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venerdì 25 ottobre 2024

SI APRIRONO GLI OCCHI


 Commento al Vangelo
 di domenica 
27 Ottobre 2024


 Non dimentichiamo mai che, in miniatura, il cammino della liturgia è simbolo della nostra vita. Anche noi, con e come i discepoli, stiamo dietro a Gesù nel cammino verso Gerusalemme. E strada facendo, cerchiamo di lasciarci educare dal Signore per vivere fino in fondo la logica che lo porta a Gerusalemme, a “bere il calice” (domenica scorsa), ossia a fare della vita un “dono fino alla fine”.

 Vangelo:  Mc 10,46-52

 -don Andrea Vena -

 Oggi la sosta è a Gerico, ultima tappa prima di salire verso la meta. Sosta che permette l’incontro con Bartimeo, simbolo dei tanti esclusi del tempo e nello stesso momento occasione per dimostrare che in Gesù si realizza – come profetizzato da Geremia nella I lettura – il coinvolgimento di tutti nella sua sequela, nessuno escluso: “Cieco, zoppo, donna incinta, partoriente… Partiti nel pianto, ritornano tra le consolazioni”. Esperienza che porta il popolo – e oggi noi – a cantare con le parole del salmo: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi”.

 vv. 46-48: «In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”».

Gerico si trova 250 metri sotto il livello del mare, in un’oasi della valle del Giordano, lungo la via che porta a Gerusalemme. È lungo questo tragitto che l’evangelista Luca ambienterà l’episodio del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37).

 Un cieco – avendo sentito parlare di Gesù – “al sentire che passava di lì”, comincia a chiamarlo: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”. In contrasto alla voce che si leva, troviamo voci che tentano di zittirlo. E la reazione dell’uomo cieco è alzare ancora più forte il suo grido. A dimostrazione di quanto sia convinto della sua supplica e del fatto che non teme di esporsi per chiedere aiuto al Signore Gesù. È una costanza che lo premia.

 vv. 49-52: «Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada».

 Alla chiamata di Gesù, la prima cosa che il cieco fa è quella di “gettare il mantello”, che per un mendicante è strumento per raccogliere le offerte, ed è l’unica garanzia per difendersi dal freddo, a tal punto che chiunque a sera è tenuto a restituire al povero il suo mantello (cfr Dt 24,13). Balzato in piedi Bartimeo va da Gesù che gli rivolge la stessa identica domanda fatta ai figli di Zebedeo (l’episodio di domenica scorsa, Mc 10,36): “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Il cieco risponde con l’espressione “Rabbunì”, che ritroviamo solo un’altra volta sulle labbra di Maria di Magdala dopo la risurrezione: «Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì – che significa Maestro”» (Gv 20,16).

La fede

Gesù non compie gesti particolari, ma riconosce che la fede ha già salvato quest’uomo. Se ricordiamo, nel cap. 5,34 – episodio dell’emoroissa – ci fu prima un “toccare il mantello” e quindi la formula “la tua fede ti ha salvata”. Se poniamo questo brano accanto ai brani che abbiamo ascoltato nelle domeniche precedenti, balza all’attenzione il fatto che il gruppo dei “Dodici”, pur camminando dietro a Gesù, ancora non ha aderito totalmente al suo Maestro: la tentazione della gloria (24^ domenica, Lungi da me Satana, tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini); la tentazione del potere (25^ domenica, Chi è il più grande tra noi?); la tentazione dell’esclusività (26^ domenica, “Predica amore, ma non è dei nostri”); la tentazione del legalismo, (27^ domenica “La legge dice, In Principio Dio…); la tentazione del vano sapere (28^ domenica, il giovane ricco); la tentazione dell’ambizione (29^ domenica, La pretesa dei figli di Zebedeo di sedere alla destra e alla sinistra).

