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domenica 13 novembre 2022

EDUCARE ALLA REALTA'

EDUCARE ALLA REALTA’ 

PER VIVERE 

LA FRATERNITA’ UNIVERSALE

Intervento di Mons. Pagazzi all'Assemblea Generale dell'Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici

- Mons. Giovanni Cesare Pagazzi *

A nome del Cardinale Prefetto José Tolentino de Mendonça e mio personale rivolgo un caloroso saluto ai presenti e all’intera Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici. La nuova identità del Dicastero, che ora assomma la precedente Congregazione dell’Educazione Cattolica e il Pontificio Consiglio per la Cultura, rende ancora più significativo e urgente il vostro contributo, e più sentita la nostra gratitudine. Infatti, la vostra presenza nelle scuole e università è quella del lievito evangelico che fermenta l’intera pasta sociale, cucinando “il pane del senso” che ogni uomo e donna deve gustare per vivere. La cultura è il pane quotidiano del senso; scuola e università ne sono la farina. Certo, non l’unico ingrediente, ma necessario.

Il Dicastero esprime la propria gratitudine soprattutto ai membri del Comitato Esecutivo dell’UMEC, che ora terminano il loro mandato: il professor Guy Bourdeaud’hui, il professor John Lydon, il professor Giovanni Perrone. Un cordiale saluto e ringraziamento anche all’assistente ecclesiastico Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Vincent Dollman. Al contempo, il Dicastero incoraggia coloro che nei prossimi giorni saranno eletti membri del Comitato Esecutivo e riceveranno dai loro predecessori un’eredità generosa. La vostra missione è di accompagnare docenti e dirigenti scolastici e universitari del mondo intero, affinché, ispirati dal Vangelo, promuovano lo sviluppo integrale della persona umana. Il Dicastero è pronto a sostenervi, così come è ben lieto di imparare dalla vostra associazione che vanta ormai più di settant’anni di vita.

Proprio a motivo del vostro impegno a favore dello sviluppo integrale della persona, vorrei proporre uno spunto, scorgendo la portata educativa di uno dei quattro principi, indicati da Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Si tratta del terzo principio: «la realtà è più importante dell’idea» (EG 231-233). Nel documento pontificio, i quattro principi sono una specie di costellazione che dovrebbe orientare lo stile del cristiano, del pastore e la loro indole fondamentalmente missionaria. Ritengo che tali principi contribuiscano a formare una mens giusta, un portamento e un comportamento desiderosi di giustizia, unico terreno dove germina la pace, nel mondo e tra le misteriose dimensioni dell’intera singola persona. Considero tali criteri decisivi dal punto di vista educativo, sia dal versante contenutistico sia da quello strategico.

