Qualche giorno fa
un’anziana signora che ha da poco perso il marito usciva triste dal
parrucchiere, e un ragazzo sconosciuto, incrociandola, in modo gratuito e
inatteso, le ha detto: «Come sta bene, signora!». Non poteva sapere che proprio
quella frase gliela ripeteva il marito quando si faceva bella.
L’episodio mi ha
ricordato «Passing Humanity» (Umani di passaggio), un gioco inventato da Bernard De Koven, teorico della «giocosità» come stile di
vita e ribellione al controllo, che ho ripreso a fare: per strada sorrido a chi
incontro, magari con un saluto o un commento; se risponde, sorridendo o altro,
assegno un punteggio da 1 a 10 agli Umani, se resta indifferente o si
infastidisce i punti vanno a Coloro che Trascurano l’Umanità.
Il gioco dura un
tragitto: in città perdo quasi sempre, in montagna stravinco. È più facile far
punti con chi ha bambini, sorridendo prima a loro. A volte non c’è partita: gli
occhi sono solo per il cellulare.
Le reazioni negative mi
ricordano la commedia latina in cui un tale, preoccupato per le fatiche del
vicino, viene invitato a farsi gli affari propri. Lui allora risponde con la
frase che ha scolpito il concetto di humanitas e che traduco così: «Sono umano,
tutto ciò che accade agli altri lo sento mio».
Le neuroscienze lo confermano: se vediamo un’emozione, la
proviamo anche noi, come avviene con gli sbadigli. A chi vede un sorriso il
cervello sorride, anche se non ricambia. E confesso che io vinco anche quando
ai punti perdo: torno a casa col sorriso.
Ricreato.

Nessun commento:
Posta un commento