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lunedì 4 novembre 2024

MANZI, IL MAESTRO DEGLI ITALIANI

 

Nacque cento anni fa Alberto Manzi, l’autore e conduttore di “Non è mai troppo tardi”, trasmissione Rai che negli anni ’60 contribuì ad abbattere le barriere dell’analfabetismo.

 

-         - di Rossana Sisti

 Di andare in televisione non ne aveva avuto granché voglia; a fare un provino alla Rai lo spedì a fine ottobre il suo direttore didattico della scuola elementare “Fratelli Bandiera” di Roma dove insegnava, perché Rai e ministero della Pubblica Istruzione avevano deciso di mandare in onda una trasmissione per insegnare a leggere e scrivere agli adulti analfabeti, ma un maestro non l’avevano ancora trovato.

Arrivato il suo turno, ormai a tarda sera, il maestro Manzi stracciò il copione della lezione sulla lettera “O” che doveva recitare e improvvisò a modo suo, muovendosi nello studio, parlando e disegnando su fogli di carta da pacco appesi al muro.

Nessuno aveva pensato che non si potesse fare lezione in tv senza immagini in movimento, ma tutti ben presto tra direttori e ispettori vari capirono che quello era il maestro giusto.

E un mese dopo, metà novembre 1960, partiva in diretta la prima puntata di Non è mai troppo tardi.

Al tempo gli italiani analfabeti erano ancora quasi quattro milioni, adulti e anziani rassegnati, difficilmente disponibili a tornare a scuola ma che, questa era la sfida, la televisione poteva agganciare.

L’appuntamento con il maestro in tv alle 18, prima di cena, il martedì, il giovedì e il venerdì sarebbe durato otto anni; il risultato fu un programma invidiato e copiato all’estero, tanto che nel ’65 su indicazione dell’Unesco, ottenne il premio dell’Onu come uno dei programmi più significativi nella lotta contro l’analfabetismo.

Un format di successo, la prima volta in Italia di un educational televisivo che scivolava nell’intrattenimento, apprezzato dagli adulti e non di meno da quella generazione di bambini che negli anni Sessanta cresceva con una tv ancora in bianco e nero e si appassionava alle lezioni di quel maestro che insegnava col sorriso e la voce calda mentre con mano veloce traduceva le parole in disegni stilizzati con il carboncino su grandi fogli bianchi.

Garbato e amabile nei modi e capace di un linguaggio pacato, tranquillizzante, semplice e chiaro, Alberto Manzi era non solo un maestro competente e straordinario che aveva trovato il registro giusto per parlare agli adulti, ma anche un conduttore che bucava il video.

«Se stavo fermo 20 minuti a parlare – avrebbe spiegato – addormentavo tutti.

La mia soluzione fu di disegnare: mi bastava schizzare qualcosa, meglio se incomprensibile all’inizio, per cui chi stava a guardare era incuriosito dal disegno che via via prendeva forma e nel frattempo seguiva il mio discorso».

E sebbene non volle mai attribuirsi tutto il merito condividendolo con i maestri dislocati in duemila punti d’ascolto organizzati in tutto il Paese tra bar, parrocchie e centri sociali, è innegabile che le doti di comunicatore e il carisma personale di Manzi catalizzarono il pubblico e il risultato fu che un milione e mezzo di italiani presero la licenza elementare.

Certo la visibilità televisiva, di cui a tratti pativa la pesantezza, ha per certi versi appiattito la figura di Alberto Manzi sul successo di Non è mai troppo tardi, che è stato solo un pezzo del suo più ampio impegno in tv e una parentesi nei quarant’anni di insegnamento da maestro elementare cui è tornato, fino alla pensione nel 1988.

