mercoledì 2 settembre 2026

GLI USI DEL POTERE


MESSAGGIO DEL 

SANTO PADRE LEONE XIV

AI PARTECIPANTI
 
ALLA SESSIONE PLENARIA

DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA

 DELLE SCIENZE SOCIALI

_____________________________________

Ho appreso con piacere della sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e invio i miei migliori auguri oranti a tutti i partecipanti. Esprimo la mia gratitudine al cardinale Peter Turkson per il suo dedicato servizio come cancelliere dell’Accademia. Ringrazio allo stesso modo la vostra presidente, suor Helen Alford, per aver scelto il tema: “The Uses of Power: Legitimacy, Democracy and the Rewriting of the International Order” [Gli usi del potere: legittimità, democrazia e riscrittura dell’ordine internazionale]. È un argomento particolarmente attuale, che focalizza la nostra riflessione sull’esercizio del potere, elemento cruciale per costruire la pace all’interno e fra le nazioni in questo momento di profondo cambiamento globale.

La dottrina sociale cattolica considera il potere non come un fine in sé stesso, ma come un mezzo ordinato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1903). Perché la saggezza ci consente di discernere e perseguire il vero e il bene, piuttosto che beni apparenti e vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana. Tale saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per prendere decisioni ponderate e per metterle in pratica. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva esaltazione di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere.

Questa comprensione del potere legittimo trova una delle sue più alte espressioni nella democrazia autentica. Lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e invita ciascun cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune. Riflettendo questa convinzione, san Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa apprezza la democrazia perché garantisce la partecipazione alle scelte politiche e «la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (Centesimus annus, n. 46). Tuttavia, la democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche.

Gli stessi principi che guidano l’esercizio dell’autorità all’interno delle nazioni devono altresì informare l’ordine internazionale, una verità particolarmente importante da ricordare in un tempo in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può emergere dal mero equilibrio di potere né da una logica puramente tecnocratica. La concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica tra i popoli, sia la concordia internazionale.

A tale riguardo, i miei predecessori hanno espresso la necessità di istituzioni aggiornate e di un’autorità universale (cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 58; Pacem in terris, n. 137), improntata al principio di sussidiarietà (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 57). Lo sviluppo di una tale comunità globale di fratellanza richiede «la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune» (Francesco, Fratelli tutti, n. 154). Di fatto, è «più che mai necessario ripensare con audacia le modalità della cooperazione internazionale» (Visita alla sede della FAO in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, 16 ottobre 2025, n. 7).

In ultima analisi, quando le potenze terrene minacciano la tranquillitas ordinis — la classica definizione agostiniana della pace — dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di questo mondo, fa luce sulle realtà di questo mondo e ne rivela il significato escatologico. In questa prospettiva di fede, ci viene ricordato che l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono (cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 25, a. 3, ad 3); il potere divino non domina, ma piuttosto guarisce e ristora. È proprio questa logica di carità che deve animare la storia, poiché l’attività umana ispirata dalla carità aiuta a plasmare la “città terrena” nell’unità e nella pace, rendendola — seppure in modo imperfetto — un’anticipazione e una prefigurazione della “Città di Dio” (cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 7). Tale fede rafforza la nostra determinazione a costruire una cultura di riconciliazione capace di superare le insidie dell’indifferenza e dell’impotenza (cfr. Discorso ai leader religiosi partecipanti all’Incontro Internazionale di Preghiera per la Pace, 28 ottobre 2025).

Con questi sentimenti, auspico sinceramente che le vostre riflessioni in questi giorni producano spunti preziosi per chiarire gli usi legittimi del potere, i criteri della democrazia autentica e il tipo di ordine internazionale che serve il bene comune. In tal modo, il vostro lavoro contribuirà in maniera significativa alla costruzione di una cultura globale di riconciliazione e di pace, una pace che non sia semplicemente la fragile assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia, nata da un’autorità umilmente posta al servizio di ogni essere umano e dell’intera famiglia umana.

Possa lo Spirito Santo, fonte di ogni carità e vincolo di unità e di pace, illuminare le vostre menti e sostenere i vostri sforzi. Invoco volentieri su tutti voi le abbondanti benedizioni di Dio.

