sabato 26 dicembre 2020

EMERGENZA ESISTENZIALE. PRIORITA' I GIOVANI

«Nuove generazioni più colpite dagli effetti collaterali del virus, è l’università il bene essenziale da preservare La risorsa da cui ripartire è il capitale umano» «Sto rileggendo la Divina Commedia: è Virgilio che consente a Dante di liberarsi dal disorientamento. Per venirne fuori ci vogliono compagni di cammino».

 «Ci eravamo lasciati abbagliare dall’individualismo ma i diritti e le libertà individuali sono limitati e limitabili Ora è il tempo di fermarsi e riflettere su quali siano le priorità che si vogliono perseguire»

 ANGELO PICARIELLO

 La pandemia ha riportato alla luce che la realtà non è, come avevamo creduto, «totalmente sotto il nostro controllo». La presidente emerita della Consulta Marta Cartabia ha rivestito questo incarico, di custode dei valori costituzionali, in una fase straordinaria che ne ha comportato una loro compressione. Uscire da questa emergenza significherà tornare a guardare ai giovani come a una urgente «priorità», per non far mancare loro quei «maestri» che sono fondamentali nella formazione umana, prima ancora che professionale. A Pisa, in occasione del conferimento del dottorato honoris causa in  Law della Scuola superiore Sant’Anna, Cartabia ha rimarcato la necessità che l’università «torni a essere la priorità tra tutte le priorità», da preservare come «bene essenziale per il formidabile compito affidatole di offrire alle nuove generazioni la possibilità di mobilitare le proprie forze vitali, le proprie energie costruttive». Occorre ripartire dal «capitale umano». Perché è «nel soggetto e dal soggetto che può scaturire l’energia capace di contrastare la paura che paralizza, l’incertezza che mortifica le ambizioni e demoralizza ogni slancio». Ma facciamo un passo indietro.

L’emergenza della pandemia ha comportato un’importante compressione dei diritti e della libertà.

Che i diritti e le libertà individuali siano limitati e limitabili non è una novità. Alla vigilia della pandemia eravamo immersi in una cultura segnata da un eccesso di individualismo alimentato dall’illusione della autodeterminazione e della libertà assoluta del singolo. I grandi sviluppi della società tecnologica, inoltre, hanno coltivato negli anni più recenti un altrettanto illusorio senso di onnipotenza. L’emergenza sanitaria ci ha costretti a un brusco risveglio. Dietro l’apparenza di invincibilità, la pandemia ha riportato in primo piano l’esistenza della realtà che – nonostante la potenza, i progressi e gli indiscutibili benefici della scienza e della tecnologia – non è mai totalmente sotto il nostro controllo. Il grande valo- re della libertà della persona – che è a fondamento della nostra convivenza civile e sempre deve essere preservato – deve fare i conti con una realtà che non è totalmente a nostra disposizione e, soprattutto, deve fare i conti con l’esistenza del-l’altro, degli altri. C’è un noi, oltre che un io. Per questo, nella vita sociale le libertà non sono mai assolute.

Ma si è avuta, a volte, la percezione che si sia ecceduto… Con quali criteri valutare queste limitazioni?

La nostra Costituzione richiede una garanzia non frammentata di tutte le esigenze della persona, a tutela della sua dignità. Ciò implica che, a seconda del contesto, si può rendere necessario circoscrivere - in misura più o meno significativa l’uno o l’altro dei diritti, mantenendo sempre uno sguardo integrale, olistico sulla persona. Il difficile compito di chi ha responsabilità pubbliche è valutare, nella condizione concreta data, quali siano le restrizioni necessarie e verificare sempre che siano proporzionate allo scopo; e soprattutto interrogarsi se esistano strumenti meno restrittivi che perseguano gli stessi obiettivi. Integralità della tutela della persona e proporzionalità delle limitazioni sono le coordinate fondamentali da rispettare in questo difficile lavoro di bilanciamento dei diritti, che deve continuamente adeguarsi al variare della situazione concreta.

Ma c’è un ordine di priorità….

Certo. Ogni decisione che sacrifica un aspetto della vita personale e sociale a favore del libero svolgimento di altre attività esprime un ordine di priorità e delle scelte di valore. Credo che questo sia il tempo in cui occorre fermarsi e riflettere su quali siano le priorità che si vogliono perseguire, posto che la situazione impone e imporrà comunque dei sacrifici a tutti, forse per lungo tempo.

Quali priorità vede come più urgenti?

