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venerdì 21 novembre 2025

IL DIALOGO E L'ABUSO

 

Il dialogo antidoto all’abuso del digitale

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti.


- di Giuseppe Savagnone 

Il grido d’allarme dei pediatri

Ha trovato ben poco spazio sulle prime pagine dei nostri quotidiani l’allarme lanciato dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), che ha presentato al Senato, il 19 novembre scorso, le nuove raccomandazioni sull’uso dei dispositivi digitali in età evolutiva, in piena sintonia con quelle dell’American Academy of Pediatrics e della Canadian Society of Pediatrics.

A conferma del fatto che si tratta di un problema attualissimo, che mette in questione, alla radice, l’identità antropologica degli uomini e delle donne del prossimo futuro, non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale e che meriterebbe, perciò, una maggiore attenzione, a livello sia privato che pubblico, per trovare insieme soluzioni condivise.

Che la situazione attuale evidenzi un abuso è sotto i nostri occhi. Lo confermano le statistiche. Una recente indagine italiana, aggiornata all’aprile 2024, dimostra che circa il 70% delle famiglie con figli di età compresa tra 0 e 2 anni ammette di utilizzare dispositivi digitali durante i pasti dei propri bambini.

Che questo crei nei piccoli un’abitudine lo dimostra il fatto che, secondo i dati di Save the Children, aggiornati al dicembre 2024, in Italia il 44,6 % dei bambini tra i 6 e i 10 anni e il 78 % dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni usa Internet tutti i giorni. E il 41% della fascia 11/13 anni (il 47,1 % nel caso delle ragazze) frequenta i social.

Per quanto riguarda in particolare gli smartphone, 3 bambini su 10 usano il cellulare quotidianamente e la metà dei quattordicenni lo utilizza più di sei ore al giorno.

Decisiva è stata la pandemia. Rispetto ai livelli pre-pandemici il tempo medio giornaliero di esposizione agli schermi di TV, smartphone, tablet e computer risulta raddoppiato.

Di fronte a questo quadro, di cui tutti abbiamo conferma nell’esperienza di ogni giorno, le direttive dei pediatri – come si diceva, non solo italiani – suonano drastiche e ci mettono tutti in crisi.

Eccone alcune fondamentali:

a.      nessun dispositivo prima dei 2 anni; limitare a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a meno di due ore dopo i 5 anni, sempre sotto supervisione adulta;

b.     evitare accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni;

c.      ritardare l’uso dei social media, idealmente fino ai 18 anni;

d.     rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni;

e.      evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di dormire;

Le possibili conseguenze di un uso indiscriminato

Trasgredire queste regole non viola nessuna legge, ma significa danneggiare in modo spesso irreversibile i nostri figli. 

Ci sono già problemi fisici. Utilizzare eccessivamente il cellulare, ma anche la TV, il tablet, il pc e le console per i videogiochi, fa aumentare vertiginosamente la sedentarietà a discapito dell’attività fisica, favorendo l’obesità. La luce blu emanata dagli schermi dei dispositivi elettronici può essere la causa, a lungo termine, di seri problemi visivi, a volte irreparabili. E troppo spesso i più piccoli si lasciano distrarre dai social network o dai giochi che hanno sul cellulare fino ad ora tarda, a discapito del sonno.

Altrettanto serie sono le possibili conseguenze negative a livello psicologico. Una è l’incapacità di concentrarsi. Numerosi studi dimostrano che l’esposizione a una quantità sempre maggiore di messaggi e di stimoli rende difficile a molti giovani prestare attenzione per un lungo periodo a un discorso o a un impegno. Nei soggetti più giovani, i cui cervelli sono in via di sviluppo, ciò implica modifiche nelle aree cerebrali legate all’attenzione e alla comprensione, con conseguenti ritardi cognitivi, compreso quello dell’apprendimento.

Ma c’è anche il pericolo di una dipendenza morbosa da questi strumenti, con conseguenti fenomeni di smarrimento psicologico quando, per un qualche motivo, se ne viene privati. Se poi sono le scelte degli adulti a determinare questa privazione, non è raro che si scatenino moti incontrollati di rabbia e di disperazione.

Ma gli effetti più problematici sono quelli che riguardano la sfera relazionale dei giovani. A parte il risvolto patologico del cyberbullismo, in forte crescita, il rischio gravissimo a cui espone l’uso indiscriminato di TV, tablet, pc e smartphone è l’esonero dal rapporto con dei soggetti umani in carne ed ossa e la conseguente perdita del difficile ma necessario confronto quotidiano con quello che un filosofo contemporaneo, Emmanuel Levinas, chiama «il volto dell’Altro», indicando in esso la sorgente a cui dobbiamo sempre riferirci per capire noi stessi e il mondo.

Non è un caso che la diffusione dei media elettronici si accompagni, pur senza esserne la causa, alla crescita esponenziale del fenomeno – registrato la prima volta in Giappone negli anni Settanta e poi diffusosi nel nostro paese, come in tutti quelli più economicamente e tecnologicamente  evoluti – degli Hikikomori, quei giovani tra i 15 e i 30 anni che a un certo punto scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, chiudendosi nella propria stanza ed evitando i rapporti con altre persone, inclusi i familiari, per limitarsi a comunicare solo virtualmente, mediante Internet e il cellulare.

Anche senza arrivare a queste forme estreme, la tendenza all’autoreferenzialità è sicuramente favorita dall’uso continuo degli strumenti elettronici. In un’epoca non lontana, se si entrava in una stanza dove dei giovani si trovavano insieme, li si trovava a parlare a scherzare, a ridere tra di loro. Oggi è frequente che, in una identica situazione, essi siano assorti ciascuno nello scorrere il proprio cellulare, alla ricerca di messaggi ricevuti e intenti a mandarne.

La perdita del senso della realtà

Ancora più alla radice, conseguenze profonde sta avendo sui giovani l’abitudine di accostarsi alla realtà attraverso lo schermo. Perché quest’ultimo è certamente un medium che consente di collegarsi al mondo intero, ma è anche – in un altro senso – una difesa, come quando si parla di “fasi schermo con le mani” alla troppa luce. Lo schermo è il luogo ove possiamo assistere in diretta a vicende liete o drammatiche che si svolgono a migliaia di chilometri da noi. Ma è grazie ad esso che noi siamo immunizzati dalle ripercussioni emotive di drammi – come quelli delle guerre a Gaza e in Ucraina – che, se li vivessimo “in presenza” ci sconvolgerebbero e che invece possiamo seguire tranquillamente seduti in poltrona o a tavola, mentre mangiamo. Lo schermo ci rende spettatori. Ci immunizza dalla realtà.

Senza dire del pericolo che i più giovani si imbattano in aspetti fondamentali di quest’ultima – come la sfera sessuale – attraverso un rappresentazione distorta e morbosa, ricevendo una iniziazione perversa che può segnarli per tutta la vita.