«La realtà è più importante dell’idea». Il termine “realtà” deriva dal latino res, cioè “cosa”, a sua volta proveniente da una radice indoeuropea che significa “bene”. È interessante notare che il primo modo di nominare le cose le riconosce come buone. Successivamente, il latino ha preferito la parola “causa”, da cui deriva, appunto, l’italiano “cosa”, il francese “chose”, lo spagnolo “cosa”. Il termine “causa” indica la causa giudiziaria, cioè il processo che si conclude con un giudizio, riconoscendo le ragioni delle parti in causa. Chiamare gli oggetti “causa”, significa ammettere che ogni cosa ci chiama come testimoni, affinché, appunto, testimoniamo la bontà delle cose. Qual è il loro bene che domanda di essere testimoniato? Innanzitutto, esse si presentano “alla mano”, disponibili, utili, fedeli; tant’è che ci stupiamo quando una cosa non funziona, poiché normalmente funziona. Il senso della fedeltà è sorto in noi grazie alla fedeltà delle cose. Le cose incoraggiano l’azione, sollecitano l’iniziativa, l’operosità della decisione: una penna e un foglio invitano a scrivere; una sedia a sedersi; una montagna ad ammirarla o salirla. Le cose contrastano la forza di gravità depressiva e scoraggiante del non senso che depotenzia l’iniziativa della libertà, impedendole di prendere posizione nel mondo. Grazie alla loro disponibilità servizievole, le cose alimentano la speranza, senza la quale si resta demotivati, cioè senza motivazione, incapaci di muoversi. Le cose sono un grande “Sì!” che accende l’anima e il corpo, invertendo l’inerzia del nichilismo del pensiero e dell’azione. Ma nello stesso istante in cui le cose pronunciano il loro fiat a favore dell’uomo e della donna, esse emettono anche un “No!” severo. Certo, le cose sono alla mano, ma sono anche urtanti, spigolose, troppo pesanti, o troppo leggere, troppo piccole o troppo grandi, troppo dure, o troppo fragili, sfuggenti, pericolose. Sono serve obbedienti delle mani, ma – a loro volta – esigono obbedienza dalle mani. Il marmo obbediva alle mani di Michelangelo, ma le mani dell’artista dovevano obbedire alla pietra, altrimenti questa si sarebbe rotta sotto lo scalpello, divenendo inutilizzabile. Se applico alla penna la forza che imprimerei per spostare un mobile, rompo la penna; se applico al tavolo la forza utilizzata per scrivere, non lo sposterei di un millimetro. Le cose sono resistenti e si oppongono alle pretese delle mani, esigendo di essere “maneggiate con cura”. Insomma, le cose si manifestano, nello stesso istante, disponibilità e indisponibilità. Non sono a disposizione come le mani pretenderebbero. Ciò causa un senso di distanziamento, di mancanza, di lutto. Il lutto è il sentimento causato dall’indisponibilità di quanto riteniamo vitale per noi; è la disintegrazione dell’illusione (ecco l’idea che è inferiore alla realtà!) di completezza narcisistica che, in un modo o in un altro, freme in ciascuno. A motivo di questa dolorosa opera di smantellamento dell’illusione, il lutto è spesso considerato come una situazione patologica da superare al più presto. Due sono le strategie a cui generalmente si ricorre: riempire immediatamente, con altre cose, il vuoto provocato dall’indisponibilità; oppure – al contrario – delusi dalla mancata disponibilità delle cose, rifugiarsi nel disgusto verso tutto e tutti, evitare qualsiasi altro contatto, per proteggersi da un ulteriore fallimento. Ecco, la semplice, feriale esperienza con le cose, espressione quotidiana della nostra relazione con la realtà, ci insegna (esiste un originario magistero delle cose!) la grammatica elementare e il vocabolario originale di ogni relazione umana. Le cose contengono una densità umana grandiosa e contribuiscono all’umanità dell’uomo. Non per nulla nelle lingue sassoni s’instaura l’interessante parentela lessicale tra “cosa”, “pensare” e “ringraziare”. Per esempio, in tedesco: “Ding”, “Denken”, “Danken” e nell’inglese “Thing”, “to think”, “to thank”. Nulla più del legame tra persone promuove, dona speranza, invita alla decisione. Non esiste “Sì!” più incoraggiante. Ed è il medesimo legame interpersonale a imporre il “No!” più severo e l’esperienza più dolorosa del lutto. Eppure, è proprio il primigenio contatto con le cose, avuto fin dai primi mesi di vita, ad accendere in noi il senso del “Sì!” e il senso del “No!”, necessari per vivere i legami umani. Senza la discreta compagnia delle cose, delle res, della realtà, noi non saremmo chi siamo e non ci troveremmo legati a nessuno. Dimmi come tratti le cose e ti dico la qualità dei tuoi legami con le persone.

Creandoci, Dio ci ha immaginato e voluto sempre in contatto con le cose. È impossibile che questo dato sia insignificante. Conosceremmo davvero l’uomo e la donna a prescindere dal loro indissolubile rapporto con le cose? Educheremmo davvero senza considerare il magistero delle cose? Non per nulla nel “Credo” - rifacendoci al Vangelo di Giovanni, ad alcune Lettere di san Paolo, alla Lettera agli Ebrei e all’Apocalisse – noi professiamo riguardo al Padre che egli ha creato le “cose visibili e invisibili”; e riguardo al Figlio confessiamo: “per mezzo di lui tutte le cose sono state create”. Riconosceremmo davvero il Dio cristiano a prescindere dalla sua relazione con le cose?

