𝗗𝗘𝗟 𝗩𝗔𝗡𝗚𝗘𝗟𝗢
𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗕𝗼𝘀𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗠𝗮𝗱𝗶𝗮: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼, 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲
𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲
È morto ieri, 1° settembre 2026, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi, fondatore
della Comunità monastica di Bose e, negli ultimi anni della sua vita, della
fraternità monastica Casa della Madia.
Ma chi era veramente Enzo Bianchi? Per
comprenderlo non basta ricordare che fu il fondatore di Bose, né è sufficiente
fermarsi alla controversa vicenda che lo portò, nel 2020-2021, a lasciare
quella stessa comunità alla quale aveva dedicato più di mezzo secolo della
propria vita.
La sua storia è molto più complessa.
È la
storia di un uomo che, ancora giovane, sentì il desiderio di cercare Dio
attraverso una forma radicale di vita evangelica; di un laico che scelse la
vita monastica; di una piccola esperienza nata nel silenzio e diventata, nel
corso dei decenni, una realtà conosciuta in tutto il mondo cristiano; di uno
studioso della Scrittura che fece della Parola di Dio il centro della propria
esistenza; di un uomo che dedicò una parte enorme della propria vita al dialogo
ecumenico e all’ospitalità.
Ma è
anche la storia di una grande frattura: quella con la comunità da lui fondata e
con la Santa Sede.
E
proprio perché tutte queste dimensioni appartengono alla sua vicenda,
raccontare Enzo Bianchi significa tenere insieme luci e ombre, riconoscimenti e
difficoltà, entusiasmo e sofferenza.
𝗟𝗘 𝗢𝗥𝗜𝗚𝗜𝗡𝗜: 𝗨𝗡 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗘 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢
Enzo
Bianchi nacque il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, nel Monferrato, in provincia
di Asti.Dopo gli studi intrapresi alla Facoltà di Economia e Commercio
dell’Università di Torino, la sua vita prese progressivamente un’altra
direzione. Alla fine del 1965, nell’anno stesso della conclusione del Concilio
Vaticano II, si recò a Bose, allora una piccola frazione abbandonata del Comune
di Magnano, sulla Serra di Ivrea.
Non arrivò in quel luogo con un progetto già compiuto e con una comunità alle
spalle.
Arrivò praticamente solo. L’intenzione era quella di dare vita a una comunità
monastica nella quale cercare di vivere il Vangelo in modo radicale, attraverso
la preghiera, il lavoro, la solitudine, l’ascolto della Scrittura e la
fraternità.
Era
una scelta profondamente segnata dal clima del Concilio Vaticano II.
Non
si trattava semplicemente di riproporre un monastero tradizionale.
Bianchi cercava una forma di vita monastica capace di tornare alle fonti: la
Scrittura, la preghiera, la fraternità, la povertà, il lavoro e l’ospitalità.
E
soprattutto cercava una comunità nella quale il Vangelo non fosse soltanto
studiato o proclamato, ma diventasse una forma concreta di vita.
𝗕𝗢𝗦𝗘: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗜𝗖𝗖𝗢𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔̀ 𝗗𝗜𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢̀ 𝗨𝗡𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗘𝗦𝗣𝗘𝗥𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗘𝗖𝗖𝗟𝗘𝗦𝗜𝗔𝗟𝗘
Nel 1968 arrivarono i primi fratelli e le prime sorelle. La
Comunità di Bose crebbe lentamente.
Uomini
e donne, appartenenti inizialmente anche a differenti confessioni cristiane,
cominciarono a condividere la preghiera, il lavoro e la vita quotidiana.
Era una realtà certamente particolare nel panorama cattolico italiano.
Bose divenne progressivamente un luogo di incontro tra cattolici, ortodossi,
protestanti e appartenenti ad altre tradizioni cristiane.
Ma
divenne anche un luogo dove potevano incontrarsi credenti e non credenti,
persone in ricerca, giovani, studiosi, uomini e donne desiderosi semplicemente
di fermarsi, pregare, ascoltare o parlare.