Immagine

www.vatican.va


 

IL PARERE DEGLI ALTRI

 

“Cosa diranno gli altri?”: quando la paura del giudizio degli altri decide al posto tuo




Indice

1.    Quando il giudizio degli altri comanda le scelte

2.    Guarda il video su cosa fare quando il giudizio degli altri ti blocca

3.    Da dove nasce il bisogno continuo di approvazione

4.    Come il bisogno di approvazione blocca identità, studio e scelte

5.    Spostare il centro: dall’approvazione degli altri all’auto-riconoscimento

Preferisci ascoltare il riassunto audio?

Quando il giudizio degli altri comanda le scelte

Voler essere apprezzati dagli altri è del tutto normale: ci aiuta a sentirci parte di un gruppo, a costruire relazioni e a capire come muoverci nelle situazioni sociali. Il problema nasce quando il bisogno di approvazione diventa così forte da condizionare quasi ogni decisione.

Può succedere, per esempio, quando:

  • cambi idea solo per non contraddire gli altri, anche se quella scelta non ti rappresenta;
  • dici sempre sì a richieste e favori, anche quando vorresti rifiutare;
  • eviti di esporti o di provare qualcosa di nuovo per paura di sbagliare davanti agli altri;
  • rinunci a ciò che ti interessa davvero per non rischiare critiche o giudizi.

Quando accade, il punto non è più soltanto voler piacere agli altri: la paura di essere criticati finisce per pesare più dei propri desideri. E, scelta dopo scelta, può diventare sempre più difficile capire cosa vogliamo davvero.

Da dove nasce il bisogno continuo di approvazione

Spesso alla base c’è una storia precisa: una mancanza di riconoscimento emotivo nei primi anni di vita. In molte famiglie l’affetto è legato al risultato: “Ti voglio bene se fai bene, se non sbagli, se ti comporti come voglio”.

In questi contesti possono accadere alcune cose:

  • I successi non vengono valorizzati, oppure non bastano mai.
  • Gli errori vengono trattati solo come fallimenti, non come tappe di crescita.
  • Le emozioni del bambino non vengono ascoltate o prese sul serio.

Chi cresce così impara che il proprio valore dipende da quanto piace agli altri, non da ciò che è.

Con il tempo questo schema può trasformarsi in:

  • perfezionismo basato sulla paura di deludere;
  • bisogno costante di conferme prima di decidere;
  • difficoltà a esporsi o a provare qualcosa di nuovo per timore del giudizio.

 Come il bisogno di approvazione blocca identità, studio e scelte

Quando l’approvazione esterna diventa il parametro principale, si perde il contatto con ciò che davvero conta per sé. Questo ha effetti concreti, soprattutto in età scolastica e universitaria.

Può succedere di:

  • scegliere un indirizzo di studi per far felici i genitori, non per reale interesse;
  • evitare corsi, esami o progetti impegnativi per paura di non essere “all’altezza”;
  • riempire l’agenda di impegni solo per dimostrare di essere produttivi.

In questo modo:

  • ci si allontana da valori, passioni e obiettivi personali;
  • si rinuncia a opportunità per timore di sbagliare;
  • si vive con l’idea di dover “recitare” un ruolo accettabile.

Il risultato è una vita che appare “corretta” verso l’esterno, ma che internamente lascia una sensazione di vuoto o di incompletezza.

Un consiglio in più

Fai i test che ti aiutano a conoscerti meglio:

"Potevi fare di più": perché si ha la sensazione di non aver fatto abbastanza e come spegnere la voce che logora la mente

Spostare il centro: dall’approvazione degli altri all’auto-riconoscimento

Uscire dalla dipendenza dal giudizio altrui richiede un percorso di consapevolezza volto a dare priorità al proprio punto di vista, iniziando col distinguere ciò che si compie per valore autentico da ciò che si fa solo per compiacere gli altri. Un esercizio fondamentale consiste nel chiedersi come cambierebbero le proprie scelte e il proprio carattere in assenza di osservatori esterni, identificando così gli impegni mantenuti solo per timore della disapprovazione. Per consolidare questo cambiamento, è necessario allenare l'

autostima attraverso azioni concrete, come il riconoscimento costante delle proprie qualità e la valorizzazione dei propri successi, evitando di minimizzarli.