Le parti del corpo umano effettivamente e simbolicamente più vicine alle cose sono le mani. Le mani sono le parenti più strette delle cose e delle azioni che compiamo attraverso di esse. In tedesco, “azione” è “Handlung”, “maneggiare”; in inglese, uno dei modi per dire “dare”, “porgere” (una cosa) è “to hand”. Grazie al loro contatto con le cose, le mani imparano i “Sì!” e i “No!” della realtà. Sulla scia di Aristotele, San Tommaso d’Aquino afferma che «l’anima è come la mano», quasi che le mani stesse – grazie al contatto con le cose – favoriscano l’accensione e le attività dell’anima. Kant, addirittura, definisce le mani come «il cervello esterno dell’uomo». Queste affermazioni lasciano intendere che la qualità del rapporto tra mani e cose tocca l’intimità spirituale dell’uomo. Il fatto è custodito dalle lingue neolatine. Per esempio, in italiano il verbo tipico delle mani, “prendere”, è alla base delle azioni più spirituali come “ap-prendere”, “com-prendere”, “intra-prendere”, lasciarsi “sor-prendere”. Sicché a seconda di come si “prende”, si “apprende”, “comprende”, “intraprende”. È significativo che i Vangeli, per rivelare il mistero di Cristo, ricorrano spesso alla sua gestualità manuale e al modo con cui egli ha preso le cose. Faccio riferimento solo a due episodi della vita del Signore: la moltiplicazione dei pani (Mc 6.34-44) e l’istituzione dell’Eucaristia durante l’Ultima Cena (Mc 14,22-25). In entrambi i testi ricorre la stessa sequenza gestuale: Gesù «prese» il pane, «rese grazie», «lo spezzò», e lo «diede». È facile essere attratti dalla drammaticità del terzo gesto - «spezzare» - e dalla generosità del quarto - «dare» -, dimenticando che poggiano sul primo: «prendere». Tutto comincia con il contatto delle mani di Gesù col pane che diverrà il suo Corpo. Ebbene, il verbo greco indicato per dire «prendere» è lambanō che significa sia “prendere” sia “ricevere”, come il “to get” inglese. Insomma, utilizzare quel verbo per esprimere il gesto delle mani di Gesù verso quella cosa che è il pane (gesto di fatto sintetico di tutto il suo stile e la sua identità) significa affermare che Gesù “prende” come se “ricevesse”. Le sue mani sono tanto attive nella presa quanto passive nella ricezione di un regalo. Ecco perché il secondo verbo della lista eucaristica è «rese grazie», poiché considerava un dono quanto aveva preso il pane, il suo corpo, la sua stessa vita di Figlio, poiché “figlio” è colui che, innanzitutto, riceve, e non esisterebbe se non avesse ricevuto. Guardate dove siamo arrivati, partendo dal gesto feriale e comune che lega le mani alle cose, l’uomo alla realtà. Dalle cose si può arrivare al portamento e comportamento umano e intuire qualcosa del mistero di Cristo, fino all’Eucaristia.

Riprendiamo il principio di Evangelii Gaudium: «La realtà è più importante dell’idea». Dicevo che ha una grande portata educativa sia dal punto di vista contenutistico sia da quello strategico. Quello contenutistico l’abbiamo appena indicato: perfino l’espressione apparentemente più banale dell’attenzione alla realtà – come il rapporto mani e cose – contribuisce all’umanità dell’uomo, decostruendo ogni idea irreale di sé, sia essa depressiva o euforica. Forse sarebbe importante cogliere nell’educazione anche il luogo e il tempo della riabilitazione (una specie di fisioterapia) al contatto con le cose, al loro severo magistero che accende l’anima. Così facendo, si favorirebbe una cultura della riparazione delle cose e non della loro immediata sostituzione. Ciò potrebbe renderci più disponibili anche a riparare le relazioni e non a sostituirle subito, quando non funzionano.

