Visualizzazione post con etichetta timore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta timore. Mostra tutti i post

sabato 28 febbraio 2026

PRESI DA TIMORE

 


Nel cammino quaresimale

 sperimentare

 la presenza del Signore


-di Massimo Naro 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Quaresima (anno A)

Gen 12,1-4a; Sal 32/33; 2Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9

La pagina evangelica, che rievoca la trasfigurazione di Gesù sul Tabor, ha una densità tematica e un vigore espressivo tali da esigere tutta la nostra attenzione, inducendoci a concentrare la nostra meditazione su di essa. È un racconto che si sviluppa tra vertiginosi alti e bassi emotivi, facendoci avvertire – assieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, se davvero ci immedesimiamo spiritualmente con loro – l’impressione di stare sulle montagne russe.

Dapprima irrompe l’entusiasmo di chi si ritrova coinvolto in un evento straordinario, perciò meraviglioso: «È bello per noi essere qui! Farò qui tre tende…», o tre «capanne», come la nuova versione liturgica italiana preferisce tradurre il termine greco skēnás, facendogli però perdere così alcune importanti sfumature semantiche. Difatti tutte le parole sinora citate – «essere qui», «tende» – descrivono l’esperienza che quei tre fanno della Presenza divina, dell’Esserci di Dio, impersonato da Gesù che dialoga con Mosè ed Elia, specchiandosi per ciò stesso nella Torah e nei Profeti, ossia nel dirsi e nel darsi salvifico di Yhwh Adonai, del Signore Dio, di Chi si chiama – giustappunto – «Io sono chi c’è e ci sarà». La metafora della tenda – shekhinàh in ebraico – annuncia un movimento già implicitamente trinitario: essa significa che Dio si separa da sé e va esule oltre di sé (fu l’intuizione teologica – argomentata in un libro del 1922: La stella della redenzione – di Franz Rosenzweig, pensatore tedesco di origini ebraiche incline al dialogo con la fede cristiana), rivelandosi ulteriore rispetto a sé stesso proprio quando decide di diminuire, di svuotarsi in una certa “misura” di sé, di cedersi al di là di sé.

Subito dopo insorge il timore di chi è preso dalla paura (ephobḗthēsan), rimanendone atterrito e atterrato («caddero con la faccia a terra»). È l’effetto che la Presenza divina produce negli esseri umani, se essi la incontrano con lo spirito di Adamo ed Eva ormai fuoriusciti dal rapporto obbedienziale/filiale nei confronti del Signore. O col timore di chi non è consapevole d’essere amato dal Signore, come gli sgherri che – nell’orto degli ulivi – stramazzano al suolo allorché Gesù pronuncia il Tetragramma: «Sono Io». Un effetto che sortisce dall’ossimoro della ri-velazione, cioè dalla sproporzione che resta tra il Dio che viene e l’essere umano che si ritrae da lui, fra la tenda (skēnḗ) che il Signore pianta in mezzo agli uomini e l’ombra (skiá) che essa proietta su di loro.

Infine riaffiora la serenità di chi si sente incoraggiato dal Signore stesso: egérthēte (la medesima voce verbale con cui nello stesso brano matteano è preannunciata la risurrezione di Gesù) kaì mḕ phobeîsthe, «alzatevi e non temete». L’impronunciabile e terrifico «Io Sono» (Yhwh), per non essere frainteso come tale, dev’essere udito nel tono con cui Gesù lo pronuncia rivolgendosi ai suoi amici, svelando il senso più pieno – amichevole e familiare – del dirsi divino: «Ci Sono Io, qui, con voi, per voi». Quindi, nessuna paura!

La trasfigurazione è una teofania, una manifestazione di Dio. Il quale si (ri)presenta, come già presso il roveto ardente e in mille altri momenti della storia della salvezza. Stavolta, definitivamente, in Gesù: ora è lui la tenda della santa Presenza, l’Esserci di Dio dentro la storia, nelle vicende degli uomini e delle donne di questo mondo.