Perché essere sempre «bravo ragazzo» ti stressa più di quanto pensi

Un passaggio psicologico cruciale riguarda lo spostamento del locus of control da esterno a interno: smettere di attribuire ogni evento al caso o al volere altrui permette di recuperare la responsabilità personale e il potere decisionale sulla propria vita. Praticamente, risulta utilissimo imparare a prendersi del tempo prima di aderire a una richiesta, valutando se l'impegno sia compatibile con le proprie energie o se nasca dalla paura di deludere.

Questo processo di emancipazione si completa con l'auto-riconoscimento emotivo, ovvero la capacità di legittimare i propri bisogni e sentimenti senza giudicarsi, un obiettivo che può essere facilitato da un percorso psicoterapeutico strutturato. In definitiva, ridurre il bisogno di approvazione non significa isolarsi, ma smettere di sacrificare la propria identità per un consenso esterno, costruendo una vita basata sulla reale autenticità.


Il coraggio di non piacere. Liberati dal giudizio degli altri e trova l’autentica felicità

€ 16,05

 

 

ENZO BIANCHI



𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔 
𝗗𝗘𝗟 𝗩𝗔𝗡𝗚𝗘𝗟𝗢

𝗗𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗕𝗼𝘀𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗠𝗮𝗱𝗶𝗮: 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼, 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

È morto ieri, 1° settembre 2026, all’età di 83 anni, Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e, negli ultimi anni della sua vita, della fraternità monastica Casa della Madia.

Ma chi era veramente Enzo Bianchi? Per comprenderlo non basta ricordare che fu il fondatore di Bose, né è sufficiente fermarsi alla controversa vicenda che lo portò, nel 2020-2021, a lasciare quella stessa comunità alla quale aveva dedicato più di mezzo secolo della propria vita.

La sua storia è molto più complessa.

È la storia di un uomo che, ancora giovane, sentì il desiderio di cercare Dio attraverso una forma radicale di vita evangelica; di un laico che scelse la vita monastica; di una piccola esperienza nata nel silenzio e diventata, nel corso dei decenni, una realtà conosciuta in tutto il mondo cristiano; di uno studioso della Scrittura che fece della Parola di Dio il centro della propria esistenza; di un uomo che dedicò una parte enorme della propria vita al dialogo ecumenico e all’ospitalità.

Ma è anche la storia di una grande frattura: quella con la comunità da lui fondata e con la Santa Sede.

E proprio perché tutte queste dimensioni appartengono alla sua vicenda, raccontare Enzo Bianchi significa tenere insieme luci e ombre, riconoscimenti e difficoltà, entusiasmo e sofferenza.


𝗟𝗘 𝗢𝗥𝗜𝗚𝗜𝗡𝗜: 𝗨𝗡 𝗚𝗜𝗢𝗩𝗔𝗡𝗘 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢

Enzo Bianchi nacque il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, nel Monferrato, in provincia di Asti.Dopo gli studi intrapresi alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Torino, la sua vita prese progressivamente un’altra direzione. Alla fine del 1965, nell’anno stesso della conclusione del Concilio Vaticano II, si recò a Bose, allora una piccola frazione abbandonata del Comune di Magnano, sulla Serra di Ivrea.
Non arrivò in quel luogo con un progetto già compiuto e con una comunità alle spalle.
Arrivò praticamente solo. L’intenzione era quella di dare vita a una comunità monastica nella quale cercare di vivere il Vangelo in modo radicale, attraverso la preghiera, il lavoro, la solitudine, l’ascolto della Scrittura e la fraternità.

Era una scelta profondamente segnata dal clima del Concilio Vaticano II.

Non si trattava semplicemente di riproporre un monastero tradizionale.
Bianchi cercava una forma di vita monastica capace di tornare alle fonti: la Scrittura, la preghiera, la fraternità, la povertà, il lavoro e l’ospitalità.

E soprattutto cercava una comunità nella quale il Vangelo non fosse soltanto studiato o proclamato, ma diventasse una forma concreta di vita.


𝗕𝗢𝗦𝗘: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗜𝗖𝗖𝗢𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗨𝗡𝗜𝗧𝗔̀ 𝗗𝗜𝗩𝗘𝗡𝗧𝗢̀ 𝗨𝗡𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗘𝗦𝗣𝗘𝗥𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗘𝗖𝗖𝗟𝗘𝗦𝗜𝗔𝗟𝗘

Nel 1968 arrivarono i primi fratelli e le prime sorelle. La Comunità di Bose crebbe lentamente.

