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martedì 26 maggio 2026

IRC - COR AD COR LOQUITUR

 


Don Gastaldi: l’insegnamento dell’ora di religione è confronto

Intervista a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica

-di Simone Baroncia

“Sant’Agostino scriveva: “L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti [o Dio]. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te…” Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”: con una citazione da ‘Le Confessioni’ di sant’Agostino papa Leone XIV aveva accolto, a fine aprile gli insegnanti di religione, che partecipavano al terzo meeting nazionale, svoltosi a fine aprile.

L’evento si era articolato in due momenti con un convegno aperto ai direttori diocesani ed ad una rappresentanza di insegnanti, con la partecipazione di circa 370 persone e l’udienza di papa Leone XIV a circa 6.000 insegnanti di religione cattolica, sul tema “Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio di cultura e dialogo”, che ha ripreso la frase di san John Henry Newman (cor ad cor loquitur), proclamato patrono del mondo educativo.

Il meeting era stato aperto con un confronto tra dibattito tra il prof. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, collegatosi via web, ed il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi: “Il Santo Padre Leone XIV ha ricordato recentemente che possiamo conoscere molto del mondo, ma ignorare la nostra vita interiore, ed in un mondo in cui si afferma sempre di più la presenza dell’intelligenza artificiale e l’isolamento dovuto all’uso di dispositivi come il cellulare, curare la propria dimensione intima appare sempre più urgente. Così come urgente è alimentare quella pace disarmata e disarmante, invocata dal papa, che deve trovare proprio nella scuola il suo primo compimento naturale”.

Uno stimolo alla spiritualità e al rapporto empatico con l’altro che è stato rilanciato dallo stesso Ministro per trasformare la scuola in un “generatore d’incontro con l’altro. In questo senso assume una decisiva importanza il ruolo dei docenti di religione cattolica. Perché la scuola ha bisogno di sapersi confrontare con le ansie, le preoccupazioni, il desiderio di trascendenza che i ragazzi spesso manifestano”. “Anche per questo”, ha concluso il Ministro Valditara, “occorre dare nuova dignità a chi svolge una funzione fondamentale che deve trovare una sponda salda sia sul versante della famiglia che su quello della società”.

L’invito finale del presidente della CEI è stato quello di “saper raccogliere il ruolo importantissimo, come persone e come docenti, di essere un capitale di relazioni. Insegnando ai ragazzi di usare i mezzi tecnologici attuali, senza esserne usati”.

Ritenendo importante tale meeting per l’educazione di studenti e studentesse abbiamo chiesto a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e direttore dell’UNESU (Ufficio Nazionale per l’Educazione della Scuola e l’Università), di spiegarci il motivo per cui l’IRC è un laboratorio di cultura e di dialogo: 

“Come sottolineano i vescovi nella recente Nota sull’IRC, è un luogo di confronto, di convivenza e integrazione, in cui le differenze possono dialogare e crescere insieme, alimentando una cultura della pace e della fraternità. In questo senso, può essere definito un laboratorio: è uno spazio di libertà che ha il compito educativo di decostruire i pregiudizi e costruire ponti, dove si impara a riconoscere l’altro non come minaccia, ma come mistero da accogliere”.

In quale modo il cuore può parlare al cuore?

“Il cuore può parlare al cuore quando una persona riesce a comunicare in modo autentico e profondo con l’altro. Nel percorso educativo il riferimento al cuore emerge nel suo significato biblico come centro dell’esistenza umana, non solo quale sede delle emozioni come spesso viene oggi concepito. E’ il nucleo dell’interiorità da cui scaturiscono pensieri, decisioni e sentimenti per orientare la propria vita. E gli insegnanti di religione, ogni giorno, sono impegnati ad andare al cuore delle questioni e a parlare al cuore dei ragazzi”.

 Il Papa ha detto che educare richiede pazienza ed amore: a scuola ciò è possibile?

“E’ possibile, ed è doveroso, soprattutto in un tempo segnato da conflitti e linguaggi d’odio. Educare con pazienza e amore significa non imporre risposte preconfezionate, ma stare accanto agli studenti e sostenerli nella crescita. I giovani che si incontrano a scuola portano con sé domande di senso frammentate, ma profondissime. E gli insegnanti di religione sono chiamati a vivere la loro missione accompagnandoli con umiltà e competenza, ascoltando queste domande e aiutandoli nella ricerca di senso”.

Per quale motivo molti studenti scelgono l’ora di religione?

“Rispondo con le parole degli studenti, raccolte in un video realizzato in occasione del Meeting degli insegnanti di religione. Per i ragazzi non è solo una materia: ‘è l’unico momento in cui possiamo davvero riflettere su noi stessi’, durante il quale si può parlare ‘senza avere problemi di essere giudicati o discriminati per ciò che si dice’. Gli studenti apprezzano il fatto di poter affrontare tematiche diverse: il rispetto, la pace, la giustizia riparativa oltre che conoscere figure chiave della storia della Chiesa: da Gesù a don Lorenzo Milani”.