Ma nella trasfigurazione, inoltre, veniamo a sapere chi siamo, quando facciamo la medesima esperienza dei discepoli sul Tabor: anche noi, come loro, chiamati a vedere e ad ascoltare. I tre discepoli del Tabor vedono o, più esattamente, contemplano: cioè scorgono l’invisibile sotto il velo dell’umanità che Gesù condivide con noi, ravvisando in quel suo essere «solo» e semplicemente Gesù la visita di Dio, il culmine e il senso dell’intera storia della salvezza (rappresentata da Mosè e da Elia, annunciata nella Torah/Legge e nei Profeti). Ed essi, pure, ascoltano: accettano l’invito a obbedire al loro Maestro, cioè a partecipare con lui e come lui alla sua stessa relazione filiale col Padre, lasciandosi ospitare nell’Esserci divino, che in Gesù si mostra – precisamente come noi tutti – impastato di storia, di carne, di sudore, di lacrime, di sangue.

Lungo il nostro cammino quaresimale siamo chiamati a sentire intimamente questa Presenza del Signore, che condivide la nostra umanità, le nostre paure più oscure e le nostre più faticose preoccupazioni non meno delle nostre migliori speranze e del nostro entusiasmo più sincero.

www.tuttavia.eu

Immagine



 

venerdì 24 dicembre 2021

E' NATALE! NON TEMETE !


 -         Giuseppe Savagnone *

-          Nel cuore della festosa liturgia natalizia, precisamente nel vangelo della messa della notte, leggiamo che le prime parole dell’angelo, quando appare ai pastori per annunciare la nascita di Gesù, sono: «Non temete» (Lc 2,10). È un invito che di solito non viene molto sottolineato, collegandolo subito al consolante messaggio successivo.

Eppure mai come in questo Natale esso appare attuale. Perché i motivi di temere ci sono, eccome! Primo fra tutti, il dilagare di contagi della pandemia. Sembrava di averla messo a freno con i vaccini, ma il successo di questa strategia si è rivelato parziale (non nullo, come continuano a strepitare i novax!) e i contagi, per quanto meno drammatici negli effetti, rispetto alla fase precedente, sono in continua crescita, sia in Italia che nel resto del mondo occidentale.

A esserne minacciata è l’economia, con l’ondata di disdette di viaggi e le sue conseguenze disastrose sul settore del turismo. Ma soprattutto ad essere seriamente compromessa è la nostra personale serenità. Le malattie ci sono sempre state, ma quella che viviamo è una permanente emergenza, che ci tiene in allarme. Ormai basta qualche linea di febbre, magari legata a un semplice raffreddore o alla normale influenza stagionale, per generare inquietudine e giustificare il ricorso alla verifica del tampone.

Si capisce la frenesia con cui si cerca, in questo Natale più che negli altri, di sfuggire alla presa del timore moltiplicando, per quanto possibile, i segni della festa: le strade principali riccamente addobbate e illuminate, le vetrine traboccanti di potenziali regali, i grandi alberi di Natale eretti nelle piazze. E ovunque una folla di persone che invadono i marciapiedi, ansiose di captare e di vivere per quanto loro possibile questo clima gioioso.

Ma forse proprio quest’ansia rivela la fragilità degli antidoti che sono in nostro potere. Nessuna “festa dell’inverno” (è la nuova denominazione che in alcuni Paesi ormai è stata sostituita a quella tradizionale), nessun rito di massa – ma neppure l’ormai abituale interpretazione del Natale, che fa prevalere gli acquisti e i cenoni sul significato religioso originario, facendone «una festa senza il festeggiato» – , può esorcizzare la paura della malattia, della morte, o almeno della rovina economica.

Un annuncio di salvezza che non viene dalla scienza

E in effetti quando l’angelo chiede ai pastori – e chiede anche noi – di non temere, non giustifica il suo invito con motivazioni di ordine puramente materiale. «Vi annuncio» – egli dice ai pastori – «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

Avevamo bisogno di salvezza? Forse non ce ne eravamo mai accorti. Le paure ci sono sempre state, ma era possibile metterle tra parentesi in un periodo di festa come quello natalizio. Per questo così a lungo, negli ultimi anni, abbiamo potuto senza problemi eliminare il presepe, con il riferimento a un Salvatore adagiato in una mangiatoia, e sostituirlo con l’albero carico di doni portati da Babbo Natale. Ora la pandemia ci insegue anche dentro questo recinto un tempo sicuro e ci mette davanti alla nostra fragilità.

«Non temete», dice l’angelo. Ma in nome di che cosa dovremmo sentirci rassicurati? In nome della scienza? Mai come in questo periodo abbiamo toccato con mano la sua umana incapacità di “salvare” in modo pieno e sicuro. Questo non significa certo, come pretendono i suoi odierni contestatori, che essa non serva a nulla.