Uomini e donne, appartenenti inizialmente anche a differenti confessioni cristiane, cominciarono a condividere la preghiera, il lavoro e la vita quotidiana.
Era una realtà certamente particolare nel panorama cattolico italiano.
Bose divenne progressivamente un luogo di incontro tra cattolici, ortodossi, protestanti e appartenenti ad altre tradizioni cristiane.

Ma divenne anche un luogo dove potevano incontrarsi credenti e non credenti, persone in ricerca, giovani, studiosi, uomini e donne desiderosi semplicemente di fermarsi, pregare, ascoltare o parlare.

Bianchi rimase priore della comunità dalla fondazione fino al 25 gennaio 2017.
Nel 1983 fondò inoltre le Edizioni Qiqajon, attraverso le quali vennero pubblicati testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monasticaIl suo lavoro intellettuale fu enorme.
Scrisse libri, articoli, commenti biblici, meditazioni e testi spirituali.

Ma sarebbe riduttivo definirlo semplicemente uno scrittore religioso. Per Bianchi la scrittura nasceva dalla vita e doveva ritornare alla vita.

𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗢 𝗔𝗟 𝗖𝗘𝗡𝗧𝗥𝗢Forse il modo più semplice per comprendere la spiritualità di Enzo Bianchi è partire da una parola:

𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮.
La Scrittura non era per lui un oggetto di studio riservato agli specialisti.
Era il luogo nel quale il credente viene continuamente chiamato ad ascoltare Dio.
Da qui l’importanza della lectio divina, della meditazione, del silenzio e della preghiera.
La Bibbia doveva essere letta non soltanto per sapere qualcosa in più su Dio, ma per lasciarsi interpellare da Dio. 
La vita monastica diventava così una scuola di ascolto. Ascoltare la Parola.  Ascoltare Dio. Ascoltare l’altro. Ascoltare anche il grido dell’uomo contemporaneo.

E questo spiega perché Bose non fu mai semplicemente un luogo di clausura spirituale.
Fu anche un luogo di accoglienza.


𝗟𝗢𝗦𝗣𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀: 𝗔𝗖𝗖𝗢𝗚𝗟𝗜𝗘𝗥𝗘 𝗟𝗔𝗟𝗧𝗥𝗢

L’ospitalità rappresentò uno degli elementi più importanti della spiritualità di Bianchi.
A Bose potevano arrivare persone molto diverse tra loro: credenti, non credenti, persone in ricerca, giovani, persone ferite, uomini e donne desiderosi di trascorrere un tempo di silenzio o di confronto.


Questa dimensione fu riconosciuta esplicitamente anche da Papa Francesco.


L’11 novembre 2018, in occasione del cinquantesimo anniversario della Comunità monastica di Bose, Francesco scrisse personalmente a Enzo Bianchi.

È un documento di grande importanza per comprendere il giudizio che il Papa aveva allora sull’esperienza di Bose.

Francesco parlò di una presenza “feconda” nella Chiesa e nella società e riconobbe alla comunità il merito di aver favorito il rinnovamento della vita religiosa nel solco del Concilio Vaticano II.

Ma soprattutto indicò tre aspetti particolarmente significativi: l’unità delle Chiese cristiane, il dialogo e il ministero dell’ospitalità.


Il Papa espresse apprezzamento per l’accoglienza riservata a tutti, credenti e non credenti, per l’ascolto delle persone in ricerca e per il servizio offerto ai giovani.
Non è un particolare secondario.

Perché dimostra che il rapporto tra Enzo Bianchi e Papa Francesco non può essere raccontato semplicemente come un rapporto di opposizione.

Al contrario: ci fu un periodo nel quale Francesco guardò con evidente favore all’esperienza di Bose e al suo fondatore.


𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘 𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢

Negli anni del pontificato di Francesco, Bianchi fu una figura conosciuta e ascoltata in ambito ecclesiale.

Nel 2018 fu scelto come uditore al Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani.


Il suo pensiero era particolarmente vicino ad alcuni temi molto cari a Francesco: l’attenzione alle periferie esistenziali, il dialogo, la fraternità, l’ascolto, l’accoglienza e il rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo.

Per questo, quando si racconta la successiva vicenda di Bose, è necessario evitare una semplificazione.
Papa Francesco non fu sempre distante da Enzo Bianchi. 
Anzi, nel 2018 gli scriveva una lettera di apprezzamento.