Di contro sono poco ‘attratti’ dalla celebrazione eucaristica: da cosa dipende? 

“L’insegnamento della religione cattolica è una materia scolastica che riguarda lo sviluppo della persona, aprendola alla dimensione religiosa e promuovendo la riflessione sul loro patrimonio di esperienze, contribuendo a rispondere al bisogno di significato degli studenti. La celebrazione eucaristica riguarda invece il percorso di fede di ogni persona che si alimenta attraverso l’ascolto del Vangelo, la partecipazione ai sacramenti e le opere di carità”.

Cosa è Ora Libera’, disponibile e gratuita, che fornisce una selezione di notizie riguardanti temi d’attualità?

“Ora Libera vuole essere un luogo informale ma serio, di scambio di esperienze e di contatti, rivolto principalmente agli insegnanti di religione, ma dedicato a docenti, educatori, responsabili di associazioni che vedono nell’informazione uno strumento per riflettere e mettere in dialogo le generazioni. Si tratta di una newsletter realizzata da Avvenire in collaborazione con il Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e l’Ufficio per l’educazione, la scuola e l’università della Cei, che ogni due settimane propone un argomento, lo analizza e lo ‘avvicina’ ai ragazzi, proponendo anche storie che spesso passano inosservate ma che hanno tanto da dire.

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venerdì 19 maggio 2023

BUONE RELAZIONI a SCUOLA e NON SOLO


 Ecco perché il vero “Pnrr” 

comincia in aula docenti

 

- di  Nicola Campagnoli

 Il mondo scolastico, come ogni altro ambiente lavorativo, è sempre più condizionato dalla qualità delle relazioni che vi si instaurano. Quali sono i rischi più frequenti in cui si cade?

Primo: è sempre più evidente l’erronea convinzione che una persona possa, da leader solitario, cambiare una situazione. Che un professore illuminato possa guidare al meglio una classe, un responsabile d’indirizzo il suo dipartimento, un preside un intero istituto scolastico.

In nome di alcuni presupposti teorici ben saldi e chiari, in nome di alcune iniziative innovative che si hanno chiare alla mente, in nome di una strategia sulla carta più efficace e comunicativa, si finisce per cozzare contro il muro della realtà dei colleghi, dei ragazzi o dei docenti che difficilmente si adattano ai nuovi schemi. A quel punto il collega o il dipendente, o anche lo studente, diventano l’ostacolo disturbatore, l’elemento conservatore che “non capisce”, e quindi rallenta tutto il processo che si vorrebbe attivare.

Non è difficile rendersi conto di questa piaga: un prof che parla male dei suoi colleghi perché “non comprendono i ragazzi, invece io…”, un dirigente che vuole creare un nuovo indirizzo nel plesso scolastico (che magari per niente si adatta alla natura di quell’istituto, ma farebbe “passare alla storia” il suo nome proprio per la novità introdotta), un capo dipartimento che obbliga i suoi colleghi ad adottare un libro piuttosto che un altro “visto che le altre pubblicazioni sono tutte obsolete”…

Tale errore si fonda su una visione che non coglie due profonde verità. La prima, che solo una comunità – un villaggio – educa (come ripete spesso Papa Francesco). La seconda, che il cambiamento parte non da una preventiva pianificazione teorica, bensì dal mettere le mani in pasta su un particolare, su una situazione, tenendo gli occhi bene aperti su ciò che la realtà in quel caso vuole indicarci, sulla direzione insita dentro le cose, dentro le circostanze. Questo lavoro può esser portato avanti solo “insieme”, non uno sull’altro, condividendo insieme “in azione” un pezzo di realtà e cercando di sottolineare – uno all’altro – i segnali che dalla realtà emergono.

Il secondo grande rischio in cui è facile cadere sono la maldicenza e il pettegolezzo, tentazioni letali in ogni ambiente scolastico. Sembra non si riesca a farne a meno, tanto sono forti e inestirpabili. Si potrebbe addirittura affermare che se Dio ha permesso all’uomo di collaborare con Lui nella creazione continua dell’universo, nell’uso delle risorse e nella costruzione di un mondo più vivibile, il demonio cerchi di impedire questo “lavoro costruttivo” proprio attraverso l’invidia, le parole dette alle spalle, il rancore interiore. Riguardo a questo aspetto non credo ci sia bisogno di fare esemplificazioni: è così presente, così forte, così evidente nelle nostre scuole che lo abbiamo continuamente sotto gli occhi. Cosa si può dire su queste “lingue lunghe”, che sono fardello di ognuno di noi? Nulla. Sembra quasi che occorra rassegnarsi a tale oscurità. Però ci si può accorgere di due aspetti. Uno è che questi “difetti” appartengono a tutti noi, ma principalmente a chi vive una insicurezza esistenziale di fondo; a chi vive il lavoro non come contributo alla realizzazione del destino del mondo, ma a chi lo svolge per colmare una “solitudine affettiva”, una “insoddisfazione esistenziale” di fondo. Costoro usano il lavoro per affermare se stessi, non per costruire un bene comune.