Bianchi
rimase priore della comunità dalla fondazione fino al 25 gennaio 2017.
Nel 1983 fondò inoltre le Edizioni Qiqajon, attraverso le quali vennero
pubblicati testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monasticaIl
suo lavoro intellettuale fu enorme.
Scrisse libri, articoli, commenti biblici, meditazioni e testi spirituali.
Ma
sarebbe riduttivo definirlo semplicemente uno scrittore religioso. Per Bianchi la scrittura nasceva dalla vita e doveva ritornare alla vita.
𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢 𝗔𝗟 𝗖𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢Forse il modo più
semplice per comprendere la spiritualità di Enzo Bianchi è partire da una
parola:
𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮.
La Scrittura non era per lui un oggetto di studio riservato agli specialisti.
Era il luogo nel quale il credente viene continuamente chiamato ad ascoltare
Dio.
Da qui l’importanza della lectio divina, della meditazione, del silenzio e
della preghiera.
La Bibbia doveva essere letta non soltanto per sapere qualcosa in più su Dio,
ma per lasciarsi interpellare da Dio. La
vita monastica diventava così una scuola di ascolto. Ascoltare
la Parola. Ascoltare Dio. Ascoltare
l’altro. Ascoltare anche il grido dell’uomo contemporaneo.
E
questo spiega perché Bose non fu mai semplicemente un luogo di clausura
spirituale.
Fu anche un luogo di accoglienza.
𝗟’𝗢𝗦𝗣𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀: 𝗔𝗖𝗖𝗢𝗚𝗟𝗜𝗘𝗥𝗘 𝗟’𝗔𝗟𝗧𝗥𝗢
L’ospitalità
rappresentò uno degli elementi più importanti della spiritualità di Bianchi.
A Bose potevano arrivare persone molto diverse tra loro: credenti, non
credenti, persone in ricerca, giovani, persone ferite, uomini e donne
desiderosi di trascorrere un tempo di silenzio o di confronto.
Questa dimensione fu riconosciuta esplicitamente anche da Papa Francesco.
L’11 novembre 2018, in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità
monastica di Bose, Francesco scrisse personalmente a Enzo Bianchi.
È un documento di grande importanza per comprendere il giudizio che il Papa
aveva allora sull’esperienza di Bose.
Francesco parlò di una presenza “feconda” nella Chiesa e nella società e
riconobbe alla comunità il merito di aver favorito il rinnovamento della vita
religiosa nel solco del Concilio Vaticano II.
Ma
soprattutto indicò tre aspetti particolarmente significativi: l’unità delle
Chiese cristiane, il dialogo e il ministero dell’ospitalità.
Il Papa espresse apprezzamento per l’accoglienza riservata a tutti, credenti e
non credenti, per l’ascolto delle persone in ricerca e per il servizio offerto
ai giovani.
Non è un particolare secondario.
Perché dimostra che il rapporto tra Enzo Bianchi e Papa Francesco non può
essere raccontato semplicemente come un rapporto di opposizione.
Al contrario: ci fu un periodo nel quale Francesco guardò con evidente favore
all’esperienza di Bose e al suo fondatore.
𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘
𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢
Negli
anni del pontificato di Francesco, Bianchi fu una figura conosciuta e ascoltata
in ambito ecclesiale.
Nel
2018 fu scelto come uditore al Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani.
Il suo pensiero era particolarmente vicino ad alcuni temi molto cari a
Francesco: l’attenzione alle periferie esistenziali, il dialogo, la fraternità,
l’ascolto, l’accoglienza e il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo.
Per
questo, quando si racconta la successiva vicenda di Bose, è necessario evitare
una semplificazione.
Papa Francesco non fu sempre distante da Enzo Bianchi. Anzi,
nel 2018 gli scriveva una lettera di apprezzamento.
Ma
pochi anni dopo sarebbe stato proprio il pontificato di Francesco ad approvare
il provvedimento che avrebbe portato Bianchi fuori dalla comunità. È una delle
contraddizioni più dolorose di questa storia.