Ma pochi anni dopo sarebbe stato proprio il pontificato di Francesco ad approvare il provvedimento che avrebbe portato Bianchi fuori dalla comunità. È una delle contraddizioni più dolorose di questa storia.

𝗟𝗔 𝗖𝗥𝗜𝗦𝗜 𝗗𝗜 𝗕𝗢𝗦𝗘

Per comprendere quello che accadde bisogna tornare agli anni precedenti.
Nel 2017 Bianchi lasciò l’incarico di priore.

Gli succedette Luciano Manicardi. Ma il passaggio di consegne non fu semplice.
All’interno della comunità emersero tensioni relative al governo, all’esercizio dell’autorità e ai rapporti fraterni.

La situazione divenne progressivamente più difficile.

Il 1° dicembre 2019, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, dispose una visita apostolica alla Comunità di Bose.

La motivazione ufficiale parlava di “serie preoccupazioni” giunte alla Santa Sede e di una situazione definita “tesa e problematica” riguardo all’esercizio dell’autorità, alla gestione del governo e al clima fraterno.

La visita apostolica si svolse dal 6 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020.

I visitatori ascoltarono i membri della comunità e presentarono successivamente la loro relazione alla Santa Sede.

𝗜𝗟 𝗗𝗘𝗖𝗥𝗘𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝟭𝟯 𝗠𝗔𝗚𝗚𝗜𝗢 𝟮𝟬𝟮𝟬
Il momento decisivo arrivò il 13 maggio 2020. 
La Santa Sede dispose, attraverso un decreto firmato dal cardinale Pietro Parolin e approvato in forma specifica da Papa Francesco, l’allontanamento di Enzo Bianchi dalla Comunità di Bose. 
Il provvedimento riguardava anche altri tre membri: Goffredo Boselli, Lino Breda e Antonella Casiraghi. 
La motivazione ufficiale era collegata soprattutto alla situazione interna della comunità, all’esercizio dell’autorità del fondatore, alla gestione del governo e al clima fraterno.

La Santa Sede aveva ritenuto necessario intervenire perché Bose potesse continuare il proprio cammino ecclesiale ed ecumenico superando le tensioni che la stavano attraversando.

È importante sottolineare un punto che spesso viene raccontato male:

Enzo Bianchi non fu scomunicato.

Non fu dichiarato eretico. Non venne espulso dalla Chiesa cattolica. Non si trattò di una condanna dottrinale.

Il provvedimento riguardava la sua permanenza nella Comunità monastica di Bose e il suo ruolo all’interno di essa. 
Il decreto dispose che Bianchi lasciasse la comunità e decadesse dagli incarichi.

𝗨𝗡𝗔 𝗙𝗘𝗥𝗜𝗧𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗙𝗢𝗡𝗗𝗔

Per capire quanto fosse dolorosa quella decisione bisogna ricordare che Bianchi aveva vissuto a Bose per circa cinquantacinque anni.

Non era semplicemente un membro della comunità.

Era l’uomo che l’aveva iniziata. 
Era arrivato in quella frazione abbandonata quando praticamente non esisteva nulla.

Aveva scritto la Regola. Aveva accompagnato la crescita della comunità. 
Aveva vissuto lì per decenni. 
E ora gli veniva chiesto di andarsene.

È probabilmente difficile immaginare una prova più dolorosa per qualcuno che aveva identificato la propria vocazione con una determinata comunità.

𝗜𝗟 𝗣𝗥𝗢𝗕𝗟𝗘𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢𝗕𝗕𝗘𝗗𝗜𝗘𝗡𝗭𝗔

La vicenda non terminò con il decreto del 2020. L’esecuzione del provvedimento incontrò difficoltà.

La Comunità di Bose riferì che alcuni destinatari avevano manifestato il rifiuto dei provvedimenti e che ciò aveva creato ulteriore confusione e disagio.

Nel marzo 2021, dopo nuovi passaggi, Papa Francesco confermò l’operato del Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto del 13 maggio 2020.

Qui si trova uno dei punti più delicati dell’intera vicenda.

Da una parte c’era la Santa Sede, che chiedeva obbedienza a una decisione presa dopo una visita apostolica e un lungo discernimento.

Dall’altra c’era Bianchi, che contestava soprattutto alcune modalità concrete dell’allontanamento e chiedeva che venissero rispettate la propria dignità e le proprie ragioni.