Penso soprattutto alle giovani generazioni, che mi pare siano colpite più di altri da alcuni effetti collaterali dell’emergenza, anche se stanno superando con minore difficoltà i problemi strettamente sanitari. Occorre guardare in faccia con lealtà e coraggio la situazione di fatto: c’è un’emergenza sanitaria che sta portando con sé, oltre che una crisi economica, un’emergenza esistenziale, forse anche spirituale, che non deve essere sottovalutata e alla quale sono esposte soprattutto le giovani generazioni.

Cosa intende per emergenza esistenziale?

Se c’è una caratteristica che contraddistingue in modo evidente questo nostro tempo, è il senso di insicurezza e precarietà che la pandemia porta nella vita di ciascuno, a livello personale e nella dimensione collettiva. Viviamo nell’incertezza, esposti a variabili indipendenti dalla nostra volontà e questo genera paura, ansia. Viviamo giorno per giorno, ma gli orizzonti spazio–temporali tendono a chiudersi su se stessi e perdiamo la capacità di pensare con pensieri lunghi, rivolti a progetti che non si esauriscano nell’immediato. Il virus che si propaga in questa pandemia lascia per molto tempo nel fisico una stanchezza anomala: occorre vigilare affinché questa non prosciughi anche le energie morali. Dobbiamo prevenire un secondo spillover della malattia,

che dopo aver colpito l’umanità nel corpo non ne intacchi l’animo. Ad essere esposti a questo

spillover sono soprattutto i giovani. Verso di loro, che saranno chiamati alla grande ricostruzione, portiamo una enorme responsabilità.

Di che cosa hanno più bisogno i giovani?

Iniziamo a dire di che cosa non hanno bisogno. In un’interessante riflessione sul mondo che vivremo, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti osservano che occorre guardarci da due reazioni tanto comuni quanto improduttive: sognare il ritorno a una situazione a rischio–zero, che coincide con una forma di diniego della realtà, o rimanere imprigionati nella paura. In un momento della storia non meno drammatico del nostro, preso nella morsa delle due guerre mondiali, segnato dalla

grande depressione economica del 1929, dalla piaga della “spagnola” e dal cupo orizzonte dei totalitarismi dilaganti in Europa, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt nel suo discorso di insediamento si rivolgeva alla popolazione dicendo che «l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa». È la paura che può bloccare, paralizzare e infine deprimere. La questione essenziale del nostro tempo è vivere i cambiamenti in atto e il futuro che non sappiamo immaginare come terre sconosciute sì, ma da esplorare, convertendo le fonti di rischio in moltiplicatori di opportunità.

Che cosa può aiutare questo cambiamento di sguardo?

Mi permetta di fare un riferimento alla Divina Commedia che sto rileggendo anche sollecitata dal 700° anniversario dalla morte di Dante. All’origine di quella formidabile avventura di vita e di conoscenza che ha consegnato all’intera umanità nella Commedia, troviamo un incontro decisivo: è l’arrivo inaspettato e sorprendente del maestro Virgilio a consentire a Dante di liberarsi dalla paura e dal disorientamento nel momento più oscuro della sua esistenza: è lui che lo rassicura e lo rimette in cammino. Meglio: lo accompagna nel cammino, non solo mostrandogli una strada, una direzione, una via percorribile, ma mettendosi in moto con lui. È in un incontro inatteso – come quello che celebriamo nel Natale – che si aprono nuovi orizzonti, è lì la sorgente della motivazione che abilita al cammino, qualunque sia la condizione data. La presenza di Virgilio rende la selva oscura occasione irripetibile per una esplorazione inimmaginabile: non risolve l’avversità esterna, ma rende sicuri, vince la paura, perché sa suggerire una via percorribile per quanto ardua. Se c’è qualcosa che può contrastare lo scoramento di questa epoca è la presenza di qualcuno più avanti nel cammino che si faccia nostro compagno e nelle cui orme possiamo posare il piede, procedendo così dietro a le poste de le care piante.

 

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venerdì 25 dicembre 2020

NATALE. CINQUE PAROLE PER FAR FESTA

Giorni in cui nascere di nuovo e vivere un autentico Natale

 -         di ERNESTO OLIVERO

       

Stiamo vivendo tutti un momento molto complicato. Ci sentiamo più fragili, più vulnerabili. Siamo in un tempo sospeso, ma guai se lo considerassimo tempo perso. In queste ultime settimane mi è capitato di pensare ad altri momenti difficili che abbiamo attraversato. La mente è tornata agli anni 70, alla paura vera che provocava il terrorismo. In una città come Torino ogni giorno qualcuno veniva colpito. Quanto dolore, quante famiglie spezzate, quanto sangue! Vivevamo un senso profondo di incertezza, ci chiedevamo quando tutto sarebbe finito. In quegli anni complicati sentii che non potevamo permetterci di rinunciare alla speranza. Ci inventammo così degli incontri pubblici, di solito nelle piazze, chiedendo alla gente di venire, di rompere il cerchio della paura, di gridare con il loro silenzio, di pregare con noi. Li chiamammo 'Pomeriggi di speranza' e non era una proposta consolatoria. Io vedevo il terrorismo già finito, sentivo che dovevamo raccogliere le energie migliori per ricostruire il dopo, per rimarginare certe ferite. La profezia di un arsenale di guerra trasformato in Arsenale della Pace in fondo è stata uno dei frutti di quella stagione.