 Insomma, i Dodici, che si sentono parte di una privilegiata cerchia (cfr 26^ domenica), in realtà sono ancora invischiati nella mentalità del mondo, e oggi si ritrovano sorpassati da un uomo “scartato”: un mendicante che è allenato a vivere dipendendo dalla carità degli altri (“Ai bambini appartiene il regno di Dio”, Mc 10,14); un cieco, “scartato” perché improduttivo, che sa di non poter ambire a nulla; un povero, che è capace però di abbandonare il mantello – ossia la sua ricchezza – a differenza del giovane ricco. Ma la cosa più sorprendente è il fatto che, mentre Giacomo e Giovanni non vengono esauditi perché il loro desiderio è disordinato (cfr domenica scorsa), quello di Bartimeo viene subito soddisfatto, in quanto lui si presenta come peccatore bisognoso di misericordia. È esaudito per la sua fede. E subito egli si fa suo discepolo, avendo capito forse più di tutti come si sta dietro a Gesù e come si vive qui ed ora lo spirito di Gerusalemme.

 Nella scena odierna un uomo che non vede fisicamente, sa in realtà vedere molto di più! Un “vedere” purificato, autentico. Domenica scorsa ci siamo soffermati sull’importanza del “sapere”. Oggi siamo invitati a fare un ulteriore passo e riflettere sull’importanza della vista, alla quale viene dato un posto rilevante nel libro della Genesi. Il serpente promette che si “aprirebbero i vostri occhi” (Gn 3,5); subito Eva vide che l’albero era buono… (Gn 3,6) ma alla fine “si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi” (Gn 3,7). Svelato l’inganno! E lo sguardo diviene distorto. In Gesù, invece, lo sguardo viene purificato: “Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”, (Emmaus, 24,31). Il centurione, “vedendo Gesù morire il quel modo” (Mc 15,38), lo riconosce Figlio di Dio.

Ascolta, Israele

In questo cieco che da mendicante diventa discepolo, mi vedo io e ci vediamo un po’ tutti noi. In lui possiamo imparare il cammino di guarigione, di conversione. Un cammino che ha inizio con un ascoltare (il cieco… Sentendo che era Gesù…), primo atteggiamento del credente: “Ascolta, Israele” (Dt 6,3). Dall’ascolto nasce la preghiera, che è sempre una risposta alla Parola udita. Una preghiera che custodisce e svela la fede nel Signore – Figlio di Davide, Gesù! -, e la nostra identità – Gesù, abbi pietà di me peccatore. È la preghiera più vera in quanto Gesù non è venuto per i sani ma per i peccatori (cfr Lc 10,27-32). Il cieco la fa senza pretese, a differenza di Giacomo e Giovanni “Vogliamo che tu faccia…” (domenica scorsa). E Bartimeo vede ciò che desidera di più vedere, ossia il Volto di chi ha invocato, di chi lo ha guarito.

 Ma l’esperienza di Bartimeo suggerisce e illumina anche la nostra vita interiore. In fondo quel cieco seduto lungo la strada a mendicare è riflesso di tutte le esperienze di “cecità” della vita, di quelle situazioni di oscurità, di disorientamento, di smarrimento. Quante volte le viviamo! Magari per paura, ci sediamo “lungo la strada”, ci chiudiamo, non affrontiamo le difficoltà. E allora ci fermiamo, perché non vediamo più la strada che stiamo percorrendo, non vediamo il senso di quello che stiamo facendo, e forse non ci interessa nemmeno cercarlo, non vogliamo affrontare tutto questo.

 Cercoiltuovolto

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venerdì 13 settembre 2024

TU SEI IL CRISTO



Domenica 15 Settembre 2024-

-Commento al brano del Vangelo 

di: Mc 8, 27-33-

 -

Continua il nostro cammino alla scuola della Liturgia. Domenica scorsa, in terra pagana/straniera, Gesù ha guarito un sordomuto: se i giudei sono incapaci di ascoltare la sua Parola, c’è sempre qualcuno pronto ad accoglierla, a conferma che Gesù non solo è venuto per tutti, ma che sono proprio gli ultimi, gli scartati ad  essere i più disponibili ad accettare Gesù perché interiormente più liberi.