Perciò a cento anni dalla nascita – il 3 novembre 1924 – rileggere l’ultima conversazione di Alberto Manzi con Roberto Farné, già professore di Didattica all’Università di Bologna – realizzata nel ‘97 e riprodotta integralmente nella nuova edizione ampliata del suo saggio Alberto Manzi. L’avventura di un maestro (Bologna University Press, pagine 196, euro 22,00) – consente di ricostruire attraverso la sua voce, un profilo più completo dell’uomo, dell’educatore colto e rigoroso, del comunicatore raffinato e dello scrittore, esponente di quella cultura pedagogica alta della seconda metà del ‘900 accanto a don Milani, Bruno Ciari, Danilo Dolci, Gianni Rodari, Mario Lodi, Loris Malaguzzi, tutti pressoché coetanei.

«Basta scavare nel ricco materiale dell’archivio donato dalla famiglia di Manzi, dopo la sua morte, all’Università di Bologna e conservato nel Centro Alberto Manzi, presso la Regione Emilia-Romagna – racconta Roberto Farné – per rendersi conto che ci troviamo di fronte a una delle figure più originali e significative della recente cultura pedagogica italiana.

Fu esattamente questa l’impressione che io ne ebbi quando lo incontrai per una lunga intervista nel giugno del 1997: stavo studiando il ruolo della televisione educativa in Italia e Alberto Manzi era una delle mie fonti primarie».

Un racconto che è la riprova di quanto il maestro sapesse incantare, con il suo carisma innato di comunicatore, chi lo ascoltava.

Sognava di diventare capitano di lungo corso, ma la vita lo ha portato altrove perché contemporaneamente all’istituto nautico, Manzi frequentava anche il magistrale che per i maschi era gratis.

Controvoglia andò in guerra dove era nata l’idea di aiutare i ragazzi e rinnovare un po’ la scuola per cambiare certe cose che non gli piacevano.

Poco più che ventiduenne nel ‘46, approdò al carcere minorile Aristide Gabelli di Roma a insegnare a 94 alunni dai 9 ai 17 anni, alcuni analfabeti, altri con la seconda liceo, e dove non c’erano penne, quaderni né libri e nessuno aveva voglia di studiare.

Già qui si convinse che era necessario un modo nuovo di fare scuola.

Dopo un mese di rifiuti e contrasti si guadagnò la possibilità di insegnare vincendo una scazzottata con il boss dei giovani detenuti.

Quattro anni in Marina erano stati una palestra come si deve, ma quella fu una vittoria su tutti i fronti: insieme ai ragazzi organizzò un giornale, una recita e persino un campeggio.

Il mestiere di maestro, anche se all’università aveva studiato biologia, era ormai un destino: s’iscrisse a pedagogia e maestro fu, sempre animato dal desiderio di fare della scuola un luogo di ricerca, dove si aiuta a pensare, senza consegnare pensieri già fatti.

Un maestro difficilmente incasellabile, «attentissimo – ricorda Roberto Farné – a non essere catturato e identificato all’interno di raggruppamenti rischiando di perdere quella libertà di non appartenere se non alla propria soggettività».

«Quando Alberto ci raccontava di queste e altre esperienze, durante l’intervista – racconta – si coglieva nel tono e nel modo del suo narrare un senso di soddisfazione, e forse di orgoglio, nell’aver compiuto delle scelte rispondendo unicamente al principio della libertà della propria coscienza.

L’impressione è che Alberto Manzi avesse un’avversione istintiva e razionale insieme, verso ogni forma di compromesso che rispondesse al criterio di semplificare la realtà, di risolvere i problemi attraverso le vie del facile accomodamento.

Soprattutto è emerso con sempre maggiore chiarezza che il suo mettersi contro non era dettato da alcuna forma di protagonismo ma il risultato di un’obiezione di coscienza sul piano etico-pedagogico».

È ciò che ha messo in atto con fermezza contro i voti nelle pagelle, che lo portò otto volte sotto il Consiglio di disciplina, e poi contro i giudizi delle schede di valutazione che gli valse più di una denuncia alla procura della Repubblica (con sospensione dello stipendio) e lo indusse a coniare quello slogan trionfo dell’ovvietà ma tecnicamente perfetto e incontestabile da replicare sulle schede con un timbro: “Fa quel che può, quel che non può, non fa”.

