venerdì 26 giugno 2026

DAGLI AMICI CI GUARDI IDDIO

 


L’impossibile

 abbraccio 

dei ricci



-di  Giuseppe Savagnone 

Le buone intenzioni di un amico

La tempesta sollevata dalle parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sul contributo italiano alla guerra contro l’Iran, si aggiunge e si sovrappone a quella seguita all’attacco del presidente americano Trump a Giorgia Meloni, richiamando alla mente un vecchio detto di saggezza che dice: «Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io».

Perché anche Rutte, come Trump, è un “amico” della nostra premier. E, nelle sue intenzioni, la dichiarazione resa a «Fox News» era volta a disinnescare la polemica tra i due. Il Tycoon si era detto profondamente deluso dalla mancata risposta europea, e in particolare italiana, al suo appello a partecipare alle operazioni militari per sbloccare lo stretto di Hormuz. E proprio a questo si è riferito Rutte: «Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione Epic Fury. Quindi si tratta di un numero enorme».

Insomma, secondo il segretario della Nato, Trump non dovrebbe troppo protestare contro la nostra premier, perché l’Italia, pur senza inviare navi e soldati, ha dato egualmente un grosso contributo alla guerra, consentendo che dalle basi americane sul suo territorio decollasse «un numero enorme di aerei» in missione contro l’Iran. Insomma, un invito alla distensione, dopo lo scontro.

Eppure, forse mai intervento fatto a fin di bene è risultato così sgradito a chi avrebbe dovuto beneficiarne, in questo caso il governo italiano. Lo si è capito subito dalla immediata reazione del ministro della Difesa, Crosetto, secondo cui quella di Rutte sarebbe «una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace». Infatti, ha precisato il ministro, «sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche [cioè di attacco a bersagli nemici], nell’ambito delle procedure previste dagli accordi esistenti», che escludono, appunto, queste ultime. Come del resto implicava il termine «supportare», utilizzato dal segretario della Nato.

Ma non è bastata questa precisazione, come non è bastato il riferimento alla mera applicazione «degli accordi esistenti», a placare l’ira delle opposizioni. Angelo Bonelli di Avs ha parlato di «dichiarazioni gravissime» che «sbugiardano» il governo. «Il fatto è che l’Italia ha partecipato a questa guerra in Iran, una folle guerra, ma la cosa grave è che Giorgia Meloni ha tenuto nascosto al Parlamento che 500 aerei militari americani sono decollati o sono atterrati sulle basi Nato italiane per andare a colpire l’Iran o per dare il supporto agli aerei militari». Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, secondo cui «o hanno mentito al Parlamento o Rutte ha preso un colpo di calore».

«Noi non siamo in guerra»

Bisogna ricordare che il contesto in cui lo scontro si sta sviluppando è quello di una scelta precisa del governo italiano di non farsi coinvolgere dal conflitto scatenato dagli Stati Uniti e da Israele. «Noi non siamo in guerra», ha spesso ripetuto la nostra premier. «Questa non è la nostra guerra», ha ribadito in più occasioni. Confermando questa posizione con l’ampia diffusione data a un episodio che, senza il suo intervento, sarebbe rimasto sconosciuto, quello del divieto di atterraggio nella base di Sigonella per due aerei militari americani direttamente impegnati nell’attacco all’Iran, in conformità – si è sottolineato – con gli accordi vigenti che escludono questa finalizzazione bellica.

Quello che non è stato detto, allora, è che, contemporaneamente, si stava dando il permesso di decollare a ben cinquecento aerei militari coinvolti in Epic Fury, sia pure con compiti di «supporto» tecnico e logistico e in base ai suddetti accordi. Una prassi magari impeccabile sul piano formale, ma certamente assai meno rassicurante. Una prassi, soprattutto, che gli italiani hanno appreso solo ora da un’intervista sfuggita al segretario generale della Nato e non dal Ministero italiano della Difesa o da Palazzo Chigi.

Si può senz’altro dare fiducia al ministro Crosetto sul carattere meramente tecnico e logistico delle missioni. Ma non si può evitare il dubbio che egli non abbia alcun controllo diretto sul traffico militare delle basi americane, che godono di ampia autonomia, e debba perciò a sua volta credere sulla parola a ciò che gli viene assicurato dai comandi di queste basi. 500 voli – lo ha sottolineato lo stesso Rutte – sono tanti. Chi garantisce che una parte di essi non abbia avuto come destinazione obiettivi militari?

Si aggiunga a questa perplessità un’altra, relativa alla distinzione tra le attività cinetiche e quelle solo tecniche e logistiche. Una distinzione che nella pratica non è così netta come appare sulla carta, oggi che la tecnologia fa sempre più parte integrante della dimensione propriamente militare. Per restare alla base di Sigonella, in Sicilia, da essa partono droni da ricognizione che monitorano tutto il Mediterraneo orientale, compreso il Medio Oriente. Se uno di essi fosse stato utilizzato non per colpire direttamente, ma per fornire a un caccia F-35 le coordinate per bombardare un obiettivo, la sua azione, formalmente “non cinetica”, non avrebbe avuto egualmente un carattere aggressivo?