In particolare, il pericolo delle immagini virtuali riguarda i videogiochi, molto spesso imperniati sulla eliminazione violenta di nemici in battaglie immaginarie. Col pericolo di non distinguere più chiaramente la violenza che si impara ad usare per gioco, su uno schermo, da quella che, esercitata nella vita reale, può trasformare il gioco in tragedia.

Dai divieti alla ricoperta del dialogo tra le generazioni

Il problema è che non bastano i divieti a sventare questi pericoli. Le regole già oggi sembrano destinate ad essere sistematicamente travolte dalla realtà. E, per quanto mossi da validissime ragioni, i genitori che vogliono applicarle inflessibilmente nell’educazione dei loro figli rischiano di trovarsi davanti ad effetti peggiori del male. 

Perché, in una società dove la socializzazione passa anche e soprattutto attraverso questi dispositivi, i bambini che non partecipano alle conversazioni digitali tra pari rischiano di sentirsi isolati o esclusi.

Il nodo della questione è, piuttosto, la capacità degli adulti di riscoprire e  di esercitare, anche sotto questo profilo, la loro funzione educativa. In primo luogo con la testimonianza. Un padre, una madre, che a tavola, invece di parlare tra loro e con i loro figli delle esperienze della giornata, usano o controllano continuamente il cellulare, non possono certo pretendere dai più giovani che non facciano lo stesso. E, se si tratta di bambini, posteggiarli davanti a un tablet per farli stare tranquilli, invece di parlare e giocare con loro, è una strategia che prepara gli eccessi futuri.

Più in generale, è un costante dialogo tra i genitori e dei genitori con i figli il migliore antidoto all’uso sbagliato dei dispositivi elettronici.  È questo stile  comunicativo che oggi difetta nelle nostre famiglie. E ciò dipende da un modo sbagliato, da parte degli adulti, di voler bene ai più piccoli.

Lo notava Matteo Lancini, docente universitario di psicologia nelle università milanesi di Bicocca e Cattolica e presidente della Fondazione Minotauro: «In verità a mancare è l’ascolto dei figli. I giovani sono molto soli davanti agli adulti. Oggi vanno su internet per ridurre la sensazione di solitudine che sperimentano ogni giorno con gli adulti, che invece di chiedersi perché accade tutto ciò si limitano a impedire l’utilizzo dei social», senza rendersi conto che non bastano le regole restrittive a colmare il vuoto di cui loro stessi sono la causa.

Si provvede a soddisfare tutti i bisogni consumistici dei figli, li si colma di regali,  ma non si trova il tempo di fermarsi per “stare” con loro e lasciarsi coinvolgere nel loro mondo, divenendone partecipi. In realtà, solo così sarà possibile da un lato accompagnarli con rispetto nelle loro esperienze, dall’altro iniziarli, anche attraverso il gioco creativo, ad attività all’aperto, sport, lettura, che, fin da piccoli, possono insegnare a ridimensionare il tempo passato davanti allo schermo e a cercare relazioni reali, piuttosto che solo virtuali, anche con i coetanei.

Sulla base di questo rapporto dialogico tra le generazioni non suonerà come una forzatura e tanto meno come una imposizione anche quella supervisione che, soprattutto nel caso dei più giovani, gli adulti devono  con discrezione esercitare sull’uso di Intenet e dei cellulari, educando ad un uso corretto sia nei tempi e nelle modalità, sia nella selezione dei contenuti. Perché , anche in questo, come in tanti altri casi, non si tratta di difendersi dalla tecnica, ma di valorizzarne le enormi potenzialità positive neutralizzando, con un opportuno discernimento,  quelle negative.

A questo sforzo educativo può molto contribuire la scuola. Le recenti polemiche sulla decisione del ministro Valditara di escludere i cellulari dalle aule hanno il limite di restare all’alternativa secca tra l’ammissione e l’esclusione di questi dispositivi, senza cerare insieme quali modalità possano garantire una educazione al loro corretto uso, sia a scuola che fuori. Anche qui la sola via praticabile può essere quella di un rapporto autentico tra gli insegnanti e gli alunni, che vada oltre la logica  angusta dei divieti  e dei permessi, in vista di un impegno comune.

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti. Al di là delle regole, si tratta di educare a uno stile comunicativo che, a sua volta, implica una profonda revisione dei modelli di vita oggi vigenti.

È un impegno arduo. Ma i nostri figli non ci perdonerebbero mai se cercassimo di eluderlo.

 www.tuttavia.eu 





venerdì 3 ottobre 2025

UNO ALL'ORA

 


Ho scoperto che molti quattordicenni non sanno leggere l’orologio a lancette.

 I cellulari hanno reso obsoleto insegnarlo o impararlo. 


-di Alessandro D'Avenia


Sembra strano alla mia generazione che ne ha un ricordo indelebile. 

Entravamo nel tempo dei «grandi» in cui le cose accadevano all’ora precisa (soprattutto i cartoni animati). Ma non sospettavo di aver perso la magia dell’infanzia, quando il tempo non conta perché non lo si conta, non c’è ansia. Da quel momento invece il tempo cominciò a scorrere e le tre lancette lo segnalavano inesorabilmente. Accadeva da secoli: l’ombra delle meridiane, il flusso di sabbia nelle clessidre, l’ondeggiare dei pendoli. Non serviva leggere «Il pozzo e il pendolo» o «La maschera della morte rossa» di Poe per sentirsi «tagliare» dal tempo, bastava la lancetta che è infatti una «piccola lancia»: secondo e secolo vengono dal latino secare (tagliare), e una vita in media si estende tra questi due tagli.

Insomma, l’orologio affetta il tempo e quindi noi, che siamo tempo incarnato.

Invece le cifre sullo schermo fermano l’istante (scattano un’istantanea al tempo), non scorrono: appaiono. Non segnano il momento (da movimento) della Terra attorno al proprio asse ma l’attimo, parola che viene da soffio o atomo (il non tagliabile). Il tempo analogico scorre, il digitale è assoluto. Che cosa è meglio: che il tempo corra come le lancette o che si illumini sullo schermo?

Noi abbiamo due tempi quantificabili: quello storico, lineare e progressivo, che avanza come una sonda lanciata nello spazio, e quello cosmico, circolare e ricorsivo, che ritorna come le stagioni. Da come viviamo questi due tempi dipende la vita. Alcune culture, come quelle agricole, privilegiano il secondo, che garantisce ordine e frutti. Altre, come quelle tecnologiche, il primo, e cercano di accelerarlo perché il domani sarà migliore. Le Ore erano in Grecia divinità femminili che garantivano l’ordine ciclico del tempo e infatti hora significava stagione, per noi le ore sono invece torte di 60 fettine (minuto significa piccolo). Modi molto diversi di affrontare l’ora.