Oggi siamo in una situazione diversa, è sbagliato fare confronti. Eppure, come allora, sento che dobbiamo cominciare a pensare al mondo che verrà. Nessuno si senta escluso! Ognuno faccia ricorso ai propri ideali, alla propria creatività, alle migliori risorse interiori e si chieda concretamente che cosa è disposto a fare. Riscoprire per esempio la nostra responsabilità pubblica, rilanciare il nostro impegno per il bene comune. A livello mondiale, riflettere di più sulle persone a cui affidiamo responsabilità, sulle scelte in tema di ecologia, di immigrazione, di sviluppo, di pace. Avere il coraggio di rilanciare la lotta contro le ingiustizie, contro la fame, contro le disuguaglianze. Chiedere un intervento serio in tema di cambiamenti climatici. Il mondo ci appartiene, è la nostra casa non ne abbiamo un’altra. Il cortocircuito del Covid può essere una lezione che bussa alla nostra porta, per ritrovare l’essenza del nostro vivere.

Credo che in questo tempo più che mai abbiamo bisogno di riscoprire e vivere cinque parole che, se accolte, possono cambiarci, maturaci, renderci migliori: trasparenza, gratuità, disponibilità, passione, fraternità.

Trasparenza: in ogni ambito della nostra vita personale e comunitaria, che significa onestà, mai più ruberie, autenticità, integrità della nostra persona...

Gratuità: uno spazio, un tempo e qualcosa di noi stessi da condividere, perché tutto abbiamo ricevuto da Dio e tutto può essere diviso.

Disponibilità: perché la gente ha bisogno di trovare un porto sicuro, persone pronte all’ascolto, a non guardare l’orologio, a farsi interpellare da 'imprevisti' che possono diventare appuntamenti con noi stessi, con la storia, con Dio.

Passione: la scintilla che non ci farà essere tiepidi e indifferenti, ma pronti a metterci in gioco veramente, pagando di persona se necessario, con un fuoco sempre acceso dentro, alimentato da grandi ideali.

Fraternità: il modello di vita dei primi cristiani, un esempio attualissimo in un tempo in cui ci siamo riscoperti tutti interconnessi. Un mondo fraterno dipende solo da noi.

Se cominceremo a vivere tutto questo, camminando scopriremo sempre di più anche la presenza di Dio: la sintesi di una vita intera. Il Natale ce la mostra con una sfumatura particolare. Dio è con noi, ma sceglie di nascere in povertà, è indifeso, fragile, manca di tutto, ha bisogno di noi. Noi possiamo amarlo e prenderci cura di Lui, desiderando con tutte le forze di cambiare vita, ora, subito per mostrare che è possibile volersi bene, è possibile perdonarsi, è possibile trovare il buono e il bello nell’altro che irrompe nella mia esistenza, perché ogni cosa che accade è una ricchezza possibile. Se fossimo saggi, faremmo a gara per nascere di nuovo e finalmente vivere il nostro autentico Natale.

 

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giovedì 24 dicembre 2020

CI E' STATO DATO UN FIGLIO

 Quella mangiatoia, povera di tutto e ricca di amore, insegna che il nutrimento della vita è lasciarci amare da Dio e amare gli altri. Gesù ci dà l’esempio: Lui, il Verbo di Dio, è infante; non parla, ma offre la vita. Noi invece parliamo molto, ma siamo spesso analfabeti di bontà.

 OMELIA DEL SANTO PADRE

In questa notte si compie la grande profezia di Isaia: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,5).

Ci è stato dato un figlio. Si sente spesso dire che la gioia più grande della vita è la nascita di un bambino. È qualcosa di straordinario, che cambia tutto, mette in moto energie impensate e fa superare fatiche, disagi e veglie insonni, perché porta una grande felicità, di fronte alla quale niente sembra che pesi. Così è il Natale: la nascita di Gesù è la novità che ci permette ogni anno di rinascere dentro, di trovare in Lui la forza per affrontare ogni prova. Sì, perché la sua nascita è per noi: per me, per te, per tutti noi, per ciascuno. Per è la parola che ritorna in questa notte santa: «Un bambino è nato per noi», ha profetato Isaia; «Oggi è nato per noi il Salvatore», abbiamo ripetuto al Salmo; Gesù «ha dato se stesso per noi» (Tt 2,14), ha proclamato San Paolo; e l’angelo nel Vangelo ha annunciato: «Oggi è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,11). Per me, per voi.