 

-don Andrea Vena* -

 Oggi la liturgia riprende la lettura da un punto fondamentale nel vangelo di Marco, il versetto 27 del cap. 8: una sorta di spartiacque. Fino ad ora Gesù si è rivolto alle folle e ha compiuto miracoli. Ma da questo momento inizia a parlare della sua sorte, fa capire in modo chiaro che lo attendono persecuzione, sofferenza, morte e risurrezione. Chi ha scelto di restare con Lui – “Volete andarvene anche voi? … Da chi andremo, Signore, tu solo hai parole di vita eterna” (Gv 6,60ss) – deve accettare di stare “dietro a Lui” e non temere. Si comprende allora il testo di Isaia che la liturgia ha scelto a premessa di questo nostro brano. “Il Signore mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza… Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba…”.

 Isaia non si è tirato indietro di fronte a quanti lo percuotevano, ha accettato di restare saldo in quel Dio che lo ha chiamato perché ha sempre tenuto “aperto l’orecchio”. Espressione che ritroviamo anche oggi: “Apri bene le orecchie…”. Isaia ha dato ascolto alla Parola, non è scappato di fronte agli avversari convinto che “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato”. Questo è lo stile con il quale “stare dietro” a Gesù: porgere ascolto alla sua Parola, imparare a fidarsi della sua logica, “Camminare – come ci farà pregare/cantare il salmo – alla presenza del Signore”, perché Lui ascolta, perché Lui verso di me tende l’orecchio per primo. La forza della testimonianza, dunque, non è in virtù di capacità umane, ma si fonda nella fiducia in Dio, mio/nostro Salvatore. Con questa chiave di lettura, entriamo nel testo evangelico.

 vv. 27-28: «Gesù partì con i suoi discepoli…” La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri dicono Elia, altri uno dei profeti”». 

 Lungo la via Gesù interroga i suoi discepoli e a un certo punto domanda “Chi dice la gente che io sia?”. La loro risposta riporta l’opinione di molti di allora (cfr Mc 6,14-16), ossia che Gesù sia un profeta: c’è chi sostiene che sia Giovanni Battista (Mc 9,12-13), chi Elia (2Re 2,1-18), chi un altro dei profeti, rispondono i discepoli. Interessante notare che nella lista manca il nome di Mosè, al quale era legata l’attesa messianica.  Elia era considerato colui che avrebbe preparato la via al Messia, proprio come Giovanni il Battista. Paragonando Gesù a queste due figure, egli viene relegato ai personaggi del passato, niente di più.

 vv. 29-30: «Egli domandò loro: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno». 

 La risposta di Pietro è formulata come una confessione: “Tu sei”. E in questa dichiarazione Pietro riconosce in Gesù il Messia, il Cristo. All’udire questo, Gesù “ordinò” - letteralmente sarebbe “sgridò” - “di non dirlo ad alcuno”. Il verbo sgridare lo ritroviamo anche quando Gesù “esorcizza gli indemoniati” (cfr Mc 1,25), e quando dovrà rimproverare Pietro per quanto gli dirà un momento dopo (vedi versetto 32). Il motivo del “silenzio” richiesto è dovuto al fatto che solo dopo la risurrezione potranno capire ciò che è accaduto fino in fondo, come emerge anche nell’esperienza della Trasfigurazione: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai  morti” (Mc 9,9).

 vv.31: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente». 