È necessario raccontare entrambe le posizioni senza trasformare il testo in un processo. 
Perché la storia di Bose non è una favola nella quale esiste necessariamente un “buono” e un “cattivo”.

È una storia ecclesiale dolorosa.  E nelle vicende ecclesiali dolorose spesso le persone coinvolte portano ferite, convinzioni e responsabilità differenti.

𝗟𝗘𝗦𝗜𝗟𝗜𝗢

Nel giugno del 2021, Enzo Bianchi lasciò definitivamente Bose. Per un uomo di quasi ottant’anni significava ricominciare praticamente da capo.

Aveva perso la comunità alla quale aveva dedicato la maggior parte della propria vita.

Negli anni successivi parlò della propria condizione anche come di un “esilio”. 
Ma non smise di considerarsi monaco.

Ed è forse qui che la sua storia assume una dimensione spirituale particolarmente interessante.

Perché avrebbe potuto ritirarsi. Avrebbe potuto smettere di scrivere.

Avrebbe potuto vivere semplicemente gli ultimi anni della propria vita nella solitudine.

Invece scelse di ricominciare.

𝗔 𝗢𝗧𝗧𝗔𝗡𝗧𝗔𝗡𝗡𝗜, 𝗨𝗡 𝗡𝗨𝗢𝗩𝗢 𝗜𝗡𝗜𝗭𝗜𝗢: 𝗟𝗔 𝗖𝗔𝗦𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗗𝗜𝗔

Nacque così la Casa della Madia, ad Albiano d’Ivrea.  Non voleva essere una nuova Bose. Lo disse lo stesso Bianchi.

Il progetto non nasceva dalla volontà di “rifare” ciò che era stato perduto, ma dal desiderio di continuare la propria vocazione monastica.

In una delle presentazioni della nuova fraternità Bianchi spiegò di non voler fondare una nuova comunità religiosa canonicamente riconosciuta, ma di voler continuare a vivere “da monaco cenobita e non eremita”.

Voleva continuare a vivere insieme ad altri, nella semplicità, nella preghiera, nel lavoro e nell’accoglienza.

Il nome stesso è bellissimo: Casa della Madia. La madia è il luogo nel quale, tradizionalmente, si impasta e si prepara il pane.

Una casa dove si prepara il pane. Una tavola. Una fraternità.Una nuova possibilità di ricominciare.

𝗟𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗧𝗘𝗥𝗡𝗜𝗧𝗔̀

Se dovessimo scegliere una parola per riassumere gli ultimi anni della sua vita, probabilmente sarebbe: 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀. Non una fraternità teorica; Non una parola da usare nei convegni.

Ma una fraternità concreta, fatta di persone differenti, di caratteri differenti, di ferite, di incomprensioni, di perdono e di ricominciamenti.

La Casa della Madia ha continuato a vivere proprio su questa idea.
I membri stessi della fraternità hanno spiegato di voler rimanere fedeli alla propria vocazione monastica e alla Regola di Bose scritta nel 1972 da Bianchi, continuando 
una vita di preghiera, lavoro e fraternità.

E nel 2025 è nata anche la Comunione della Madia, un’esperienza pensata per coinvolgere più stabilmente amici, laici e persone legate spiritualmente alla fraternità, senza creare un gruppo chiuso o esclusivo.


𝗨𝗡𝗔 𝗦𝗣𝗜𝗥𝗜𝗧𝗨𝗔𝗟𝗜𝗧𝗔̀ 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗙𝗘𝗥𝗠𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗢𝗟𝗔

Bianchi è stato un grande divulgatore della Bibbia. Ma la sua spiritualità non può essere ridotta alla lectio divina o ai suoi libri.

La sua idea di vita cristiana 𝗹𝗮 𝗣𝗮𝗿𝗼𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼, 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗴𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮, 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼, 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼, 𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲, 𝗹𝗼𝘀𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀, comprendeva: 𝗹𝗲𝗰𝘂𝗺𝗲𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼, 𝗹𝗮 𝗳𝗿𝗮𝘁𝗲𝗿𝗻𝗶𝘁𝗮̀, 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝘁𝗮̀ 𝗲 𝗹𝗮𝘁𝘁𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗶.

 È una spiritualità profondamente incarnata. Il Vangelo non deve rimanere sulle pagine.
Deve diventare pane. Deve diventare ospitalità.  Deve diventare ascolto.
Deve diventare fraternità. Deve diventare servizio.