Ma che cosa vuole dirci questo per noi? Che il Figlio di Dio, il benedetto per natura, viene a farci figli benedetti per grazia. Sì, Dio viene al mondo come figlio per renderci figli di Dio. Che dono stupendo! Oggi Dio ci meraviglia e dice a ciascuno di noi: “Tu sei una meraviglia”. Sorella, fratello, non perderti d’animo. Hai la tentazione di sentirti sbagliato? Dio ti dice: “No, sei mio figlio!” Hai la sensazione di non farcela, il timore di essere inadeguato, la paura di non uscire dal tunnel della prova? Dio ti dice: “Coraggio, sono con te”. Non te lo dice a parole, ma facendosi figlio come te e per te, per ricordarti il punto di partenza di ogni tua rinascita: riconoscerti figlio di Dio, figlia di Dio. Questo è il punto di partenza di qualsiasi rinascita. È questo il cuore indistruttibile della nostra speranza, il nucleo incandescente che sorregge l’esistenza: al di sotto delle nostre qualità e dei nostri difetti, più forte delle ferite e dei fallimenti del passato, delle paure e dell’inquietudine per il futuro, c’è questa verità: siamo figli amati. E l’amore di Dio per noi non dipende e non dipenderà mai da noi: è amore gratuito. Questa notte non trova spiegazione in altra parte: soltanto, la grazia. Tutto è grazia. Il dono è gratuito, senza merito di ognuno di noi, pura grazia. Stanotte, ci ha detto san Paolo, «è apparsa infatti la grazia di Dio» (Tt 2,11). Niente è più prezioso.

Ci è stato dato un figlio. Il Padre non ci ha dato qualcosa, ma il suo stesso Figlio unigenito, che è tutta la sua gioia. Eppure, se guardiamo all’ingratitudine dell’uomo verso Dio e all’ingiustizia verso tanti nostri fratelli, viene un dubbio: il Signore ha fatto bene a donarci così tanto, fa bene a nutrire ancora fiducia in noi? Non ci sopravvaluta? Sì, ci sopravvaluta, e lo fa perché ci ama da morire. Non riesce a non amarci. È fatto così, è tanto diverso da noi. Ci vuole bene sempre, più bene di quanto noi riusciamo ad averne per noi stessi. È il suo segreto per entrare nel nostro cuore. Dio sa che l’unico modo per salvarci, per risanarci dentro, è amarci: non c’è un altro modo. Sa che noi miglioriamo solo accogliendo il suo amore instancabile, che non cambia, ma ci cambia. Solo l’amore di Gesù trasforma la vita, guarisce le ferite più profonde, libera dai circoli viziosi dell’insoddisfazione, della rabbia e della lamentela.

Ci è stato dato un figlio. Nella povera mangiatoia di una buia stalla c’è proprio il Figlio di Dio. Sorge un’altra domanda: perché è venuto alla luce nella notte, senza un alloggio degno, nella povertà e nel rifiuto, quando meritava di nascere come il più grande re nel più bello dei palazzi? Perché? Per farci capire fino a dove ama la nostra condizione umana: fino a toccare con il suo amore concreto la nostra peggiore miseria. Il Figlio di Dio è nato scartato per dirci che ogni scartato è figlio di Dio. È venuto al mondo come viene al mondo un bimbo, debole e fragile, perché noi possiamo accogliere con tenerezza le nostre fragilità. E scoprire una cosa importante: come a Betlemme, così anche con noi Dio ama fare grandi cose attraverso le nostre povertà. Ha messo tutta la nostra salvezza nella mangiatoia di una stalla e non teme le nostre povertà: lasciamo che la sua misericordia trasformi le nostre miserie!