L’altro aspetto è che fa molto meglio chi dice apertamente le cose che pensa e vede, chi le mette a confronto – magari col rischio di toccare la suscettibilità dell’altro – senza farle pesare dall’ombra dei gruppuscoli o delle amicizie complici e sotterranee. Meglio un ambiente in cui si litiga, si discute animatamente, che una scuola in cui c’è un finto perbenismo che nasconde veleni e accuse taciute.

Sembra nulla, ma cominciare a rendersi conto di tali situazioni può far meglio alle scuole dei fondi del Pnrr.

 Il Sussidiario

lunedì 3 gennaio 2022

IRC - DIALOGO, CONFRONTO, LIBERTA'


Insegnamento della religione

 I vescovi italiani scrivono agli studenti

- Il valore del dialogo sereno e autentico con tutti è un traguardo importante da raggiungere insieme. Avvalersi, di uno spazio formativo che faccia leva su questo aspetto è prezioso. I vescovi italiani invitano i giovani a riflettere sulla portata dell'insegnameno della religione in particolare nell'attuale contesto mondiale

-Gabriella Ceraso - Città del Vaticano

Dialogo, confronto e libertà: l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole significa apprendere e sviluppare questi aspetti. Lo rimarca la Conferenza episcopale italiana in un messaggio agli studenti che si apprestano, nelle prossime settimane, a esprimere la propria scelta di avvalersi o meno dell’Insegnamento della religione cattolica (IRC).

"Crediamo - scrivono i vescovi italiani nel contesto dell'attuale situazione mondiale - che il valore del dialogo sereno e autentico con tutti debba essere un traguardo importante da raggiungere insieme. Avvalersi, nel proprio percorso scolastico, di uno spazio formativo che faccia leva su questo aspetto è quanto mai prezioso e qualifica in senso educativo la stessa istituzione scolastica". I presuli mettono in evidenza a tal proposito quali sono le indicazioni didattiche dell'IRC per ogni livello scolastico dalla Scuola dell'infanzia ai licei, citando lo sviluppo di un "positivo senso di sé", la sperimentazione di "relazioni serene con gli altri" appartenenti a diverse tradizioni, la "partecipazione al dialogo autentico" e l'”esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e pace". Le religioni - ricordano ancora i vescovi citando il pensiero di Papa Francesco - sono da sempre in rapporto con l'educazione che "ci impegna a non usare mai il nome di Dio per giustificare la violenza e l’odio verso altre tradizioni religiose, a condannare ogni forma di fanatismo e di fondamentalismo e a difendere il diritto di ciascuno a scegliere e agire secondo la propria coscienza". Anche per questo, rimarcano ancora i vescovi italiani, è importante aderire alla proposta dell'insegnamento della religione per crescere nella conoscenza e nel dialogo e anche per incontrare docenti qualificati nella loro professione e credibili nel testimoniare un impegno educativo autentico. 

"Ci auguriamo - concludono - che possiate accogliere con generosità questa occasione di crescita, così da poter iniziare o continuare tra voi e con i vostri docenti un proficuo dialogo educativo".

Vatican News

MESSAGGIO DELLA CEI




 

venerdì 24 settembre 2021

DITTATURA DEL GENDER E RIFIUTO DEL CONFRONTO


 La pressione culturale e politica per imporre idee nella società

 

La «cancel culture» colpisce anche chi sostiene che il sesso esiste: la strategia è zittire, emarginare e isolare. Una forma di colonialismo che penalizza le donne.

La saggista americana Rebecca Solnit ha rifiutato di essere intervistata al Festivaletteratura di Mantova, optando per un monologo, perché non ha voluto rispondere alle domande di una «transfobica» Judith Butler sostiene che la categoria 'donna' va ridefinita e che se una pensa che il sesso sia reale è una fascista. E non si discute!