𝗜𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗦𝗔𝗡 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢

Ed è interessante anche il rapporto con san Francesco d’Assisi. Bianchi non apparteneva alla famiglia francescana. Non era un frate francescano. Era un monaco laico e il suo cammino nasceva da una tradizione monastica diversa.
Eppure Francesco d’Assisi fu una figura da lui profondamente considerata.
In particolare, Bianchi guardava alla radicalità evangelica francescana, alla fraternità, alla povertà, al rapporto con la creazione e alla capacità di Francesco di fare del Vangelo una forma concreta di vita. Non è difficile trovare un punto di contatto tra questa sensibilità e la sua stessa esperienza. Anche Bianchi partì da qualcosa di estremamente semplice: una persona, un luogo abbandonato, la preghiera, il lavoro, la Parola, e il desiderio di vivere il Vangelo.

 𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗔𝗧𝗧𝗥𝗔𝗩𝗘𝗥𝗦𝗔𝗧𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗔𝗗𝗗𝗜𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘

Ed è proprio qui che la storia di Enzo Bianchi diventa particolarmente umana. Perché colui che aveva dedicato la propria vita alla fraternità visse anche una drammatica frattura con i propri fratelli.

Colui che aveva parlato tanto di ascolto dovette affrontare una situazione nella quale le diverse parti non riuscirono più ad ascoltarsi fino in fondo. Colui che aveva costruito una comunità si ritrovò fuori dalla propria comunità. Colui che aveva parlato di obbedienza e discernimento si trovò personalmente davanti alla difficile questione dell’obbedienza ecclesiale. Questa contraddizione non va nascosta. Ma non deve neppure cancellare tutto ciò che è venuto prima.

𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗦𝗔𝗡𝗧𝗢, 𝗡𝗢𝗡 𝗨𝗡 𝗘𝗥𝗘𝗧𝗜𝗖𝗢: 𝗨𝗡 𝗨𝗢𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗛𝗜𝗘𝗦𝗔 𝗗𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗦𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗣𝗟𝗘𝗦𝗦𝗔
È importante anche essere molto chiari. Enzo Bianchi non è stato proclamato santo, né esiste una causa di canonizzazione che lo presenti come modello ufficiale di santità della Chiesa. Non è nemmeno corretto definirlo un eretico o un uomo “fuori dalla Chiesa” a causa della vicenda di Bose.

Il provvedimento del 2020 riguardò la sua permanenza e il suo ruolo nella Comunità di Bose. La sua storia ecclesiale fu invece segnata da una grande influenza spirituale e culturale, ma anche da una vicenda disciplinare molto seria e dolorosa.
Per questo, raccontarlo in maniera equilibrata significa non nascondere nulla. Né le sue grandi intuizioni. Né le sue difficoltà. Né il riconoscimento ricevuto. Né la sofferenza degli ultimi anni.


𝗜𝗟 𝗣𝗔𝗥𝗔𝗗𝗢𝗦𝗦𝗢 𝗗𝗘𝗟 𝗥𝗔𝗣𝗣𝗢𝗥𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗣𝗔𝗣𝗔 𝗙𝗥𝗔𝗡𝗖𝗘𝗦𝗖𝗢

Forse uno dei punti più sorprendenti della sua vicenda rimane proprio il rapporto con Papa Francesco. Nel 2018, Francesco scriveva a Bianchi per il cinquantesimo anniversario di Bose, definendo quella comunità una presenza feconda nella Chiesa e nella società e lodandone il servizio all’unità dei cristiani, il dialogo e l’ospitalità.
Nel 2020, lo stesso pontificato approvò in forma specifica il decreto che disponeva il suo allontanamento da Bose. Nel 2021, Francesco confermò l’operato del Delegato pontificio e ribadì la necessità dell’esecuzione del decreto. Questi fatti non possono essere cancellati né l’uno né l’altro. Ed è proprio questo che rende la vicenda così complessa.

Non si può dire semplicemente: “Papa Francesco era vicino a Bianchi” come se la vicenda successiva non fosse mai avvenuta.

Ma non si può nemmeno dire: “Papa Francesco era contro Bianchi”
come se prima non ci fosse stato quel riconoscimento pubblico e significativo.
Le due cose sono vere e appartengono alla stessa storia.