Ma il principio di Evangelii Gaudium è importante anche strategicamente, poiché parte da un’esperienza comune. Ritengo che l’attenzione al comune - a quanto accomuna ogni essere umano, cristiano e non, credente e non, di ogni cultura ed età, di ogni status – sia uno dei semi più promettenti del magistero di Papa Francesco. Lo si è visto esplicitato soprattutto nelle encicliche Laudato si’, riferita appunto alla casa comune, e Fratelli tutti, un formidabile richiamo alla comune origine che affratella tutta l’umanità. Il contatto con le cose accomuna tutti. Ciò significa che tutti hanno a disposizione il loro magistero, i loro “Sì!” e i loro “No!”. Tutti hanno la possibilità di accedere alla loro grammatica elementare e al loro vocabolario essenziale. Partire dalle esperienze comuni è una straordinaria strategia educativa e un’altissima forma di testimonianza cristiana. Tale modo di procedere non comporta una diluizione del cristianesimo, un accomodamento del Vangelo, ma l’esatto contrario. Infatti, tale atteggiamento nasce dalla fede nella effettiva dimensione rivelativa della Creazione in Cristo: se Dio, in Cristo, creando l’uomo e la donna, li ha immaginati capaci di muoversi, affamati e assetati, sessuati, generativi, desideranti, sensibili, affettuosi, contrassegnati anche dal sonno e dal risveglio, liberi, intelligenti, segnati dalla nascita, crescita, dal lavoro, dalla morte, avrà pur voluto comunicarci qualcosa di lui! Esattamente come un’opera d’arte parla dell’artista che l’ha immaginata e realizzata. Non per nulla, Cristo, rivelando il mistero del Padre ha parlato di realtà comuni a tutti: il sole, la pioggia, il lavoro, la casa, la fame, la sete, la malattia, il sonno, le cose, le mani, il rapporto uomo tra uomo e donna e tra genitori e figli…

Un’ultima cosa, a proposito delle cose: ogni cosa è come la testimone di una comunità di uomini e donne che hanno lavorato a nostro favore. Ad esempio: dietro il vestito che portiamo sta chi ha estratto dalla terra i metalli per realizzare gli attrezzi agricoli, chi ha progettato le macchine agricole, chi le ha realizzate, chi le ha vendute, chi con quelle macchine ha coltivato il cotone, chi lo ha filato, tinto tessuto, chi ha disegnato la camicia che indossiamo, chi l’ha realizzata, chi l’ha trasportata (chi ha costruito le strade per il trasporto) e chi l’ha venduta (… chi ha progettato e costruito il negozio dove l’abbiamo comprata). Insomma, al nostro vestito hanno lavorato migliaia di persone… a nostro vantaggio. Le cose ci ricordano che non avremmo nemmeno il più piccolo dettaglio della nostra vita senza una comunità, un’associazione di uomini che ci sostiene. L’Unione Mondiale degli Insegnanti Cattolici è un’associazione, una comunità a servizio della grande missione educativa della Chiesa. Non spaventatevi delle fatiche, delle stanchezze, degli insuccessi come singoli e come associazione. Se il minatore, il meccanico, il contadino, il sarto, il venditore avessero fatto prevalere la stanchezza e la delusione, non avremmo la camicia che oggi indossiamo.

Carissimi, ci sta davanti una sfida così difficile, così entusiasmante; perciò, ricorrendo alle parole della Lettera agli Ebrei, corriamo la corsa che ci sta davanti, coinvolgendo tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

* Segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione

mercoledì 31 luglio 2019

CHIESA IN AMAZZONIA E SVILUPPO INTEGRALE UMANO: IMPEGNO PER LA DIGNITÀ' UMANA

Pubblichiamo l’articolo di padre Michael Czerny, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e Segretario speciale del Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica, dal titolo "La Chiesa in Amazzonia e lo sviluppo umano integrale. Impegno profetico per la dignità di tutti gli esseri umani"

di Michael Czerny s.j.