𝗟𝗔 𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜 𝗗𝗜 𝗕𝗢𝗦𝗘
Per comprendere quello che accadde bisogna tornare agli anni precedenti.
Nel 2017 Bianchi lasciò l’incarico di priore.
Gli
succedette Luciano Manicardi. Ma il passaggio di consegne non fu semplice.
All’interno della comunità emersero tensioni relative al governo, all’esercizio
dell’autorità e ai rapporti fraterni.
La situazione divenne progressivamente più difficile.
Il
1° dicembre 2019, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, dispose una
visita apostolica alla Comunità di Bose.
La
motivazione ufficiale parlava di “serie preoccupazioni” giunte alla Santa Sede
e di una situazione definita “tesa e problematica” riguardo all’esercizio
dell’autorità, alla gestione del governo e al clima fraterno.
La
visita apostolica si svolse dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020.
I
visitatori ascoltarono i membri della comunità e presentarono successivamente
la loro relazione alla Santa Sede.
𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗖𝗥𝗘𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝟭𝟯 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 𝟮𝟬𝟮𝟬
Il momento decisivo arrivò il 13 maggio 2020.
La Santa Sede dispose, attraverso un decreto firmato dal cardinale Pietro
Parolin e approvato in forma specifica da Papa Francesco, l’allontanamento di
Enzo Bianchi dalla Comunità di Bose.
Il provvedimento riguardava anche altri tre membri: Goffredo Boselli, Lino
Breda e Antonella Casiraghi.
La motivazione ufficiale era collegata soprattutto alla situazione interna
della comunità, all’esercizio dell’autorità del fondatore, alla gestione del
governo e al clima fraterno.
La Santa Sede aveva ritenuto necessario intervenire perché Bose potesse
continuare il proprio cammino ecclesiale ed ecumenico superando le tensioni che
la stavano attraversando.
È importante sottolineare un punto che spesso viene raccontato male:
Enzo Bianchi non fu scomunicato.
Non fu dichiarato eretico. Non venne espulso dalla Chiesa cattolica. Non si trattò di una condanna dottrinale.
Il provvedimento riguardava la sua permanenza nella Comunità monastica di Bose
e il suo ruolo all’interno di essa.
Il decreto dispose che Bianchi lasciasse la comunità e decadesse dagli
incarichi.
𝗨𝗡𝗔 𝗙𝗘𝗥𝗜𝗧𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔
Per capire quanto fosse dolorosa quella decisione bisogna ricordare che Bianchi
aveva vissuto a Bose per circa cinquantacinque anni.
Non era semplicemente un membro della comunità.
Era l’uomo che l’aveva iniziata.
Era arrivato in quella frazione abbandonata quando praticamente non esisteva
nulla.
Aveva scritto la Regola. Aveva accompagnato la crescita della comunità.
Aveva vissuto lì per decenni.
E ora gli veniva chiesto di andarsene.
È probabilmente difficile immaginare una prova più dolorosa per qualcuno che
aveva identificato la propria vocazione con una determinata comunità.
𝗜𝗟 𝗣𝗥𝗢𝗕𝗟𝗘𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗢𝗕𝗕𝗘𝗗𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔
La vicenda non terminò con il decreto del 2020. L’esecuzione del provvedimento incontrò difficoltà.
La Comunità di Bose riferì che alcuni destinatari avevano manifestato il
rifiuto dei provvedimenti e che ciò aveva creato ulteriore confusione e
disagio.
Nel marzo 2021, dopo nuovi passaggi, Papa Francesco confermò l’operato del
Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto del 13
maggio 2020.
Qui si trova uno dei punti più delicati dell’intera vicenda.
Da una parte c’era la Santa Sede, che chiedeva obbedienza a una decisione presa
dopo una visita apostolica e un lungo discernimento.
Dall’altra c’era Bianchi, che contestava soprattutto alcune modalità concrete
dell’allontanamento e chiedeva che venissero rispettate la propria dignità e le
proprie ragioni.
