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venerdì 30 maggio 2025

AGIRE DA CRISTIANI

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico


- di Luigi Berzano*

 È possibile identificare oggi il mondo dei cattolici, dopo le grandi trasformazioni sociali e culturali che sono avvenute? A rendere difficile tale domanda è quanto è avvenuto dopo gli anni del ’68: la laicizzazione della società, la secolarizzazione degli stili di vita, la rivendicazione sui diritti civili, l’autonomia in campo politico. Sono tali trasformazioni ad aver scomposto e differenziato anche i cattolici. Difficile quindi dichiarare che la Chiesa cattolica da maggioranza stia diventando minoranza. Nella società civile, nella scuola, nei quartieri, nella politica, nell’amministrazione, nella cultura i cattolici possono ormai essere su posizioni diverse in quanto cittadini. E anche quando pensano di agire come cattolici non si tratta più di unanimità imposta dal Magistero. 

La constatazione è che non esiste più una unanimità cattolica, anche quando qualcuno pensa di agire in quanto cattolico: «Ciò è un bene, nella stessa misura in cui è stata un male l’ingannevole, irreligiosa unità dei cattolici predicata e imposta prima del Concilio. In questo vortice, se così si può dire, ne sono irretiti anche i “sacri pastori”, le cui opinioni a livello europeo se non proprio italiano in materie politiche e sociali, dimostrano che neppure essi possono ancora rappresentare una risposta cattolica a una sfida che interpella gli uomini, non i cattolici» (P. De Benedetti, Humanitas 8-9 (1976), p. 655, citato da F. Capretti). 

 Su questi temi sono i mass-media e le dichiarazioni di opinion leaders a creare gli immaginari collettivi del pessimismo o dell’ottimismo. Si considerino il caso francese e quello italiano relativamente ai cattolici. Nel 2024 la Francia pare riscoprirsi più cristiana di quella degli ultimi anni: moltiplicazione dei catecumeni e dei battesimi di adulti, con un aumento del 31% rispetto all’anno precedente. Crescita percentuale di catecumeni ex musulmani pronti a convertirsi, nonostante il clima poco favorevole a queste traiettorie di fede nelle famiglie e comunità islamiche. Molti ambienti culturali, universitari, professionali conoscono un ripensamento della fede. Anche la stampa della gauche francese ha parlato di questa “schiarita per la Chiesa” e del ritorno della spiritualità fra i giovani adulti. Quale la ragione di questa nuova e inattesa attenzione alla religione? Molti l’hanno indicata nella povertà delle società secolari nell’offrire idee forti per dire ai giovani cosa fanno in questo mondo e dove stanno andando. 

In Italia, al contrario, cresce nel mondo cattolico una lettura della Chiesa come se fosse ormai destinata a diventare una tra le varie minoranze religiose, nonostante che tale atteggiamento contrasti in primo luogo con i rapporti privilegiati che la Chiesa cattolica intrattiene ancora con la società civile: il Concordato con lo Stato italiano, l’Otto per mille, l’insegnamento della religione nelle scuole di ogni ordine, i cappellani presso le istituzioni militari e sanitarie, le scuole private cattoliche. 

Ovviamente le ragioni di questo declino verso la condizione di minoranza sarebbero di altro genere e riguarderebbero la disaffezione crescente dei fedeli alle celebrazioni, la caduta della domenica quale giorno festivo, il venir meno delle vocazioni, la chiusura dei seminari, delle case religiose e dei monasteri, la diminuzione dei volontari nelle attività parrocchiali. 

Rimane ancora forte la dimensione religiosa nei riti di passaggio, ma questi rappresenterebbero soltanto più una parentesi insignificante, una “provincia finita di significato” – come dicono i sociologi – un universo a parte, totalmente esterno ai criteri ordinativi della Chiesa e della sua teologia. 

 SPIRITUALISTI LA DOMENICA E MATERIALISTI IL LUNEDÌ 

 Per chi condivide la visione della Chiesa ormai in minoranza l’indicatore principale sarebbe la crescente irrilevanza della Chiesa nella società civile. Anche le esperienze religiose ancora presenti sarebbero vissute dai partecipanti solo più come isole di senso spirituale insignificanti nelle conseguenze per gli spazi pubblici; e i partecipanti rappresenterebbero i fedeli che Marcel Gauchet definisce “spiritualisti la domenica e materialisti il lunedì”, cioè nella vita quotidiana. 

Si pone qui la domanda sull’opportunità di definire questa situazione della Chiesa cattolica in Italia quale condizione di minoranza. Questa idea della Chiesa di minoranza, pur con la responsabilità di testimoniare ancora i propri valori e stili di vita nello spazio pubblico, accentua oggi le discussioni all’interno della Chiesa e rivela tensioni a tutti i livelli dell’istituzione. Tali tensioni, durante il periodo della pandemia Covid-19, si erano già manifestate, mettendo in luce opposte valutazioni non solo tra i fedeli, ma anche all’interno dell’episcopato. Oggi però si può rilevare una linea di divisione più forte tra chi si sforza di pensare che la fede cristiana si vive negli spazi pubblici in forme laiche e secolari – come richiede la società civile – e chi invece ritiene che la Chiesa non possa accettare questa situazione e debba interpretare la questione in termini di autodifesa e riconquista. 

