno dunque la loro parte di ricchezza del paese e beneficeranno della bontà di Dio.
Non deve sorprenderci il fatto che il testo biblico passi dalla celebrazione delle tre feste principali alla nomina dei giudici. Le feste stesse esortano il popolo alla giustizia, ricordando l’uguaglianza fondamentale tra tutti i membri, tutti ugualmente dipendenti dalla misericordia divina, e invitando ciascuno a condividere con gli altri i beni ricevuti. Rendere onore e gloria al Signore nelle feste dell’anno va di pari passo con il rendere onore e giustizia al proprio vicino, soprattutto se debole e bisognoso.
I cristiani dell’Indonesia, riflettendo sulla scelta del tema per la presente Settimana di Preghiera, hanno deciso di ispirarsi a queste parole del Deuteronomio: «La giustizia e solo la giustizia seguirai» (16,20). In essi è viva la preoccupazione che la crescita economica del loro Paese, animata dalla logica della concorrenza, lasci molti nella povertà concedendo solo a pochi di arricchirsi grandemente. È a repentaglio l’armonia di una società in cui persone di diverse etnie, lingue e religioni vivono insieme, condividendo un senso di responsabilità reciproca.
Ma ciò non vale solo per l’Indonesia: questa situazione si riscontra nel resto del mondo. Quando la società non ha più come fondamento il principio della solidarietà e del bene comune, assistiamo allo scandalo di persone che vivono nell’estrema miseria accanto a grattacieli, alberghi imponenti e lussuosi centri commerciali, simboli di strepitosa ricchezza. Ci siamo scordati della saggezza della legge mosaica, secondo la quale, se la ricchezza non è condivisa, la società si divide.
San Paolo, scrivendo ai Romani, applica la stessa logica alla comunità cristiana: coloro che sono forti devono occuparsi dei deboli. Non è cristiano «compiacere noi stessi» (15,1). Seguendo l’esempio di Cristo, dobbiamo infatti sforzarci di edificare coloro che sono deboli. La solidarietà e la responsabilità comune devono essere le leggi che reggono la famiglia cristiana.
Come popolo santo di Dio, anche noi siamo sempre sul punto di entrare nel Regno che il Signore ci ha promesso. Ma, essendo divisi, abbiamo bisogno di ricordare l’appello alla giustizia rivoltoci da Dio. Anche tra i cristiani c’è il rischio che prevalga la logica conosciuta dagli israeliti nei tempi antichi e da tanti popoli sviluppati al giorno d’oggi, ovvero che, nel tentativo di accumulare ricchezze, ci dimentichiamo dei deboli e dei bisognosi. È facile scordare l’uguaglianza fondamentale che esiste tra noi: che all’origine eravamo tutti schiavi del peccato e che il Signore ci ha salvati nel Battesimo, chiamandoci suoi figli. È facile pensare che la grazia spirituale donataci sia nostra proprietà, qualcosa che ci spetta e che ci appartiene. È possibile, inoltre, che i doni ricevuti da Dio ci rendano ciechi ai doni dispensati ad altri cristiani. È un grave peccato sminuire o disprezzare i doni che il Signore ha concesso ad altri fratelli, credendo che costoro siano in qualche modo meno privilegiati di Dio. Se nutriamo simili pensieri, permettiamo che la stessa grazia ricevuta diventi fonte di orgoglio, di ingiustizia e di divisione. E come potremo allora entrare nel Regno promesso?

Il culto che si addice a quel Regno, il culto che la giustizia richiede, è una festa che comprende tutti, una festa in cui i doni ricevuti sono resi accessibili e condivisi. Per compiere i primi passi verso quella terra promessa che è la nostra unità, dobbiamo anzitutto riconoscere con umiltà che le benedizioni ricevute non sono nostre di diritto ma sono nostre per dono, e che ci sono state date perché le condividiamo con gli altri. In secondo luogo, dobbiamo riconoscere il valore della grazia concessa ad altre comunità cristiane. Di conseguenza, sarà nostro desiderio partecipare ai doni altrui. Un popolo cristiano rinnovato e arricchito da questo scambio di doni sarà un popolo capace di camminare con passo saldo e fiducioso sulla via che conduce all’unità.