-di Marina Terragni

  Troppa gente oggi non riesce più a dire elementari verità. Se le dicesse verrebbe messa ai margini, zittita, imbavagliata, bloccata dai profili social – deplatformed –, indicata al pubblico ludibrio, mobbizzata fino a perdere il lavoro. Vale in particolare per il lavoro intellettuale e per l’insegnamento nelle università: posso testimoniarlo. Ormai il numero di casi di docenti deplatformed è notevole. Se dici, per esempio, che il sesso esiste, che è una realtà biologica, che non ti viene semplicemente 'assegnato alla nascita': bene, sei fuori, perdi l’incarico, devi trovare un altro modo per campare. Vale anche in politica. Sull’ultimo numero di 'Newsweek', Maud Maron, madre di tre maschi e una femmina e candidata al consiglio comunale di New York, parla della scrittrice JK Rowling, autrice della saga di Harry Potter e ormai regina delle deplatformed per essersi ribellata alla neolingua 'inclusiva' che impone alle donne il neo-nome di 'mestruatori'. «Volevo aggiungere la mia voce a quelle che la supportano – scrive Maron –. Volevo twittare #IStandwithJKRowling (Sto con JK Rowling). Ma non l’ho fatto. Mi candido per il consiglio comunale di Lower Manhattan e non volevo rischiare di essere chiamata transfobica. Quindi ho scelto il silenzio... Ma ora, un anno dopo, sono arrivata a credere che i costi del rimanere in silenzio siano troppo alti per me e per tutti noi... Le persone vicine ti consigliano di stare in silenzio perché è la cosa migliore da fare. 

La scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie scrive: 'A volte però il silenzio fa sì che una bugia inizi ad assumere il luccichio della verità'. Parlava di individui, ma la sua cautela vale anche per le nazioni. Il silenzio di così tanti americani di fronte a così tante bugie, specialmente su questioni come il genere e la razza, sta iniziando a conferire il luccichio di verità a queste bugie. Le persone stanno iniziando a credere a idee nocive, come l’idea che l’America sia una nazione irrimediabilmente razzista, o l’idea che il tuo sesso non sia una realtà biologica». Il virus woke (significa: risveglio) è americano, con varianti locali. Qualche giorno fa la saggista americana Rebecca Solnit ha rifiutato di essere intervistata da me al Festivaletteratura di Mantova. L’evento era programmato da mesi, le domande – in tutta franchezza, buone domande – le aveva pretese 24 ore prima, ma dopo averle lette ha optato per un – noiosissimo – monologo. All’organizzazione del Festival ha detto che non avrebbe parlato con una «transfobica». Non c’era assolutamente nulla di transfobico nelle mie domande. Parlavo proprio d’altro. Questo è tremendamente woke. I 'risvegliati' parlano solo con altri 'risvegliati', e la prova del risveglio consiste fondamentalmente nell’adesione integrale ad almeno un paio di assiomi: i bianchi sono tutti fascisti oppressori, e anche chi crede che il sesso biologico sia reale è un fascista oppressore. Date un occhio alla serie tv 'Them', su PrimeVideo: una rappresentazione allegorica-horror da cui spurga un odio razziale inaudito. Le cose sono a questo punto in America? 

Quanto all’altro assioma, quello su sesso e genere, Solnit dice che «non esiste una definizione univoca di cosa sia una donna... Non si tratta di avere l’utero o il seno o il ciclo o di partorire, perché le donne non sono un allevamento (e, scusate, non riesco a smettere di vantarmi della mia città: il primo uomo a partorire è stato a San Francisco)... esistono tante altre varianti» (da un editoriale su 'The Guardian'). La sua concittadina Judith Butler è super-woke. È stata tra le prime a risvegliarsi e a dare una sveglia al mondo. Nel 1990 – giovane e brillante studiosa di Hegel e dei decostruzionisti francesi di giorno, frequentatrice di drag bar la notte – nel suo best seller 'Gender Trou- ble' spiegò un costrutto sociale non è solo il genere, ma anche il sesso biologico. In una recente intervista, sempre su 'The Guardian', Butler ha affermato che la categoria 'donna' va ridefinita e che se una donna pensa che il sesso sia reale è una fascista. E con le fasciste non si discute, non si parla: si chiama ' no-debate'. Forse è fascista anche la pakistana Bina Shah, che ha obiettato: «Ho solo bisogno di sapere come si applica la definizione di donna di Judith Butler alle donne afghane che vengono picchiate per strada dai taleban. Hai mai considerato che la tua accademia non si adatta davvero alla vita delle donne nel Sud del mondo?». Per concludere: «Temo che gli attivisti per i diritti trans si stiano comportando come nuovi colonizzatori occidentali e imperialisti, imponendoci le loro idee di genere e sessualità nello stesso modo in cui il loro impero ci è stato imposto per buona parte del 20° secolo. Davvero non vorrei il colonialismo del genere nel 21° secolo».

 L’'Economist' dedica una delle sue ultime copertine alla «minaccia della sinistra illiberale» riferendosi alla «nuova generazione di progressisti che sta ripristinando metodi che sinistramente ricordano quelli di uno Stato confessionale, con versioni moderne dei giuramenti di fedeltà e delle leggi sulla blasfemia». I l no-debate viene praticato da molto tempo e con fermezza dal mondo Lgbtq. L’abbiamo visto anche in Italia con i sostenitori del ddl Zan che si sono sottratti a ogni confronto critico. Lo rivendica Alessandro Zan nel suo libro 'Senza paura. La nostra battaglia contro l’odio': nessun confronto con le Terf, femministe «transfobiche » di cui fa nomi e cognomi – a proposito di non-odio – definite vicine «all’estrema destra» e al «conservatorismo più reazionario » e dalle quali – lamenta – è «stato inseguito con un’aggressività al limite dello stalking, facendomi accuse lunari in privato, tra cui quella di sottrarmi al confronto ». In effetti, si è trattato proprio di questo: sottrazione al confronto. 