Questa divisione in merito all’accettazione o al rifiuto della condizione di laicità come dato insormontabile del cristianesimo contemporaneo costituisce una linea di demarcazione che va oltre la contrapposizione tra cattolici conservatori e cattolici progressisti, ovvero tra cattolici di «apertura» e cattolici di «identità» – distinzione che inevitabilmente riduce il divario in questione a categorie di classificazione politica, con una «destra» e una «sinistra». In realtà c’è qualcosa di più in questa contrapposizione, non solo ideologica, ma teologica. La ragione del dissidio è il confronto tra una visione che associa la vitalità della Chiesa alla sua influenza geografica, culturale e politica sulla società, e la visione «diasporica», propria della fede cristiana, che accetta di essere in mezzo agli altri nella società civile, come scrive Michel de Certeau in La debolezza del credere

 CRISTIANI DISSEMINATI 

La definizione di de Certeau della Chiesa che accetta di essere «tra gli altri» in una società che a essa non si rivolge più, non significa, però, che la Chiesa non abbia più nulla da dire. Questa «conversione dello sguardo» su se stessa e sul proprio ruolo implica però una rivisitazione della teologia. La separazione tra Chiesa e Stato, tra sfera spirituale e sfera secolare della vita è sempre stata presente nella cultura cristiana, a differenza di altri contesti, quale quello teocratico dell’Islam. Per tale ragione i Paesi cristiani non conoscono i danni provocati anche oggi dalle teocrazie. 

È questa singolarità evangelica dei cristiani disseminati nella società civile che può produrre in alcuni la sensazione di essere minoranza nella vita pubblica, insignificanti, uguali e diversi tra “gli altri”, cioè in diaspora (dià-spora). Non così pensavano i cristiani dei primi secoli descritti nella Lettera a Diogneto i quali, pur dispersi nel mondo pagano, dicevano: «Come l’anima è per il corpo, così i cristiani sono per la società». In Occidente le società si organizzano secondo i principi della laicità dello spazio pubblico, del pluralismo dei valori e degli stili di vita. Vi sono coinvolte pure le religioni, in tutte le loro forme collettive e individuali. Può succedere così che in tale condizione i cristiani appaiano minoranze attive, pur essendo la maggioranza della popolazione. 

 LA SVOLTA SPIRITUALE 

 Dal Concilio di Trento (1545-1563) la Chiesa cattolica ha scelto una struttura organizzativa territoriale rigida, adottando le forme corrispondenti a quelle del potere politico del tempo. Il papa, il vescovo, il parroco: a ognuno il proprio territorio da amministrare. Questa territorializzazione con cui si organizzò la Chiesa – quasi sconosciuta per i primi mille anni – non appartiene all’essenza immutabile della Chiesa, ma alla sua forma sociale, storicamente mutevole. E, alla mutevole forma sociale della Chiesa non appartengono solo le sue strutture organizzative, ma anche le forme del suo messaggio, del suo linguaggio e della sua liturgia. Quale quindi la Chiesa nella sua forma sociale futura? 

Oggi, con il Sinodo e il Giubileo la Chiesa sta cercando la propria strada. Molti la definiscono una svolta spirituale per ritrovare la singolarità evangelica della Chiesa, privata della sua influenza politica e del potere sociale. Centrali in ogni svolta spirituale sono il linguaggio e le piccole comunità che la compongono. 

 LINGUAGGIO E LITURGIA 

 Nella Chiesa il linguaggio per comunicare è la liturgia. Anche nel linguaggio liturgico è essenziale che chi parla e chi ascolta abbiano la stessa cultura: giovani, professionisti, studenti, operai, ricercatori, artisti, poeti, stranieri. È necessario fare parte della cultura dell’individuo 2025 coinvolto nel mondo digitale, nel pluralismo religioso, nella laicità, nella fisica quantistica, nell’arte-moderna, nella post-modernità. Nella liturgia (parole, simboli, formule, preghiere, vestiti, musiche) si richiede di “dire Dio”, “dire Gesù”, “dire resurrezione”, “dire il Credo”, “pregare”, “cantare”, in modo che ogni cosa non assomigli solo ad un copione recitato da tutti e ormai privo di sapore. Lo stesso parlare del celebrante non trova più ascolto senza la sua identificazione nella cultura di chi ascolta. 

Forse, il problema del linguaggio, essenziale per la sopravvivenza del cristianesimo, va risolto più indietro, a livello dell’ecclesiologia. Di che cosa possono parlare le comunità cristiane al cospetto di Dio? E sono cristiane di qualsiasi cosa parlino? E quando parlano, hanno già ascoltato? O sono invece prigioniere di una cultura che le costringe ad ascoltare solo se stesse? Anche queste domande impongono di imparare a parlare e ancor prima a tacere ascoltando le voci del mondo, perché la Chiesa non è altra cosa dal mondo e quando essa pensa di essere altra cosa è semplicemente il mondo di ieri. 