E proprio a partire dal rapporto con il tempo Claude Lévi-Strauss divideva le culture in fredde o calde, le prime cercano di frenare il corso lineare, perché è decadenza come accade nelle età della vita, più si è vicini all’origine da conservare (culto della Memoria) meglio è; le seconde amano accelerare perché il meglio è domani: progresso, evoluzione, innovazione (culto dell’Avvenire). La nostra, guidata dalla tecnologia, è una cultura caldissima, in accelerazione costante per raggiungere la felicità: più che il corso ci piace la corsa del tempo. Le prime culture (come i singoli) rischiano la malinconia (vivere nei ricordi) e il congelamento (la Memoria diventa prigione), le seconde l’ansia (la felicità è sempre dopo) e il surriscaldamento (il Futuro diventa distruzione), ma entrambe rischiano di andare fuori tempo e perdere il presente, o per eccesso di lentezza/conservazione o di velocità/sostituzione.

Come sempre la felicità sta nel mezzo. In un terzo tempo in cui la memoria si rinnova e il futuro si incarna, entrambi in un presente non quantificabile perché è interiore, cioè dipende dalla libertà: la posizione che decido di assumere in ogni istante. Un modo di essere che Agostino nelle «Confessioni», ben prima del surrogato contemporaneo (mindfulness), chiamava «presenza del presente», che accade solo grazie al «cointuitus», termine in cui univa «attenzione» e «intenzione», che rendono l’attimo «eterno».

L’istante ha densità e intensità tali — è pieno di senso — da fermarsi, è contemporaneamente memoria (presenza del passato) e speranza (presenza del futuro).

In questo senso l’ora che appare sullo schermo del cellulare lo evoca più del movimento delle lancette: unica e irripetibile. Ma come si fa a stare nell’istante con questa «attenzione» e «intenzione»? A fare dell’accensione dello schermo anche un’accensione di cuore, mente e corpo? In «cointuitus», il prefisso co- aggiunge a -intuitus(guardar dentro, fissare, prestare attenzione) il tenere insieme: è uno sguardo simultaneo, che collega, unifica, abbraccia. Che cosa? Kierkegaard ha risposto, grazie anche al fatto che in danese «istante» si dice «batter d’occhio» (øieblik, composto da occhio e lampo, eye più blink in inglese), che l’istante è il riflesso dell’eternità nel tempo, il punto di contatto dove eternità e tempo si toccano. Il filosofo ne parla nel suo libro sull’angoscia perché il vero istante comporta una scelta: la libertà ci sottrae al finito delle cose che non scegliamo e ci apre all’infinito di quelle possibili, e rende l’istante eterno se scelgo la vita e non la morte. Cioè?

Poter scegliere ci rende unici, una unicità che in realtà temiamo perché la libertà è impegnativa; infatti, tendiamo a nasconderci a noi stessi, a scomparire nella routine, nell’omologazione, nel «come tutti» che ci rassicura e garantisce esistenza (ma non vita). Evitiamo la solitudine buona (che è unicità non isolamento) e ci perdiamo nelle cose del mondo, quando siamo fatti per stare di fronte al mondo.

Lo spiega bene Jon Fosse, recente Nobel per la letteratura: «L’intera ideologia contemporanea, propagata quotidianamente dai media, ci dice che è questo che dobbiamo fare, scomparire nelle cose, sotto forma di produttori e consumatori, dobbiamo chiuderci nel mondo per sfuggire a noi stessi, alla nostra solitudine interiore, che non viene vista come qualcosa che ci lega a Dio, attraverso il silenzio, ma come qualcosa di spaventoso, minaccioso: abbiamo paura di noi stessi, e di Dio, molto semplicemente» («Il mistero della fede»).

La paura evita l’istante, preferisce il «distante». Ma diventa eterno solo l’istante (nel Medioevo i teologi parlavano di «nunc stans», l’adesso che rimane) che sottraiamo al mondo e alle sue regole mortifere, alle sue convenzioni e finzioni, trovandovi e immettendovi vita nuova a partire dalla nostra unicità. Per questo ci vuole «attenzione» (tensione verso ciò che ho davanti) e «intenzione» (impegno verso ciò che ho di fronte), altrimenti sparisco nelle cose, il mondo mi inghiotte. Solo la scelta della vita sottrae il tempo a lancette e schermi: essere riempiti e riempire l’attimo scegliendo di aumentare la vita, non la morte, in me e attorno a me. Tutto il resto è tempo perso, morto, nel senso che «è passato».

Tutto questo può sembrare lontano dal quotidiano, ma ne è la sostanza, basta forse un esempio che ciascuno poi adatterà al suo vissuto. Per me è eterna un’ora di lezione in cui metto: attenzione alla vita di ogni studente che mi capita di fronte e intenzione per far sì che l’ora serva a quella vita per crescere. Scelgo il presente, scelgo il mio studente: lo vorrei in classe se non ci fosse, lo vorrei nel mondo se non fosse nato. Per fare così devo però tirar fuori più vita da me, prima che da lui, una vita nuova. Questo comporta sì fatica ma anche gioia, perché l’ora trabocca di senso, non è un’ora di italiano a 17 euro, ma di vita che non muore e non c’era (da dove sgorghi richiede un altro articolo). Il tempo, circolare o lineare, che quantifichiamo con ombre, sabbia o lancette, è abbracciato e assunto in un altro tempo, che non è quantificato ma qualificato: dalla vita che scelgo. Noi siamo tempo incarnato e quando tocchiamo l’eterno è la carne che si eterna. Il sogno del transumanesimo è riuscirci con la tecnologia, sottraendo la coscienza al supporto carnale (mortale) e impiantarla in uno di silicio (immortale). In realtà questo è possibile già ora, e proprio nella carne.

Dante lo chiamava «trasumanare», che non era però andare oltre l’umano per raggiungere il paradiso, ma andare in paradiso per compiere l’umano. 

E non dopo la morte (in paradiso come all’inferno non ci si va, ci si è), adesso, come esclama il protagonista delle «Notti bianche» di Dostoevskij: «Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! È forse poco sia pure nell’intera vita di un uomo?».

Figuriamoci uno all’ora…

 Prof 2.0

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mercoledì 10 settembre 2025

FUORI DALA REALTA'


 Il divieto di utilizzare i cellulari a scuola tassativamente voluto dal Ministero è un’occasione educativa. 

Se alibi significa «altro qui» (non ero sulla scena, ero altrove, sono quindi innocente), oggi non ci accontentiamo più di un alibi, ma ci viviamo dentro: non siamo dove siamo, con il rischio di non essere chi siamo. 

Il cellulare ci rende «innocenti», e non di reato, ma di realtà (reato e realtà hanno la stessa radice: res, la cosa, il fatto) e se c’è una «cosa», un «fatto» di cui è bene essere rei, colpevoli, è proprio la realtà, perché è lì che accade il destino di ognuno, come raccontavo la scorsa settimana. 