I cosiddetti 'Denton’s Paper' – direttive congegnate da uno dei maggiori studi legali del mondo a uso dei sostenitori della gender identity – dicono che meno si parla, meno si discute, meglio è. Anche perché potrebbe capitarti di non sapere come replicare alle obiezioni di un interlocutore capace di sostenere che il sesso è reale. Nei suoi libri e nel suo monologo Solnit ha par- lato di 'democrazia delle voci' e di ' free speech', libertà di espressione: purché la voce dell’altro/a sia una semplice eco della tua. Cioè: si deve escludere, per essere davvero 'inclusivi'. Solnit – e chi mai se lo sarebbe immaginato? – è una fervida sostenitrice del no-debate. A quanto pare, come Butler, è convinta che il femminismo critico del genere – e dell’utero in affitto, degli ormoni ai bambini e di un’infinità di altre porcherie – sia un’ancella delle destre fasciste. Questo non parlarsi tra donne è un inaudito nel femminismo, rivoluzione senza spargimenti di sangue fatta di relazioni, autocoscienza, parole, amore. Lo stesso giorno in cui si sottrae al dialogo con me, Solnit condivide con entusiasmo sul suo profilo Facebook un articolo della giornalista britannica genderqueer Laurie Penny, titolo: «No, I will not debate you». Secondo Penny la retorica del dialogo «è molto utile per l’estrema destra». La cancel culture non è solo abbattere statue, è anche nascondere persone vive. Si parla solo con gli identici, come riflessi in uno specchio. Una specie di narcisismo paranoide che – nota un’intelligente amica – è il risultato dall’innesto mortale del postmodernismo e della French Theory su una società sempre più narcisista e ombelicale com’è quella americana. Un tribalismo di ritorno, che frantuma la società in migliaia di micro- identitarismi permalosi e in guerra.

L’ Europa non è immune dal virus nodebate, ma la pandemia non ci ha ancora travolto. Vacciniamoci. Dobbiamo proporci di diventare il baluardo del libero pensiero. 

Il libero confronto va difeso in ogni luogo, a cominciare dalle università dove la situazione sta diventando intollerabile. «Se l’America vuole restare il luogo in cui si è liberi di dire ad alta voce semplici verità, dobbiamo rimuovere le sanzioni associate al rifiuto dell’ortodossia woke » conclude Maud Maron su 'Newsweek'. «Risvegliati, se vuoi, ma se le tue idee hanno valore – e alcune ne hanno – allora convinci i tuoi concittadini sui tuoi argomenti; non costringerli al silenzio ». Con l’improvvisa ritirata delle truppe Usa dall’Afghanistan – nel suo monologo mantovano Solnit non ha nemmeno menzionato le afghane parlando di violenza maschile – il 2021 sarà probabilmente ricordato come un punto di svolta per il ruolo dell’America nello scacchiere geopolitico internazionale. Ma il morbo del no-debate non è meno minaccioso per l’identità di quel grande Paese e di tutto l’Occidente.

 

www.avvenire.it

 

 

 

venerdì 20 agosto 2021

EDUCARE ALLA LIBERTA'

Dall’io al confronto

 per educare alla libertà

 Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati sarà all’incontro conclusivo del Meeting: «Nel momento in cui ci si esprime, si sceglie e si rinuncia a qualcos’altro. Questo è il processo educativo nella sua formulazione più classica: guidare alla conquista dell’autonomia attraverso una continua assunzione di responsabilità che permette di rapportarsi agli altri conoscendo prima se stessi» 