 COMUNITÀ DI RICONOSCIMENTO 

 La forma elementare e “di base” della Chiesa futura – simile alla parrocchia territoriale – non potrà che essere un sistema aperto di comunità relazionali, ambienti, luoghi, infrastrutture collettive e altre forme sociali concrete che favoriscono rapporti, esperienze di fraternità, legami, consapevolezza di un’unica fede, forme di interazione e divergenze attorno al messaggio evangelico. La Chiesa accetterà anche il rischio di qualche indeterminatezza, sapendo che sono le forme innovative ad incoraggiare la maggiore consapevolezza collettiva. Solo modelli simili potranno ospitare nuove esperienze e accettare l’indeterminatezza che permetta molteplici possibilità e il continuo adattamento a forme future. Lasciare la possibilità allo Spirito promesso da Gesù di fornire sempre nuovi elementi ed esperienze. 

Nelle comunità di riconoscimento troveranno risposta i bisogni di appartenere a una Chiesa accogliente, affidabile, credibile, come erano un tempo le piccole comunità parrocchiali. Questa è la riscoperta, dopo il concilio Vaticano II, della Chiesa comunità in cui si è riconosciuti e “a casa”. Questa comunità in cui ci si «sente bene» è quella che accoglie il più radicale bisogno dell’epoca contemporanea: il bisogno di riconoscimento. Un bisogno ricco, complesso, a volte contraddittorio poiché nel suo significato e nell’uso nella vita quotidiana indica una reciproca dipendenza dall’apprezzamento e dalla considerazione da parte di un altro e dei rispettivi altri (A. Honneth, 2018). 

Bisogno di riconoscimento fino alla forma dell’amore di cui scrive il teologo greco ortodosso Christos Yannaras leggendo il Cantico dei cantici. Riconoscimento come amore che trasforma e trasfigura tutto ciò che il giorno prima non aveva sapore, colore, profumo. È l’amore tensione vitale verso l’infinito. «Se esci dal tuo Io, sia pure per gli occhi belli di una zingara, sai cosa domandi a Dio e perché corri dietro a Lui». Poiché in ogni amore genuino c’è lo slancio verso l’Amore infinito, totale, assoluto. 

È per questo che l’amore è grazia ed è definizione di Dio (G. Ravasi). 

 * Luigi Berzano è un sociologo, presbitero e professore ordinario dell’Università di Torino. Tra i suoi campi di ricerca: i comportamenti collettivi, gli stili di vita, le trasformazioni delle religioni nella modernità avanzata e le nuove forme religiose.

 Rocca n° 8/2025

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domenica 16 luglio 2023

I BAMBINI E LA BIBBIA


Secondo me, il far conoscere la Bibbia ai bambini ha a che fare con la questione della tradizione della fede, della trasmissione di generazione di generazione, del come trasmettere la fede dai padri ai figli.

 -di Enzo Bianchi

 Ora, secondo me, all’interno di questa trasmissione – che certamente comprende tutto un insieme di parole, scritti, atteggiamenti, insomma è fondata su tutta la vita della famiglia – ci sono tre mezzi privilegiati che hanno una particolare forza, una particolare efficacia di “passaggio” della fede. Certo, la fede è dono di Dio, virtù teologale, ma per l’assenso-accoglienza da parte del battezzato questi tre mezzi sono necessari e se uno viene a mancare la fede che si trasmette è particolarmente debole, o depauperata, e nell’età adulta si potrebbero manifestare patologie, persino nel cristiano adulto e maturo, che ha accolto la fede e si dice cristiano.

 Sono tre i mezzi eccellenti per la trasmissione: la Bibbia, la liturgia e il catechismo.

 Innanzitutto, la Bibbia, che è il mezzo per far entrare il bambino in una storia, storia di famiglia, storia di popolo e di chiesa, una “storia interpretata” in grado di accompagnare il credente in tutte le età della vita.

 Poi la liturgia, con la quale il bambino accede allo spazio vitale della sua famiglia, della sua chiesa-popolo. Certamente cammino mistagogico, ma per il bambino è accedere allo spazio simbolico per eccellenza, nel quale impara a credere, a discernere la presenza del Dio invisibile/assente, e a dialogare con lui, l’Altro, uscendo da se stesso.

 Infine, il catechismo, anch’esso necessario in quanto comporta un’operazione di sintesi, riordino, memorizzazione e gerarchizzazione delle verità. Certo l’operazione della catechesi è delicata, ma le altre non lo sono di meno.

 Vorrei che risultasse chiaro in quale flusso della trasmissione della fede si colloca il rapporto Bibbia-bambino. Eviterei di dire “la Bibbia e i bambini” (come non mi piacerebbe dire “la Bibbia e la donna”). Piuttosto è meglio dire “la Bibbia e un certo bambino”, perché il singolo bambino esiste, è un essere in cammino, in evoluzione, in crescita, lungo una linea di maturazione che deve portarlo a essere un uomo, una donna, totalmente differente dagli altri.

 Allora ecco qualche suggerimento a partire dalle osservazioni che si fanno normalmente quando si legge la Bibbia a un bambino.

