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giovedì 4 dicembre 2025

PROFETESSA INASCOLTATA

 


HANNA ARENDT, 

"UNA DONNA CHE PENSA"


"Sono pensata, dunque sono!"




 

 - di Roberto Righetto


 

 

 

 

 «Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. 

Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’Antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la lieta novella dell’avvento: “Un bambino è nato per noi”». Così Hannah Arendt conclude il capitolo di Vita Activa dedicato all’azione. 

Julia Kristeva la descrive come «una donna che pensa» e durante tutta la sua vita non ha fatto altro. Al Cogito ergo sum cartesiano contrapponeva il motto: «Sono pensata, dunque sono». Non stupisce perciò che nel 1965 abbia avuto parole di elogio verso la figura di Papa Giovanni. Nell’arti­colo The Chri­stian Pope, apparso sulla New York Review of Books e poi inserito nel volume Men in Dark Times, scrive fra l’altro: «Generazioni di intel­let­tuali moderni, quando non erano atei – cioè scioc­chi che fin­ge­vano di sapere ciò che nes­sun uomo può sapere – hanno impa­rato da Kier­ke­gaardDostoe­v­skijNie­tzsche e dai loro nume­ro­sis­simi seguaci, den­tro e fuori il movi­mento esisten­zia­li­sta, a con­si­de­rare “inte­res­santi” le que­stioni teo­lo­gi­che. Senza dub­bio per tutti costoro sarà dif­fi­cile com­pren­dere un uomo che, sin dalla tenera età, aveva “fatto voto di fedeltà” non solo alla “povertà mate­riale”, ma a quella di “spirito”». Così manifestava il suo stupore per il richiamo alle origini del cristianesimo che il papa del Concilio rappresentava ai suoi occhi. 

Lungi da noi, a 50 anni dalla morte, avvenuta il 4 dicembre 1975 a New York, fare di Hannah Arendt una filosofa cristiana: anzi a più riprese scrisse parole dure verso la Chiesa cattolica per la sua ambiguità sulla Shoah e sull’antisemitismo. «Pensatrice senza balaustra»: così amava definirsi lei stessa per far capire che la sua posizione voleva prescindere dai “parapetti” delle ideologie preconfezionate. È stata senza dubbio una delle intellettuali più influenti del Novecento: ebrea, tedesca e americana. Sostanzialmente un’apolide. «Una fanciulla straniera» l’aveva chiamata il suo maestro Karl Jaspers. Tutta la sua opera non è stata altro che il tentativo di fare i conti con la catastrofe che ha investito l’umanità nel secolo scorso e che aveva colpito anche lei, costretta a fuggire nel 1933 dalla Germania per riparare in Francia e poi negli Stati Uniti. Quella catastrofe aveva il sembiante del totalitarismo. Al quale dedicò una delle sue opere più importanti, scritta negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, Le origini del totalitarismo. Libro citato di recente anche da papa Leone XIV, il quale, rivolgendosi a un gruppo di giornalisti il 9 ottobre e invocando la necessità di un’informazione libera e obiettiva in tempo di fake-news, ne ha sottolineato un passaggio cruciale: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto oppure il comunista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso». 

La celebrità della Arendt è dovuta alle polemiche seguite ai suoi articoli sul processo Eichmann a Gerusalemme, pubblicati sul New Yorker, nei quali coniò il concetto di “banalità del male” che l’ha resa famosa. La figura del boia nazista nella sua terribile normalità rappresenta per lei l’espressione più inquietante del nazismo, l’individuo che sacrifica la sua coscienza al mito della collettività e dell’organizzazione e che ne diventa mero esecutore, un ingranaggio della macchina dello sterminio. La sua interpretazione provocò reazioni polemiche di molti suoi amici ebrei che l’accusavano di voler minimizzare l’Olocausto. Ma anche i tedeschi, che tendevano a fare del Terzo Reich un’eccezione brutale della loro storia, ne furono disturbati: la Germania intera veniva in tal modo accusata di complicità e finiva sul banco degli accusati. 

Negli ultimi anni continuano a uscire in Italia nuove edizioni dei suoi libri. Come L’umanità in tempi bui curato da Laura Boella, o Democrazia sorgiva a cura di Adriana Cavarero, entrambi usciti presso Raffaello Cortina Editore; oppure Antisemitismo e identità ebraica (Einaudi) per la cura di Enzo Traverso. «La questione è sapere – dice Arendt in L’umanità in tempi bui– quale misura di realtà occorre mantenere anche in un mondo divenuto disumano, se non si vuole ridurre l’umanità a vuota frase o fantasma». 

L’oscurità in cui la civiltà occidentale era precipitata ai tempi del nazismo, per essere ribaltata con i valori della ragione, non poteva eludere il confronto con la realtà, nel bene e nel male. Ed è quanto essa ha costantemente fatto nel tentativo di «rischiarare l’oscuro». 

In Antisemitismo e identità ebraica scrive: «Il XIX secolo ha prodotto la coincidenza di Stato e nazione. Poiché gli ebrei erano dovunque fedeli allo Stato si sono dovuti preoccupare di liberarsi della loro nazionalità, si sono dovuti assimilare. Il XX secolo ci mostra, nei terribili trasferimenti di popolazione e nei vari massacri – iniziati dai pogrom dell’Armenia e dell’Ucraina – le conseguenze ultime di questo nazionalismo». Siamo nel gennaio 1940 e Hannah Arendt, dopo essere fuggita dalla Germania nel 1933, si trova in Francia in attesa di riparare negli Stati Uniti per sottrarsi alle persecuzioni naziste. In quel periodo, pur soffrendo per la sua condizione di apolide, visto che era stata privata di quella tedesca nel 1937 come conseguenza delle leggi di Norimberga, elabora lucidissime analisi sulla situazione politica dell’Europa e sulla condizione delle minoranze, sempre più oppresse. Solo nel 1951 ricevette la cittadinanza americana e in una lettera all’ex marito Günther Anders poteva esclamare: «Ho il passaporto (il libro più bello che conosca, un passaporto)». 

