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sabato 27 maggio 2023

A SCUOLA NEL BOSCO

Un’antica cascina diventa aula della «scuola del bosco»

Un laboratorio di nonviolenza pensato per attualizzare la Laudato si’ 

Dall’ascolto dei suoni della natura all’arte qui gli studenti imparano il rispetto della casa comune e degli altri

 

- di LUCIA CAPUZZI

 «Tudo está interligado como se fossemos un”, cioè «tutto è collegato come se fossimo uno». Il ritornello del popolare brano brasiliano echeggia per le stanze ampie e spartane di Ca’ Forneletti. Un’antica cascina circondata dai boschi nell’omonima località della campagna veronese attraversata dal fiume Mincio, che Beppe Marchi e Giuliana Venturelli hanno trasformato in un laboratorio di pace. Pace con se stessi, con gli altri e con la casa comune. Un centro di promozione della non-violenza e dal 2015, di studio e sperimentazione della “Laudato si’” aperto a tutti e in particolare ai giovani. Non sorprende incontrarvi oltre 340 ragazzi delle terze medie degli Istituti comprensivi di Valeggio sul Mincio e Sommacampagna. Nella settimana dedicata dalla Chiesa all’enciclica di papa Francesco, la scuola ha traslocato a Ca’ Forneletti e nella limitrofa distesa di alberi. Guidati dall’artista brasiliano Anderson Augusto e accompagnati da una trentina di insegnanti e altrettanti volontari, ogni giorno fino a domenica, gli alunni sono invitati ad ascoltare la lezione del bosco. Dopo un momento di benvenuto iniziale, alle 9, la prima parte del progetto “Pace, vita per tutti e cura del creato”, si svolge fra gli alberi. Lì gli alunni sono invitati a prendersi un momento di silenzio, lontani da cellulari e tablet, per ascoltare il fruscio delle foglie, il canto degli uccelli, il tamburellare del picchio. Vengono aiutati a osservare i colori, i fiori, la vegetazione che poi devono tradurre,

 divisi in gruppi, in disegni, dipinti, sculture. L’obiettivo non è riprodurre bensì farsi ispirare e poi creare, in modo autonomo ma insieme. Per questo, prima di procedere al lavoro, all’interno di ogni gruppo, c’è un tempo di riflessione e ideazione. Gli studenti creano una visione comune da esprimere attraverso l’arte. La realizzazione delle piccole-grandi opere è inframmezzata da momenti di approfondimento della spiritualità degli indigeni amazzonici, attraverso la danza e la visione di documentari.

 

Non si tratta di un’iniziativa sporadica. Dal 2018 Ca’ Forneletti ha coinvolto giovani, scuole, associazioni e gruppi scout nel recupero dell’area boschiva adiacente alla cascina, trasformandolo in un’attività pedagogica comunitaria. Sono questi i “cantieri Laudato si’” attivi tutto l’anno ai quali, nell’ottobre 2022, il consiglio regionale dell’Agesci Veneto ha dato il proprio patrocinio. Alcuni pomeriggi o giornate di vacanza, Ca’ Forneletti organizza lo studio dal vivo del bosco. Bambini e ragazzi sono educati a quest’ultimo, svolgendovi piccoli lavori manuali, recuperando il contatto con la terra e discutendone poi insieme. Le attività non si sono fermate nemmeno durante la pandemia. Anzi, nel periodo del lockdown, i “campetti Laudato si’” – giornate nel bosco dove i giovani potevano incontrarsi all’aperto e a distanza, in modo da evitare il contagio – sono stati un antidoto all’ansia e allo stress causati dalla reclusione. «Siamo tutti legati, fra noi e con la casa comune, come ci insegna la Laudato si’ – conclude Beppe Marchi –. Per questo, siamo responsabili gli uni verso gli altri. Ogni vivente ci riguarda. I ragazzi fanno meno fatica di noi a rendersene conto. Hanno solo necessità di ispirazione. E a Ca’ Forneletti vogliamo aiutarli a trovarla».

 

www.avvenire.it

 

giovedì 16 giugno 2022

GUARDARE o VEDERE '


 Non basta insegnare a guardare, 

occorre aiutare gli  studenti  a  "vedere”

 - Gianluca Zappa

Cosa rimane di un anno scolastico che si è concluso? Bellezza e domande. 

Anche su senso dell’insegnare, sul come non lasciar soli gli studenti

L’anno scolastico si chiude con tante belle istantanee che restano lì, inchiodate nella memoria. Una lezione fatta all’aperto, senza le maledette mascherine, all’ombra di un pino mentre tutto intorno è un caldo canicolare. Le ultime due ore dell’anno passate a guardare insieme The Truman Show e poi a discutere, senza nemmeno accorgersi che la campanella è suonata. Il saluto dei tuoi ragazzi, che ti fa capire che qualcosa è accaduto, anche se tu non stai sempre lì a pretendere il feedback. Si potrebbe continuare. Magari con la grande festa di una scuola paritaria: tutti insieme, genitori, insegnanti, figli, in una sorta di sagra paesana che ti fa sentire dentro una grande famiglia… La scuola è finita, ma non “è finita!”, cioè non con un grido liberatorio come quello di chi evade da una prigione. E pensare di ricominciare tra qualche mese non è una nube minacciosa all’orizzonte.  

Però qualche istantanea è anche triste. Come quella degli occhi di un ragazzo in difficoltà e che quando parla con te guarda nel vuoto, perché sta girando a vuoto. I suoi occhi non vedono nulla. E ti viene in mente quella breve lirica di Pirandello, Gli occhiali: “Avevo un giorno un pajo/ d’occhiali verdi; il mondo/ vedevo verde e gajo,/e vivevo giocondo.// M’abbatto a un messer tale/ dall’aria astratta e trista./ — ‘Verdi? — mi dice./ Ti sciuperai la vista.// Sú, prendi invece i miei:/ vedrai le cose al vero!’ —/ Li presi. Gli credei./ E vidi tutto nero.// Ristucco in poco d’ora/ d’un mondo cosi fatto,/ buttai gli occhiali, e allora/ non vidi nulla affatto”.  