 La Bibbia può sembrare al bambino un libro di favole

  In alcune famiglie protestanti all’inizio del secolo scorso si evitava di leggere la Bibbia ai bambini perché non la confondessero con i libri di favole. Ora, effettivamente i bambini dai sei agli otto anni pongono sovente la domanda: “Ma questo è vero?”. A scuola ormai si incomincia ad accumulare il sapere scientifico così che risultano inaccettabili, se intese alla lettera, diverse affermazioni della Bibbia, e poi effettivamente molte delle sue pagine presentano forti somiglianze con le favole. Queste sono difficoltà effettive e non vanno sottovalutate, ma in realtà possono condurre a un approccio positivo alla Bibbia.

 Per un bambino di 6-8 anni quella è certamente l’età di un mondo di immagini, di sogni, di favole, ma è anche l’età in cui può cominciare a dire: “Raccontami una storia vera!”. La Bibbia offre immagini, leggende, miti, racconti epici, e secondo Bruno Bettelheim il racconto fiabesco, folcloristico è necessario ai bambini perché risponde alle loro angosce più profonde. Sotto forma simbolica un bambino riceve suggestioni per affrontare i problemi esistenziali di ogni essere umano che il bambino già intuisce, e quindi evolvere verso la maturità.

 

Si tratta allora di usare i racconti biblici con intelligenza, offrirli ai bambini senza farne una lettura naif, una lettura incentrata sul magico, ma passando dal racconto fiabesco, dal piano “magico” al piano “logico”. Il bambino ha bisogno di credere a manifestazioni esteriori di Dio, ma non ci si deve arrestare al livello magico facendo di Dio il “mago supremo”. Bisogna riuscire a indirizzare il bambino verso le manifestazioni di Dio all’interno del suo cuore.

 Ancora: il bambino si identifica facilmente con personaggi reali o immaginari. Si identifica con i grandi: il papà, lo zio, il maestro, chi gli suscita ammirazione… e si indentifica con i cowboys, con Zorro, con gli indiani… Leggendo la Bibbia può identificarsi con Sansone, con Mosè. È un male che questo avvenga? Ciò che è importante, a mio parere, è far notare e indirizzare il bambino a vedere le differenze tra le favole e i racconti biblici, tra Zorro e Mosè.

  Le favole si nutrono di tutta la complessità della vita umana rappresentando il bene da una parte e il male dall’altra, attraverso l’interazione del buono e del cattivo, del bello e del brutto. I personaggi delle favole non sono mai ambivalenti.

 Nella Bibbia invece, come nella realtà, non esistono divisioni nette. Ci sono racconti e personaggi pieni di ambiguità, molto complessi, in una vita quotidiana nella quale intervengono dimensioni naturali, umane e la volontà di Dio. Questo aiuta il bambino a crescere e a porsi nel suo ambiente vitale con un’adesione alla realtà.

 La Bibbia è troppo complicata per i bambini?

 Il bambino dai sei anni in poi normalmente ha una capacità sviluppata di utilizzazione dei simboli, soprattutto di creazione di simboli, e certo la Bibbia è un mondo simbolico, eppure il bambino incontra difficoltà a entrarci da solo. Occorre infatti che il simbolo per essere capito sia prima interiorizzato. Ad esempio, dire “macchia” per parlare del peccato ed essere capiti dal bambino presuppone che egli sappia rappresentarsi la macchia come qualcosa di brutto, di sporco, allora “macchia” assumerà il valore di un simbolo.

 E qui interviene l’aiuto che l’adulto può offrire al bambino: il bambino ne ha bisogno per penetrare in simboli che lui non ha inventato e creato (come fa invece quando gioca, e un pezzo di legno diventa una pistola). Perché il bambino comprenda che Dio è fuoco occorre certamente spiegargli di cosa il fuoco è segno, ma al fuoco in quanto simbolo è lui che deve accedere con la sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua esperienza. Non si tratta di spiegare al bambino (leggendogli Esodo 3, l’episodio del roveto ardente) il rapporto tra simbolo e realtà, tra significante e significato, dicendogli che Dio è forza, luce, amore, ma piuttosto di far entrare il bambino, con tutto il suo essere, nel significante, il simbolo. Attraverso il simbolo del fuoco il bambino avrà allora la possibilità di percepire qualcosa della realtà di Dio.

 L’universo della Bibbia è simbolico e vi si fa un uso abbondante di linguaggio simbolico. Proprio per questo non è un testo morto: è invece un testo che richiede che si entri in dialogo, che la parola diventi parola condivisa. Entrare nell’universo della Bibbia è accedere a un mondo di comunicazione: il bambino vi si proietta interamente con il suo io, le sue fantasie, il suo immaginario, e riceve dalla Bibbia una parola che non viene da lui, che è differente, altra.

 Per un bambino entrare nel mondo della Bibbia non è più difficile che entrare nel mondo degli adulti: deve uscire da sé, dal suo immaginario, dal suo narcisismo per incontrare gli altri e l’Altro per eccellenza, Dio. È il movimento della crescita umana: amare e comunicare e prendere e accogliere la parola. Un bambino, anche se non conosce la grammatica della Bibbia – date, storia, simboli –, può entrare nel linguaggio simbolico che è comunicazione.

 Alcune condizioni

 Il bambino deve poter proiettare il suo immaginario nel testo biblico, altrimenti il testo sarà un testo morto per lui. Ad esempio: il racconto di Caino e Abele, in Genesi 4, presenta una rivalità tra fratelli. Il bambino deve potervi leggere un’evocazione della rivalità che lui stesso vive.