𝗟𝗔 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗩𝗔 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗜 𝗔𝗡𝗡𝗜


Forse, alla fine, la parte più difficile da comprendere non è la nascita di Bose. È ciò che avvenne dopo. Perché fondare una comunità è certamente difficile.
Ma forse è ancora più difficile perderla. Bianchi aveva quasi ottant’anni quando si trovò a ricominciare. Eppure non smise. Non rinunciò alla sua vocazione monastica.
Non scelse semplicemente una vita privata. Ricominciò con una casa, alcuni fratelli e sorelle, la preghiera, il lavoro della terra, l’ospitalità. La Casa della Madia nacque proprio come un nuovo inizio.

 𝗘 𝗢𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗘𝗡𝗭𝗢 𝗕𝗜𝗔𝗡𝗖𝗛𝗜 𝗘̀ 𝗠𝗢𝗥𝗧𝗢

Oggi, davanti alla sua morte, sarebbe facile scegliere una sola immagine. Quella del fondatore di Bose. Oppure quella dell’uomo allontanato da Bose. Oppure quella del grande scrittore spirituale. Oppure quella del monaco della Casa della Madia. Ma nessuna di queste immagini, da sola, basta. Enzo Bianchi è stato tutte queste cose.
È stato il giovane che nel 1965 arrivò in un luogo abbandonato della Serra di Ivrea.
È stato l’uomo che trasformò quella solitudine in una comunità. È stato il monaco che mise la Scrittura al centro della propria vita. È stato lo scrittore che portò la spiritualità biblica nelle case di moltissime persone. È stato il promotore dell’ecumenismo e del dialogo.
È stato l’uomo al quale Papa Francesco, nel 2018, riconosceva pubblicamente il valore dell’esperienza di Bose. È stato anche l’uomo che, pochi anni dopo, dovette lasciare quella comunità per decisione della Santa Sede. È stato l’uomo che visse quella separazione come una ferita profonda. Ed è stato, infine, l’uomo che a ottant’anni decise di ricominciare.


𝗥𝗜𝗖𝗢𝗠𝗜𝗡𝗖𝗜𝗔𝗥𝗘
Forse questa è la parola con cui possiamo consegnare Enzo Bianchi alla memoria. Non perché la sua vita sia stata perfetta. Non perché tutte le sue scelte debbano essere condivise. Non perché la vicenda di Bose abbia avuto una sola interpretazione possibile. Ma perché, dopo una perdita enorme, egli scelse di non considerare conclusa la propria vocazione. Casa della Madia è nata da questa convinzione.
Una casa. Una tavola. Il pane. La terra. La preghiera. La Parola.
L’ospitalità. La fraternità. Sono gli elementi semplici con i quali Bianchi aveva iniziato molti decenni prima. E con questi stessi elementi, ormai anziano, ha cercato di ripartire.

𝗨𝗡𝗔 𝗩𝗜𝗧𝗔 𝗗𝗔 𝗔𝗙𝗙𝗜𝗗𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗟 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗢𝗥𝗘

Ora che la sua vita terrena è terminata, il giudizio ultimo non spetta a noi. Spetta a Dio.  noi rimane la possibilità di ricordare, con onestà, ciò che è stato. Un uomo con una vocazione forte. Un uomo che ha avuto intuizioni importanti.
Un uomo capace di parlare a moltissime persone della Parola di Dio.
Un uomo che ha costruito. Un uomo che ha anche attraversato una grande frattura.
 
Un uomo che ha conosciuto la solitudine. Un uomo che ha ricominciato.
E soprattutto un uomo che ha cercato Dio. Per questo, davanti alla sua morte, più che pronunciare giudizi definitivi, forse possiamo fare ciò che egli stesso ha insegnato tante volte: tornare alla Parola. E pregare.  Per lui. Per la Comunità di Bose. Per la Casa della Madia. Per tutti coloro che gli hanno voluto bene. E anche per le ferite che questa lunga storia ha lasciato. Perché alla fine, oltre le nostre letture, oltre le controversie, oltre le nostre ragioni e le nostre interpretazioni, rimane una sola cosa:
𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝘂𝗼𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗶𝘀𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗗𝗶𝗼.

Riposa in pace, Enzo. E il Signore, che hai cercato per tutta la vita nella sua Parola, nella preghiera e nella fraternità, ti accolga nella sua misericordia.

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