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martedì 26 settembre 2023

INSEGNARE EDUCANDO

 Promuovere a scuola le risorse psicosociali 
di chi apprende:

 modelli, strategie, attività

Negli ultimi decenni si è sviluppato un interesse multidisciplinare nel considerare una serie di fattori psicosociali per spiegare, nel breve e nel lungo termine, gli esiti di apprendimento, il successo formativo, le carriere professionali e il benessere fisico e mentale degli studenti.

Tali fattori possono colorare le esperienze di apprendimento e di vita in termini di sforzo, perseveranza, attenzione, precisione, responsabilità, disciplina, apertura, curiosità, grinta, carattere.

Il volume è articolato in tre parti. Nella prima parte si presenta - no le dimensioni che compongono l’insieme di risorse psicosociali a supporto dell’apprendimento: i cinque tratti di personalità, il capitale psicologico, la motivazione ad apprendere, il concetto di sé.

Nella seconda parte, si discutono i progetti realizzati con le scuole nel quinquennio 2017-2022, e si presenta un sistema di risorse pedagogiche in termini di modelli e finalità generali, strategie formative, attività di apprendimento, azioni, studio di casi.

La terza parte restituisce una raccolta di percorsi didattici ed esperienze formative realizzati da docenti e studenti nelle rispettive scuole. L’ambizione è di poter incidere sul funzionamento psicosociale degli ambienti di apprendimento restituendo alle scuole un ruolo attivo e di influenza positiva sulla crescita delle studentesse e degli studenti.

Prefazione di Damiano Previtali. Postfazione di Giorgio Vittadini. Conclusioni di Franco Fraccaroli.

 

Insegnare educando. Promuovere a scuola le risorse psicosociali di chi apprende: modelli, strategie, attività–

di Maurizio Gentile (Autore), Francesco Pisanu (Autore), Giorgio Vittadini (Dopo), Franco Fraccaroli (Collaboratore), Damiano Previtali (Prefazione)

Ed. UTET, 2023

Maurizio Gentile

Professore associato di Didattica Generale e Pedagogia Speciale presso la LUMSA di Roma. Svolge e coordina attività di ricerca, empirica e teorica, sui seguenti temi: cooperative learning, scuola inclusiva, valutazione formativa, strumenti e metodi di formazione dei docenti, apprendimento e didattica, competenze non cognitive. Parallelamente all'impegno accademico porta avanti un’attività di consulenza e formazione collaborando con scuole, università e istituti di ricerca.

mercoledì 15 marzo 2023

IL FASCISMO E I MAESTRI


Nel suo ultimo lavoro “Il fascismo e i maestri” G. Chiosso cambia il modo (consolidato ma infondato) di vedere il rapporto tra scuola italiana, regime fascista e Gentile

- di Andrea Marrone

 

Tra il 1922 e il ’23 un piccolo gruppo di studiosi guidati dal ministro Giovanni Gentile preparò la più importante e discussa legge scolastica del Novecento italiano, ancora oggetto di ricerche, dibattiti e sentimenti contrastanti. Pur approvata dal primo governo a maggioranza fascista, la Riforma del 1923 aveva poco a che spartire con la visione educativa di Mussolini. Rappresentò, infatti, la realizzazione di un progetto messo a punto dalla corrente neoidealista nei primi quindici anni del secolo, perlopiù ispirato ad una visione liberale, conservatrice e meritocratica della scuola. Non a caso, la legge si rivelò per il Regime una scomoda antagonista, che, dopo varie correzioni, il ministro Bottai provò a superare definitivamente alla fine degli anni Trenta.

A cento anni dall’approvazione della legge, Giorgio Chiosso, autorevole studioso di storia della scuola, già noto ai lettori del Sussidiario, ha arricchito la sua produzione saggistica con la pubblicazione di un prezioso volume intitolato Il fascismo e i maestri (Mondadori, 2023). Alla luce di un’ampia documentazione, il volume si occupa del rapporto instauratosi tra il Regime e il mondo magistrale, con l’obiettivo di ricostruire l’effettivo impatto del fascismo sulla scuola elementare e sui suoi insegnanti.