 La Bibbia è una parola “altra” rispetto al bambino, esteriore a lui. Dio è la madre o il padre su cui il bambino proietta i suoi desideri di potenza e di rifugio, ma è anche l’Altro, del quale il bambino non può fare ciò che vuole! Dio arriva anche a punire! È grazie a questa parola esteriore che il bambino può uscire dal suo narcisismo e comunicare. Qui la presenza dell’adulto è indispensabile, per un dialogo a tre:

- il bambino interpreta il testo proiettandosi in esso

- l’adulto dice la sua fede spiegando il testo

- e il testo diventa parola eloquente che interroga, stupisce, evoca.

  Il bambino deve accettare l’altro come differente, deve esprimersi, accedere alla parola, uscire dal suo narcisismo, che ricrea il mondo unicamente in riferimento a sé. Attraverso la Bibbia entra in comunicazione con la fede dell’altro, degli altri, della “sua famiglia”.

 Per questo nella misura del possibile dovrebbero essere i genitori a introdurre il bambino alla lettura della Bibbia: come lo risvegliano alla vita lo devono risvegliare alla fede, offrendo al bambino il segno di una testimonianza di vita, dei testimoni.

 Ma si ricordi che l’adulto può offrire al bambino il suo amore, non le sue idee. Non è bene che i bambini diventino come lui, perché la loro vita è progetto, apertura al futuro, non ritorno al passato!

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sabato 15 luglio 2023

IL SEMINATORE

*La parola di Dio

 è un seme*

 - Vangelo della domenica:  Mt 13,1-23

 - Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. 2Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. 3Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. 9Chi ha orecchi, ascolti».  10Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:

Udrete, sì, ma non comprenderete,

guarderete, sì, ma non vedrete.

Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,

sono diventati duri di orecchi

e hanno chiuso gli occhi,

perché non vedano con gli occhi,

non ascoltino con gli orecchi

e non comprendano con il cuore

e non si convertano e io li guarisca!

 Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! 18Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. 20Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l'accoglie subito con gioia, 21ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. 22Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. 23Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

  Commento di Enzo Bianchi

L’ordo liturgico ci fa ascoltare per tre domeniche alcune parabole raccolte in Matteo 13, il terzo lungo discorso di Gesù in questo vangelo, detto appunto “discorso parabolico”. Il tempo dell’ascolto entusiasta di Gesù da parte delle folle sembra esaurito e ormai si è palesata l’ostilità dei capi religiosi giudaici, che sono giunti alla decisione di “farlo fuori” (cf. Mt 12,14).

Sì, è accaduto così e accade così anche oggi nei confronti di chi predica e annuncia veramente il Vangelo. E noi possiamo essere non solo perplessi, ma a volte sgomenti: ogni domenica nella nostra terra d’Italia più di dieci milioni di uomini e donne che credono, o dicono di credere, in Gesù Cristo si radunano nelle chiese per ascoltare la parola di Dio e diventare eucaristicamente un solo corpo in Cristo. Eppure constatiamo che a questa partecipazione alla liturgia non consegue un mutamento: non accade qualcosa che manifesti il regno di Dio veniente. Perché succede questo? La parola di Dio è inefficace? Chi la predica, predica in realtà parole sue? E chi ascolta, ascolta veramente e accoglie la parola di Dio? E chi l’accoglie, è poi conseguente, fino a realizzarla nella propria vita?

Quando Matteo scrive questa pagina che presenta Gesù sulla barca intento ad annunciare le parabole, interrogativi simili risuonano anche nella sua comunità cristiana. I cristiani, infatti, sanno che la parola di Dio è dabar, è evento che si realizza; sanno che, uscita da Dio, produce sempre il suo effetto (cf. Is 55,10-11): e allora perché tanta Parola predicata, a fronte di un risultato così scarso? Ma le parabole di Gesù, racconti che vogliono rivelare un senso nascosto, ci possono illuminare. Gesù fa ricorso alla realtà, al mondo contadino di Galilea, a ciò che ha visto, contemplato e pensato, perché si dava del tempo per osservare e trovare ispirazione per le sue parole, che raggiungevano non gli intellettuali, ma gente semplice, disposta ad ascoltare. Avendo visto più volte il lavoro dei contadini, così Gesù inizia a raccontare, con parole molto note, che per questo vanno ascoltate con ancor più attenzione:

Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti!