 

www.avvenire.it

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mercoledì 3 novembre 2021

ALBERTO MANZI ... IL MAESTRO

 

NELL'ANNIVERSARIO DELLA NASCITA

Alberto Manzi è nato a Roma il 3 novembre 1924, figlio di Ettore, tranviere e di Maria, casalinga, che ebbero un’altra figlia, Elena. Manzi ha avuto quattro figli (Alda, Massimo, Roberta e Flavia) dalla prima moglie Ida, e una figlia, Giulia, dalla seconda moglie Sonia Boni. Con queste ultime si trasferirà, nel 1986, da Roma a Pitigliano (Grosseto).

Ecco le pagelle di scuola di Alberto Manzi. Questi ultimi, con la loro veste grafica e i contenuti sono documenti interessanti sullo “stile d’epoca” e anche sul maestro quando era ancora scolaro. Divertente notare come il giudizio per ogni materia alla fine di ogni anno fosse lodevole tranne che in “canto” e “aritmetica” dove era solo buono. Alberto Manzi ha cominciato per tempo a dimostrare che pagelle e schede di valutazione raramente sono affidabili…

“Volevo fare il capitano…”. Dalla marina alla scuola

Manzi studia all’istituto nautico, sognando di fare il capitano di lungo corso, ma si diploma anche all’istituto magistrale, allora gratuito per i maschi. L’esperienza della guerra in marina lo cambierà profondamente influendo in modo decisivo sulla scelta di dedicarsi all’educazione e di fare il maestro.

Continua a studiare laureandosi prima in Biologia alla Facoltà di Scienze dell’Università di Roma, poi in Filosofia e Pedagogia con il prof. Luigi Volpicelli, che lo vorrà come assistente a dirigere la Scuola sperimentale del Magistero di Roma nel 1953. Manzi farà questa esperienza per un anno e poi l’abbandonerà, preferendo la scuola elementare.
“Il mio sogno da ragazzo era di fare il capitano di lungo corso, per cui ho studiato all’Istituto nautico, ma contemporaneamente studiavo all’Istituto magistrale […]. L’Istituto nautico lo frequentavo perché mi piaceva, […] ma pensando sempre di fare il maestro”. Alberto Manzi si diploma nel 1942.

Durante la seconda guerra mondiale presta servizio sui sommergibili della Marina Militare Italiana e dopo il 1943 entra nel Battaglione da sbarco San Marco, divisione aggregata all’VIII Armata inglese.

Facendo la guerra, poi, ho scoperto che tante cose per cui si pensava valesse la pena vivere erano solo delle falsità. […] Soprattutto dopo l’esperienza della guerra, l’idea fissa che avevo era di aiutare i ragazzi. […] rinnovare un po’ la scuola, per cambiare certe cose che non mi piacevano” (dall’intervista videoregistrata del 13 giugno 1997, rilasciata a Roberto Farné e interamente trascritta in: E. Morgagni (a cura di), Adolescenti e dispersione scolastica, Carocci, Roma 1998)

Educatore al carcere minorile

Dopo la guerra e la laurea in Biologia, dal 1946 al ’47 Manzi viene “sbattuto” a insegnare nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma dove condusse la prima esperienza come educatore. È l’anno scolastico 1946-1947. Manzi deve insegnare a circa 90 ragazzi fra i 9 e i 17 anni (perché al 18° passavano al Regina Coeli) con alfabetizzazioni e storie differenti, in un’enorme ‘aula’ senza banchi, sedie, libri, senza niente. L’ambiente è durissimo. Quattro insegnanti prima di lui avevano rinunciato… Il gruppo é difficile, però Manzi riesce a guadagnarsi l’attenzione dei ragazzi iniziando a raccontare la storia di un gruppo di castori che lottano per salvare la propria libertà. I giovani carcerati scrivono insieme la storia e la portano pure in scena. Funziona. Il gruppo è ormai coeso: anche grazie alla fiducia del direttore del carcere e del sacerdote, i ragazzi pubblicano un giornale, La Tradotta. È il primo giornale fatto in un carcere. Dal lavoro svolto coi ragazzi Manzi rielaborerà in seguito il suo primo romanzo, Grogh, storia di un castoro, premiato nel 1948 con il “Collodi” per le opere inedite, due anni dopo pubblicato dalla Bompiani e poi tradotto in 28 lingue; nel 1953 ne fu ricavata una riduzione radiofonica dalla Rai.
“Di tutti quei ragazzi, quando sono usciti dal carcere, solo 2 su 94, così mi fu detto, sono rientrati in prigione”.