Ecco che cosa vuol dire che un figlio è nato per noi. Ma c’è ancora un per, che l’angelo dice ai pastori: «Questo per voi il segno: un bambino adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Questo segno, il Bambino nella mangiatoia, è anche per noi, per orientarci nella vita. A Betlemme, che significa “Casa del pane”, Dio sta in una mangiatoia, come a ricordarci che per vivere abbiamo bisogno di Lui come del pane da mangiare. Abbiamo bisogno di lasciarci attraversare dal suo amore gratuito, instancabile, concreto. Quante volte invece, affamati di divertimento, successo e mondanità, alimentiamo la vita con cibi che non sfamano e lasciano il vuoto dentro! Il Signore, per bocca del profeta Isaia, si lamentava che, mentre il bue e l’asino conoscono la loro mangiatoia, noi, suo popolo, non conosciamo Lui, fonte della nostra vita (cfr Is 1,2-3). È vero: insaziabili di avere, ci buttiamo in tante mangiatoie di vanità, scordando la mangiatoia di Betlemme. Quella mangiatoia, povera di tutto e ricca di amore, insegna che il nutrimento della vita è lasciarci amare da Dio e amare gli altri. Gesù ci dà l’esempio: Lui, il Verbo di Dio, è infante; non parla, ma offre la vita. Noi invece parliamo molto, ma siamo spesso analfabeti di bontà.

Ci è stato dato un figlioChi ha un bimbo piccolo, sa quanto amore e quanta pazienza ci vogliono. Occorre nutrirlo, accudirlo, pulirlo, prendersi cura della sua fragilità e dei suoi bisogni, spesso difficili da comprendere. Un figlio fa sentire amati, ma insegna anche ad amare. Dio è nato bambino per spingerci ad avere cura degli altri. Il suo tenero pianto ci fa capire quanto sono inutili tanti nostri capricci; e ne abbiamo tanti! Il suo amore disarmato e disarmante ci ricorda che il tempo che abbiamo non serve a piangerci addosso, ma a consolare le lacrime di chi soffre. Dio prende dimora vicino a noi, povero e bisognoso, per dirci che servendo i poveri ameremo Lui. Da stanotte, come scrisse una poetessa, «la residenza di Dio è accanto alla mia. L’arredo è l’amore» (E. Dickinson, Poems, XVII).

Ci è stato dato un figlio. Sei Tu, Gesù, il Figlio che mi rende figlio. Tu mi ami come sono, non come mi sogno di essere; io lo so! Abbracciando Te, Bambino della mangiatoia, riabbraccio la mia vita. Accogliendo Te, Pane di vita, anch’io voglio donare la mia vita. Tu che mi salvi, insegnami a servire. Tu che non mi lasci solo, aiutami a consolare i tuoi fratelli, perché Tu sai da stanotte sono tutti miei fratelli.

 

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UN NATALE DA DIMENTICARE?

  DIO E’ NATO

 IN ESILIO

-         di Giuseppe Savagnone*

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A molti non sembra neppure che sia Natale. La festa del calore familiare, delle luci, del cenone, dei doni sotto l’albero, è stata trasformata dalla pandemia in una grande, fredda quarantena, che relega ognuno nella sua casa, escludendo quell’allegra convivialità con amici e parenti che rendeva questa ricorrenza la più sentita dagli italiani.

Per non parlare di tutti coloro che sono ancora scossi dalla perdita di persone care, tanto più dolorosa perché avvenuta in totale solitudine; di coloro che sono risultati positivi al tampone e che perciò, perfino nelle loro abitazioni, vivono un ulteriore isolamento precauzionale nei confronti dei familiari; soprattutto di quelli che stanno vivendo il dramma della malattia e sono ricoverati negli ospedali, alcuni addirittura in terapia intensiva, con l’incubo dell’intubamento…

Al posto di Babbo Natale, un Dio in esilio

Quest’anno Babbo Natale non è arrivato. Eppure c’è da chiedersi se proprio il vuoto lasciato dalla sua assenza non ci costringa a riscoprire il significato originario di questa festa, da lungo tempo dimenticato. Che non è la celebrazione del consumismo, e neppure quella della famiglia, ma riguarda il mistero cristiano di Dio che si è fatto uomo.

Qui il dilagante “buonismo” natalizio c’entra poco. Il Natale di Gesù assomigliò più al nostro di quest’anno che non a quello a cui siamo abituati. Come dice il titolo di un bel romanzo di Vintilia Horia, Dio è nato in esilio. Maria non lo ha partorito a casa sua, a Nazareth, assistita dalle donne del vicinato sue amiche, ma in una stalla, alla periferia di un villaggio sconosciuto e lontano, Betlemme, mentre era in viaggio, sola con suo marito. Erano talmente poveri che non ci fu dove mettere questo neonato altro che nella mangiatoia degli animali

La prima esperienza di questo bambino è stata l’emarginazione: nota l’evangelista Luca che «per loro non c’era posto nell’alloggio». E i soli a farsi avanti per rallegrarsi della sua nascita sono stati degli altri emarginati, i pastori. Tutti gli altri abitanti di Betlemme, quelli della vicina Gerusalemme, neppure si accorgono di ciò che è accaduto. E perché, del resto, avrebbero dovuto farlo?