 In questa parabola stupisce la quantità di seme gettato dal seminatore, e chi non sa che in Palestina prima si seminava e poi si arava per seppellire il seme, potrebbe pensare a un contadino sbadato… Invece il seme è abbondante perché abbondante è la parola di Dio, che deve essere seminata, gettata come un seme, senza parsimonia. Ma il predicatore che la annuncia sa che ci sono innanzitutto ascoltatori i quali la sentono risuonare ma in verità non l’ascoltano. Superficiali, senza grande interesse né passione per la Parola, la sentono ma non le fanno spazio nel loro cuore, e così essa è subito sottratta, portata via. Ci sono poi ascoltatori che hanno un cuore capace di accogliere la Parola, possono addirittura entusiasmarsi per essa, ma non hanno vita interiore, il loro cuore non è profondo, non offre condizioni per farla crescere, e allora quella predicazione appare sterile: qualcosa germoglia per un po’ ma, non nutrito, subito si secca e muore. Altri ascoltatori avrebbero tutte le possibilità di essere fecondi; accolgono la Parola, la custodiscono, sentono che ferisce il loro cuore, ma hanno nel cuore altre presenze potenti, dominanti: la ricchezza, il successo e il potere. Questi sono gli idoli che sempre si affacciano, con volti nuovi e diversi, nel cuore del credente. Queste presenze non lasciano posto alla presenza della Parola, che viene contrastata e dunque muore per mancanza di spazio. Ma c’è anche qualcuno che accoglie la Parola, la pensa, la interpreta, la medita, la prega e la realizza nella propria vita. Certo, il risultato di una semina così abbondante può sembrare deludente: tanto seme, tanto lavoro, piccolo il risultato… Ma la piccolezza non va temuta: ciò che conta è che il frutto venga generato!

 Questi racconti in parabole non erano comuni tra i rabbini del tempo di Gesù, e anche per questo i discepoli gli chiedono conto del suo stile particolare nell’annunciare il Regno che viene. Gesù risponde loro con parole che ci stupiscono, ci intrigano e ci chiedono grande responsabilità: “A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli”. Nel passo parallelo di Marco, a cui Matteo si ispira, queste parole di Gesù sono ancora più forti: “A voi è stato consegnato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Sì, proprio ai poveri discepoli è stato affidato e consegnato, da Dio (passivo divino), ciò che riguarda il suo regno. Per dono di Dio essi hanno accesso a una conoscenza che li rende capaci di vedere il velo alzato sul mistero, su ciò che era stato nascosto per essere svelato. Non è un privilegio per i discepoli, ma una grande responsabilità: a loro è stata data la conoscenza di come Dio agisce nella storia di salvezza!

 

Ecco però, subito dopo, l’annuncio di una contrapposizione: vi sono invece altri che vedendo non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono, restando chiusi nella loro autosufficienza, nella loro autoreferenzialità religiosa. E si badi bene ai semitismi di queste parole di Gesù, ispirate al profeta Isaia (cf. Is 6,9-10): esse non vogliono indicare arbitrio da parte di Dio, il quale consegnerebbe il Regno ad alcuni e lo negherebbe ad altri. Si deve invece comprendere che chi è destinatario della parola predicata da Dio e non l’ascolta, ma la lascia cadere, non resta nella situazione di partenza. La “parola di Dio”, sempre “viva ed efficace” (Eb 4,12), quando è accolta, salva, guarisce e vivifica; al contrario, quando è rifiutata, causa la malattia della sclerocardia, della durezza del cuore, che diventa sempre più insensibile alla Parola, sempre più incapace di sentirsi toccato e ferita da essa. È così, ma non per volontà di Dio, bensì per il rifiuto da parte dell’essere umano: gli viene offerta la vita, ma non la accoglie, e di conseguenza va verso la morte…

 Sovente il popolo di Israele, ma anche il popolo dei discepoli di Gesù, ha un cuore indurito, ha orecchi chiusi, ha occhi accecati, e così non solo non comprende ma neppure discerne la parola del Signore e non fa nessun tentativo di conversione, di ritorno a Dio, il quale sempre ci attende per guarire i nostri orecchi e i nostri occhi. Basterebbe riconoscere e affermare: “Siamo ciechi, siamo sordi, parlaci Signore!”. Eppure, quella dei giorni terreni di Gesù era “un’ora favorevole” (2Cor 6,2), l’ora della visita di Dio (cf. Lc 19,44), l’ora della misericordia del Signore (cf. Lc 4,19). Perciò Gesù dice ai discepoli che lo circondano: “Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti dell’antica alleanza hanno desiderato di essere presenti nei giorni del Messia, hanno sognato di vederlo in azione e di ascoltare le sue parole, ma a loro non è stato possibile. Voi invece, voi che ho chiamato e che mi avete seguito, avete potuto vedere con i vostri occhi e ascoltare con i vostri orecchi”. Addirittura, il discepolo amato potrà aggiungere, con audacia: “Avete potuto palpare con le vostre mani la Parola della vita” (cf. 1Gv 1,1). Non un’idea, non un’ideologia, non una dottrina, non un’etica, ma un uomo, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, venuto da Dio! “Voi lo avete incontrato e ne avete fatto esperienza con i vostri sensi. Sì, beati voi!”.

 Dunque, a noi che ogni domenica ascoltiamo la Parola e accogliamo la sua semina nel nostro cuore, non resta che vigilare e stare attenti: la Parola viene a noi e noi dobbiamo anzitutto interiorizzarla, custodirla, meditarla e lasciarci da lei ispirare; dobbiamo perseverare in questo ascolto e in questa custodia nel nostro cuore; dobbiamo infine predisporci alla lotta spirituale per custodirla, farle spazio, difenderla da quelle presenze che ce la vorrebbero rubare. In breve, basta avere fede in essa: la Parola, “il Vangelo è potenza di Dio” (Rm 1,16).