 - di ALESSANDRO ZACCURI 

- Anche gli scrittori, come gli insegnanti, dovrebbero essere anzitutto 'esperti in umanità'. Eraldo Affinati si richiama alla celebre definizione che Paolo VI diede della Chiesa per anticipare una parte della riflessione che si prepara a presentare al Meeting. Un appuntamento molto atteso, quello di cui il narratore romano sarà protagonista insieme con Susanna Tamaro e il filosofo Costantino Esposito alle ore 21 di mercoledì 25 agosto. «È l’incontro conclusivo – sottolinea Affinati –, quello in cui tradizionalmente si annuncia il tema che il Meeting affronterà l’anno successivo. Ed è un incontro sul tema dell’educazione». Sull’importanza di Educare alla libertà, per la precisione. Si può dire che, nella sua veste duplice e spesso convergente di scrittore e di insegnante, Affinati non si sia mai occupato d’altro. Lo ha fatto lavorando alle biografie di Dietrich Bonhoeffer ( Un teologo contro Hitler, 2002) e di don Lorenzo Milani ( L’uomo del futuro, 2016) e avviando la rete delle Scuole Penny Wirton, che in tutto il Paese offrono corsi gratuiti di italiano per stranieri. All’indomani del Meeting, il 26 agosto, sarà in libreria il suo romanzo, Il Vangelo degli Angeli, edito da HarperCollins. Per il momento, però, parliamo di libertà, parliamo di educazione. «Da quando abbiamo cominciato a misurarci con la pandemia – osserva Affinati –, la scuola ha lavorato a ingranaggi scoperti, entrando nelle case e rientrando nel dibattito pubblico. Molti genitori hanno seguito le lezioni a distanza a fianco dei figli e si sono resi conto di quanto sia delicato questo processo educativo. Veniamo da una stagione di fragilità e incertezze, è vero, ma questa coscienza rinnovata rappresenta un elemento positivo, che non va sprecato». 

Come riassumerebbe il valore di questa esperienza? Nel modo più semplice: adesso sappiamo veramente di essere fragili e di poterci salvare soltanto se restiamo insieme, facendoci forza gli uni con gli altri. 

Vale anche per la letteratura? La letteratura è di per sé è un’ammissione di finitudine e, nel contempo, il tentativo di andare oltre questo limite. Mi capita spesso di dire che un immortale non comporrebbe poesie, perché non ne avrebbe bisogno. Non ci sarebbero ferite da risanare, né integrità da ristabilire. Per noi, invece, non è così. Scriviamo per segnare una presenza, per lasciare una traccia della nostra avventura sulla terra. Se possibile, per passare il testimone a qualcun altro. 

E qui torna in gioco l’educazione? Non soltanto qui, ma in qualsiasi cir- costanza ci si debba pronunciare o, se si preferisce, si debba compiere una scelta. In questo senso, trovo illuminante l’espressione di Kierkegaard che dà il titolo al Meeting di quest’anno. 'Il coraggio di dire io', appunto. Nel momento in cui ci si esprime, si sceglie; nel momento in cui si sceglie qualcosa, si rinuncia a qualcos’altro. Questo è il processo educativo nella sua formulazione più classica: guidare alla conquista dell’autonomia attraverso una continua assunzione di responsabilità. In ultima analisi, l’educazione è questa scienza del limite che, una volta appresa, permette di uscire dall’indifferenza e di uscire in campo aperto. Ma prima di confrontarmi con l’altro, devo conoscere me stesso. Devo imparare a dire io. 

Un’impresa ancora possibile? Senza dubbio difficile, eppure necessaria. Specie per il credente, considerato che l’incontro è il gesto tipico del cristianesimo, direi addirittura il suo fondamento. La bellezza di questa dinamica sta nella sua componente di rischio. L’incontro non è mai solo rassicurante, in un modo o nell’altro ci trascina in quello che il poeta Mario Luzi definiva 'il fuoco della controversia'. Proprio per questa sua impegnativa carica dialettica, il dialogo non si esercita veramente se non tra personalità pienamente emerse e consapevoli. La coralità della convivenza deriva da questa svolta decisiva, grazie alla quale mi rendo conto che la mia libertà può essere messa al servizio degli altri, risolvendosi in un beneficio collettivo del quale, una volta di più, ciascuno di noi si assume la responsabilità. 

Quali consigli darebbe a un educatore? Non dimenticare mai di essere il primo soggetto dell’educazione. Anche l’adulto, infatti, è costantemente richiamato al compito di diventare sé stesso, di scegliere e di mettersi in discussione. Per quanto mi riguarda, cerco di avanzare con una specie di passo doppio. Non è bene rinunciare del tutto al proprio ruolo istituzionale, che conferisce autorevolezza, ma per essere credibile occorre trovare il modo di conquistarsi la fiducia degli adolescenti. Il procedimento è complesso e a sua volta rischioso, ma resto del parere che muoversi tra i banchi non sia meno efficace dell’insegnare dalla cattedra. L’educatore, insomma, deve imparare a essere insieme amico e maestro. 

Gli adulti sono all’altezza della sfida? Non tutti, purtroppo. Troppo spesso vedo genitori che, non accettando la propria fragilità, si sforzano di scimmiottare la condizione dei figli, lasciandoli spaesati. Per crescere un ragazzo ha bisogno di affrontare un ostacolo, senza il quale non proverà mai la vertigine della libertà. 

La pandemia è stata questo ostacolo? Anche questo, sì. Ed è stata un esperimento di libertà. La fase della didattica a distanza va chiusa al più presto, per evitare ulteriori fenomeni di dispersione e abbandono scolastico. Ma proprio con la Dad alla Penny Wirton abbiamo potuto fare cose straordinarie, per esempio mettendo in contatto tra loro un ragazzo disabile di Catania con un giovane egiziano di Torino. Il primo ha insegnato l’italiano all’altro, la sua fragilità fisica è venuta incontro alla fragilità linguistica dell’altro. Allo stesso modo, un profugo sordomuto iracheno ha potuto incontrare una volontaria specializzata nella lingua dei segni, che gli ha dato lezioni di italiano a distanza. 