Come il Buon samaritano, la Chiesa vuole mettere in atto il proprio impegno per la compassione e per la giustizia del Vangelo in Amazzonia. Essa è chiamata a osservare e comprendere, per poi aprirsi al dialogo e agire. Ecco la ragione per cui Papa Francesco ha convocato un Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica. Con l’aiuto del Sinodo, sarà possibile avviare delle azioni pastorali e ambientali in Amazzonia e riaffermare le modalità “dell’essere Chiesa” comportate da tali azioni.
Instrumentum laboris
Questa sollecitudine nell’impegnarsi viene assunta esplicitamente nell’ultimo capitolo dell’Instrumentum laboris (IL), che sintetizza le sfide e le speranze di una Chiesa profetica nella regione amazzonica. L’orizzonte in cui ci si muove, senza il quale non possono esistere vita e giustizia, è il fatto che «tutto è connesso», come Papa Francesco ha spiegato nell’enciclica Laudato si’ (138). Il sociale e il naturale, l’ambientale e il pastorale non possono e non devono essere separati. Compartimentalizzazioni riduttive - intellettuali e spirituali, imprenditoriali e politiche - hanno messo in pericolo la vita umana sulla Terra, casa comune dell’umanità.
Il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica
Il prossimo Sinodo si impegna ad aiutare a risanare le violazioni in una parte del mondo dove le conseguenze delle idee errate e delle pratiche dannose hanno esiti particolarmente seri. È arrivato il momento in cui la Chiesa si confronti con questa problematica. Per questo, nel tema del Sinodo, troviamo le parole «Nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale», e il titolo dell’ultimo capitolo dell’IL è «Il ruolo profetico della Chiesa e la promozione umana integrale». Entrambi parlano di dimensioni o dinamiche che devono andare insieme nella missione della Chiesa: il suo ministero pastorale non va staccato dalla promozione umana e dall’ecologia integrale.
Terra disputata su più fronti
Come l’enciclica Laudato si’, con la sua esaustiva esposizione storica, scientifica, economica e pastorale, anche l’il offre una lunga analisi delle condizioni dell’Amazzonia. Nelle parole di Papa Francesco: «L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali» (Papa Francesco, Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018). Aggiunge l’IL: «La molteplice distruzione della vita umana e ambientale, le malattie e l’inquinamento di fiumi e terre, l’abbattimento e l’incendio di alberi, la massiccia perdita della biodiversità, la scomparsa delle specie (più di un milione degli otto milioni di animali e piante a rischio), costituiscono una cruda realtà che chiama in causa tutti. La violenza, il caos e la corruzione dilagano. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni» (n. 23).
Minacce a popolazioni indigene
La situazione dell’Amazzonia ha diverse cause. Ci sono delle responsabilità locali e multinazionali che sostengono e incoraggiano investimenti, pubblici o privati, che hanno impatti devastanti sull'ambiente amazzonico e sui suoi abitanti. Tuttavia, un punto di partenza fondamentale è il fatto che le popolazioni indigene vedono minacciati i loro territori delimitati da interessi che li sfruttano, e spesso viene loro negato il diritto alla propria terra.
Violazioni al diritto internazionale
Questo costituisce una violazione del diritto e delle convenzioni internazionali. «La Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (approvata il 13 settembre 2007), a cui il Papa ha fatto riferimento in diverse occasioni, contiene diritti importanti come quello all’autodeterminazione, in virtù del quale quei popoli decidono liberamente il proprio statuto politico e perseguono liberamente il proprio sviluppo economico, sociale e culturale (art. 3). Nell’esercizio del loro diritto all’autodeterminazione, i popoli indigeni possono rivendicare l’autonomia nelle questioni riguardanti i loro affari interni e locali (art. 4). E dall’art. 6 della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sui popoli indigeni e tribali, del 1989, si ricava il loro diritto a non subire misure legislative o amministrative che li possano riguardare direttamente senza essere stati prima consultati “in buona fede e in forma appropriata alle circostanze”, affinché diano il proprio consenso previo, libero e informato» (Pedro Barreto s.j., Sinodo per l’Amazzonia e diritti umani: Popoli, comunità e Stati in dialogo, «La Civiltà Cattolica», 20 luglio 2019).
Un cammino di croce