Si tratta di un argomento su cui la storiografia si è già soffermata, ma, come ricordato da Roberto Sani nella prefazione, varie ricostruzioni sono state “talora irrimediabilmente segnate da pregiudizi ideologici”. Sulla base di numerose fonti inedite e una completa ricognizione degli studi sul tema, le ricerche presentate da Chiosso hanno il merito di superare letture semplicistiche o pregiudiziali, offrendo un quadro più completo e dettagliato. Il volume sembra dunque destinato a diventare un punto di riferimento per chiunque voglia approfondire la storia della scuola italiana negli anni della dittatura fascista.

La ricerca si dipana in quattro capitoli attraverso cui l’autore presenta una nitida fotografia del mondo magistrale prima e durante il Ventennio. Il libro prende avvio dalle trasformazioni culturali che segnarono il Paese nel primo Novecento, mettendo in luce la diffusione di una nuova visione del maestro elementare, non più solo alfabetizzatore, ma anche araldo del patriottismo tra le giovani generazioni. Questa narrazione si diffuse ben prima del fascismo, sostenuta da un nuovo clima culturale condizionato dalle imprese coloniali e poi, più diffusamente, dalle manifeste fragilità ideali della società italiana rivelatesi durante il Primo conflitto mondiale: per esempio la grande lezione di Caporetto.

Il secondo capitolo si sofferma sull’ascesa del gruppo neoidealista, che, specie attraverso le opere e l’attivismo di Giuseppe Lombardo Radice, continuò a condizionare la vita della scuola elementare nei decenni successivi. Com’è noto, dopo l’omicidio Matteotti, il pedagogista siciliano, che aveva collaborato alla Riforma per il grado elementare poi stendendone gli innovativi programmi, interruppe i rapporti con il Governo, opponendosi “indirettamente” al Regime. Negli anni successivi, la sua influenza sul mondo magistrale fu tuttavia difficile da scardinare e il suo pensiero continuò a condizionarne lo spirito e le pratiche dei maestri. Alla faziosa militarizzazione dell’educazione, molti continuarono a preferire la “scuola serena” lombardiana, custode di un’infanzia creativa e libera.

Se i maestri che si opposero esplicitamente al Regime furono pochi (di alcuni di questi l’autore dà conto alla fine del terzo capitolo), in tanti limitarono con la loro didattica la penetrazione ideologica del fascismo. Non a caso, dagli anni Trenta la dittatura si impegnò per trasformare radicalmente la scuola. Le politiche del ministro Giuseppe Bottai furono l’esemplare espressione di questo tentativo totalitario. Il quarto e ultimo capitolo si sofferma anche su questa ultima stagione del fascismo, ben rappresentata dalla Carta della scuola e dalle leggi razziali.

Per concludere, si può senz’altro sostenere che il libro di Giorgio Chiosso ha il merito di restituirci un quadro ampio e realistico del mondo magistrale sotto la dittatura fascista, che si scopre più sfaccettato e disomogeneo di come il Regime (e poi qualche storico) ha preferito far credere. Come sostenuto dall’autore, oltre alle resistenze di vari insegnanti e circuiti culturali (tra cui pedagogisti e uomini di scuola cattolica), la penetrazione ideologica del fascismo fu ostruita – eterogenesi dei fini – dagli ancestrali difetti della scuola italiana, tra cui il conservatorismo delle pratiche didattiche, l’idea dell’“aula come sacrario inaccessibile ove celebrare i riti del sapere”, ma anche la diffusa indifferenza politica dei maestri.