È necessario raccontare entrambe le posizioni senza trasformare il testo in un
processo.
Perché la storia di Bose non è una favola nella quale esiste necessariamente un
“buono” e un “cattivo”.
È una storia ecclesiale dolorosa. E nelle vicende ecclesiali dolorose spesso le persone coinvolte portano ferite,
convinzioni e responsabilità differenti.
𝗟’𝗘𝗦𝗜𝗟𝗜𝗢
Nel giugno del 2021, Enzo Bianchi lasciò definitivamente Bose. Per un uomo di quasi ottant’anni significava ricominciare praticamente da capo.
Aveva perso la comunità alla quale aveva dedicato la maggior parte della
propria vita.
Negli anni successivi parlò della propria condizione anche come di un “esilio”.
Ma non smise di considerarsi monaco.
Ed è forse qui che la sua storia assume una dimensione spirituale
particolarmente interessante.
Perché avrebbe potuto ritirarsi. Avrebbe potuto smettere di scrivere.
Avrebbe potuto vivere semplicemente gli ultimi anni della propria vita nella
solitudine.
Invece scelse di ricominciare.
𝗔 𝗢𝗧𝗧𝗔𝗡𝗧’𝗔𝗡𝗡𝗜, 𝗨𝗡 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗜𝗡𝗜𝗭𝗜𝗢: 𝗟𝗔 𝗖𝗔𝗦𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗗𝗜𝗔
Nacque così la Casa della Madia, ad Albiano d’Ivrea. Non voleva essere una nuova Bose. Lo disse lo stesso Bianchi.
Il progetto non nasceva dalla volontà di “rifare” ciò che era stato perduto, ma
dal desiderio di continuare la propria vocazione monastica.
In una delle presentazioni della nuova fraternità Bianchi spiegò di non voler
fondare una nuova comunità religiosa canonicamente riconosciuta, ma di voler
continuare a vivere “da monaco cenobita e non eremita”.
Voleva
continuare a vivere insieme ad altri, nella semplicità, nella preghiera, nel
lavoro e nell’accoglienza.
Il
nome stesso è bellissimo: Casa della Madia. La
madia è il luogo nel quale, tradizionalmente, si impasta e si prepara il pane.
Una casa dove si prepara il pane. Una tavola. Una fraternità.Una nuova
possibilità di ricominciare.
𝗟𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗧𝗘𝗥𝗡𝗜𝗧𝗔̀
Se
dovessimo scegliere una parola per riassumere gli ultimi anni della sua vita,
probabilmente sarebbe: 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀. Non una
fraternità teorica; Non una parola da usare nei convegni.
Ma
una fraternità concreta, fatta di persone differenti, di caratteri differenti,
di ferite, di incomprensioni, di perdono e di ricominciamenti.
La
Casa della Madia ha continuato a vivere proprio su questa idea.
I membri stessi della fraternità hanno spiegato di voler rimanere fedeli alla
propria vocazione monastica e alla Regola di Bose scritta nel 1972 da Bianchi,
continuando una
vita di preghiera, lavoro e fraternità.
E nel 2025 è nata anche la Comunione della Madia, un’esperienza pensata per
coinvolgere più stabilmente amici, laici e persone legate spiritualmente alla
fraternità, senza creare un gruppo chiuso o esclusivo.
𝗨𝗡𝗔 𝗦𝗣𝗜𝗥𝗜𝗧𝗨𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗙𝗘𝗥𝗠𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔
Bianchi
è stato un grande divulgatore della Bibbia. Ma
la sua spiritualità non può essere ridotta alla lectio divina o ai suoi libri.
La
sua idea di vita cristiana 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼, 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮, 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼, 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼, 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲, 𝗹’𝗼𝘀𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀, comprendeva: 𝗹’𝗲𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀, 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗲
𝗹’𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶.
È una spiritualità profondamente incarnata. Il
Vangelo non deve rimanere sulle pagine.