Il suo primo stipendio è di 9.000 lire al mese.

Cosa non va nella scuola di oggi? Il maestro critico riformista

Alberto Manzi nel suo mestiere di insegnante riversava entusiasmo, metodo, volontà di sperimentare, di rimettere continuamente tutto in discussione, in gioco. Non fu invece mai entusiasmante il suo rapporto con l’istituzione e la gerarchia scolastica. Né con il potere in generale. Il maestro Manzi aveva idee (e ideali) molto chiari. Vedeva come purtroppo andavano – o non andavano – le cose, sia nelle scuole urbane che in quelle rurali, e come invece sarebbero potute andare, solo se… se non…

Nel 1950 scrisse una sferzante lettera aperta al signor Gonella ministro della Pubblica Istruzione e le due pagine di Pensierini sulla scuola d’oggi: la sconsolata e sconsolante radiografia di un malato che non è mai stato “immaginario”: “…Sono forse pensierini cattivi… avvelenati dalla bile di un fegato marcio. Scuola d’oggi: rovina di un prossimo futuro. Il male è alle radici, è nel tronco, è nei rami: ovunque. È nei maestri, nei direttori, negli ispettori, nel ministro. Cosicché le patrie galere rigurgitano di minorenni. Maestri impreparati e che non vogliono prepararsi sono dilagati nella scuola travolgendo i pochi onesti… 
Orzowei! Orzowei!!

Nel 1954 Manzi scrive Orzowei e vince il Premio “Firenze” per opere inedite del Centro Didattico Nazionale. L’anno successivo lo pubblica l’editore Vallecchi di Firenze, e nel 1956 entra nel catalogo Bompiani. Nello stesso anno vince il Premio internazionale “H.C. Andersen” e Orzowei viene tradotto in 32 lingue. Fu un clamoroso successo internazionale. Nel 1980 la Rai, in coproduzione con la Oniro Film, ne ha ricavato 13 puntate per una riduzione televisiva e una versione cinematografica.

Maestro, e non solo, in America latina

Nell’estate del 1955 Manzi, che è anche studioso naturalista con laurea in Biologia e specializzazione in Geografia, riceve dall’Università di Ginevra un incarico per ricerche scientifiche nella foresta amazzonica. “Vi andai […] per studiare un tipo di formiche, ma scoprii altre cose che per me valevano molto di più”. Scoprì la dura vita dei nativos tenuti nell’ignoranza perché fossero più deboli e il loro lavoro meglio sfruttabile. Tutte le estati, per oltre 20 anni, Manzi si recò nella foresta amazzonica per insegnare a leggere e a scrivere agli indios; da solo, con studenti universitari e poi con l’appoggio di missionari Salesiani. Diede anche impulso a cooperative agricole, indirizzò i contadini verso piccole attività imprenditoriali. Accusato dalle autorità di essere un “guevarista” collegato ai ribelli, fu anche imprigionato e torturato; dichiarato “non gradito” continuò ad andare clandestinamente, fino al 1984. Le sue esperienze sudamericane rivivono in tutta la loro densa realtà nei romanzi La luna nelle baracche (1974), El loco (1979), E venne il sabato (2005), Gugù (2005).