 Alessandro D’Avenia

 L’intreccio di genetica ed epigenetica rende ciascuno di noi unico, per questo usiamo la metafora del «trovare il proprio posto nel mondo» o del «sentirsi fuori posto», perché nella storia dell’umanità non ci sarà mai nessuno come noi, che ci piaccia o no. Ma spesso, per pigrizia, per mancanza d’amore, per paura di questa unicità, viviamo di alibi: schermati da noi stessi e dal mondo. La realtà non può raggiungerci, con la conseguenza di non scoprire il nostro destino e la nostra destinazione, e finire per accontentarci o del posto che altri ci impongono (uni-formarci) o a volere quello che altri già occupano (con-formarci), con inevitabili crisi e delusioni. In che modo la forzata sottrazione del cellulare dovrebbe aiutare i ragazzi a trovare il proprio posto nel mondo? 

 Il digiuno da schermo evita la sovra-stimolazione nervosa a cui siamo esposti, ancor più dannosa per bambini e adolescenti, perché impedisce di stare di fronte e dentro la realtà proprio quando hanno bisogno di allenarsi a farlo. Solo i “momenti di essere”, come li chiamava Virginia Woolf per distinguerli da quelli dettati da routine in cui è come se non ci fossimo, ci rendono unici: sono momenti in cui non possiamo essere sostituiti da nessuno. Ma questi momenti richiedono una solitudine non facile da affrontare, perché solitudine dice vuoto, un vuoto che noi temiamo perché lo confondiamo con il nulla (“non sono niente di speciale, non c’è alcun posto per me”), mentre soltanto un recipiente “vuoto” e “integro” (solo ha una radice antica che significava intero) è “capace”, può essere quindi riempito. 

 La dolorosa prova della solitudine apre all’unicità: se penso di non essere “capace” è semplicemente perché non sono né “vuoto” né “integro”, non ho fatto esperienza della condizione di “separatezza” (non so che forma ho) che è costitutiva dell’essere unici, e non in simbiosi, dipendenti, continuando ad usare il mondo e gli altri narcisisticamente, per contenere la paura. 

L’incapacità di solitudine è letteralmente “in-capacità”, “dis-integrazione”, non posso incontrare e ricevere il mondo alla mia maniera, per questo mi riempio di illusioni di destino, alimentate dalla continua esposizione a social e piattaforme, video e immagini. 

Il divieto di usare il cellulare per cinque o sei ore, trasformato magari in scelta di libertà da un oggetto con il gesto fisico e consapevole di riporlo in un contenitore in bella vista in classe, potrebbe restituire un certo gusto per la solitudine, purché la scuola sia poi un “momento di essere”, il luogo in cui si incontra ciò che non muore nel mondo (la vita) per sentirsene parte, avere “un posto”. Insomma un po’ di realtà senza “alibi”, perché la realtà, senza post-produzione e filtri, è senz’altro più faticosa, ma è capace di darci proprio quello che ci manca e non quello che ci dicono dovrebbe mancarci. Sostare (so stare?) nel qui e ora, senza bisogno di raggiungere gli altrove mentali e digitali per paura, per noia, per tristezza, aiuta a scoprire chi siamo e che cosa vogliamo. Essere sul luogo - non del reato - ma del reale ci rende “capaci” e “integri”. La solitudine è il faccia a faccia non narcisistico con se stessi. 

 Vedo tanti ragazzi volersi “mettere” a tutti i costi con qualcuno, “mettiti prima con te stesso” che con qualcun altro, dico loro, perché non c’è peggior solitudine della comunione mancata, inevitabile in una relazione dettata solo dalla paura di rimanere soli. Tutti cerchiamo alibi perché sono tante le sofferenze, i dolori, le paure da cui fuggire. Vale ancor di più per una persona in formazione (in cerca della propria forma), il cui vuoto acuisce il bisogno di fuga dal qui e ora, eppure, proprio lo starci, nel qui e ora, nel vuoto, fa scoprire la modalità unica in cui la vita si dà in me: sono “capace” di vita alla mia maniera, come diversa è la forma di un bicchiere (vino, amaro, birra, acqua...). 

 Sintetizzo con le parole che mi scriveva qualche giorno fa una giovane lettrice: “Le parole del libro mi hanno salvato. Le ho lette in un periodo in cui soffrivo per noia, mancanza di amicizie, abbandono e altro. Quasi ogni giorno si concludeva con occhi gonfi e nessuna forza di alzarsi dal letto. Non vedevo l’ora che tornasse la scuola (che odio più per i professori che per i ragazzi) solo per avere una routine ed essere obbligata ad alzarmi. Le sue parole mi hanno fatto capire che c’è speranza, tanta unicità nel mondo, che le persone non sono tutte uguali. Ho riniziato a vivere, mi ha fatta rinascere”. È stata proprio la solitudine a salvarla, perché si è aperto lo spazio (capacità) per un libro, uno spazio che la routine o un cellulare avrebbero tappato, non riempito. 

 La solitudine è relazione, e apre, rende capaci, l’opposto dell’isolamento: l’isolato (da isola, tutt’altra radice rispetto a solo) si chiude, evita le relazioni, perché è “uno”, il solitario invece è “unico” come un pezzo del puzzle, ha fame di legami. Ed è solo tra due “unicità” che può avvenire vera comunicazione e comunione: intimità. Chi è unico può ricevere la vita: da un libro, un insegnante, un’ora di chimica... La solitudine è piena di vita, perché rende capaci di mondo, l’isolamento no. La scuola è il luogo in cui viene offerto quel mondo, relazioni con ciò che vale. 

La solitudine è unicità, originalità. Per questo mi è sempre piaciuto che nella famosa parabola dei talenti si dica che ciascuno li riceve “secondo le sue capacità”: cioè ciascuno riceve vita sulla base di quanta ne può contenere, tutta quella che può contenere (i talenti non sono le capacità, come semplifica una certa lettura da predestinazione o da performance, ma la vita che vuole riempirci alla nostra misura). 

 E a proposito di vita piena, ieri la Chiesa cattolica ha proclamato santo Carlo Acutis, un quindicenne milanese morto di leucemia fulminante nell’ottobre del 2006. Appassionato di programmazione, internet, videogiochi, cinema, italiano e storia, stentava in altre materie. Al suo funerale si presentarono degli sconosciuti: si scoprì che erano i poveri che incontrava nel tragitto casa-scuola e che aiutava con i suoi risparmi. Sapeva stare nel qui e ora, senza alibi. Diceva spesso: “Tutti siamo nati originali ma molti muoiono come fotocopie. Se non vivi a partire dalla tua originalità, sei in pericolo di morire essendo ciò che non sei”. Lo suggeriva in particolare a un amico che per imitare lo stile di una star spendeva tanto tempo e denaro. Carlo gli ripeteva che la cosa più importante non è vivere la vita di qualcun altro ma “essere contenti di se stessi”. Quell’amico ancora gli è grato per averlo “salvato”: reso originale, unico. Lo auguro a tutti gli adolescenti ed è possibile, perché crescere felici è contattare la propria unicità, cioè la propria “solitudine” che, per quanto scomoda possa sembrare, libera dagli alibi e rende “integri” e “capaci” di realtà. 

