Il diritto
internazionale
e la legge
di Trump
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di Giuseppe Savagnone
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Alle
origini dimenticate di una storia
Nel suo discorso all’ONU
Donald Trump ha menzionato Cuba: «Cuba», ha detto, «è uno Stato fallito e
cadrà». Dopo il Venezuela, è il secondo caso di una dittatura “di
sinistra” presa di mira dal presidente americano, con la giustificazione –
contenuta in una dichiarazione del 29 gennaio 2026 – che Cuba costituisce una
minaccia «inusuale e straordinaria» per la sicurezza nazionale statunitense.
Da parte sua, l’opinione
pubblica occidentale non sembra affatto preoccuparsi di questa situazione,
anche perché nell’immaginario collettivo al nome dell’Isola si collega solo la
vaga immagine di un regime dittatoriale vetero-marxista.
E in effetti, anche dopo
l’uscita di scena di Fidel Castro, avvenuta già nel 2006, per motivi di salute,
e quella del fratello Raúl, che ne aveva preso il posto, non sembra che
l’ascesa al potere di Miguel Díaz-Canel, presidente dall’aprile 2018, abbia molto
cambiato la situazione.
Pochi ricordano come sia
nato il regime castrista. La storia comincia con la caduta e la fuga, il 1
gennaio 1959, del corrotto dittatore Fulgencio Batista. Strettamente collegato
alla mafia statunitense, Batista governava, prima di fatto, poi anche di diritto,
dal 1933 con l’appoggio degli Stati Uniti. Sconfitto alle elezioni del 1942,
era tornato al potere nel 1952 con un colpo di Stato, calpestando ogni libertà
e ogni diritto. La stima delle persone da lui fatte assassinare è di 20.000, su
una popolazione di 11 milioni e mezzo di abitanti. Solo dopo una lotta durata
tre anni, con alterne vicende, il giovane avvocato Fidel Castro, messosi a capo
di un gruppo di guerriglieri, riuscì a sconfiggere l’esercito regolare, anche
grazie a un massiccio appoggio popolare.
Appoggio accresciuto da
una riforma agraria che sottrasse ai latifondisti cubani il controllo della
terra e la redistribuì ai contadini. Il nuovo corso, però, colpì anche
cittadini e compagnie statunitensi, i cui interessi erano fortemente tutelati
sotto Batista, e già nell’ottobre del 1959 il presidente repubblicano Dwight Eisenhower
approvò un piano della CIA che prevedeva il supporto agli oppositori interni
del nuovo governo e includeva raid degli esuli contro l’Isola a partire dal
territorio statunitense.
Furono molti a dover
fuggire, sentendosi minacciati, non solo economicamente, ma anche fisicamente,
da un governo rivoluzionario che, nella sua ansia di ristabilire la giustizia,
non si curava di rispettare il diritto e colpiva senza esitazione chiunque si
opponesse al suo progetto. Mentre operai e contadini sostenevano la
rivoluzione, l’opposizione veniva soprattutto dalla classe media e migliaia di
medici, ingegneri e altri professionisti emigrarono in Florida, creando una vera e
propria colonia in esilio a Miami.
Castro, sia per la sua
impostazione ideologica, sempre più esplicitamente ispirata al marxismo, sia
per reazione alla chiara presa di posizione degli Stati Uniti, si avvicinò alla
Russia. Nel febbraio 1960 il vicepresidente sovietico
Anastas Mikojan arrivò
all’Avana e dichiarò che l’Unione Sovietica sarebbe stata disposta ad aiutare
il regime di Castro. Poco dopo, le compagnie statunitensi Standard Oil, Esso e Texaco e la britannica Shell furono
nazionalizzate dal governo cubano.
In risposta, il 6
luglio 1960 il Congresso
degli Stati Uniti votò una sanzione economica contro Cuba – la prima di una
lunga serie – autorizzando il presidente
a ridurre o sopprimere le importazioni di zucchero dall’Isola. Il 7 luglio il
Parlamento cubano, a sua volta, emanò una legge di nazionalizzazione di tutte
le società statunitensi.
Con l’appoggio del nuovo
presidente democratico degli Stati Uniti John Kennedy, gli esuli cubani, il 17
aprile 1961, tentarono di invadere l’Isola, sbarcando nella Baia dei Porci.
L’operazione si risolse in un clamoroso fallimento: circa 1.200 controrivoluzionari
furono arrestati, imprigionati e processati. Solo venti mesi dopo, il 23
dicembre 1962, furono rilasciati, in cambio di 53 milioni di dollari di
alimenti per bambini e farina.