In realtà, è proprio la disuguaglianza delle forze e, in molti casi, la flagrante mancanza di rispetto dei diritti costituzionali, oltre all’imposizione di un cosiddetto modello di sviluppo, che continuano a causare grande disarticolazione sociale, vulnerabilità, degradazione delle relazioni, migrazione, disoccupazione, violenza e fame in molte comunità indigene. La mancanza di riconoscimento, demarcazione e titolarità dei territori (una condizione sine qua non per la sicurezza, la stabilità della comunità e la sopravvivenza culturale) ha portato a un numero allarmante di morti a cause delle nuove malattie o di natura violenta. «Mettere in discussione il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani è mettere a rischio la propria vita, aprendo un cammino di croce e martirio» (IL 145).
La difesa dei territori
L’IL pone l’esempio delle 1119 persone indigene che sono state uccise tra il 2003 e il 2017 solo in Brasile «per aver difeso i loro territori» (Cfr. Consiglio Indigenista Missionario, cnbb, Brasile, Relatório de violência contra os Povos Indígenas no Brasil – Dados de 2017, pp. 84ss, cfr. anche la presentazione di dom Roque Paloschi: «Na ausência da Justiça, a violência cotidiana devasta as vidas dentro e fora das terras indígenas», p. 9, Brasília 2018. ). In verità, in molteplici casi queste uccisioni sono da attribuirsi a ubriachezza, violenza domestica o liti tra persone. In generale, comunque, sono da considerarsi come conseguenze di cause tanto ambientali come sociali e strutturali, di problemi derivanti dalla mancanza di demarcazione dei territori e di invasione degli stessi da parte di potenti interessi esterni.
L’impegno della Chiesa
La Chiesa nel suo ruolo pastorale lavora in favore delle vittime e, nel suo ruolo profetico, si oppone agli abusi. È chiamata a essere «sostenitrice della giustizia e difensore dei poveri». Papa Benedetto XVI lo ha ricordato alla Conferenza di Aparecida nel suo discorso inaugurale (n. 395). La sua presenza è, in realtà, «un prisma che permette di identificare i punti fragili della risposta degli Stati, e delle società in quanto tali, davanti a situazioni urgenti, riguardo alle quali, indipendentemente dalla Chiesa, ci sono debiti concreti e storici che non si possono eludere» (Pedro Barreto S.J., art. cit.). Allo stesso tempo la Chiesa vede «con coscienza critica», come fa con ogni popolo tra i quali evangelizza, «una serie di comportamenti e realtà dei popoli indigeni che vanno contro il Vangelo» (il 144).
Un impegno profetico
I Pontefici, partendo da Papa Leone XIII alla fine del diciannovesimo secolo, il concilio Vaticano ii e la Dottrina sociale della Chiesa offrono chiare linee guida. In risposta a un modello dominante di società che produce esclusione e disuguaglianza, e un modello economico che uccide gli uomini e le donne più vulnerabili e distrugge la casa comune, la missione della Chiesa include infatti un impegno profetico per la dignità di tutti gli esseri umani senza distinzione, la giustizia, la pace e l’integrità del creato.
Rispetto, riconoscimento e dialogo
Come ha detto chiaramente Papa Francesco: «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori. […] In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato» (Discorso ai rappresentanti di popoli indigeni, in occasione della 40° sessione del Consiglio dei governatori del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, Ifad, 15 febbraio 2017.) Anche a Puerto Maldonado, il Papa affermò: «considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità che sono loro propri» (Discorso all’incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù, 19 gennaio 2018).
Ordine sociale
In Amazzonia, il “buon vivere” dei popoli indigeni dipende principalmente dalla demarcazione dei loro territori e dal suo scrupoloso rispetto. «La politica — ha detto san Giovanni Paolo II — è l’uso del potere legittimo per il raggiungimento del bene comune della società» (Discorso nel “Giubileo dei governanti e dei parlamentari”, 4 novembre 2000). Il compito fondamentale della politica è quello di assicurare un giusto ordine sociale, e la Chiesa «non può [e non] deve rimanere ai margini nella lotta per la giustizia» (EG 183, citando DCE 28). Così, la Chiesa è a fianco delle popolazioni indigene nella cura del loro territorio.
Evangelizzazione e promozione umana
Con tutte queste grandi dinamiche e sfide, minacce e promesse che sono presenti nella nostra mente e anche nella nostra preghiera, ricordiamo le parole di Papa Francesco che aprono l’ultimo capitolo dell’IL: «Dal cuore del Vangelo riconosciamo l'intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l'azione evangelizzatrice» (EG, 178).