E se gli iraniani, per impedire questo «supporto» avessero attaccato la base americana in Sicilia, come hanno fatto con quelle in Iran, ci saremmo trovati o no coinvolti nella guerra, a causa del nostro indiretto, ma fondamentale appoggio all’aviazione americana?

Forse gli italiani avrebbero accettato questo rischio. Ma avrebbero dovuto esserne messi al corrente per potere decidere. Nel comunicato del Ministero si sottolinea che «il Governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica». Ma è suonato come una rivelazione, per il Parlamento come per l’opinione pubblica, ciò che stava dietro queste asettiche e rassicuranti parole.

Certo, «supportare» una guerra non vuol dire farla. Ma non è neppure tenersene fuori, come il governo aveva ripetutamente assicurato. E come richiede l’art. 11 della nostra Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Tanto più che, in questo caso, si è trattato di una guerra frutto di un attacco preventivo, perfetto esempio di ciò che la Costituzione ripudia, e su cui tuttavia la nostra premier, pur riconoscendo che essa si pone «al di fuori del diritto internazionale», si è rifiutata di prendere posizione, limitandosi a dire: «Non condivido e non condanno».

Guai agli amici di Trump

Resta il fatto che Trump si è molto arrabbiato con Giorgia Meloni, sentendosi tradito. A questo la premier si è appellata per smentire le affermazioni di Rutte, definendole «un discorso illogico», che non spiegherebbe perché il capo della Casa Bianca attacchi l’Italia per il mancato sostegno.

Sembrerebbe un’osservazione inconfutabile, se una lunga serie di fatti non dimostrasse che è nello stile di Trump essere più aggressivo proprio nei confronti degli “amici”, e in generale di chi si inchina al suo volere, se non lo fa fino in fondo. Emblematica l’umiliazione internazionale inflitta alla stessa Giorgia Meloni, dopo la sua (obbligata) presa di distanza – peraltro molto garbata – dall’attacco a Leone XIV e per l’altrettanto garbato e obbligato rifiuto di trascinare il nostro Paese in una guerra assurda.

La nostra premier era sempre stata la più vicina a Trump; si era detta orgogliosa del «rapporto privilegiato» stabilito con lui; si era battuta con successo per impedire che l’Europa reagisse con fermezza alle arroganti e minacciose politiche doganali del Tycoon (con risultati a dire il vero disastrosi per i nostri interessi); aveva sempre cercato di giustificare o almeno di minimizzare le sue folli pretese neo-coloniali, fino a definire una «operazione difensiva legittima» l’attacco al Venezuela per depredarlo del suo petrolio. Arrivando, poco dopo questi fatti, a proporlo – prima e unica leader europea – per il Nobel per la pace.

Non malgrado ciò, ma proprio per tutto questo Trump l’ha massacrata pubblicamente, lasciando di stucco lei e i suoi sostenitori, che sull’amicizia con lui avevano puntato tutta la politica estera italiana. Perciò non è affatto strano che, anche dopo i 500 voli di «supporto» concessi ai suoi aerei per la guerra all’Iran, il presidente americano continui ad attaccare astiosamente Meloni e l’Italia per non essere stati fino in fondo fedeli a quella che egli ha sempre concepito come un rapporto di vassallaggio: «Meloni era una mia grande fan, ma ora non la voglio più».

L’impossibile abbraccio dei ricci

Qualcuno potrebbe obiettare che è facile criticare, col senno del poi. In realtà tutto questo era chiaro fin dall’inizio. E per prevederlo non c’era bisogno di essere profeti, e nemmeno grandi politologi, se il sottoscritto, che non è né l’uno né l’altro, l’aveva già puntualmente prefigurato in un chiaroscuro pubblicato l’8 novembre 2024, all’indomani della vittoria elettorale del Tycoon, intitolato «Il mondo di Donald Trump e le illusioni dei sovranisti».

Scrivevo allora, riferendomi al “Rifare di nuovo grande l’America” di Trump e al “Rifare di nuovo grande l’Italia” di Meloni: «Se si pensa che il bene del proprio paese sia in alternativa a quello degli altri, due governi sovranisti non potranno mai allearsi, se non in un rapporto asimmetrico di dipendenza (come fu tra Germania nazista e Italia fascista nel secolo scorso). Come i ricci, i cui aculei sono una buona difesa verso gli altri animali, ma escludono un reciproco abbraccio, i sovranisti non possono dare luogo a un fronte veramente comune e tra due Stati governati da loro ci potrà essere solo competizione».

E così è stato. Nel mondo dei sovranisti non esistono amici. Si può solo essere nemici o vassalli. E purtroppo l’Italia oggi, rispetto agli Stati Uniti di Trump, dopo essersi illusa di una impossibile amicizia, rientra nella seconda categoria. Un ulteriore motivo per chiedersi se davvero il sovranismo, sbandierato con orgoglio dal nostro governo, sia la via giusta per rendere grande l’Italia.

www.tuttavia.eu

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