Deve diventare pane. Deve diventare ospitalità.
Deve diventare ascolto.
Deve diventare fraternità. Deve diventare servizio.
𝗜𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢
Ed è
interessante anche il rapporto con san Francesco d’Assisi. Bianchi non
apparteneva alla famiglia francescana. Non era un frate francescano. Era un
monaco laico e il suo cammino nasceva da una tradizione monastica diversa.
Eppure Francesco d’Assisi fu una figura da lui profondamente considerata.
In particolare, Bianchi guardava alla radicalità evangelica francescana, alla
fraternità, alla povertà, al rapporto con la creazione e alla capacità di
Francesco di fare del Vangelo una forma concreta di vita. Non è difficile
trovare un punto di contatto tra questa sensibilità e la sua stessa esperienza.
Anche Bianchi partì da qualcosa di estremamente semplice: una persona, un luogo
abbandonato, la preghiera, il lavoro, la Parola, e il desiderio di vivere il
Vangelo.
𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗔𝗧𝗧𝗥𝗔𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗧𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗔𝗗𝗗𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘
Ed è
proprio qui che la storia di Enzo Bianchi diventa particolarmente umana. Perché
colui che aveva dedicato la propria vita alla fraternità visse anche una
drammatica frattura con i propri fratelli.
Colui
che aveva parlato tanto di ascolto dovette affrontare una situazione nella
quale le diverse parti non riuscirono più ad ascoltarsi fino in fondo. Colui
che aveva costruito una comunità si ritrovò fuori dalla propria comunità. Colui
che aveva parlato di obbedienza e discernimento si trovò personalmente davanti
alla difficile questione dell’obbedienza ecclesiale. Questa contraddizione non
va nascosta. Ma non deve neppure cancellare tutto ciò che è venuto prima.
𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗦𝗔𝗡𝗧𝗢, 𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗘𝗥𝗘𝗧𝗜𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗨𝗢𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗦𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔
È importante anche essere molto chiari. Enzo Bianchi non è stato proclamato
santo, né esiste una causa di canonizzazione che lo presenti come modello
ufficiale di santità della Chiesa. Non è nemmeno corretto definirlo un eretico
o un uomo “fuori dalla Chiesa” a causa della vicenda di Bose.
Il
provvedimento del 2020 riguardò la sua permanenza e il suo ruolo nella Comunità
di Bose. La sua storia ecclesiale fu invece segnata da una grande influenza
spirituale e culturale, ma anche da una vicenda disciplinare molto seria e
dolorosa.
Per questo, raccontarlo in maniera equilibrata significa non nascondere nulla. Né
le sue grandi intuizioni. Né le sue difficoltà. Né il riconoscimento ricevuto. Né
la sofferenza degli ultimi anni.
𝗜𝗟 𝗣𝗔𝗥𝗔𝗗𝗢𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢
Forse
uno dei punti più sorprendenti della sua vicenda rimane proprio il rapporto con
Papa Francesco. Nel 2018, Francesco scriveva a Bianchi per il cinquantesimo
anniversario di Bose, definendo quella comunità una presenza feconda nella
Chiesa e nella società e lodandone il servizio all’unità dei cristiani, il
dialogo e l’ospitalità.
Nel 2020, lo stesso pontificato approvò in forma specifica il decreto che
disponeva il suo allontanamento da Bose. Nel 2021, Francesco confermò l’operato
del Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto. Questi
fatti non possono essere cancellati né l’uno né l’altro. Ed è proprio questo
che rende la vicenda così complessa.
Non
si può dire semplicemente: “Papa Francesco era vicino a Bianchi” come se la
vicenda successiva non fosse mai avvenuta.
Ma
non si può nemmeno dire: “Papa Francesco era contro Bianchi”
come se prima non ci fosse stato quel riconoscimento pubblico e significativo.
Le due cose sono vere e appartengono alla stessa storia.
𝗟𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗩𝗔 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗜 𝗔𝗡𝗡𝗜
Forse, alla fine, la parte più difficile da comprendere non è la nascita di
Bose. È ciò che avvenne dopo. Perché fondare una comunità è certamente
difficile.