Da   "L'Osservatore Romano" 


venerdì 7 settembre 2018

UN'ECONOMIA AL SERVIZIO DELLA PERSONA, PER IL BENE COMUNE

Papa al Sole 24 Ore: i veri soldi si fanno con il lavoro che crea dignità e altro lavoro

Il solo perseguimento del profitto non garantisce più la vita dell’azienda: servono una formazione ai valori ed un’etica amica della persona. Così Francesco nell’intervista pubblicata oggi dal quotidiano italiano, in cui parla anche di un’economia che “uccide” perché l’uomo non è più al centro delle proprie dinamiche

di Giada Aquilino 

La gestione dell’economia e della finanza, la creazione di nuovo lavoro, il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza dei migranti passano tutti per un’etica “amica della persona”, “forte stimolo” per una conversione di cui “abbiamo bisogno”. È la riflessione di Papa Francesco nell’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore.

Manca la coscienza di un’origine comune, di una appartenenza a una radice comune di umanità e di un futuro da costruire insieme. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Un’etica amica della persona tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all’esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono e ampliano il cosiddetto terzo settore.
L’idolo che si chiama denaro
Quella di oggi è un’economia che “uccide”, perché - ribadisce il Papa - “la persona non è più al centro”, “obbedisce solo al denaro”, “fare soldi diventa l’obiettivo primario e unico”. Francesco nota come si costruiscano “strutture di povertà, schiavitù e di scarti”.
L’attuale centralità dell’attività finanziaria rispetto all’economia reale non è casuale: dietro a ciò c’è la scelta di qualcuno che pensa, sbagliando, che i soldi si fanno con i soldi. I soldi, quelli veri, si fanno con il lavoro. E’ il lavoro che conferisce la dignità all’uomo non il denaro. La disoccupazione che interessa diversi Paesi europei è la conseguenza di un sistema economico che non è più capace di creare lavoro, perché ha messo al centro un idolo, che si chiama denaro.
Il lavoro crei altro lavoro
Quando gli si chiede come un imprenditore possa essere un “creatore” di valore per la propria azienda e per gli altri, a partire dalla comunità in cui vive e lavora, il Papa richiama quanto sia importante “l’attenzione alla persona concreta”, che significa “dare a ciascuno il suo”, “strappando madri e padri di famiglia dall’angoscia di non poter dare un futuro e nemmeno un presente ai propri figli”.
Significa saper dirigere, ma anche saper ascoltare, condividendo con umiltà e fiducia progetti e idee. Significa fare in modo che il lavoro crei altro lavoro, la responsabilità crei altra responsabilità, la speranza crei altra speranza, soprattutto per le giovani generazioni, che oggi ne hanno più che mai bisogno. Credo sia importante lavorare insieme per costruire il bene comune ed un nuovo umanesimo del lavoro, promuovere un lavoro rispettoso della dignità della persona che non guarda solo al profitto o alle esigenze produttive ma promuove una vita degna sapendo che il bene delle persone e il bene dell’azienda vanno di pari passo.
Uno sviluppo integrale
Francesco esorta a “sviluppare la solidarietà ed a realizzare un nuovo ordine economico che non generi più scarti arricchendo l’agire economico con l’attenzione ai poveri e alla diminuzione delle disuguaglianze”. Abbiamo bisogno, sottolinea, “di coraggio e di geniale creatività”.
La distribuzione e la partecipazione alla ricchezza prodotta, l’inserimento dell’azienda in un territorio, la responsabilità sociale, il welfare aziendale, la parità di trattamento salariale tra uomo e donna, la coniugazione tra i tempi di lavoro e i tempi di vita, il rispetto dell’ambiente, il riconoscimento dell’importanza dell’uomo rispetto alla macchina e il riconoscimento del giusto salario, la capacità di innovazione sono elementi importanti che tengono viva la dimensione comunitaria di un’azienda. Perseguire uno sviluppo integrale chiede l’attenzione ai temi che ho appena elencato.
Agire economico è fatto etico
Una sana economia, nota pertanto Francesco, non è “mai slegata” dal significato di ciò che si produce e l’agire economico è “sempre” anche un fatto etico.
Tenere unite azioni e responsabilità, giustizia e profitto, produzione di ricchezza e la sua ridistribuzione, operatività e rispetto dell’ambiente diventano elementi che nel tempo garantiscono la vita dell’azienda.
Ancora molto lavoro per sviluppo dimensione ecologica