Un maestro elementare alla Rai

Nel 1960, in novembre, Alberto Manzi viene mandato dal suo direttore didattico a fare un provino alla Rai: stavano cercando un maestro per un nuovo programma per l’istruzione degli adulti analfabeti; viene scelto e gli viene affidata la conduzione di Non é mai troppo tardi, trasmissione che durerà fino al 1968. L’idea del programma e del titolo fu di Nazareno Padellaro, direttore generale della Pubblica Istruzione. In questo periodo Manzi é un “insegnante distaccato” presso la Rai: “Continuavo a percepire il mio stipendio di maestro elementare. Dalla Rai ricevevo un “rimborso camicia” perché il gessetto nero che usavo per fare i disegni era molto grasso, si attaccava ai polsini della camicia e li rovinava…”.
Non é mai troppo tardi é considerato uno dei più importanti esperimenti di educazione degli adulti, conosciuto e citato nella letteratura pedagogica internazionale, del tutto innovativo nell’impianto organizzativo, nello stile di conduzione e nel linguaggio didattico. Indicato dall’Unesco come uno dei migliori programmi televisivi per la lotta contro l’analfabetismo, nel 1965, al congresso internazionale degli organismi radio-televisivi che si tenne a Tokyo, ricevette il premio dell’UNESCO.
“Non insegnavo a leggere e scrivere: invogliavo la gente a leggere e a scrivere” ha detto Alberto Manzi della famosissima trasmissione con cui, possiamo dire, sia diventato “il maestro degli italiani”. Non è mai troppo tardi venne conosciuto ed imitato come format televisivo da altri Paesi, in particolare dell’America latina.

Non è mai troppo tardi d’Argentina

Nel 1987 Manzi fu chiamato a tenere un corso di formazione di 60 ore per i docenti universitari che avrebbero dovuto elaborare il “Piano Nazionale di Alfabetizzazione” che il Governo argentino voleva realizzare sul modello di Non è mai troppo tardi. Dal 16 al 25 settembre Manzi fu l’illustre docente di questo corso. Ne rimangono appunti dettagliati e assai interessanti, che confermano l’organicità e la chiarezza con le quali Manzi affrontava tematiche e lavori.

Nel 1989 l’Argentina, grazie anche al maestro italiano, ricevette il riconoscimento dell’ONU e un premio internazionale per il migliore programma di alfabetizzazione adottato in tutto il Sud America.

Maestro anche alla radio

Nel 1951 Manzi vinse un premio radiofonico per un racconto per ragazzi presentato alla radio. Da allora ebbe una collaborazione costante con la Radio per le scuole, per 40 anni, dal 1956 al ’96. Ma già nel 1950 Manzi aveva ideato, per la trasmissione, Il vostro racconto, un romanzo da scrivere insieme alla radio, a puntate, con i contributi narrativi dei giovani ascoltatori, intitolato Il tesoro di Zi’ Cesareo di cui lui aveva scritto il capitolo iniziale.
Manzi aveva compreso assai per tempo le potenzialità del mezzo radiofonico: efficace partner didattico e scientifico, ideale per stimolare fantasia e creatività, il limite del non vedersi che diventa opportunità di suggestioni, di promozione per i libri e la lettura, di conoscenza e approfondimento della lingua italiana. Per la radio Manzi fu autore e conduttore di trasmissioni, scrisse e rielaborò favole per bambini, testi scientifici, didattici e culturali, sperimentò il mezzo radiofonico con i giovanissimi nonché con gli adulti, gli italiani emigrati e i loro figli. E proprio le 40 trasmissioni di Curiosità delle lingua italiana, nel 1996, per gli italiani all’estero e gli stranieri studiosi della nostra lingua, diventeranno la sua ultima collaborazione Radio-Rai.

Guarda i contributi pervenuti nel corso del 1967 dalle Radio norvegese, polacca, turca, neo-zelandese e giapponese per la trasmissione radiofonica La patria dell’uomo. Per la stessa trasmissione, una “sedicenne canturina” manda ricche informazioni sul Giappone e lo spartito dell’inno nazionale Kimigayo.