Colpevoli di essere reali. Vivi. 

 Alzogliocchiversoilcielo.

Corriere della Sera

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lunedì 29 aprile 2024

BAMBINI e CELLULARI


Psicologa Nastri: “L’uso precoce e massiccio di smartphone modifica la massa bianca del cervello

Scuola e famiglia per costruire un rapporto sano con la tecnologia”.

 

INTERVISTA di Andrea Carlino

 A Orizzonte Scuola interviene Federica Nastri, psicologa, criminologa, pedagogista e mediatrice familiare, per un’approfondita analisi del rapporto tra bambini e tecnologia.

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 Nell’era digitale, l’esposizione precoce e spesso incontrollata agli schermi pone serie questioni sullo sviluppo psicofisico dei più piccoli. La psicologa Nastri ci guida alla scoperta dei segnali di un uso problematico della tecnologia, delle conseguenze a lungo termine e di strategie efficaci per genitori ed educatori.

 La maggior parte dei bambini oggi entra in contatto con i dispositivi digitali già nei primi anni di vita, creando una sorta di “prolungamento” degli arti. Questo rende difficile distinguere tra un uso normale e uno problematico, poiché il problema spesso nasce dall’adulto che fornisce il dispositivo al bambino.

 Come si accompagna un bambino per strada, così bisogna accompagnarlo nel mondo digitale, educandolo alla prevenzione dei rischi. Condividere esperienze personali e aprire un dialogo basato sulla fiducia può aiutare i bambini a comprendere i pericoli senza spaventarli eccessivamente. Educare i bambini alla gestione del tempo fin dalla tenera età è fondamentale per un uso sano e responsabile della tecnologia. Far sperimentare la noia e l’attesa aiuta a sviluppare la creatività, l’intelligenza emotiva e la capacità di vivere nel mondo reale.

 La dipendenza digitale può influenzare negativamente il rendimento scolastico, distogliendo l’attenzione dagli obiettivi e creando difficoltà cognitive e comportamentali. La scuola, in collaborazione con professionisti della salute mentale, può promuovere un uso sano della tecnologia attraverso programmi specifici e attività che stimolino la sfera emozionale, il contatto con la natura e le persone, lo sport e l’affettività.

 Dottoressa Nastri, quali sono i segnali di un’esposizione eccessiva agli schermi in bambini così piccoli? Come possono i genitori distinguere tra un uso normale e uno problematico?

 Secondo gli studi più recenti, sulle abitudini in ambito tecnologico dei bambini dai 6 mesi ai 4 anni, risulta che il 96,6% utilizza media device e molti di loro iniziano a usarli già nel primo anno di vita.  Comprendiamo quindi che, a oggi, per la maggioranza dei bambini, i dispositivi elettronici rappresentano un vero e proprio “prolungamento” dei loro arti: nascono con loro, crescono con loro, si evolvono con loro inducendoli a una involuzione sotto ogni punto di vista. Fino a un decennio fa potevamo parlare dei “segnali” fondamentali affinché i genitori potessero monitorare l’uso o abuso della tecnologia; ora che l’età di utilizzo è scesa vertiginosamente ai pochi mesi, ahimè, capiamo quanto il problema non dipenda più dal bambino fin troppo piccolo per scegliere individualmente di impiegare il suo tempo muovendo le dita su uno smartphone ma dell’adulto che glielo consegna. Perciò, il tempo trascorso dai bambini molto piccoli davanti agli schermi risulta associato al modo in cui i loro stessi caregiver utilizzano la tecnologia. Pertanto, diviene complicato stabilire già per gli adulti un proprio autocontrollo all’uso, e che ne stabilisca un “uso normale o problematico”. Sicuramente, i primissimi campanelli d’allarme a cui prestare attenzione sono: reazioni spropositate di rabbia e frustrazione, costanti sbalzi d’umore, impulsi incontrollabili nel “controllare” il dispositivo, sintomi d’astinenza nel distacco dall’oggetto vissuto come indispensabile.

 Quali sono le conseguenze a lungo termine di un’esposizione precoce e incontrollata agli schermi sullo sviluppo psicofisico del bambino?

 Il mondo digitale, rimanda al modello stimolo-risposta, nonché qualcosa di astratto rispetto a un pensiero concreto di qualsiasi cosa. L’utilizzo precoce e massiccio di queste tecnologie, cambia il modo di organizzare la conoscenza del bambino così radicalmente da modificare la struttura della massa bianca del cervello e alterare le aree fondamentali per lo sviluppo del linguaggio, delle capacità di alfabetizzazione e delle funzioni esecutive (memoria, attenzione, inibizione, flessibilità cognitiva, pianificazione). Se il bambino impara a usare questi strumenti prima ancora di iniziare a parlare, il rischio è di focalizzare la conoscenza sullo stimolo specifico, piuttosto che sulle relazioni e interazioni tra oggetti, ciò potrà implicare anche ritardo nello sviluppo motorio, aumento di disturbi alimentari, disturbi del sonno, disturbi dell’apprendimento e disturbi comportamentali, depressione infantile, ansia, psicosi, disturbi della personalità, autismo e infine aumento dell’aggressività e violenza.

 Come possono i genitori riconoscere i segnali di dipendenza digitale nei loro figli?

 L’uomo è un essere sociale, geneticamente programmato per sopravvivere aggregandosi con la comunità e la tecnologia più si presta per soddisfare il bisogno di connessione degli esseri umani. Come? Estraniandoli e isolandoli. Sembrerebbe un controsenso, eppure l’isolamento, il disinteresse e la dissociazione rappresentano i segnali più profondi di una dipendenza digitale, susseguiti, come dicevamo dalla necessità di trascorrere un numero sempre più cospicuo di ore in connessione, sono sintomi depressivi o ansiosi, agitazione psicomotoria in caso di riduzione o interruzione, riduzione della vita reale e degli interessi lontani dal digitale.

 Come possono i genitori parlare ai loro figli dei pericoli online in modo che li comprendano senza spaventarli eccessivamente?

 Lascereste mai un bambino da solo per strada? Come gli direste che non può starci da solo? Le infinite vie di internet si snodano tra curve a gomito, discese vertiginose e salite ripidissime, e devono essere ormai considerate come un mondo “reale” e pericoloso in cui un bambino si accompagna e si sostiene. Perciò avviare alla tecnologia (preferibilmente dopo almeno i 4/5 anni) abituando al controllo costante di qualcuno e magari attraverso le app dedicate alle attività di sviluppo sarebbe già un buon modo per indirizzare ed educare alla prevenzione di rischi. Non esiste il discorso perfetto per spiegare la sicurezza informatica ai bambini ma è fondamentale che siano a conoscenza di quanto il mondo virtuale possa nascondere pericoli reali. “Sai, hanno provato a rubarmi l’identità, ed io ho…”, oppure: “Una volta mi hanno preso in giro sul web, così ne ho parlato con la mia famiglia e…”, ecc. ecc. Questi esempi di dialogo possono rappresentare una modalità di apertura all’argomento attraverso l’immedesimazione e la fiducia reciproca, dando così non solo spiegazione delle problematiche ma anche informazioni su come difendersi.