Dio si manifesta nella povertà

Non è questa l’immagine di Dio che le religioni e i filosofi si sono sempre fatti. Non era neppure quella delle Scritture ebraiche, in cui Jahvè è il Creatore del cielo e della terra, il Signore, Colui di cui non si poteva neppure pronunciare il nome né vedere il volto senza essere annientati.

Eppure, ai pastori l’angelo non indica altro indizio, per riconoscerne la presenza, che questo scenario di povertà: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». È questo Dio esiliato dalla sua beata, intangibile trascendenza, oltre che dalla società degli uomini, questo fragile bambino, figlio di gente che non conta, gettato allo sbaraglio in un mondo estraneo e indifferente, è questo il Dio che il Natale ci presenta. 

Cambiare la nostra idea di Dio, ma anche di noi stessi

Guardandolo, ci rendiamo conto che noi abbiamo sempre fatto i conti con l’Altro, quello delle religioni e dei filosofi. È in Lui che abbiamo creduto o a cui ci siamo ribellati, magari rimproverandogli di avere permesso la pandemia. È Lui che abbiamo sentito molto lontano da noi e dai nostri problemi, tanto da finire per ignorarlo, come ormai accade nei nostri ritmi di vita secolarizzati.

Il Natale ci costringe a cambiare la nostra idea di Dio. Ma forse anche quella di noi stessi. Se Lui non è lontano da noi, perché ha condiviso per sempre la nostra fragilità, le nostre povertà – non ci sono solo quelle economiche –, la nostra insignificanza, anche noi non siamo così lontani da Lui, come credevamo. Proprio quando siamo vulnerabili, spaventati, feriti, ce lo ritroviamo vicino. Nelle case troppo piccole, dove la convivenza forzata genera nervosismo; nella fatica di uno smart working spesso più estenuante e invasivo del lavoro in presenza; nella solitudine che le feste natalizie rendono ancora più deprimente; perfino nella malattia e nella paura della morte.

Se Dio ha accettato di vivere la nostra condizione umana, anche noi possiamo farlo. Se l’ha apprezzata e amata al punto da farla sua, anche noi dobbiamo imparare a coglierne la dignità e la bellezza. Anche quando essa è più precaria, più esposta al male. Ed è là – non in Cielo – che lo dobbiamo cercare.

Fare spazio a Dio…

Perché ciò avvenga, però, bisogna che gli facciamo spazio. Il modo in cui è venuto tra noi mostra chiaramente che non si sa imporre. Nel vangelo di Giovanni troviamo una versione del Natale che conferma il racconto di Luca. Dopo avere iniziato dicendo che «In principio era il Verbo», l’evangelista continua: «E il Verbo si fece carne». “Carne”, nel linguaggio biblico, non indica il corpo, ma l’umano nella sua fragilità. Ed anche Giovanni sottolinea che a questo “esilio” di Dio, espresso nella sua “uscita” dalla propria sicurezza e perfezione trascendenti, corrisponde l’esilio a cui è andato incontro tra gli uomini: «Era nel mondo/ e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;/ eppure il mondo non lo ha riconosciuto./ Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto».

… Per salvarlo dentro di noi

Perché noi impariamo da Dio quello che Egli ci dice sulla nostra umanità, dobbiamo accoglierlo dentro di noi nella sua divinità. Lo ha detto in modo commovente una ragazza ebrea, Etty Hillesum, uccisa in un lager, in una pagina del suo diario: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare lui (…). Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma apriori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, è anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini».

Nel silenzio del Natale

Perciò il Natale non significa soltanto che possiamo riconoscerci nella fragilità di Dio, ma che possiamo riscoprirlo dentro di noi. Anche nel tempo del coronavirus. Anzi, forse proprio in questo tempo, in cui siamo costretti a rallentare il ritmo frenetico delle nostre esistenze indaffarate e a trascorrere molto tempo a casa dove, pur nella fatica del lavoro a distanza, siamo più facilmente soli con noi stessi.

Forse per fare spazio a Dio basta restare in silenzio, far tacere non solo i suoni esterni che quotidianamente ci assediano, ma anche le tensioni, i pensieri, le parole che assillano la nostra mente. È in questo profondo silenzio, in cui Egli è entrato nel mondo, che può nascere in noi.

E allora forse sarà stato Natale. Per la prima volta anche per noi.

 

*Pastorale della Cultura, Diocesi Palermo

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ADULTESCENTI E ORFANANZA

L’importanza 

di essere padri 

per aiutare 

a diventare grandi

Un modello sbilanciato sulla soddisfazione e sul piacere personale non può favorire comportamenti responsabili e maturi.   Essere «adultescenti» condanna i giovani.