Fallita la via militare,
Kennedy, il 7 febbraio 1962, con il “Proclama 3447” ampliò le restrizioni
commerciali del 1960 vietando ogni tipo di scambio.
Dalla “crisi di Cuba” del
1962 ai nostri giorni
Sentendosi minacciata
dalla vicina superpotenza, la nuova “Repubblica socialista” di Cuba chiese
all’Unione Sovietica di installare batterie di missili nucleari sul proprio
territorio. Il pericolo era gravissimo per gli Stati Uniti e le navi russe che,
alla fine dell’ottobre 1962, portavano le nuove armi si trovarono di fronte a
un blocco navale americano. Si fu sull’orlo dello scoppio della terza guerra
mondiale. Fu trovata, però, una via d’uscita: Krusciov rinunziò ai missili
cubani, in cambio di un’analoga mossa americana in Turchia.
Ma ormai tra l’Avana e
Washington era rottura totale. Kennedy intensificò le sanzioni contro Cuba. Nel
corso del 1963 non solo venne proibita l’importazione di prodotti cubani, ma fu
interdetto il trasporto di merci statunitensi su navi straniere che avessero
fatto tappa nei porti dell’Isola.
Intanto Fidel Castro
aveva ormai consolidato all’interno un governo dittatoriale, pur mantenendo un
grande sostegno popolare e, in politica estera, si era fatto promotore
dell’esportazione della rivoluzione socialista in tutti i Paesi dell’America
Latina e del Terzo Mondo. In questo contesto si situa anche l’avventura e la
tragica fine del suo compagno più famoso, Che Guevara.
Ma dopo il 1989, con la
crisi del blocco comunista, Cuba è rimasta sempre più isolata e le conseguenze
del blocco economico si sono fatte sentire ancor più di prima sulla
popolazione. L’economia cubana in quella fase è decresciuta del 40%, con gravi
carenze alimentari, malnutrizione diffusa e mancanza di beni di base. Le
sanzioni statunitensi hanno avuto un peso decisivo. Ad aggravarle, nel 1992 il
Congresso americano ha approvato una legge secondo cui le navi che attraccavano
in porti cubani non potevano entrare in porti statunitensi per sei mesi
successivi.
Questa situazione si è
prolungata fino ai giorni nostri. Il regime ha resistito, ma a costo di
trovarsi sempre più alle prese con un crescente malcontento popolare per le
difficilissime condizioni di vita. Da qui un crescente dissenso, a cui ha
risposto con una dura repressione. Il 5 giugno 2020 la Commissione
interamericana dei diritti umani ha pubblicato un rapporto sulla situazione dei
diritti umani a Cuba in cui denunziava l’alto rischio che affronta
l’opposizione, la mancanza di libere elezioni, la forte riduzione della libertà
d’espressione. La Commissione esprimeva inoltre «la sua preoccupazione per
l’elevato numero di testimonianze e informazioni pubbliche che denunciano le
detenzioni arbitrarie contro attivisti e oppositori come una pratica sistematica
sull’Isola».
Ma intanto alla Casa
bianca arrivava Donald Trump. Già durante il suo primo mandato (2017-2021), il tycoon
ha imposto oltre 240 sanzioni aggiuntive a Cuba, mantenute poi
dall’amministrazione Biden, invertendo il timido disgelo avviato da Barack
Obama. La conseguenza è stata che, tra il 2021 e il 2024, oltre un
milione di cittadini ha abbandonato l’Isola, per dirigersi prevalentemente
verso gli Stati Uniti.
Davanti a questa crisi
umanitaria, il 23 giugno 2021 l’Assemblea dell’ONU ha ratificato, a larghissima
maggioranza – 184 voti a favore della fine dell’embargo, 3 astensioni
(Colombia, Ucraina ed Emirati
Arabi Uniti) e 2 soli voti contrari: USA e Israele – che l’embargo
economico che gli Stati Uniti d’America stavano portando avanti contro Cuba era
illegale e che doveva cessare.
La stretta di Trump
In realtà, nel suo
secondo mandato, incurante di questa richiesta, Trump ha dato un’ulteriore
svolta alla politica di strangolamento economico seguita dai suoi predecessori,
spinto anche dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, la cui famiglia era
fuggita da Cuba a Miami dopo l’avvento di Castro.