 Come si può aiutare un adolescente a gestire autonomamente il tempo trascorso online e a trovare un equilibrio sano tra vita digitale e vita reale?

 È importante partire dall’infanzia ancor prima che dall’adolescenza, in modo tale da fornire già al bambino piccolo, futuro uomo, quegli strumenti adatti a fronteggiare i passaggi di crescita tanto delicati quanto fondamentali della sua vita. L’educazione al “tempo”, alla dimensione del tempo, alla gestione del tempo e all’impiego di questo sono il principio di ogni sfera umana: individuale, familiare, sentimentale, relazionale e professionale. Far sperimentare la “noia”, senza riempire il “buco”. Far godere dell’attesa, senza azzerarla uccidendo il desiderio. Spronare così alla creatività e indipendenza, sviluppare l’intelligenza emotiva, la possibilità di trasformazione, l’opportunità di evoluzione. Il bambino abituato al modello stimolo-risposta avrà difficoltà a gestire il suo tempo di noia e di attesa, avvertito come “vuoto”. D’altra parte, perderà il suo tempo in quanto estraniato in un mondo virtuale. Educare alla realtà, e quindi a questo “tempo reale”, è il primo passo per l’educazione alla vita digitale e a quell’equilibrio tra l’essere e il non-essere, esistere e scomparire.

 Come cambia il rendimento scolastico in giovani con dipendenza digitale? Può la scuola contribuire a promuovere un uso sano e responsabile della tecnologia tra gli studenti?

 Qualsiasi tipo di dipendenza, e in questo caso nello specifico quella digitale, distrae dall’obiettivo inibendo il raggiungimento dei traguardi. Perciò un dipendente dalla tecnologia avrà come priorità estrema un mondo virtuale lontano dalla realtà e quindi lontano anche dall’interesse per le cose, le persone, le relazioni, lo studio e l’apprendimento. Sarà privato della curiosità proprio perché abituato ad un modello stimolo-risposta che è opposto alla conoscenza profonda e autentica. A ciò si aggiungono le difficoltà cognitive, comportamentali e delle funzioni esecutive alimentate dall’abuso dei dispositivi digitali che implicano disturbi dell’apprendimento e di conseguenza un abbassamento del rendimento scolastico. In particolar modo, le evidenze scientifiche dimostrano come il disturbo di attenzione e iperattività (ADHD) sia correlato a tale dipendenza. Affinché venga fronteggiata una situazione di emergenza simile, è necessario che la scuola collabori innanzitutto con professionisti della salute mentale creando percorsi specifici per genitori/figli, genitori/figli/istituzione scolastica. Solo un costante e collaborativo monitoraggio e potenziamento della sfera emozionale, delle attività a contatto con la natura e le persone, dello sport, e della stimolazione affettiva possono promuovere non solo un uso sano e responsabile della tecnologia, ma di tutta l’intera vita dell’individuo.

 Orizzonte Scuola



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sabato 30 dicembre 2023

IL VIRTUALE SPIETATO


 Paolo Crepet "Il virtuale è spietato con i nostri ragazzi. 

E oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli"

Intervista a Paolo Crepet a cura di Walter Veltroni

 

Come vedi l’esplodere del disagio tra i ragazzi del nostro tempo?

 «Coesistono due fenomeni: da una parte la tendenza all’autoisolamento, la diffusa perdita di speranze, la difficoltà di vedere il futuro. Ma non è solo questo, il senso di rinuncia convive con un atteggiamento opposto: la rabbia, la violenza, la prepotenza del bullismo. Non è un fenomeno nuovo, se ci si pensa. Negli anni in cui eravamo giovani una parte dei ragazzi precipitò, fino a morirne, nell’eroina, la cui improvvisa esplosione è un fenomeno mai indagato davvero, e un’altra nel terrorismo che, in fondo, era una forma di indifferenza e di cinismo nei confronti della vita altrui. E persino della propria. Se si vuole il racconto più drammatico di quella condizione di disagio bisognerebbe rileggere le lettere a Lotta Continua. In quel tempo esisteva, infatti, una diffusa e coinvolgente partecipazione politica e civile. Ciò che manca, oggi. Sia chiaro, comunque: un adolescente non inquieto è inquietante».

 Quanto ha pesato la pandemia?

 «È stato un big bang. Ha prodotto disagio per il modo in cui è stata gestita: chiusura delle scuole, didattica a distanza, conseguente chiusura in casa dei ragazzi, isolati dal contesto sociale. È stata dura per tutti, ma per loro è stata un’esperienza afflittiva. A scuola si va certo per imparare, certo perché è un dovere. Ma si va anche perché c’è un cortile, un corridoio, una ricreazione. Lì si trovano gli amici, gli amori, si costruisce la ragnatela fondamentale, la prima, dei rapporti sociali. I ragazzi sono stati rinchiusi nel loro cellulare. Quando una ragazza di un liceo di Bologna alla quale è stato tolto il cellulare ti dice, due settimane dopo, “Non è male, questo esperimento, finalmente siamo tornati a parlare” ci sta parlando di una possibilità. Se io prendo una ragazza di sedici anni e la chiudo con le cuffiette, con una visione del mondo che passa solo attraverso lo schermo, è chiaro che qualcosa in quella esperienza umana accade. Dovremmo studiarla bene».

 Cosa pensi degli sviluppi tecnologici annunciati, come il visore Apple e l’intelligenza artificiale?

 «Tim Cook ha ragione a dire che il visore sarà una rivoluzione. La terza tappa: il computer, l’Iphone, ora il visore. Ma il visore porta a un mondo prevalentemente virtuale. La prima cosa che mi viene in mente è la follia. Il mondo della psicosi è sempre stato descritto come un mondo altro, in cui tu costruisci una tua vita virtuale. Parli da solo, pensi da solo. È l’uomo sull’albero di Amarcord di Fellini. Mondi altri, costruiti per sfuggire a quello reale. Che inquieta, fa soffrire. Il virtuale è stare su quell’albero».

 Il nostro tempo è causa di infelicità?

 «Mi viene in mente il caso del “ragazzo selvaggio” magnificamente raccontato nel film di Francois Truffaut. Un adolescente trovato nel bosco dove aveva trascorso i primi dodici anni della sua vita che si cerca di riportare nel mondo civile. Siamo in pieno illuminismo e la domanda che si fanno i medici che lo curano è: la civiltà porta felicità?».

 Nel caso del ragazzo la risposta è no. Non riuscì mai a integrarsi, morì infelice.