Occorre ripartire da questi bisogni? L’educazione parte sempre dal basso: la fragilità è il vero punto di ingresso. Come diceva don Milani, la scuola non può essere un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Oggi le malattie sono tante, diverse l’una dall’altra. Noi per primi dobbiamo imparare a riconoscerle. 

www.avvenire.it

giovedì 4 maggio 2017

DIALOGO: AVANZARE INSIEME


Lectio di Enzo Bianchi per la Fondazione Balducci a Firenze su “L’altro come dono”: la condivisione di un percorso in cui il fine «non è il consenso, ma il reciproco progresso»
Il fondatore della Comunità di Bose riflette sull’alterità a partire dal pensiero del padre scolopio: «Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana» Senza contrapposizioni

 di ENZO BIANCHI

«Amerei scrivere una storia della nostalgia dell’altro lungo tutta la storia umana ». È da queste parole di padre Ernesto Balducci che prendo le mosse per riflettere su «L’altro come dono». Nel nostro modo abituale di pensare e di parlare questa nostalgia è assente e ricorriamo troppo sbrigativamente a due categorie contrapposte «noi» e «gli altri». Ma è arduo definire i confini tra queste due entità e, ancor di più, stabilire con certezza chi appartiene all’una o all’altra, in che misura e per quanto tempo. Quando giustapponiamo i due termini, in realtà intraprendiamo un percorso suscettibile di infinite varianti: ci possiamo infatti inoltrare su un ponte gettato tra due mondi, oppure andare a sbattere contro un muro che li separa o ancora ritrovarci su una strada che li mette in comunicazione. Possiamo anche scoprire l’opportunità di un intreccio fecondo dell’insopprimibile connessione che abita noi e loro. Appare evidente allora come per l’essere umano la relazione con gli altri sia una delle modalità di relazione che – assieme a quella con se stesso, con il cosmo e, per chi crede, quella con Dio – gli permettono di costruire la propria identità e di vivere. Chi di noi non si è mai chiesto come percorrere i cammini dell’incontro, della relazione con l’altro, con ogni altro, con ogni volto umano?
In primo luogo occorre riconoscere l’altro nella sua singolarità specifica, riconoscere la sua dignità di essere umano, il valore unico e irripetibile della sua vita, la sua libertà, la sua differenza: è uomo, donna, bambino, vecchio, credente, non credente, ecc. È un essere umano come me, eppure diverso da me, nella sua irriducibile alterità: io per lui (o lei) e lui (o lei) per me! Teoricamente questo riconosci-mento è facile, ma in realtà proprio perché la differenza desta paura, si deve mettere in conto l’esistenza di sentimenti ostili da vincere: in particolare, c’è in noi un’attitudine che ripudia tutto ciò che è lontano da noi per cultura, morale, religione, estetica o costumi. Quando si guarda l’altro solo attraverso il prisma della propria cultura, allora si è facilmente soggetti all’incomprensione e all’intolleranza. Non spetta a me ricordare quanto sia stato decisivo il contributo di padre Balducci a tale proposito, soprattutto nelle opere dell’ultima fase della sua vita: L’uomo planetario e La terra del tramonto.
Bisogna dunque esercitarsi a desiderare di ricevere dall’altro, considerando che i propri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti ma si può accettare di imparare, relativizzando i propri comportamenti. C’è un sano relativismo culturale che significa imparare la cultura degli altri senza misurarla sulla propria: questo atteggiamento è necessario in una relazione di alterità in cui si deve prendere il rischio di esporre la propria identità a ciò che non si è ancora… Se ci sono questi atteggiamenti preliminari, allora diventa possibile mettersi in ascolto: ascolto arduo ma essenziale di una presenza, di una chiamata che esige da ciascuno di noi una risposta, dunque sollecita la nostra responsabilità. Non mi stancherò mai di ripeterlo: l’ascolto non è un momento passivo della comunicazione, ma è un atto creativo che instaura una confidenza quale con-fiducia tra i due ospiti, chi ospita e chi è ospitato. L’ascolto è un sì radicale all’esistenza dell’altro come tale; nell’ascolto le rispettive differenze si contaminano, perdono la loro assolutezza, e quelli che sono limiti all’incontro possono diventare risorse per l’incontro stesso.
Nell’ascolto si arriva progressivamente a porsi un semplice domanda: in verità, chi ospita e chi è ospitato? Ascoltare l’altro non equivale dunque a informarsi su di lui, ma significa aprirsi al racconto che egli fa di sé per giungere a comprendere nuovamente se stessi. E nell’ascolto – lo sappiamo bene per esperienza – occorre rinunciare ai pregiudizi che ci abitano, occorre lottare per farli tacere dentro di noi e a volte addirittura nelle posture fisiche con cui stiamo di fronte all’altro. Siamo inoltre chiamati a nominare e ad affrontare le paure che ci abitano quando entriamo in relazione con l’altro, senza pensare stoltamente di poterle rimuovere o sopprimere, perché altrimenti torneranno in seguito con maggior forza. Quando ci si immette in questo percorso di sospensione del giudizio, ecco che si appresta l’essenziale per guardare all’altro con sym-pátheia: quest’ultima è un atteggiamento che si nutre di un’osservazione partecipe, la quale accetta anche di non capire l’altro e tuttavia tenta di esercitarsi a “sentire-con lui”. In tal modo si comprende che la verità dell’altro ha la stessa legittimità della mia verità. E si faccia attenzione: ciò non equivale a dire che non c’è verità o che tutte le verità si equivalgono. No, ciascuno è legittimato a manifestare la propria verità, ognuno deve impegnarsi con umiltà a confrontarsi e a ricevere la verità che sempre precede ed eccede tutti, pur nella convinzione che la propria verità è quella su cui può essere fondata e trovare senso una vita. Questa “simpatia” decide anche dell’empatia, che non è lo slancio del cuore che ci spinge verso l’altro, bensì la capacità di metterci al posto dell’altro, di comprenderlo dal suo interno: è la manifestazione dell’humanitas dell’ospite e dell’ospitante, è umanità condivisa.
Attraverso queste tappe – mai schematiche, ma sempre da rinnovarsi nel faccia a faccia, mediante un’intelligenza creativa e un amore intelligente – si può giungere al dialogo, autentica esperienza di intercomprensione.
Dia-lógos: parola che si lascia attraversare da una parola altra; intrecciarsi di linguaggi, di sensi, di culture, di etiche; cammino di conversione e di comunione; via efficace contro il pregiudizio e, di conseguenza, contro la violenza che nasce da un’aggressività non parlata… È il dialogo che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate.
Sono le strade che ha percorso Gesù di Nazareth e che ha lasciato ai suoi discepoli come tracce da seguire, facendosi maestro con la sua arte della relazione, la sua volontà di ascoltare e accogliere quanti incontrava sul suo cammino, fino a lasciarsi costruire, edificare da questi rapporti. Possiamo intendere anche in questo senso alcune parole di padre Balducci in una delle sue ultime omelie: «La riconciliazione consiste in uno scambio tale per cui uno non è se stesso se non in quanto si riferisce all’altro.
Questa condizione antropologica piena è il luogo in cui si ritagliano le positive avventure della nostra vita, certamente parziali ma che ci fanno sognare un mondo diverso da questo». Un mondo in cui possa finalmente trovare compimento il desiderio di Gesù, che è la fonte e il culmine di ogni discorso sull’altro come dono: «Voi siete tutti fratelli» ( Mt 23,8).