 Va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può emergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé». Ma questo si fa offrendo e chiedendo molto Ha ragione papa Francesco quando dice che c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi»

di LELLO PONTICELLI

 

Su questo giornale, a novembre, un gran pedagogista come Giuseppe Bertagna ha ricordato che le emergenze sanitaria ed economica a motivo della pandemia «sono paradossalmente meno gravi di quella pedagogica». E ha chiesto un “mea culpa” in generale degli adulti. Papa Francesco, nella recente lettera Patris corde specifica ancor più: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre... Anche nella Chiesa c’è bisogno di padri». Queste “provocazioni” inducono a riflettere e a segnalare alcune carenze che sembrano essere alla base della «orfananza» di tanti figli (papa Francesco), per offrire qualche spunto per una paternità più responsabile.

Primo: scarseggiano proposte educative che invitano i ragazzi a “puntare in alto”, a ribellarsi a una vita mediocre: sembra che stiamo educando «polli di allevamento » e non «aquile» (A. De Mello). Secondo: è venuta meno l’autorevolezza e la testimonianza da parte degli adulti, anzi, spesso c’è molto cattivo esempio. Troppi sono i padri assenti, complici, “mammi”, deboli modelli di identificazione, in famiglia come anche nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Terzo: mi pare carente la proposta di motivi e valori che appassionino il cuore e riempiano il vuoto che i giovani si portano dentro. Un vuoto, attenzione, che spesso dipende dalla mancanza di senso e non per forza da traumi psichici. Queste tre carenze mi pare stiano lasciando le giovani generazioni senza pathos – tanti, infatti, si rifugiano nell’apatia – e senza logos – tanti “sparano fuori” gli impulsi del momento ( acting-out), con poca capacità di decisioni ponderate e con scarso autocontrollo.

In epoca di pandemia, anche da voci laiche e con un vocabolario simile a un “quaresimale”, abbondano gli appelli ad avere comportamenti ispirati a sacrificio, rinuncia, prudenza, astinenza, capacità di resistenza-resilienza, essenzialità, rispetto per gli anziani, capacità

di “stringere la cinghia”, senso del dovere etc. Ma queste condotte non spuntano come i funghi, bensì esigono un vero e proprio allenamento e sono il frutto di uno stile educativo che da tempo sembra essere stato emarginato dalla cultura predominante: l’atteggiamento del lasciar correre ( laissez faire), rispetto a quello di una sana pro-vocazione, è di gran lunga il più adottato in tutti gli ambienti (forse perché più comodo?). Perché, allora, meravigliarsi di quanto è accaduto in estate o anche di recente, nonostante il numero dei contagi e dei morti? Pensate che nelle prossime festività andrà meglio? Lo spero, ma ne dubito! Certo, per l’educazione c’è bisogno di tempi lunghi, ma se il modello e lo stile educativo prevalente non vengono messi in discussione neanche con le provocazioni dell’attuale realtà, l’aumento di “adultescenti” è destinato a crescere e avremo sempre più generazioni con difficoltà nel far fronte alle prossime sfide.

Un modello educativo tutto sbilanciato sulla propria soddisfazione e sul piacere come può favorire comportamenti responsabili e maturi? Spesso ai ragazzi e ai giovani è stato fatto passare il messaggio che il divertimento è una priorità, quasi un obbligo ed è da “sfigati” non approfittarne. Allora perché mai dovrebbero saper rinunciare? Se non aiutiamo a capire che, per dirla con il saggio Qoelet, c’è un tempo per la gratificazione e uno per la frustrazione; un tempo per il “sì” e un tempo per il “no”; che il piacere deve fare i conti con il dovere; che il “tu” e il “nostro” chiedono che si metta da parte l’“io” e il “mio”; se non educhiamo a un sano senso di colpa e rimorso quando si fa qualcosa di male a danno degli altri o di se stessi, perché stracciarsi le vesti dinanzi alle scene che quotidianamente sono sotto i nostri occhi e che assai probabilmente si ripresenteranno durante le prossime festività natalizie?