 «Perché citare questo caso? Perché questo è il tema. E se le tecnologie, nel separarci e relegarci in un mondo virtuale costruissero la nostra infelicità? “Think different” diceva Apple: era un messaggio di libertà, di innovazione, era una promessa di libertà e di felicità. È stato davvero così? Gran parte del disagio giovanile nasce o si alimenta in relazione con questi strumenti. Torniamo all’illuminismo: libertè, egalitè, fraternitè. Cos’è la fraternitè, Facebook? E cos’è la libertè, il metaverso? Tutto questo crea appagamento, dipendenza o maggiore libertà? Forse è venuto il momento di ragionarne senza le catene dell’ovvio o del politicamente corretto imposte dallo spirito del tempo».

 Cosa è del conflitto generazionale?

 «Mia mamma non amava i Beatles. Ai genitori di oggi piacciono i Maneskin. Il conflitto è diventato una sorta di baratto. La rivoluzione dei ragazzi è stata taciuta dalla comunità, che l’ha avvolta in un conservatorismo estremo. Pasolini sarebbe molto preoccupato, la sua denuncia del consumismo si è inverata. Oggi il nonno compra le stesse cose dei suoi nipoti, non è mai successo nella storia umana. Quella cesura era un fatto salutare, ognuno viveva il tempo giusto della sua esistenza. Oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli, tutto questo appiattisce e amicalizza un rapporto che invece deve essere fondato sul riconoscimento dei ruoli. Non esiste più il capitano, il punto di riferimento. È forse il compimento del ‘68, dalla rivolta antiautoritaria. Ma ora una generazione che ha contestato i padri è diventata serva dei propri figli. Non è capace di dire i no, di orientare senza usare l’autoritarismo, ma l’esperienza. C’è un armistizio: io ti faccio fare quello che vuoi, tu non mi infliggi la tensione di un conflitto. Ma così si spegne il desiderio di autonomia, l’ansia di recidere i cordoni, l’affermazione piena della propria identità. Il conflitto generazionale è sparito. E non è un bene».

 Ma ti sembra che si sia spento il desiderio, da quello sessuale a quello di cambiare il mondo?

 «Se hai tutto, non cerchi nulla. Una delle applicazioni di intelligenza artificiale più usate dai ragazzi si chiama “Replica”. Non è assurdo? Ogni generazione ha cercato di creare, non di replicare. Si voleva non ribadire, ma stupire, non accettare il frullato di quello che c’è, ma l’invenzione del nuovo. Noi stiamo diventando soli e ne siamo contenti. Abbiamo smesso di parlarci. Nelle scuole, in famiglia, nelle sezioni, nelle parrocchie, nei circoli o nelle piazze. Se vogliamo salvarci dobbiamo disallinearci, dobbiamo rinunciare all’ovvio, vivere la vita da un punto di vista originale. Non dobbiamo replicare, dobbiamo inventare».

 E la sessualità?

 «Oggi è vissuta senza desiderio. I ragazzi che frequentano giovanissimi i siti porno aumentano la fruizione ma finiscono col banalizzare il meraviglioso mistero del sesso. L’erotismo è scoperta, non fruizione. Casanova diceva “L’erotismo è l’attesa” e invece ora è tutto spiattellato. Troppo e troppo presto. Celebriamo la libertà sessuale uccidendo l’erotismo».

 È giusto, come ha proposto Ammaniti, non dare ai ragazzi il cellulare prima dei dodici anni?

 «So per certo che bisogna far venire ai ragazzi la voglia di fare a meno di un uso parossistico del cellulare. Bisogna inventare altri interessi, il bisogno di relazione e di scambio. Possibile che la tradizione educativa italiana — Montessori, Lodi, Don Milani — non produca una cultura del desiderio di conoscenza e di profondità? Io ai ragazzi di quell’età non darei il cellulare, farei insieme a loro le ricerche per aiutarli a decifrare i codici della comunicazione digitale. Così come non capisco come si possa, da parte dei genitori, pensare di geolocalizzare i figli. Se ne comprime la libertà per placare le proprie ansie. Tutte ansie individuali. Bisogna fare insieme, non da soli».

 Nell’esperienza delle generazioni precedenti l’unico momento di giudizio sociale era la scuola. Spesso duro ma contenuto nelle dimensioni. Ora ogni adolescente può essere destrutturato da un giudizio che diventa subito universale. Di qui il bisogno costante di conferme della propria autostima. È così?

 «L’esposizione permanente, l’esistenza di un proprio pubblico, quello dei follower, il carattere virale di ogni forma di comunicazione costituiscono motivo di stress e di ansia. La scuola educava anche a conoscere le sconfitte, a far fronte a momenti di difficoltà e di delusione. La dimensione limitata del giudizio, quello delle mura di una classe, ti consentiva di ripartire, se eri caduto. Ora tutto è universale, rapido, spietato. Bisogna riconquistare una giusta dimensione del tempo, uscire dalla fretta del momento. Io credo che questa generazione smarrita cerchi ragioni per sognare e tornare a sperare. Dal buio si esce cercando la via. C’è bisogno di parole, di conflitti sani, di visioni che appassionino. Invece ci circonda il silenzio. Sembra, in questo tempo, che si possa solo aspettare Godot. Ma Godot non c’è».

 

Fonte: Corriere della Sera


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sabato 17 giugno 2023

EPIDEMIA DI NOMOFOBIA


NOMOFOBIA 

E DIPENDENZA DA SMARTPHONE: 

QUANDO LE NUOVE TECNOLOGIE CREANO DISAGI

- di Simona Lauri *

La nomofobia indica il terrore di restare sconnessi dalla rete

Deriva dal termine anglosassone “nomophobia”, non esiste da molto il corrispettivo italiano e viene usato per indicare la paura incontrollata di rimanere sconnessi dal contatto con la rete di telefonia mobile. 

La dipendenza dallo smartphone può influire negativamente sulla salute mentale e fisicae può essere indicata con il termine di nomofobiaI sintomi di questa dipendenza includono:


  • Controllo ossessivo delle chat e delle notifiche dei social media
  • Dormire con il telefono in mano o attaccato al cuscino
  • Controllo delle notifiche appena ci si sveglia, o durante la notte, o durante i pasti
  • Disagio quando il telefono è scarico
  • Paura di perdere informazioni importanti
  • Ignorare le altre persone durante una conversazione a causa dell’attenzione rivolta al telefono.


Nomofobia e dipendenza da Smartphone:

 quando la tecnologia crea disagi

Nomofobia, è un termine, introdotto recentemente per indicare la condizione di forte ansia e di paura sconsiderata di rimanere senza connessione, senza telefoni cellulari e più in generale, la preoccupazione costante di non potere accedere, da un momento all’altro, alla rete e dunque, di non essere più in contatto con gli altri e col mondo.

Dietro questa “paura moderna”, si nasconde, talvolta, la paura di rimanere soli o ancora, si può presentare un’eccessiva forma di “attaccamento” alle nuove tecnologie, che spesso può sfociare in una vera e propria forma di dipendenza dalle nuove tecnologie.