 Il Sussidiario

martedì 7 febbraio 2023

SCUOLA: LA RIFORMA GENTILE


 - di Giorgio Chiosso

 

Cento anni fa, tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, nelle stanze del Palazzo della Minerva, l’ex convento dei Domenicani, in Roma, oggi sede della Biblioteca del Senato (allora ospitava il ministero della Pubblica Istruzione) un ristretto manipolo di studiosi guidati dal filosofo Giovanni Gentile elaborò quella che è forse la riforma più nota della storia scolastica italiana: la riforma che prese il nome del filosofo che Mussolini aveva voluto al proprio fianco nel suo primo governo.

Gentile e Mussolini fino a quel momento non si erano mai incontrati e la loro collaborazione fu favorita da “ambasciatori” di entrambe le parti, spinti da ragioni diverse pur convergenti nella critica all’Italia giolittiana. Quanti erano vicini a Mussolini sollecitavano il capo del fascismo ad arricchire il suo governo con una personalità di grande autorevolezza nella vita culturale di quegli anni. Giolitti aveva coinvolto Benedetto Croce nell’ultimo suo governo, poteva Mussolini essere da meno?

Coloro che parteggiavano per Gentile e con cui si battevano per rinnovare la scuola erano convinti che finalmente si presentava l’occasione idonea per dare all’Italia una scuola libera da incrostazioni positivistiche e, attraverso la sua rigenerazione, rendere migliore la società italiana, sottrarla alle sirene dell’utilitarismo e del materialismo. Gentile accettò a due condizioni: che cessassero immediatamente le violenze che avevano insanguinato il seguito della marcia su Roma e che gli fosse lasciata mano libera nella riforma scolastica.

Contrariamente ad un’opinione ampiamente ed erroneamente diffusa, la riforma di Gentile (e per la scuola elementare il geniale riordino predisposto da Giuseppe Lombardo Radice) non fu affatto una “riforma fascista” e la sua genesi fu ben anteriore alla creazione dei fasci mussoliniani. Essa va cercata invece nelle discussioni che si susseguirono nel primo quindicennio del Novecento sullo scadimento della scuola (specie quella secondaria) del tempo. Giovani intellettuali di varia ispirazione – liberali, vociani, nazionalisti, cattolici, qualche socialista – affascinati dalla filosofia e dalla personalità del filosofo siciliano furono con lui concordi nel denunciare l’illusione positivista che il “progresso” e il perseguimento dell’utilità economica potessero rappresentare la bussola ideale e morale della società.

Il decadimento di una scuola senza alti ideali era testimoniato, secondo i gentiliani, da fenomeni che avevano tolto alla scuola l’antico prestigio che risaliva al rigore dei collegi gesuitici: l’esasperata ricerca del “pezzo di carta” da raggiungere a ogni costo, anche senza merito, l’esame facile, la mediocre qualità dei docenti spesso improvvisati e il tutto condito dalla preoccupazione delle famiglie di aiutare in ogni modo i figli a salire sull’ascensore sociale. Una scuola, insomma, dominata dall’individualismo e dall’utilitarismo.

I fascisti in genere e soprattutto quelli intransigenti non amarono né Gentile né la sua scuola (lo stesso Mussolini dopo il 1929 ne avrebbe sollecitato il superamento) che giudicavano troppo severa e non coincidente per il suo sostanziale liberalismo con l’impronta autoritaria del regime. Le avrebbero ben presto opposto un modello educativo del tutto diverso, le cui radici affondavano nelle esperienze belliche dell’arditismo e nelle visionarie intuizioni futuriste. Anziché faticare sui libri i giovani sarebbero dovuti crescere mediante l’esercizio fisico, la pratica sportiva e la formazione militare, l’esaltazione della lotta come misura del coraggio: le qualità insomma richieste allo squadrista piuttosto che allo studente.

Come i più recenti studi condotti su questi temi hanno ormai inequivocabilmente dimostrato, il fascismo maturo sentì come “sue” più l’Opera Nazionale Balilla e la Gioventù Italiana del Littorio – nei cui reparti paramilitari i giovani (non tutti, perché più d’uno sgarrava) venivano inquadrati nel loro tempo libero – che la forza disciplinatrice della cultura, e cercò di liberarsi, peraltro senza riuscirci, della scuola gentiliana.