In tale ottica, il significato dell’azienda “si allarga” e fa comprendere che “il solo perseguimento del profitto non garantisce più la vita dell’azienda” e che “non è più possibile che gli operatori economici non ascoltino il grido dei poveri”. Ecco perché il Papa pensa, oltre ad una formazione tecnica in azienda, anche ad “una formazione ai valori”: solidarietà, etica, giustizia, dignità, sostenibilità, per arricchire “il pensiero e la capacità operativa”. Nella prospettiva poi di uno sviluppo della dimensione ecologica, punta sulla “convergenza di più azioni: politica, culturale, sociale, produttiva”, anche se “il lavoro da fare rimane ancora molto”.
La condivisione di un viaggio comune
Torna poi il grido dei poveri nel ricordare che, quando essi si muovono, “fanno paura specialmente ai popoli che vivono nel benessere”. Francesco osserva che “non esiste futuro pacifico per l’umanità se non nell’accoglienza della diversità, nella solidarietà, nel pensare all’umanità come una sola famiglia”. Il richiamo è ai migranti, “grande sfida per tutti” oggi: il viaggio che compiono, mette in evidenza, in fondo “si fa in due” e non bisogna aver paura di condividerlo, con speranza.
. Quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore per capirli, capire la loro cultura, la loro lingua, senza trascurare il contesto attuale. Questo sarebbe un segno chiaro di un mondo e di una Chiesa che cerca di essere aperta, inclusiva e accogliente, una chiesa madre che abbraccia tutti nella condivisione del viaggio comune
Dignità del lavoro e società giuste e democratiche
Sollecitato a rispondere sui consensi ottenuti in Italia da forze politiche definite populiste, che non condividono l’apertura dei confini nazionali ai migranti, e sugli indirizzi da dare all’Europa, il Pontefice esorta a guardare persone che fuggono dalla miseria e dalla fame, sollecitando “molti imprenditori” e altrettante “istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio” a “intraprendere percorsi di investimento, nei loro paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e soprattutto in lavoro”, puntando al bene degli Stati “ancora oggi poveri”, “consegnando a quelle persone la dignità del lavoro e al loro paese la capacità di tessere legami sociali positivi in grado di costruire società giuste e democratiche”.
Le risposte alle richieste di aiuto, anche se generose, forse non sono state sufficienti, e ci troviamo oggi a piangere migliaia di morti. Ci sono stati i troppi silenzi. Il silenzio del senso comune, il silenzio del si è fatto sempre così, il silenzio del noi sempre contrapposto al loro. Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle. Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti. Soprattutto, il Signore ha bisogno del nostro cuore per manifestare l'amore misericordioso di Dio verso gli ultimi, i reietti, gli abbandonati, gli emarginati.
Integrazione e sistemazione dignitosa
Da parte dei migranti, aggiunge, è necessario il rispetto della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie, “per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini”.
Affido queste responsabilità anche alla prudenza dei governi, affinché trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli e sorelle che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. E' necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l’accoglienza non è facile.







mercoledì 2 novembre 2011

EDUCARE ALLO SVILUPPO UMANO ED INTEGRALE

IL G-20 SI RIUNISCE A CANNES: QUALI LE VIE DELLO SVILUPPO PER LE NAZIONI?

“Il 3 e il 4 novembre prossimi - domani e dopo domani - i Capi di Stato o di Governo del G-20 si riuniranno a Cannes, per esaminare le principali problematiche connesse con l’economia globale. Auspico che l’incontro aiuti a superare le difficoltà che, a livello mondiale, ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente umano e integrale”. E’ l’appello che Benedetto XVI ha formulato in coda all’udienza generale del 2 novembre 2011.
E’ da chiedersi se esista un nesso solo temporale tra i due eventi (commemorazione dei defunti) e il G-20, oppure se Benedetto XVI abbia voluto cogliere l’occasione per richiamarci a realtà terrene, in proiezione di altre realtà.
La forma economica dell'esistenza è diventata un linguaggio per pensare il senso, nel bene e nel male. Il senso comune rappresenta l'intera società come un sistema di bisogni.......

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