 

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sabato 24 luglio 2021

TRADITIONIS CUSTODES


  Un atto di intolleranza 

verso la diversità? - 

- di Giuseppe Savagnone *

Non ha mancato di suscitare accese polemiche il Motu proprio «Traditioniscustodes», con cui papa Francesco ha modificato le regole per la celebrazione della cosiddetta “messa in latino”, non abolendola – come erroneamente è stato detto nel disinvolto linguaggio giornalistico –, ma certamente ridimensionandola.

Le voci che si sono levate per protestare non hanno risparmiato toni drammatici. Si è parlato di «decisione spietata»; si è detto che lo «sciagurato Motu proprio» in questione «rivela un disprezzo profondo verso i sacerdoti e i fedeli che frequentano abitualmente o saltuariamente la Messa antica» e si è visto in esso «la decisione del cattivo pastore, che sta facendo di tutto per scacciare le pecore fuori dal gregge, incurante dei loro bisogni e della loro sensibilità. In barba all’unità nella diversità» («Nuova Bussola Quotidiana»). Addirittura il provvedimento pontificio è stato paragonato alla croce, su cui il rito latino – implicitamente identificato con Cristo –, veniva crocifisso! (ivi).

Ma è veramente così alta la posta in gioco? E, in caso di risposta affermativa, in che senso? Sia per i credenti che per i non credenti vale la pena di porsi queste domande, cercando di dare una risposta meno superficiale di quanto non sia stato fatto nella maggior parte dei casi. Si può guardare la questione sotto due profili diversi. Uno è quello istituzionale, l’altro quello propriamente liturgico. Cominciamo dal primo.

La Chiesa non è una piramide

Un punto su cui tutti gli osservatori – favorevoli e contrari – si sono trovati d’accordo è che, con questo Motu proprio, papa Francesco ha cambiato linea rispetto al suo predecessore Benedetto, che, nel 2007, aveva “liberalizzato” la pratica della messa celebrata secondo il rito preconciliare, con il messale del 1962, rendendola indipendente dal permesso del vescovo diocesano.

In realtà anche Giovanni Paolo II aveva autorizzato questa pratica, ma subordinandola al controllo dei vescovi delle singole diocesi. La svolta di Benedetto era stata di eliminare questa condizione, sottolineando che il messale del 1962 rientrava a pieno titolo, come “Rito Romano extra-ordinario”, nella liturgia cattolica.

Con quest’ultimo Motu proprio, il vescovo di ogni singola diocesi si vede restituire la responsabilità di regolare la celebrazione secondo il rito preconciliare, valutando volta per volta le ragioni che spingono un sacerdote e un gruppo a farne richiesta. Da ora in poi «è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica».

Già questo è un passo la cui importanza è stata troppo poco sottolineata nei commenti dei giornali. Il fatto è che, abituati come siamo a pensare la Chiesa in termini burocratici, spesso la concepiamo come una piramide monolitica, con un vertice, il papa, da cui i vescovi dipendono come i funzionari di un ufficio dal direttore generale. Non è così. La Chiesa universale ha la sua realtà, immensamente variegata, nelle Chiese particolari – ognuna guidata dal suo vescovo, in quanto successore degli apostoli –, in cui si riflette la totalità della Catholica. Come ha ricordato e sottolineato il Concilio Vaticano II, «i singoli vescovi sono il visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari, formate ad immagine della Chiesa universale, ed in esse e da esse è costituita la Chiesa cattolica una e unica» (Lumen Gentium n.23). Il primato di Pietro non è quello di un capufficio, ma deriva dal suo essere il vescovo di Roma (e così Francesco si è definito, la sera della sua elezione a papa). Ed è insieme agli altri vescovi, pur avendo un primato rispetto ad essi, che egli governa la Chiesa. È in questo senso che si parla di «collegialità episcopale».

In quest’ottica, bisogna riconoscere che la decisione di Benedetto di sottrarre ai vescovi delle singole diocesi il controllo della liturgia, almeno per quanto riguarda le messe in latino, era in netta rottura con la direzione indicata dal Concilio. Papa Francesco si è limitato a rimettere in primo piano la prospettiva della Lumen Gentium, la costituzione conciliare sulla Chiesa. Poteva farlo con un suo personale atto d’autorità. Invece ha voluto seguire una procedura che conferma lo stile della collegialità, consultando prima gli altri vescovi di tutto il mondo e traendo le conclusioni dai loro pareri.

La ricerca dell’unità

E proprio all’unità della Chiesa e delle singole Chiese egli ha fatto riferimento, per giustificare la sua decisione di ristabilire l’autorità dei vescovi, «visibile principio e fondamento di unità nelle loro Chiese particolari», come dice il Concilio. «Purtroppo», scrive Francesco nella lettera che accompagna il Motu proprio, «l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente», è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche, è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni».

Soprattutto papa Ratzinger aveva sperato, con la sua apertura alla “messa in latino”, di far riassorbire lo scisma dei lefebvriani. In realtà, non solo la speranza si era rivelata vana, ma il ricorso incontrollato alla liturgia preconciliare aveva creato due piste parallele e contrapposte, che incrinavano l’unità delle singole diocesi e della Chiesa nel suo insieme, legittimando una visione teologica sbagliata. Scrive ancora papa Bergoglio: «Mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la “vera Chiesa”».