Gentile e i suoi avevano un’idea quasi religiosa della scuola che nulla spartiva con il movimentismo fascista, un’idea severa e rigorosa, al servizio – come si diceva allora – della “Nazione”, e cioè di una idealità che oltrepassava le aspettative dei singoli e s’inverava nello Stato etico: la scuola doveva essere la palestra nella quale i giovani apprendevano non solo il sapere colto (la scuola liceale) e le conoscenze necessarie per un’attività professionale (l’istruzione tecnica), ma anche – e soprattutto – uno stile di vita improntato a valori ben interiorizzati. Questo patrimonio li avrebbe dovuti accompagnare nella vita adulta, dando un senso al loro essere cittadini.

L’educazione nazionale doveva coincidere, attraverso la maturazione della coscienza filosofica, con la formazione morale, il vero centro della riforma.

Gentile era fermamente convinto che soltanto un popolo nutrito di una cultura radicata nella tradizione e non in balia dell’ultima moda – nel senso, dunque, di un sapere non fine a sé stesso ma trasferito e reinventato nella realtà quotidiana – era un popolo destinato a progredire, in grado di affrontare e risolvere i problemi, educato non solo a rivendicare diritti ma anche a onorare i doveri che la convivenza umana comporta. Nel restare aderente alla mentalità del tempo il filosofo siciliano era convinto che il compito della “rinascita nazionale” toccasse al ceto borghese e che proprio l’indebolimento morale della borghesia (che egli in larga misura faceva coincidere con il suo impoverimento culturale e con la ricerca dell’utile immediato) era una delle ragioni della fragilità della nazione.

Molta attenzione il filosofo riservò ai doveri dei docenti (I nuovi doveri si intitolava una rivista realizzata con Lombardo Radice e uscita tra il 1908 e il 1911). Attraverso il suo comportamento l’insegnante doveva essere il modello cui gli allievi avrebbero dovuto conformarsi. La qualità morale e culturale di maestri e professori era perciò la condizione prima perché la scuola conseguisse i suoi obiettivi. Da qui il rigore con cui il ministro predispose i concorsi attraverso cui reclutare i docenti.

Gli studiosi hanno indagato pregi e limiti della riforma, compresa la capacità di resistere ben oltre la fine del regime. La riforma gentiliana fu politicamente conservatrice, ma culturalmente liberale, statalista ma non fascista, severamente selettiva, socialmente classista, pensata principalmente per rigenerare la borghesia del tempo, ma poco o nulla attenta alle aspettative dei ceti popolari, per i quali le uniche possibilità di scolarizzazione erano il quinquennio elementare ampliato, nel migliore dei casi, a corsi di studio pratico senza sbocchi. Sintomatico è il fatto che i corsi che avviavano i giovani direttamente alle professioni fossero affidati alle competenze dei ministeri economici e non a quello dell’istruzione.

Soltanto la scuola di massa, e cioè l’ampia scolarizzazione che dagli anni 60 affollò le aule, riuscì a metterla definitivamente in crisi, per quanto alcuni tasselli dell’impianto gentiliano resistano – incrollabili – ancora oggi come, ad esempio, il mito del liceo classico come la scuola per definizione “dell’eccellenza” e la gerarchia che si perpetua in molti – in ragione di questa presunta eccellenza – nel giudicare il valore formativo e culturale delle altre tipologie scolastiche.

Della riforma Gentile oggi constatiamo ed ammiriamo la perfetta corrispondenza tra lo spirito animatore e la realizzazione pratica, ma non possiamo certamente prenderla come un modello cui ispirarsi. La riforma di cent’anni fa è archiviata negli annali della storia, una grande fotografia per cogliere la temperie di un’epoca, insomma un tema ormai delegato a quanti si cimentano con la ricostruzione dell’Italia del primo Novecento.

 Il Sussidiario