Essere uomini

Manzi è stato anche poeta. Le sue prime scritture hanno forme e metri della poesia. Manoscritte su gruppi di fogli e quaderni e poi trascritte a macchina in più copie su sottili veline: il fondo archivistico del Centro Manzi conserva tutti questi scritti, che documentano quanto “bollisse” nell’animo passionale ma già ben formato del diciottenne Alberto. Non l’intimismo del proprio “io” ma, al contrario, liriche nutrite di forte idealità patriottica e civile (amore di Patria, per la bandiera, onore a chi muore per gli ideali comuni) si mescolano con poesie di attenta analisi della società e dei vizi degli uomini (come Italianucoli), con rime di forte accento satirico, in un romanesco che rimanda naturalmente a Trilussa.

Alla poesia scritta Manzi tornerà tra il 1983 e il 1984, con 16 poesie dedicate alla moglie Sonia (pubblicate postume in Essere uomo, Edizioni Laurum, Pitigliano 1998).

Premi e riconoscimenti

Riccamente eclettica, l’attività di Alberto Manzi è stata ampiamente riconosciuta nell’arco della sua vita con numerosi e diversificati premi assegnatigli per i romanzi e i racconti, per la radio, per le trasmissioni televisive, per l’attività pedagogica e gli scritti per la gioventù. Il primo della serie é stato il Premio Collodi per il romanzo allora inedito Grogh, storia di un castoro (1948), pubblicato nel 1950 dalla Bompiani. L’ultimo, il Premio Bardesoni, per la riduzione in commedia di Tupiriglio, pubblicato nel 1988. In mezzo vari premi internazionali, della Presidenza del Consiglio italiano, dell’UNESCO… Nel 1962 fu anche nominato cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica italiana.

Alberto Manzi sindaco di Pitigliano

Nel 1994 Alberto Manzi accetta di candidarsi e viene eletto sindaco di Pitigliano, in provincia di Grosseto. Completa così il cerchio dell’impegno sociale e civile che ha caratterizzato – accanto a quello educativo: nel carcere e nelle aule scolastiche, alla radio e alla televisione, e alla produzione letteraria – la sua ricca biografia. Nemmeno l’impegno quotidiano da primo cittadino blocca la sua capacità e la voglia di analizzare e di progettare, sia per il territorio di Pitigliano, sia per la scuola e i bambini. Quanto scritto su di lui dal 4 dicembre 1997 (data della sua scomparsa), ad oggi, fatica a dare la misura completa di quanto Alberto Manzi abbia realizzato nel corso dei suoi 73 anni di vita.

Centro Alberto Manzi


 

giovedì 6 maggio 2021

A SCUOLA DAI MAESTRI


 La pedagogia di Dolci, Freire, Manzi e don Milani

L'istruzione è un crocevia di sfide complesse, in cui gli insegnanti maturano una serie di competenze ed operano diverse forme di mediazione, attingendo ad un bagaglio personale e professionale e lasciandosi guidare da orientamenti pedagogici significativi, che restano spesso latenti.

Ripercorrendo il pensiero di grandi maestri pedagogisti quali Danilo Dolci, Paolo Freire, Alberto Manzi e don Lorenzo Milani si intende offrire una cornice pedagogica grazie alla quale rileggere le esperienze di accompagnamento scolastico attraverso cui vengono approfondite conoscenze specifiche, sperimentati metodi che rinnovano la pratica didattica e trovati principi ispiratori comuni che orientino le scelte pedagogiche.

Insegnanti, dirigenti, educatori, pedagogisti potranno trovare in queste pagine contenuti significativi e stimoli preziosi per ripensare la scuola oggi nella direzione della tutela dei diritti e della giustizia, della rilettura di scenari in cambiamento, della promozione dell'umano, attraverso l'uso della parola e l'affinamento della conoscenza.

A SCUOLA DAI MAESTRI

La pedagogia di Dolci, Freire, Manzi e don Milani

Contributi
Caterina Benelli, Antonio Cuciniello, Roberto Farné, Isabella Pescarmona, Piergiorgio Reggio, Domenico Simeone, Pierpaolo Triani
Livello
Testi per insegnanti, operatori sociali e sanitari

Dati
pp. 126,      1a edizione  2020   (Codice editore 1108.1.37)

€ 15