In un articolo del 17
settembre scorso il «New York Times» riferisce che, con l’inasprimento delle
sanzioni voluto dal presidente americano, «i cubani vivono la peggiore crisi
umanitaria dell’isola dalla rivoluzione del 1959 (…). A gennaio l’amministrazione
ha imposto un blocco petrolifero, poi, a maggio, ha intensificato la pressione
annunciando che le aziende straniere che collaboravano con determinate entità
statali cubane rischiavano il congelamento dei beni e l’esclusione dalle
attività commerciali con aziende e banche statunitensi (…). Questo sviluppo
aggiunge un ulteriore livello di sofferenza ai cubani, già alle prese con blackout
quotidiani, carenza di carburante e cibo e un sistema sanitario al collasso».
L’articolo riferisce tra
l’altro che 100.000 pazienti, di cui 12.000 bambini, sono in attesa di essere
operati a causa delle carenze di energia e di materiale sanitario.
Il presidente americano
non ha nascosto le sue intenzioni. «Credo proprio che avrò l’onore di
conquistare Cuba. Sarebbe fantastico. Un grande onore», ha detto durante una
conferenza stampa a Washington il 17 marzo 2026. «Posso liberarla o prenderla,
penso di poterci fare tutto quello che voglio», ha aggiunto, «è una nazione
molto indebolita». È in questo contesto che vanno lette le parole del suo
discorso all’Assemblea dell’ONU.
D’altronde la «conquista»
di Cuba sarebbe il proseguimento logico di quella del Venezuela, stretto
alleato del regime cubano, realizzata nei primi di gennaio di quest’anno con la
cattura del presidente Maduro e il sostegno al regime della sua vice-presidente,
Delcy Rodríguez, in cambio di un accordo sul petrolio venezuelano che ne
consegna il controllo alle compagnie petrolifere statunitensi.
E il diritto
internazionale?
Contestualizzare
l’attuale crisi dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti consente da un lato di
leggerla come lo sbocco finale di una storia che dura da quasi settant’anni,
dall’altro di coglierne alcune peculiarità. Sia sull’uno che sull’altro
versante sono inevitabili alcune considerazioni riguardanti il ruolo che in
questa vicenda ha avuto e ha il diritto internazionale.
La prima, che coinvolge
tutta la politica degli Stati Uniti verso Cuba fin dall’inizio, riguarda la
legittimità di sanzioni economiche che colpiscono non forniture militari, non i
responsabili politici di scelte antidemocratiche, ma proprio quella popolazione
civile che si dice di voler proteggere e che le convenzioni internazionali
vietano di colpire.
Si risponde che in questo
modo si vuol far cadere il regime. Ma questa è la logica dei terroristi che,
per colpire un governo odiato a causa dei suoi veri o presunti crimini, non
esitano a colpire degli innocenti. A Cuba molte donne e molti bambini hanno
sofferto in questi anni e soffrono oggi più che mai a causa di una guerra nella
quale sono trattati come “scudi umani” sacrificabili. La deliberazione dell’ONU
del 2021 ha chiaramente condannato questa logica assolutamente contraria al
diritto internazionale.
La seconda considerazione
riguarda direttamente lo stile di Trump, che del diritto internazionale sembra
proprio indicare la definitiva liquidazione. Dalla gratuita minaccia di
invadere la Groenlandia, alle non meno gratuite pretese di annessione del Canada;
dall’atteggiamento conciliante nei confronti della guerra imperialista di
Putin, allo scatenamento dell’immotivata guerra dei dazi contro governi amici;
dal sostegno incondizionato alla pulizia etnica di Israele a Gaza e in
Cisgiordania, all’aggressione all’Iran; dalla creazione del “board of
peace” – ente voluto dal presidente, con ingresso a pagamento, che dovrebbe
sostituire o almeno controllare l’ONU –, all’azione appena ricordata contro il
Venezuela, Trump ha dimostrato una perfetta coerenza con quanto
dichiarato nella famosa intervista al «New York Times», quando, alla
domanda se vedesse limiti ai suoi «poteri globali», ha risposto: «La mia
moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del
diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».
E del resto, nel discorso
all’Assemblea dell’ONU in cui ha parlato di Cuba, ha teorizzato la sua idea che
non ci deve essere un organismo internazionale a sanzionare eventuali
violazioni dei diritti umani da parte di governi dittatoriali: «Gli Stati Uniti»,
ha detto, «si oppongono fermamente all’istituzione fuori controllo nota come
Corte Penale Internazionale. Esorto tutte le nazioni membri della CPI a
ritirarsi ufficialmente e immediatamente da questa istituzione fuorilegge».
Sì, si è espresso così:
«fuorilegge». Perché la sola legge, ormai, è quella di Trump.
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