 L’ordine del “silenzio” viene ora motivato dalle parole stesse di Gesù: “Il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…”. Il soffrire, l’essere rifiutato, il venire ucciso… non è da parte dei peccatori, ma da parte di coloro che gli sono ostili: “dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi”! Da coloro che, per il loro ruolo e missione, avrebbero dovuto farlo conoscere alla gente. I rappresentanti dell’istituzione religiosa “uccidono” il progetto di Dio sull’umanità. Parole che ritroviamo in Matteo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarvi” (Mt 23,13). Un “dovere soffrire… venire ucciso” che non indica una volontà crudele da parte di Dio, bensì una necessità umana, perché in un mondo ingiusto il giusto può solo essere perseguitato, fino a essere ucciso (cf. Sap 2). Una “necessità divina” inserita in un’obbedienza d’amore al Padre: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38).

 vv 32-33: «Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”».

 Pietro lo prese – letteralmente lo afferrò a sé – e cominciò a rimproverarlo! Notiamo che se Pietro porta in disparte il Maestro, Gesù volta a lui le spalle e “sgrida” pubblicamente il discepolo, usando le stesse espressioni usate nei riguardi degli indemoniati: “Va’ dietro a me, Satana!”. Gesù definisce Pietro Satana, perché come Satana tenta di far deviare Gesù dal suo progetto sull’umanità (cfr Lc 9,51: “Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme”) e come Satana vanifica l’effetto della parola, come il seme caduto in terra che subito gli uccelli, immagine di Satana, portavano via. Quindi Gesù rimprovera Pietro e lo tratta come Satana, cioè come diavolo, ma non lo caccia: “torna a metterti dietro di me”. Farà la stessa cosa quando lo recupererà nell’amore: “Mi ami tu? (Gv 21). Fragilità e debolezza Gesù le ha messe in conto, perché ha chiamato a sè uomini, non angeli! Quanto Lui chiede è una continua conversione per imparare a pensare come Dio e non come gli uomini.

 vv. 34-35: «Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». 

 Seguire il Signore Gesù chiede la disponibilità a condividere fino in fondo il suo progetto. È duro, ma nessuno è obbligato: “Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67); c’è un condizionale nella sua proposta: “Se qualcuno vuole venire dietro a me…”: un “se” che chiede di rinunciare a ideali di successo, di ambizione… e il coraggio di “prendere/sollevare” la sua croce. Significa accettare di perdere la propria reputazione, i propri ideali. Non è un’imposizione, ma conseguenza per quanti vogliono seguire il maestro fino alla fine, certi che chi vive per Lui, vivrà con Lui (cfr Gv 11,26).

 Dopo aver accettato di voler restare con il Signore (“volete andarvene anche voi?”), ora inizia il cammino al quale la liturgia – attraverso il vangelo di Marco – ci ha preparati fin dalla festa di Natale. Gesù mi e ci ricorda che a Lui poco interessa l’opinione altrui. Lui è il Cristo, Lui è l’inviato del Padre, Lui è consapevole di avere un progetto da portare a termine, ed è un progetto di salvezza. E a ciascuno di noi chiede se siamo disposti ad aderivi, a darGli ascolto. Così come siamo. In questo momento mi sento solidale con Pietro che dimostra di non aver capito nulla di Gesù! Essere discepoli non è facile e non è automatico: non si può capire chi è Gesù senza comprendere se stessi, perché le due cose sono legate. Io conosco il Signore nella misura che sto con Lui, che imparo a conoscermi in Lui, che lo seguo nel suo “darsi” per tutti, nel suo perdere la vita per amore. 

 La domanda rivolta ai discepoli - “Chi sono io per te?” – interpella e provoca oggi una mia/nostra risposta. È una domanda decisiva, dalla quale dipenderà tutto: fede, scelta, vita… Perché non posso considerare la fede come un fazzoletto da ripiegare e mettere in tasca una volta uscito di chiesa. La fede o è vita o non è fede. Gesù non mi offre risposte preconfezionate, come va oggi di moda! Gesù mi educa e mi aiuta a crescere facendomi domande, accendendo in me scintille capaci di dare movimento alla vita. Gesù mi e ci vuole “persone pensanti”. Non ci chiede di essere cristiani “per sentito dire”, o per tradizione. Non è venuto per insegnarci una nuova filosofia. Lui è venuto pe indicarci la Via che conduce al Padre. E Gesù stesso è la Via, è la Verità, è la Vita. La mia fede, la mia relazione con Lui chiede quindi di sintonizzarsi con la sua vita, le sue priorità, le sue scelte… Perché non basta professare la fede, ma occorre praticare l’amore (cfr San Giacomo, II lettura). Per questo il Signore mi e ci chiede di crescere da Amici. E la sua domanda vuole provocarmi, vuole smuovermi dalle mie apparenti o teoriche certezze, e portarmi ancora una volta a domandarmi: Chi è Gesù per me? E chi sono io per Lui? In fondo, Gesù si attende discepoli innamorati, come fu per Tommaso, dopo la sua incredulità: “Mio Signore e mio Dio!”(Gv20,28). Un “mio” che non è possesso, ma passione; non è appropriazione, ma appartenenza: mio Signore. 

 Sono e siamo interpellati a domandarci se vale ancora la pena seguire il Signore, se vale la pena perdere la vita per Lui e per il suo Vangelo. E non in base a sondaggi o preferenze dei social… Se viviamo per quel che gli altri pensano di noi finisce che perdiamo la nostra anima: se viviamo per il potere, il potere ci possiede; se viviamo per il piacere, il piacere ci schiavizza. Ma Gesù è il mio Signore, Lui non m’imporrà nulla, perché l’amore non toglie libertà. Anche se sa che sbaglieremo: l’importante è lasciarci continuamente visitare da Lui, sapendo che il Signore ci raggiunge anche – e soprattutto – nei nostri peccati, perché Lui è venuto per la mia e nostra salvezza, Lui non ci ama in astratto, ma si manifesta nella nostra vita concreta.

 Ci ama nel nostro male, perché Lui ci ha pagati a caro prezzo (cfr 1Pt 1,18).  Allora, senza spaventarci se siamo capaci di slanci di intuizione e generosità, e subito dopo cediamo di fronte alle nostre paure e fragilità, prendiamo atto che questa è la vita, il cammino della vita! Come ci ha insegnato Pietro, anche la ribellione fa parte di questo processo di crescita, perché la proposta di Gesù spesso contrasta con le nostre attese e le attese di questo mondo. Ma se da una parte è legittima la ribellione di Pietro, dall’altra devo accettare legittimo il rimprovero di Gesù: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (v. 33).

 Parole che non mirano a punire, ma che esprimono amore, perché in quel rimprovero Gesù mi sta amando ancor di più, aiutandomi a tornare al mio posto, dove meglio posso servirlo e amarlo. Perché la felicità della vita non sta – come sostiene il mondo – nel fare quello che comoda, nel sostituirsi a Dio, ma soltanto quando ci incontra l’amore, quello vero. Un Amore che mi e ci cambia a tal punto che scopriamo quanto è più bello servire che essere serviti, amare che essere amati… perché la mia e nostra gioia è nel vedere gli altri felici.

 Cercoiltuovolto

 *Officiale Dicastero della Comunicazione della Santa Sede

venerdì 1 aprile 2022

VAI e NON PECCARE PIU'

-QUINTA DOMENICA 

DI QUARESIMA -

-         Commento al Vangelo domenicale

di don Andrea Vena

-          Siamo giunti alla V domenica, tappa che precede la Domenica della Passione, detta delle Palme, portale della Settimana Santa, quando mediteremo sugli ultimi giorni della vita di Gesù.

Il brano odierno è tratto dal vangelo di Giovanni: Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme a insegnare al popolo. Il testo è introdotto da un brano tratto dal libro di Isaia, che all’inizio fa memoria di quanto Dio ha compiuto nel deserto – “Aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli”, chiaro richiamo all’Esodo (cfr Es 13,17ss) – ma subito invitando a non fermarsi al passato, ma a guardare alle cose più grandi che Dio è pronto a fare:

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Quella “cosa nuova” è la Pasqua di Gesù, che apre una strada nel deserto dell’esistenza per introdurci nella Terra Promessa del paradiso. Questo porterà a cantare con le parole del salmo: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi”. Con questa chiave di lettura, accostiamoci al testo del vangelo.

Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulte- rio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.

L’evangelista descrive la scena mostrando Gesù seduto nel tempio circondato dalla folla, come faceva Mosè, il quale stava seduto nell’accampamento per risolvere le questioni che la gente gli poneva (cfr Es 18,13ss). Scribi e farisei giungono davanti a Gesù con un interrogativo riguardo una donna scoperta in adulterio. Non cercano tante risposte quanto, come sottolinea il testo, un motivo per accusarlo (v. 6). Se Gesù non conferma la condanna e non approva l’esecuzione, può essere accusato di trasgredire la Legge di Dio; se, al contrario, decide a favore della Legge, perché allora accoglie i peccatori e mangia con loro (cf. Mc 2,15-16 e par.; Lc 15,1- 2)?

Fermiamoci un istante sulla donna e notiamo alcuni atteggiamenti degli scribi e dei farisei. La pongono nel mezzo (Gv 8,3), umiliandola di fronte a tutti; dicono pubblicamente la sua colpa (8,4) e la chiamano “una donna come questa” (Gv 8,5). Da queste brevi pennellate, cogliamo che scribi e farisei non ritengono che la donna abbia semplicemente commesso un peccato, ma che sia lei stessa “peccato” (una scena che ricorda e in parte rimanda all’esperienza di Susanna, Dn 13,14ss). Seconda la Legge la condanna è corretta, ma in questo caso è parziale, perché la Legge dice che la lapidazione è per entrambe gli adulteri, non solo per la donna, e qui manca l’uomo complice! (cf. Lv 20,10 e Dt 22,22). Già questo dato mostra che la questione è manipolata. E mentre scribi e farisei sono impegnati nell’umiliare la donna fissandola con malignità e urlando il suo peccato, Gesù tace e scrive sulla polvere (un gesto ancora oggi non compreso: tra i tanti significati, può richiamare il gesto con cui Dio scrisse le Dieci parole: “…Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio”, Es 31,18), senza mettere nessuno in imbarazzo.

Solo di fronte alla loro insistenza – “Poiché insistevano…” (v. 8) – Gesù prende la parola. Ma il suo intervenire prende tutti in contropiede. Infatti, scribi e farisei hanno posto al centro la donna, quasi a volersi distanziare dalla sua condotta di vita e quindi dal suo peccato. Gesù, invece, coinvolge tutti: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7b). La Legge stessa chiedeva che anche il testimone doveva essere senza peccato (cfr Dt 20,16ss). I primi ad andarsene sono i più anziani che comprendono che Gesù ha ragione! Di fronte tale pronunciamento, ciascuno è stato costretto a misurarsi dentro con se stesso, ad ammettere che davanti a Dio tutti indistintamente si è peccatori.

Alla fine, quando ormai tutti se ne sono andati, rimangono solo Gesù e la donna. Gesù si alza e con misericordia rivolge la parola alla donna: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannato? (Gv 8,10). Non le rin- faccia il peccato, ciò che ha fatto; non rivanga il suo passato, ma traccia per lei una via nuova (cfr Isaia I lettura:

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete). “Donna”! E’ lo stesso appellativo che Gesù ha rivolto a sua Madre (Gv 2,4), alla samaritana (Gv 4,21), alla Maddalena (Gv 20,15). Rivolgendosi a lei in questo modo, Gesù le ridà dignità: non una peccatrice, ma una donna, restituita alla sua vita. A lei Gesù domanda: “Dove sono i tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispondendo: “Nessuno, Signore (Kýrie)”, fa una grande confessione di fede in Gesù, il Signore. Sant’Agostino sintetizza magnificamente questa scena con l’espressione: “rimasero solo loro due, la misera e la misericordia”. Gesù non rinfaccia a questa donna il suo peccato, ma offre a lei una nuova opportunità, non la inchioda al suo passato, ma apre per lei una strada nuova, quella della speranza: “Non ricordate le cose passate…”. Una speranza sostenuta e incoraggiata dalle parole stesse di Gesù: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Così scribi e farisei, i quali andandosene riconoscono di essere peccatori, se ne tornano a casa con il carico dei loro peccati, mentre questa donna se ne torna a casa perdonata!