Non è vero che gli scienziati sono in totale disaccordo tra di loro e cercano soprattutto la visibilità mediatica. Al contrario, è facile constatare come, nelle varie fasi di questa vicenda, al di là di divergenze secondarie, vi sia stata una sostanziale convergenza della stragrande maggioranza della comunità scientifica su alcune conclusioni provvisorie, le uniche possibili di fronte a un fenomeno nuovo e sconosciuto.

È questo il punto: la scienza medica è un sapere umano, soggetto dunque a un continuo, fisiologico progresso, e a tutte le conseguenti incertezze, nell’individuare le cause dei problemi e i rimedi ad essi. Propriamente parlando, anzi, a proposito della medicina, sarebbe più appropriato parlare di un’arte, nel senso antico per cui questo termine designava le tecniche. Accusarla di non essere una conoscenza perfetta, esente dai rischi e dalle revisioni che caratterizzano ogni umana ricerca, significa non capire che proprio attraverso questo percorso accidentato si possono ottenere grandi risultati, come sempre è avvenuto nel campo della medicina (si pensi ai vaccini contro il vaiolo, la poliomielite, etc.).

Dobbiamo essere grati alla scienza di avere approntato in tempi così brevi dei rimedi – finora i vaccini, ma ora sembra anche un farmaco curativo – in grado di allentare, se non la rapidità dei contagi, almeno la mortalità della pandemia. Ma non è sufficiente a “salvarci” dalla paura.

Qualcosa più terribile della pandemia

Resta attuale, più che mai, allora, ma al tempo stesso incomprensibile, l’invito dell’angelo in questo Natale: «Non temete». Come facciamo a non temere? Anche al tempo della nascita di Gesù c’erano molti motivi per cui gli esseri umani avevano ragione di aver paura. Proprio nel contesto natalizio il vangelo ci racconta di un episodio spaventoso, la strage degli innocenti, determinato dall’arbitrio di un piccolo tiranno locale geloso del suo potere.

Ma l’invito dell’angelo non è una polizza di assicurazione contro le disgrazie. Da questo punto di vista si potrebbe obiettare che non ci aiuta affatto di fronte ai pericoli concreti, di ordine sanitario e economico, insiti nella situazione che stiamo vivendo. Perché non è da questi che Gesù, secondo i vangeli, è venuto a salvarci.

Il fatto è che vi è qualcosa di più terribile della malattia e del disastro economico, che minaccia le nostre vite, qualcosa che in questi giorni si manifesta con maggiore evidenza e drammaticità, ed è la chiusura che ci impedisce di vedere, al di là della nostra fragilità, il senso dei nostri rapporti umani, delle stesse difficoltà, della nostra esistenza. La paura da cui l’angelo ci invita a liberarci non è quella, umanissima e fisiologica, di fronte alla sofferenza e alla morte, ma la cecità che ci rende incapaci di situarle nella nostra storia, dando loro un significato.

Secondo il vangelo Gesù è venuto a salvarci da questa fuga da noi stessi e da questa solitudine, aprendoci alla prospettiva di una vita diversa, più pienamente umana. Si può credere o no a un simile, inaudito messaggio, ma è questo che significa il Natale. In una società post-cristiana è facile ignorare tutto ciò, o relegarlo nel regno delle fate. Ma questo rifiuto della possibile soluzione non elimina il bisogno di salvezza da cui essa è scaturita. E il virus è qui a ricordarcelo.

Possiamo sfuggire a questa consapevolezza stordendoci con una frenetica allegria, che però non riuscirà ad eliminare un segreto risvolto di tristezza. Ben altra cosa – perché più silenziosa, ma anche più fondata – è la «gioia» di cui parla il messaggero celeste.

Possiamo ancora credere che, in mezzo alle traversie di questo momento, una simile gioia possa essere la nostra? Che duemila anni fa sia nato tra noi un Salvatore a cui ancora oggi guardare, per dare un senso perfino ai nostri problemi legati alla pandemia? La sfida del Natale è tutta qui. Riguarda la fede. Forse è per questo che è nel pieno di una notte silenziosa che Gesù nasce e che l’angelo si presenta ai pastori.

Niente luminarie, niente rumorose “certezze”. Per giungere alla stalla di Bethlem si deve seguire, come hanno fatto i magi, la debole luce di una stella sperduta nel cielo notturno. Ma se qualcuno ci riesce, può darsi che il suo cuore si senta finalmente libero dalla paura.

 ·        Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu