Visualizzazione post con etichetta BELLO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BELLO. Mostra tutti i post

sabato 14 giugno 2025

FARSI E RIFARSI


Chirurgia estetica, questa ossessione 

dei corpi perfetti cancella l’umano


Ogni intervento crea una nuova insoddisfazione. Ogni tentativo di perfezionamento genera un nuovo difetto. E il rimodellamento non serve a favorire le relazioni affettive con gli altri ma a costruire corazze narcisistiche.

-di Massimo Recalcati

L’apparizione di corpi in forma, sempre giovani e belli, modellati dalla chirurgia estetica, costituisce da diversi anni una presenza sempre più costante nel paesaggio ipermoderno. L’azione del bisturi e dell’ago sagoma forme perfette che non rispondono però solo a un ideale estetico ma intendono scongiurare innanzitutto la presenza fatale della morte. Il corpo che non mostra i segni del proprio invecchiamento si configura come uno scongiuro, un talismano che rigetta il tempo inesorabile della nostra fine. Tuttavia il ricorso alla chirurgia estetica non riguarda solo la vita nel suo momento fisiologico di declino, ma anche, se non soprattutto, le nuove generazioni. “Mi voglio rifare tutta!” è l’esclamazione di una giovane paziente insoddisfatta delle forme del suo corpo. L’azione del bisturi, come quella dei tatuaggi che si estendono a tutta o quasi la superficie del corpo, porta con sé l’illusione dell’autogenerazione. “Rifarsi tutta” significa, infatti, scegliere quale forma dare al proprio corpo perseguendo un ideale di autofondazione e di assoluta padronanza: non solo rivendico il corpo come mio, ma lo faccio essere come voglio. Tentativo di contrapporsi all’eteronomia strutturale del corpo che, in realtà, nessuno di noi ha potuto, in origine, né scegliere né rendere eterno. 

Se poi si osserva il corpo di giovani donne rimodellate dal bisturi non può non colpire la loro drastica uniformazione. Mentre la bellezza di un corpo, come ricordano Flaubert e Warburg, si rivela concentrandosi nei suoi “divini dettagli”, ovvero nei suoi tratti irregolari che rendono quel corpo unico e singolare, quella offerta dalla chirurgia estetica risponde invece a un criterio standard, uguale per tutti, conformista: stesso naso, stesse labbra, stessi seni, stessi glutei. Ma perché? La risposta pare imporsi con evidenza. I corpi di queste donne tendono a corrispondere all’idiozia del fantasma maschile che eleva proprio quegli oggetti — in particolare labbra, seni e glutei — alla natura feticistica del proprio fantasma. In termini più semplici, il corpo delle donne tende a corrispondere perfettamente all’immaginario sessuale maschile facendosi simile a quello di vere e proprie bambole artificiali del sesso. In un’epoca dove il femminismo ha giustamente imposto una cultura dei diritti che ha interrotto l’egemonia maschilista, questi corpi di gomma sembra mostrino l’altra faccia della medaglia, ovvero l’inossidabilità del fantasma feticistico maschile e la difficoltà della donna a liberarsi dalla sua presa. 

Ma saranno poi queste donne felici? In alcuni casi il ricorso alla chirurgia estetica non ha nulla di patologico. Penso a una mia paziente che dopo duegravidanze decide di rifarsi il seno, messo a dura prova da prolungati allattamenti, per ritrovare la propria femminilità. Un’altra decide di sottoporsi allo stesso intervento a causa delle lesioni provocate da un’operazione oncologica. Infine un’adolescente il cui volto è ingombrato da un naso prominente decide di liberarsi da questa presenza ricorrendo al bisturi. 

Patologico è invece il ricorso compulsivo, l’insoddisfazione che accompagna ogni intervento e che sospinge ad altri nuovi interventi sino talvolta a provocare evidenti effetti di deformazione aberrante del proprio corpo. Si tratta a volte di un vero e proprio calvario che trasforma il corpo in una sorta di cantiere permanentemente aperto. In questi casi il paradosso è che ogni intervento crea una nuova insoddisfazione, ogni tentativo di perfezionamento genera un nuovo difetto. Ma quando una ragazza esige di avere labbra carnose, seni giganti e un sedere scolpito sta davvero esprimendo un desiderio soggettivo o manifesta il suo adattamento conformista a un ideale estetico imposto dal fantasma maschile? Nondimeno “rifarsi tutta” non è così semplice perché non è semplice correggere l’immagine inconscia del proprio corpo. 

Non dovremmo infatti mai dimenticarci che “bello” o “brutto” non corrispondono all’oggettività delle proprie forme estetiche. È un fatto di esperienza comune: uomini e donne brutti possono vivere con totale serenità la propria disarmonia e, al contrario, uomini e donne oggettivamente belli possono vivere con tormento l’immagine del proprio corpo vissuta sempre come inadeguata e imperfetta. Perché? 

Quando guardiamo il nostro corpo allo specchio interviene una memoria inconscia che ha reso la nostra immagine qualcosa di amabile o qualcosa di perennemente insufficiente. È quello che Françoise Dolto aveva, appunto, definito come “immagine inconscia del corpo” che come tale non corrisponde alla sua immagine reale. La sensazione di essere bello o brutto scaturisce dai nostri primi incontri con lo sguardo e le parole delle figure affettive più significative. Sono stato guardato come sufficientemente amabile? Sono stato amato per quello che sono? Il bisturi prova a correggere le risposte negative a queste antiche domande senza però poterne venire a capo. In questo senso il culto del corpo muscoloso e palestrato è l’equivalente maschile della sindrome del perfezionamento estetico che affligge i corpi femminili. Il bicipite gonfio, la mascella squadrata, le dentature perfette, i toraci e gli addomi scolpiti sottraggono il corpo alla relazione con l’altro per esaltarne una sorta di autosufficienza onnipotente. È questo un altro paradosso: il rimodellamento del corpo non serve a favorire le relazioni affettive con gli altri ma a costruire corazze narcisistiche che allontanano dalla relazione. Il terrore della morte si confonde qui con il terrore dell’amore. 

Alzogliocchiversoilcielo

Immagine


 

venerdì 31 maggio 2019

IL BELLO E IL BUONO


La civiltà del “senza” 
che occorre riempire

di Alberto Caprotti

Molti di noi, i meno giovani almeno, sono nati in anni in cui la benzina era con il piombo, le ricerche con l’enciclopedia, i dolci con l’olio di palma, il dentifricio con il fluoro e il talco con il boro, il telefono con i gettoni, le gomme con la camera d’aria, le caramelle con lo zucchero, la birra con l’alcol, il film con la cassetta, la febbre con il termometro a mercurio, le foto con la Kodak, il pesto con l’aglio, la tuta dei pompieri con l’amianto, la vacanza con i genitori, il ghiacciolo con il colorante, la bici con i pedali, il cinema con il fumo di sigaretta, la musica con il cd e la cioccolata rigorosamente con la panna.
Preistoria? Sembra, ma non lo è. Parliamo di epoche più recenti del classico “si stava meglio quando si stava peggio”, concetto abusato e nella maggior parte dei casi completamente falso e manifesto di ingratitudine verso il progresso. Ma è vero che pochi anni sono bastati affinché tanto sia diverso da prima. La ragione è che prima le alternative non c’erano, molte cose non si sapevano, e quelle che facevano male si sottovalutavano con un sorriso. O magari non facevano male affatto. Il tempo le ha rese nocive, e la convinzione che lo fossero ha consolidato il concetto. Il salutismo in particolare ci ha cambiato, forse perché nulla di ciò che è buono può essere anche sano: i cibi “migliori” sono sempre quelli senza grassi, il pane senza sale, il latte senza lattosio, la pasta senza glutine, il caffè senza caffeina. È la civiltà del “senza” quella a cui ci stiamo abituando, traguardo scelto ma anche in parte imposto dalle mode, oltre che da allergie sempre più frequenti e ritmi di vita che non perdonano sgarri.
Il fatto è che sono cambiati i presupposti, oltre che gli orizzonti. Veniamo da una generazione per la quale l’obiettivo era mangiare di più, possedere cose migliori, godere di più, sottovalutare lo spreco, cogliere l’attimo. E guardare indietro per non stare peggio, anziché guardare avanti per stare meglio. Così la vita media forse si è allungata, ma il consumo è degenerato in consumismo. Ora per fortuna abbiamo capito che occorre reimpostare il nostro rapporto con la terra, con l’aria e con l’acqua. In una parola, con ciò che i credenti chiamano “creato”, e tutti gli altri “natura”. Molti non si adeguano, per diffusa ignoranza mista ad assenza di educazione: malattia incurabile, purtroppo. Ma c’è nella maggioranza una nuova consapevolezza verso un mondo che dobbiamo conservare per allontanarne il più possibile la fine, attraverso un diverso rapporto con noi stessi e con ciò che ci circonda. La parola chiave è una sola: rispetto. Che è un valore straordinario e inevitabile. Rispetto per le cose, rispetto per le idee giuste, per i comportamenti che ci consentono di “durare”, unico sistema per cambiare il paradigma che per anni ci ha guidato e che era “sfruttare”.
Togliere, limare, diminuire. Non solo a tavola, purtroppo: sono questi i verbi del presente.
Che fanno bene, perché probabilmente aiutano a vivere meglio. Ma che presuppongono di rimettere qualcosa “dentro” per compensare il vuoto cosmico che lasciano e che ci circonda. Senza grassi, certo, ma la nostra è anche la civiltà senza sentimenti, senza tempo, senza cortesia, senza confidenza, senza vita. Eliminiamo, razionalizziamo, “ottimizziamo” come dicono quelli che sanno fare i bilanci. E il conto finale è più magro, in tutti i sensi. Mancano i contenuti, ma anche semplicemente i “con” e tutti i sentimenti limitrofi. I confini allargati, i congiuntivi giusti, i consigli utili, le conseguenze positive, i contatti costruttivi, i concetti intelligenti.


da www.avvenire.it


martedì 24 giugno 2014

L'EDUCAZIONE LUOGO DEL BELLO, DEL VERO, DEL BUONO

Papa Francesco e l'educazione
 come luogo del bello, del vero, del buono
La missione della scuola consiste nello sviluppo della capacità di conoscere, capire, apprezzare, riconoscere, la realtà nella sua verità, bontà e bellezza
Di Rodolfo Papa

 Incontrando il mondo della scuola italiana, il 10 maggio 2014, papa Francesco ha espresso in modo molto chiaro e profondo in quale prospettiva la bellezza abbia un ruolo educativo, offrendone anche una motivazione e una indicazione di metodo:
«La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello. E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana.
In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita!» [1].
La missione della scuola consiste nello sviluppo del “senso” del vero, del bene e del bello, ovvero nello sviluppo della capacità di conoscere, capire, apprezzare, riconoscere, la realtà nella sua verità, bontà e bellezza. Si tratta di un cammino di incontro con la realtà, incontro in cui consiste il primo aspetto della scuola[2], e si tratta di un cammino che coinvolge tutte le dimensioni umane: intelligenza, coscienza, affettività, corpo. Queste tre dimensioni sono intrecciate, ogni cosa se è vera è anche buona e bella, e reciprocamente. Il riconoscimento della verità, della bontà e della bellezza aiuta ad amare la vita anche nelle difficoltà. Dunque la scuola, compiendo la sua missione di sviluppare il senso del vero, del bene e del bello, compie anche il compito di insegnare ad amare la vita, di aprire alla pienezza della vita.
L’aspetto più evidente della realtà, in quanto visibile o più genericamente sensibile, è la bellezza, e a partire dalla bellezza si possono trovare tutte le altre dimensioni ad essa connesse ed intrecciate. L’esempio di metodo proposto da papa Francesco parte dalla bellezza di piazza San Pietro: la conoscenza di questa piazza implica una conoscenza multidisciplinare e pregnante.
La bellezza può, dunque, avere un ruolo importante in quello che il Concilio Vaticano II riconosce come  «gravissimum  educationis momentum in vita hominis»[3]. Nel decreto conciliare si afferma che «la vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana sia in vista del suo fine ultimo, sia per il bene dei vari gruppi di cui l'uomo è membro ed in cui, divenuto adulto, avrà mansioni da svolgere»[4]. L’educazione è un’opera che riguarda integralmente la persona, nella sua complessità, nella sua dimensione individuale e sociale, nella sua finalità soprannaturale.
L’educazione è compito di formazione della persona ed è anche un rapporto tra persone, come ha efficacemente sottolineato Benedetto XVI presentando alla Diocesi di Roma la Lettera sull’educazione nel 2008:
«L'educazione però non è soltanto opera degli educatori: è un rapporto tra persone nel quale, con il crescere degli anni, entrano sempre più in gioco la libertà e la responsabilità di coloro che vengono educati. Perciò, con grande affetto, mi rivolgo a voi, fanciulli, adolescenti e giovani, per ricordarvi che voi stessi siete chiamati ad essere gli artefici della vostra crescita morale, culturale e spirituale. Sta a voi, dunque, accogliere liberamente nel cuore, nell'intelligenza e nella vita il patrimonio di verità, di bontà e di bellezza che si è formato attraverso i secoli e che ha in Gesù Cristo la sua pietra angolare»[5].
Benedetto XVI sottolinea il ruolo di tutte le persone coinvolte nell’educazione, e ricorda come anche coloro che vengono educati devono aprirsi al processo educativo con libertà e responsabilità. Afferma la completezza del processo formativo che coinvolge la crescita morale, culturale e spirituale e presenta  l’educazione come un patrimonio di verità, bontà e bellezza che ha in Gesù Cristo la pietra angolare.
La bellezza è dunque perno della formazione completa, umana e soprannaturale, dell’uomo, che trova in Gesù Cristo il suo fondamento.
Benedetto XVI aggiunge una notazione importante:  «Sta a voi rinnovare e sviluppare ulteriormente questo patrimonio, liberandolo dalle tante menzogne e brutture che spesso lo rendono irriconoscibile e provocano in voi diffidenza e delusione»[6]. Il patrimonio di verità, bontà e bellezza può essere offuscato, la percezione e la conoscenza possono essere soffocate da menzogne e brutture, ovvero esattamente dall’opposto della verità e della bellezza. In questo contesto, l’educazione si conferma come un processo ineludibile: non solo come apertura al senso della  bellezza, ma anche come processo di purificazione dalle bruttezze e dagli errori e recupero della capacità di saper guardare e giudicare.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it  .
*
NOTE
[1] Francesco, Discorso Al mondo della scuola italiana (10 maggio 2014).
[2] Ibid.
[3] Concilio Vaticano II, Decreto sull’Educazione Cattolica Gravissimum Educationis (28 ottobre 1965).
[4] Ibid., n. 1.
[5] Benedetto XVI, Discorso. Udienza per la presentazione e consegna alla Diocesi di Roma della ”Lettera sul compito urgente dell’educazione” (23 febbraio2008).
[6] Ibid.


 www.zenit.org  - 23.5.2014