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venerdì 23 gennaio 2015

INVIDIA . il peggiore tabù!

INVIDIA
Il peggiore dei tabù

Intervista
Parla lo psichiatra Capodieci: «È la più inconfessabile delle emozioni. In un certo senso siamo tutti invidiosi, fa parte della nostra struttura mentale»
Lo studioso ha pubblicato un curioso saggio su re Salomone «Alla base c’è un’insufficiente capacità di discernimento L’umiltà, insegnano le Scritture, è un valido antidoto»

Nessuno tocchi Caino. Perché se fu il primo a esserne accecato, è anche vero che il tarlo dell’invidia, per quanto sia dura ammetterlo, è più vicino di quanto pensiamo. «In un certo senso siamo tutti invidiosi. Fa parte della struttura mentale dell’uomo», spiega Salvatore Capodieci, psichiatra e psicoterapeuta, autore di un curioso saggio su Re Salomone e il fenomeno dell’invidia (Lup, pagine 162, euro 16). Un vademecum per vederci chiaro, visto che l’invidia tende a deformare la realtà offuscandola (dal latino invidere, guardare di traverso, in senso negativo). Difatti avendo usato male i loro occhi in vita Dante per contrappasso ritrae crudamente gli invidiosi con le palpebre cucite da un filo di ferro. E il graffiante G.K.Chesterton ammoniva: «L’uomo che non è invidioso vede le rose più rosse degli altri, l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con disperazione».

Professore è davvero così difficile non essere invidiosi?
«L’invidia rappresenta un fenomeno diffuso che può riguardare chiunque si trovi in una situazione di confronto con altri. La sua complessità è correlata al fatto che le stesse persone invidiose non sempre ne sono consapevoli e, talvolta, sono le ultime a rendersi conto che il loro atteggiamento può essere attribuito a motivazione legate all’invidia».

Ma da che cosa si riconosce l’invidioso? ......

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