La liturgia come simbolo

Questo però significa che il problema propriamente liturgico – il secondo che ci siamo posti – non può essere affrontato se non alla luce dei sottintesi simbolici che si attribuivano all’antica celebrazione. Dietro l’uso del latino (oggi incomprensibile alla stragrande maggioranza), dietro il mantenimento della posizione del sacerdote, che dà le spalle all’assemblea, dietro la recita dell’atto penitenziale prima dal solo celebrante e poi da tutti i fedeli – a sottolineare il ruolo “separato” e preminente del primo rispetto ai secondi, non c’è nessuna eresia, ma solo il rischio che tutto ciò diventi, agli occhi di chi privilegia questo modo di celebrare la messa, un tacito rifiuto del cambiamento della Chiesa e del modo di essere cristiani e la riaffermazione di un rapporto tra presbiteri e laicato che giustamente oggi l’ecclesiologia ha superato. Il problema è simbolico.

Non a caso il Motu proprio non proibisce il Missale Romanum, ma chiede al vescovo di accertare che i gruppi che già celebrano con esso «non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici».

Insomma, in base all’antico principio secondo cui «lex orandi lex credendi», “la regola della preghiera è anche quella della fede”, bisogna che la varietà sempre possibile delle forme liturgiche (tutt’ora ampiamente ammessa nella Chiesa cattolica, per esempio nel rito ambrosiano e ancor più nelle Chiese di rito greco) non nasconda un sottile rifiuto dell’unità a tutte sottostante, perché questo non rompe solo l’unità liturgica, ma quella di fede.

Essere fedeli alla storia

È in gioco, peraltro, non solo l’unità della Chiesa, ma la visione che si ha del suo rapporto con la storia. È nella logica dell’incarnazione che l’immutabile contenuto del Vangelo si cali di epoca in epoca in formule, elaborazioni teologiche e modalità liturgiche sempre differenti. Dio è entrato nella storia degli uomini e questo rende la religione cristiana diversissima da quelle che cercano la divinità in una immutabile eternità fuori del tempo o quelle altre che si ispirano agli altrettanto immutabili cicli della natura. Facendosi uomo, il Verbo divino ha accettato di condividere la storicità degli esseri umani, che restano sé stessi solo nel continuo cambiamento. Voler fermare questo dinamismo, immobilizzandolo in una sua fase, ritenuta intoccabile, è la negazione di questa assunzione della storia da parte di Dio.

Non si nega, ovviamente, che vi debba essere una continuità, pur nel mutamento. Non è il Vangelo che cambia, ma la comprensione che i cristiani nel corso del tempo ne acquisiscono, sotto la spinta delle nuove situazioni storiche e delle domande sempre nuove che esse pongono ai credenti. Per questo c’è un progressivo sviluppo perfino dei dogmi e, a maggior ragione, dell’etica personale e pubblica. Di questi sviluppi sono un riflesso anche il mutamento della liturgia, che i nostalgici scambiano per un tradimento, ma che sono invece l’unico modo di essere veramente fedeli al carattere storico, e perciò dinamico, della Rivelazione.

La fedeltà alla tradizione non è il mantenimento di un passato imbalsamato, rifiutando il nuovo, ma la capacità di leggere, alla luce del passato, il dinamismo del presente verso il futuro. Questo, con fatica, sta facendo la Chiesa di oggi.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu

 

mercoledì 23 marzo 2016

Papa Francesco: LA PAROLA AL CENTRO



LA PAROLA AL CENTRO

di don Giulio Cirignano *

     E’ iniziato da poco il quarto anno di pontificato di Papa Francesco. Grandi prospettive si sono aperte davanti al cammino ecclesiale. Lode al Signore per la premura che ha mostrato verso il suo popolo con questa scelta.

        Nondimeno, via via che i mesi passano si fa sempre più chiara la distanza tra quanto Papa Beroglio propone e la reale condizione della vita ecclesiale. Tra quello che ha già scritto e detto e quello che riesce a trasformare.  Nel suo modo di pensare è avanti almeno di tre secoli rispetto al comune modo di sentire. Ciò non può non creargli seria preoccupazione. Forse può essere utile sforzarsi di comprendere questo divario, individuarne le cause, cercarne i rimedi.

       Per venire a capo di questa intricata matassa è necessario partire da un dato sicuro: il Concilio ecumenico Vaticano Secondo. E’ un evento che non è dipeso dalla fantasia di quanti si ostinano a richiamarne la memoria. E’ avvenuto. Quanti lo hanno vissuto con intenso amore ne portano nell’animo un ricordo entusiasmante. Ma il Concilio è un fatto che si impone alla coscienza di ogni credente, piaccia o non piaccia. Sta lì, a ricordarci la svolta luminosa che lo Spirito ha suggerito alla sua Chiesa.

      Di quell’evento, fra le molte cose che potrebbero essere messe in evidenza, una in particolare brilla  nel cielo del cammino ecclesiale. E’ la collocazione della Parola al centro della vita spirituale, della liturgia, della teologia, della vita. La straordinarietà del fatto dovrebbe essere evidente

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