Parole che denotano il suo sollievo dopo anni in cui lei, come i rifugiati ebrei espatriati dalla Germania e scampati all’orrore del nazismo, aveva vissuto l’esperienza angosciosa di essere priva di cittadinanza. 

Nella sua lotta contro l’antisemitismo Arendt trova alleati nel mondo cristiano e cita positivamente figure come Maritain, Tillich e Bernanos, i quali si erano espressi duramente contro le persecuzioni feroci attuate un po’ ovunque, dalla Germania alla Francia alla Polonia. Per questo continuava a sperare che il destino degli ebrei non fosse disgiunto da quello dell’Europa e immaginava per il Vecchio Continente una federazione di popoli liberi in cui anche quello ebraico trovasse spazio. Una speranza che con l’avvio della soluzione finale venne sempre più scemando. 

Nei suoi scritti spesso polemici con il mondo sionista, anche riguardo alla Palestina Hannah Arendt esprime posizioni di tono liberaldemocratico. Nel dibattito che si apre riguardo al futuro, si affaccia l’ipotesi di uno Stato binazionale in cui tutti gli abitanti, arabi ed ebrei, potessero godere degli stessi diritti: «La verità è che – scrive nel dicembre 1943 – la Palestina può essere salvata come sede nazionale per gli ebrei solo se viene integrata in una federazione». Anche in questo caso, parole profetiche e inascoltate. 

Fonte: Vita e Pensiero

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sabato 6 luglio 2024

LA PROFEZIA, DONO DELLO SPIRITO


 Ma Gesù disse loro:

 «Un profeta non è disprezzato 

se non nella sua patria,

tra i suoi parenti e in casa sua». 

E lì non poteva 

compiere nessun prodigio, 

ma solo impose le mani

 a pochi malati e li guarì.


 Vangelo: Marco 6,4-5

 Commento di Laura Padalino

 La chiamata a essere profeti è assegnata fin dal principio, nella Bibbia, a ogni credente, uomo o donna, in quanto immagine e manifestazione di Dio nel mondo: se la regalità è esercitata solo dagli uomini della famiglia di Davide e il sacerdozio è assunto solo dagli uomini della famiglia di Levi, la profezia è invece caratteristica di donne e uomini discendenti dalle diverse tribù. L’antica regalità di Giuda e l’originario sacerdozio israelitico hanno conosciuto un inizio e una fine nell’esercizio di compiti e funzioni; la profezia, invece, ha attraversato i tempi e l’intera Scrittura, è attribuita a tutti i credenti, ad Abramo, a Sara, ai patriarchi e alle matriarche, a Mosè, a Davide, ed è assegnata a figure imponenti, maschili e femminili, nella Torah e nei “libri storici”: Miriam, Debora, Elia, Eliseo, Natan, Hulda. Personaggi capitali, senza cui diversa sarebbe stata la storia del popolo di Dio.

 Nella Scrittura la profezia non si estingue, ma cammina con il popolo per aiutarlo a riconoscere i momenti in cui è visitato dal suo Signore: è l’anziana profetessa Anna, insieme al vecchio Simeone, ad accogliere nel Tempio il Cristo Messia, insieme a Maria e a Giuseppe, il giorno della presentazione (cfr. Luca 2,22-38); sono i veri profeti, in ogni tempo, a rendere manifesta la volontà di Dio, «ciò che è buono, a Lui gradito e perfetto» (Romani 12,2). Per loro, come per Gesù, è in agguato il rifiuto di quanti non vogliono accogliere la vita che Egli è e dà, la via che Egli addita, la verità che Egli rivela: può accadere anche «in patria», nei luoghi in cui si condivide il pane, l’ideale, la fede. È «lo scherno dei gaudenti, il disprezzo dei superbi» (Salmo 122, Responsorio) che si fa forza della presunta conoscenza di una persona per rifiutarne lo specifico dono di grazia: tutti corriamo il rischio di giudicare senza ascoltare, pensando che da quanti conosciamo non possa venire nulla di buono e finendo per vivere il carisma degli altri come «motivo di scandalo» (Vangelo, Marco 6).

 Il rifiuto ha effetti devastanti, perché impedisce l’azione della grazia: per la mormorazione dei molti, Gesù «non poté compiere nessun prodigio». «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua»: è l’esperienza di Ezechiele, (I Lettura) inviato «ai figli di Israele, una razza di ribelli che si sono rivoltati contro il Signore» perché essi «ascoltino o non ascoltino, sappiano che un profeta è in mezzo a loro»; è quella di Pietro e dei successori, che adempiono nelle traversie della storia al mandato di Cristo, a guida della Chiesa; è l’esperienza di Paolo e di quanti, come lui, sono inviati alle “genti” perché tutti possano giungere nella casa del Padre; è l’esperienza di ogni apostolo in ogni tempo. Portare Colui che è Parola viva «non è un vanto, ma un dovere» (1Corinzi 9,17): di fronte alle persecuzioni «si manifesta pienamente, nella debolezza, la forza» del Signore, perché sempre «basta la sua grazia» (II lettura, 2Corinzi 12,7-10). Offriamo dunque con coraggio la testimonianza di essere, per il Battesimo, sacerdoti, re e profeti in Gesù!

Famiglia Cristiana