Gesù è venuto ad aprire la “strada nuova”: strada di misericordia, di salvezza, di speranza, di vita. Lungo questa strada siamo invitati a procedere per fare della nostra vita una cosa nuova e grande con il Signore. E la cosa più grande che Gesù ha portato è la vittoria sul peccato e sulla morte, tanto che agli occhi di Dio il nostro peccato è come una parola scritta sulla polvere, dura poco, basta un colpo di vento e scompare.

 

Lo spartiacque capace di cambiare il nostro modo di vedere le cose è l’incontro con Gesù. Per gli accusatori, perché d’ora in poi non potranno più accusare nessuno senza ricordarsi di essere ugualmente complici del male che vedono nell’altro; per la donna, per la quale sembrava non esserci più futuro. Il futuro invece c’è, e nasce dall’incontro con un Uomo che l’ha guardata con misericordia, trasformando la sua vita, aprendo strade nuove lì dove sembrava che non ci fossero altre possibilità, perché una sola è la premura di Dio, quella che il peccatore si converta e viva (cf. Ez 18,23; 33,11).

“Va’, e d’ora in poi non peccare più”, dice Gesù. Quel “Va’” è verbo di missione: Gesù non attende di vedere il cambiamento, la conversione. L’ha perdonata, lasciando alla sua libertà il tempo di cambiare. Questa è la giustizia che ha salvato anche Saulo di Tarso, trasformandolo in san Paolo, come ci ricorda la II lettura scelta per questa domenica (cfr Fil 3,8-14). L’invito di Gesù alla donna, “va e d’ora in poi non peccare più”, è la stessa grazia che farà dire all’Apostolo: “So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3,14).

Come Gesù ha fatto con gli scribi e farisei, così oggi invita ciascuno di noi a compiere dei passi. Il primo, passare dalla “legge da eseguire” alla “legge da assimilare” come norma interiore che rimanda alla pro- pria responsabilità personale: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. In secondo luogo, ricordarsi che il peccato non esiste perché ho disatteso un comandamento, ma per aver mancato verso il Signore Dio, buono e grande nell’amore, sempre pronto a venirci incontro pur di renderci partecipi della gioia della sua festa (cfr domenica scorsa, Lc 15), perché Lui sa di che pasta siamo fatti (ceneri). Dobbiamo stare quindi attenti a non diventare gli “scribi e i farisei” di oggi, fiscali nella legge ma incapaci di amare, di comprendere, di perdonare, di dare nuove opportunità. Non siamo chiamati a divenire ambigui e fiscali come gli “scribi e i farisei” del vangelo, ma ad essere “Misericordiosi com’è misericordioso il Padre del cielo” (cfr Lc 6,36ss). È più facile e rassicurante essere fiscali con una legge certa (gli anziani saranno i primi ad andarsene via, perché consapevoli di non vivere quello che pretendono: (“cfr “… scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito…” Mt 23,1-12, che aperti e disponibili alla fantasia della misericordia di Dio, capace a suggerire sentieri nuovi per salvare gli altri.

Il testo odierno ci fa guardare con fiducia alla Settimana Santa ormai vicina: nessuno è escluso da questa esperienza di Amore misericordioso, nessuno! Forse c’è ancora chi è solo capace di inchiodarci al senso di colpa per i nostri peccati; chi si ferma a puntare il dito contro la pagliuzza che c’è nell’occhio del fratello e non si accorge della trave che c’è nel suo (cfr Lc 6)… Non è l’obbedienza alla legge che mi dona la gioia di sentirmi amato, ma è il lasciarmi amare da Dio che infonderà in me la gioia di obbedire alla legge!