Gli occhi che guardano, ma non vedono nulla sono uno spettacolo davvero doloroso. Specie se quegli occhi tu li hai conosciuti quando vedevano verde. E adesso invece… Come Frodo, il piccolo hobbit di Tolkien, noi docenti abbiamo il privilegio tremendo di portare su di noi il male degli altri e ci dobbiamo per forza fare i conti. Siamo chiamati ad essere punti di riferimento, maestri e guide, oggi più che mai. Siamo esposti allo sguardo altrui, agli occhi affamati di senso e di speranza dei giovani che incontriamo. Riusciremo ad essere quello che dobbiamo essere? O, domanda ancor più cruda, riusciremo a non essere almeno la causa di quel male? 

Gira in questi giorni una frase che qualche mamma, in cerca di ispirazione per un regalo carino da fare ai professori, ha trovato sul web. È la frase di una certa Alexandra K. Trenfor, che poi è una perfetta sconosciuta, un personaggio virtuale di cui non si sa niente, nemmeno se esista davvero. Però la mamma di cui sopra non si è peritata di andare a verificare: la frase le sembrava bella e ha fatto copia-incolla. Dice così: “I migliori insegnanti sono quelli che vi mostreranno dove guardare, ma non vi diranno cosa vedere”. C’è del vero, perché l’insegnante “migliore” è quello che rappresenta per il giovane un invito a guardare. C’è della menzogna, perché il “cosa vedere” è importante, è fondamentale e deve essere mostrato e visto e riconosciuto. Altrimenti si rischia di diventare come il “messer tale” di Pirandello che rovina la vista agli altri. 

Nell’inferno quotidiano, scriveva Calvino, è importante saper riconoscere chi e cosa non è inferno, e farlo durare e dargli spazio. Gli occhi di Dante avevano bisogno di incontrare qualcuno nel “gran deserto” della selva oscura, di vedere, affidarsi e seguire. Quindi avevano anche bisogno che qualcuno li guardasse. Il vero maestro non solo indica dove guardare e cosa guardare, ma è colui che sa guardare negli occhi il discepolo. Tutto il viaggio di Dante non è che un imparare a guardare seguendo le indicazioni di chi vede meglio di lui. Ma la frase di cui sopra carica il giovane di un peso schiacciante, pretendendo da lui uno spontaneismo e un’autonomia che diventa facilmente presunzione e si rovescia poi in disperazione. Il “maestro migliore” non lascia mai solo il discepolo che gli è stato affidato, non si ritira indietro quando c’è da indicare il cammino. Perché il vero problema non è il dove guardare, ma proprio il cosa vedere. E, aggiungerei, il come guardare. 

La frasetta della fantomatica Trenfor, che suona bene e viene anche stampata sui gadget, è dunque menzognera, proprio come l’identità dell’autrice. Non risponde al bisogno autentico di quegli occhi di cui parlavo prima, quegli occhi che non vedono più nulla e che hanno bisogno di vedere qualcosa. Dimentichiamola, dunque, e passiamo ad altro.

Ad un lampionaio, per esempio. Quello del Piccolo Principe di Saint-Exupéry, quell’individuo modesto e un po’ patetico che intenerisce il cuore del protagonista della vicenda. Quello che resta fedele alla consegna che gli è stata data come compito, anche se ogni giorno si fa più faticosa, perché il mondo si è messo a girare troppo velocemente, è diventato come una trottola impazzita, una macina che trita tutto e tutti ad un ritmo vorticoso ed innaturale. A fronte di questa velocità da matti, c’è la consegna che è sempre la stessa. La consegna che è una responsabilità eccezionale: “Quando accende il suo lampione, è un po’ come se facesse nascere un’altra stella, o un fiore”. 

Accendere una stella o un fiore… è come accendere un essere umano che si è spento. È come sorridere a Dante dandogli la mano prima di fargli affrontare la fatica e il dolore del cammino; è come portarselo sulle spalle quando il sentiero è dirupato e non ce la fa più; come condurlo lungo la natural burella a “riveder le stelle”; come invitarlo, stimolando la sua libera adesione, a salire in Paradiso, dove potrà vedere finalmente Beatrice. Perché Virgilio, la guida di Dante, sa cosa deve vedere colui che gli è stato affidato e non lo lascia mai solo. Per più di sessanta canti in modo costante, pervicace, instancabile, sorregge quello che a un certo punto chiama “figlio”, finché, quando è giunto alla certezza che può procedere da solo, lo sollecita a comportarsi da uomo libero. C’è un “maestro migliore” di questo? 

Il mondo gira male e troppo velocemente. Lo sguardo si perde, gli occhi non vedono più nulla. Ma quando vedono, allora sì che è possibile rinascere, ritrovare voglia e speranza! E non parliamo qui solo degli occhi di chi ci è affidato: siamo noi stessi che abbiamo bisogno di vedere! Siamo noi ad avere bisogno di istantanee che rimangono inchiodate nella memoria. Virgilio si fa umilmente discepolo degli occhi belli e addolorati di Beatrice. Senza avere incontrato quello sguardo, la sua presenza sarebbe stata inefficace. In fondo inutile. Chi sostiene davvero è a sua volta sostenuto. Chi sa dare forza e speranza è perché, se ne renda conto o no, quei doni li ha ricevuti. Chi insegna a vedere è perché è stato guardato.

Il Sussidiario