Ma forse è ancora più difficile perderla. Bianchi aveva quasi ottant’anni
quando si trovò a ricominciare. Eppure non smise. Non rinunciò alla sua
vocazione monastica.
Non scelse semplicemente una vita privata. Ricominciò con una casa, alcuni
fratelli e sorelle, la preghiera, il lavoro della terra, l’ospitalità. La Casa
della Madia nacque proprio come un nuovo inizio.
𝗘 𝗢𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘̀
𝗠𝗢𝗥𝗧𝗢
Oggi,
davanti alla sua morte, sarebbe facile scegliere una sola immagine. Quella del
fondatore di Bose. Oppure quella dell’uomo allontanato da Bose. Oppure quella
del grande scrittore spirituale. Oppure quella del monaco della Casa della
Madia. Ma nessuna di queste immagini, da sola, basta. Enzo Bianchi è stato
tutte queste cose.
È stato il giovane che nel 1965 arrivò in un luogo abbandonato della Serra di
Ivrea.
È stato l’uomo che trasformò quella solitudine in una comunità. È stato il
monaco che mise la Scrittura al centro della propria vita. È stato lo scrittore
che portò la spiritualità biblica nelle case di moltissime persone. È stato il
promotore dell’ecumenismo e del dialogo.
È stato l’uomo al quale Papa Francesco, nel 2018, riconosceva pubblicamente il
valore dell’esperienza di Bose. È stato anche l’uomo che, pochi anni dopo,
dovette lasciare quella comunità per decisione della Santa Sede. È stato l’uomo
che visse quella separazione come una ferita profonda. Ed è stato, infine,
l’uomo che a ottant’anni decise di ricominciare.
𝗥𝗜𝗖𝗢𝗠𝗜𝗡𝗖𝗜𝗔𝗥𝗘
Forse questa è la parola con cui possiamo consegnare Enzo Bianchi alla memoria.
Non perché la sua vita sia stata perfetta. Non perché tutte le sue scelte
debbano essere condivise. Non perché la vicenda di Bose abbia avuto una sola
interpretazione possibile. Ma perché, dopo una perdita enorme, egli scelse di
non considerare conclusa la propria vocazione. Casa della Madia è nata da
questa convinzione.
Una casa. Una tavola. Il pane. La terra. La preghiera. La Parola.
L’ospitalità. La fraternità. Sono gli elementi semplici con i quali Bianchi
aveva iniziato molti decenni prima. E con questi stessi elementi, ormai
anziano, ha cercato di ripartire.
𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗗𝗔 𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗟 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗢𝗥𝗘
Ora
che la sua vita terrena è terminata, il giudizio ultimo non spetta a noi. Spetta
a Dio. noi rimane la possibilità di
ricordare, con onestà, ciò che è stato. Un uomo con una vocazione forte. Un
uomo che ha avuto intuizioni importanti.
Un uomo capace di parlare a moltissime persone della Parola di Dio.
Un uomo che ha costruito. Un uomo che ha anche attraversato una grande
frattura.
Un uomo che ha conosciuto la solitudine. Un uomo che ha ricominciato.
E soprattutto un uomo che ha cercato Dio. Per questo, davanti alla sua morte,
più che pronunciare giudizi definitivi, forse possiamo fare ciò che egli stesso
ha insegnato tante volte: tornare alla Parola. E pregare. Per lui. Per la Comunità di Bose. Per la Casa
della Madia. Per tutti coloro che gli hanno voluto bene. E anche per le ferite
che questa lunga storia ha lasciato. Perché alla fine, oltre le nostre letture,
oltre le controversie, oltre le nostre ragioni e le nostre interpretazioni,
rimane una sola cosa: 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗶𝘀𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼.
Riposa in pace, Enzo. E il Signore, che hai cercato per tutta la vita nella sua
Parola, nella preghiera e nella fraternità, ti accolga nella sua misericordia.
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