Rassicurati in questo, prepariamoci con verità alla Settimana Santa ormai vicina. Accostiamoci al sacramento della Riconciliazione con fiducia: è l’abbraccio del Padre che ci viene incontro, che ci accoglie, che ci abbraccia… che ci invita a partecipare alla sua festa, alla sua gioia. Non temiamo di gettare in Lui ogni nostra fatica, imbarazzo, vergogna… portiamo tutto nel suo cuore misericordioso, gettando in Lui il peso del nostro male senza lasciarci incatenare dal dubbio, che è opera del diavolo. Dio desidera solo che nessuno vada perduto, ma tutti abbiano modo di convertirsi.

In fondo in quell’adultera ciascuno di noi può rivedersi. Tutte le volte che il maligno e/o il fariseo/scriba che è in me, mi illude che la realtà sia diversa da quello che è fino a farmi sentire sempre in colpa di fronte a Dio a tal punto da rintanarmi dietro i cespugli delle mie paure e vergogne (cfr Gn 3). Così non avanzo più nella crescita interiore, non gusto più la vita, non mi assumo più impegni e responsabilità…restando bloccato. Invece oggi la Parola di Verità mi ricorda che il mio cuore/la mia vita è più grande del mio peccato e anche se il mio cuore mi condanna, Dio è più grande del mio cuore e mi dice che mi ama (cfr 1Gv 3,10); mi dice che Lui mi offre sempre nuove opportunità, mi apre sempre strade nuove: basta che impari ad accorgermene, anche con l’aiuto di chi ho accanto.

Ma anch’io a volte sono come gli scribi/farisei, pronto a puntare il dito, a innalzarmi a maestro e giudice, senza misericordia, come il figlio maggiore (cfr Lc 15, domenica scorsa). La prima vittima sulla quale sfogo la mia ingiustizia sono me stesso, quando non so darmi nuove possibilità; quando guardo solo negativo, quando non sono capace di dare giusto peso ai fatti della vita, anche sbagliati, quando permetto che il senso di colpa logora il mio cuore, non dandogli speranza e fiducia. E poi, punto il dito sugli altri, neanche fossi tanto migliore. Ma non è così. Oggi la Parola mi e ci dice che c’è sempre una possibilità nuova che si apre innanzi a me, a ciascuno di noi. Vorrei così rileggere il cammino della Quaresima proprio alla luce della cifra/della categoria della Parola.

L’ascolto della Parola mi ricorda che anche se sono cenere, sono amato da Dio (ceneri). La forza della Parola mi ricorda che posso superare le tentazioni (I domenica).

La luce della Parola mi ricorda che c’è un’opera d’arte in me (II domenica).

La guida della Parola mi aiuta a comprendere che ogni attimo della vita custodisce altro (III domenica). Il ricordo della Parola mi aiuta a rientrare in me stesso e a tornare sui miei passi (IV domenica).

La verità della Parola mi ricorda che io non sono peccato, ma commetto peccati (V domenica). E Dio si fece PAROLA e venne ad abitare in mezzo a noi (Natale).

Riprendo quanto detto sopra, perché è il cuore di tutto: con la forza e la gioia della Misericordia impareremo a cambiare. Lo dice la stessa Colletta (preghiera che il sacerdote recita dopo l’atto penitenziale, facendo sintesi del messaggio biblico: “Dio di misericordia, che hai mandato il tuo Figlio unigenito non per condannare ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa – si noti, PERDONA -, perché rifiorisca nel cuore il canto della gratitudine e della gioia”: prima c’è il perdono, poi il canto di lode. Cioè, solo facendo prima esperienza dell’Incontro con la Misericordia troveremo gioia e coraggio per intraprendere cammini nuovi, a tal punto da dire con san Paolo: “Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo, mio Signore”.

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