Nomofobia: cosa fare per cercare di gestire la dipendenza dalle nuove tecnologie?

1) Rieducarsi: un primo passo importante, potrebbe essere quello di entrare in una ben precisa ottica di “prevenzione” rispetto all’eccessiva dipendenza dagli smart-phone. Se cominci a percepire, infatti, che il cellulare, il pc e i dispositivi portatili, iniziano a prendere sempre di più il sopravvento nel corso della tua quotidianità, prendi in mano il controllo, prima che siano loro a controllare te e il tuo stile di vita. E’ fondamentale precisare che adottare un comportamento “drastico”, vale a dire, imporsi di evitare di usare, dall’oggi al domani, smartphone, pc ecc…è controproducente, dal momento che, più ci vietiamo una cosa, più forte diventa il desiderio di “trasgredire” e voler cedere alla “passione”.

Connessi ma non sempre

2) Connessi…ma non sempre: a partire da quanto suggerito prima, rieducati gradualmente all’idea e alla condizione di non essere costantemente connesso e reperibile. Potrebbe essere utile, dunque, scegliere un particolare momento della giornata, nel corso della quale, decidere volontariamente di disconnettersi, o ancora, selezionare delle stanze, all’interno della propria casa, nelle quali non portarsi dietro palmari o pc, optando, invece, per altre attività (giocare con i propri figli, leggere un libro, ecc.…). Questa modalità, può essere utile, infatti, a prendere le giuste distanze dalla rete e a tollerare meglio l’eventuale assenza.

Programma, vecchie abitudini…chiedi aiuto

3) Programmare per ridurre: nel caso in cui il bisogno di controllare la propria presenza nella rete, la propria reperibilità, diventi frequente, piuttosto che evitare in maniera assoluta l’accesso alla rete, decidi un’ orario nel quale concentrare la gestione di tutte le attività svolte on line nel caso in dovesse insorgere il desiderio al di fuori dell’orario prestabilito, cerca di procrastinare, pensando che sarà possibile “soddisfare” questo bisogno nell’orario che hai scelto per svolgere attività di questo tipo.

4) Riprendi con le vecchie abitudini: può sembrare banale, ma passeggiare all’aria aperta, guardare un film, sono tutte attività che aiutano a prendere piacevolmente le distanze dal mondo virtuale.

5) Nel caso in cui la nomofobia sia associata ad un’eccessiva forma di dipendenza o a vere e proprie manifestazioni ansiose connesse alla paura di rimanere soli, potrebbe essere utile rivolgersi ad uno psicologo.

 *Psicologa psicoterapeuta

Suggerimenti per limitare 

l’utilizzo della tecnologia

Il 50% degli utenti di dispositivi tecnologici fa clic su una notifica entro 30 secondi dalla ricezione, secondo lo studio di ACM. Se la notifica non viene visualizzata entro cinque minuti, le probabilità di aprirla più tardi si riducono a un misero 17%.

Come si fa a porre dei limiti giusti alla tecnologia e ridurne al minimo gli effetti negativi? Innanzitutto, devi capire cosa fai durante la maggior parte del tempo in cui utilizzi i tuoi dispositivi. Poi, ove possibile, prova ad applicare queste strategie:

Buone abitudini per l’utilizzo quotidiano

Se stabilisci delle regole sull’uso dei media da seguire durante la giornata, darai vita a delle buone abitudini e ti porrai dei limiti sani che ti aiuteranno a sentirti più soddisfatto di come utilizzi la tecnologia.

 

  • Crea regole per i media: mettiti d’accordo con la tua famiglia su quanto e come utilizzare i media, cercando di seguire delle norme di comportamento online.
  • Dai la preferenza alle interazioni di persona: quando sei in compagnia di qualcuno, proponi a questa persona di non utilizzare i dispositivi tecnologici e cercate di godervi il momento.
  • Disintossicazione: prenditi del tempo per disconnettere completamente dalla tecnologia, magari per un fine settimana intero o durante una settimana di vacanza, ma anche per un solo giorno se non puoi o non vuoi fare di più.

Buone abitudini per la mattina

Svegliarsi e prendere subito in mano lo smartphone è fonte di stress. Cerca di trascorrere i primi minuti del giorno stando nel presente e senza ricorrere subito a strumenti tecnologici passivi. In questo modo inizierai davvero la giornata con il piede giusto.

 Non mescolare l’uso dei dispositivi con altre routine: ad esempio, finisci di fare colazione prima di leggere le notizie sul tablet ed evita di utilizzare lo smartphone o il computer come una sveglia.

  • Utilizza la tecnologia in modo attivo: quando usi un dispositivo dedicati a qualcosa di attivo, ad esempio a un canale educativo o un videogioco piuttosto che a un media passivo come la TV.

Buone abitudini per il pomeriggio

Durante la pausa pranzo, se hai la fortuna di poterti prendere del tempo per te, l’ultima cosa di cui hai bisogno è la presenza assillante di notifiche e avvisi dei social media. Dai un taglio drastico alla tecnologia nel pomeriggio e vedrai che le ultime ore della giornata lavorativa scorreranno molto più velocemente e con uno stato d’animo ben diverso.

 

  • Silenzia e blocca: evita i profili negativi silenziandoli o bloccandoli direttamente e utilizza l’opzione “non mi interessa” tutte le volte che puoi per i contenuti che non ti interessano.
  • Limite alle notifiche: decidi quali app possono mandarti notifiche e disattiva quelle che non hanno bisogno della tua attenzione nell’immediato.
  • Gestione dell’utilizzo: devi capire su che siti, app o media passi la maggior parte del tempo misurando l’utilizzo che fai dei dispositivi. Quando riesci a farti un’idea abbastanza precisa delle tue abitudini, ti consigliamo di porre un limite ragionevole al tempo davanti allo schermo.

Buone pratiche per la sera


Secondo un rapporto della National Sleep Foundation (link in inglese), utilizzare la tecnologia poco prima di andare a dormire riduce la produzione di melatonina, un ormone che aiuta a regolare il sonno.

 Passa alla modalità “non disturbare”: imposta i tuoi dispositivi su questa modalità di notte e quando devi completare un lavoro importante.

Proteggi le tue ore di sonno: non portare dispositivi tecnologici in camera da letto e, in generale, smetti di usarli un’ora prima di andare a dormire.

Come limitare il tempo davanti allo schermo

L’uso eccessivo della tecnologia può essere nocivo, soprattutto nei bambini, il cui cervello è ancora in fase di sviluppo. Il primo passo per creare delle norme di utilizzo sano è limitare il tempo trascorso davanti allo schermo (smartphone, computer, televisione e così via).

Non dimenticare: il buon esempio degli adulti (genitori, insegnanti  ecc.. è fondamentale. Essi devono  essere capaci di darsi delle regole e di dare delle regole!

il ruolo della scuola è essenziale: educazione civica, educazione digitale, dialogo con le famiglie, buon esempio,  vigilanza....

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