Invece di criticarli, ai giovani va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può e- mergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé» (P. Vitz): ma questo si fa offrendo e chiedendo molto, proponendo valori forti e motivazioni fondate, dialogate e accompagnate da esemplarità discrete ma evidenti; altrimenti le critiche sono ipocrisia e moralismo. La pandemia offre agli educatori, soprattutto ai “padri”, tante sfide importanti su cui ingaggiare un confronto educativo: la sfida dei limiti, della routine e della noia, del silenzio e della solitudine, della deprivazione e delle asperità, delle sofferenze del lutto. Noi adulti, soprattutto noi “padri”, stiamo aiutando e accompagnando bambini, ragazzi, giovani a confrontarsi con tutto questo in maniera intelligente, proporzionata, ma senza giocare al risparmio, senza sostituirci alla loro fatica e senza anestetizzare il dolore che l’accompagna? Non è soprattutto su questo che la paternità deve uscire maggiormente allo scoperto nel suo ruolo insostituibile, che integra quello della maternità, senza scimmiottarlo né sostituirlo? Non ci sono ricette, ma non possiamo non farci queste domande. Sommessamente vorrei, poi, suggerire come interessanti obiettivi educativi anche in tempo di pandemia, quelli che un grande psicologo, Daniel Goleman, suggerisce per educare una solida «intelligenza emotiva» e che offrono non pochi elementi di convergenza con alcuni spunti della pedagogia delle cosiddette virtù cardinali: «...autocontrollo, entusiasmo e perseveranza, capacità di auto-motivarsi e tenere a freno un impulso; la capacità di leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona; di gestire senza scosse le relazioni con gli altri, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare... E queste capacità possono essere insegnate ai bambini! ». Non pensate che tutto questo esiga e susciti una paternità integrata e responsabile? Ha ragione papa Francesco: c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi». Soprattutto di non lasciarli orfani di padri.

 *Sacerdote e psicologo

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LE VIRTU' NEL TEMPO DELLA PANDEMIA

 Per vivere bene il distanziamento riscoprite le virtù cardinali

 

di ILARIO BERTOLETTI

 Sono domande che ci accompagnano da mesi: accettare il disciplinamento dall’alto, ribellarsi, o cercare una morale condivisa per far pronte all’andamento sconcertante della pandemia? Tre possibilità per affrontare i dilemmi del distanziamento sociale. È forse sulla terza che vale la pena soffermarsi, partendo da ciò che accumuna morale laica e morale di ispirazione religiosa: l’attenzione alle virtù cardinali. Modelli di comportamento che, di origine platonica e aristotelica, sono state fatte proprie da Tommaso e dalla tradizione cristiana. Modelli che nei secoli sono stati forme di educazione alla libertà interiore. Cardinali perché orientano a cooperare con gli altri. Cooperazione che porta con sé, per rendersi stabile, il mutuo riconoscimento che si è, al contempo, soggetti “agenti” e “pazienti” (sofferenti).

Un riconoscimento sotto la costellazione delle quattro virtù cardinali – temperanza, fortezza, giustizia, prudenza – che, a ben vedere, sono figure del disciplinamento della “tendenza”, presente in ciascuno, al male morale.

I vizi – gli opposti delle virtù: intemperanza, timore in quanto fuggire dal proprio dovere, ingiustizia e imprudenza – sono gradi della falsificazione della relazione intersoggettiva. E innanzitutto manifestazione del male è quella forma di autoinganno che è la presunzione d’innocenza da parte del soggetto. Una deriva perfettista – da “fanatismo morale” – da evitare ricordando che «l’unico stato morale in cui l’uomo possa venirsi a trovare è quello della virtù, ossia dell’intenzione morale in lotta, e giammai quello della santità, sul presupposto del possesso di una purezza perfetta» (Kant). Un lavoro su di sé, mai finito, per contenere “la macchia impura” (l’egoismo) che inerisce alla volontà, a maggior ragione nel contesto del rischio pandemico. 

Un lavoro attraverso le singole virtù. La temperanza, come contenimento del desiderio cieco di affermazione. La fortezza, quale determinazione di fronte alle difficoltà delle decisioni da prendere. La giustizia, come volontà ferma di rispetto dei doveri e dei diritti, che possono tra loro collidere. Il che implica la prudenza, lo sguardo freddo sulle circostanze e le conseguenze, che calcola gli effetti anche involontari delle scelte.

Virtù cardinali che portano ordine interiore, in specie nelle situazioni di tragica incertezza, quale la nostra. Un ordine che preserva la libertà di ciascuno, senza bisogno dello Stato paternalista, che è l’altro volto dell’anarchia del risentimento.

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mercoledì 23 dicembre 2020

PER UN NATALE AUTENTICO


Cei, un Natale meno scintillante non è un Natale meno autentico

Messaggio della Conferenza episcopale italiana ai fedeli: "Come Pastori, come sacerdoti, ma prima ancora come membra di uno stesso corpo - scrivono i vescovi - siamo accanto alla sofferenza e alla solitudine di ciascuno per prenderne una parte, per sollevare insieme un pezzo di croce e renderla meno pesante"

 L'augurio dei vescovi italiani per questo Natale così diverso e difficile ha parole di consolazione e incoraggiamento nella certezza che "La luce del Mistero incarnato squarcia le tenebre". E se l'attesa dell'Avvento si compie nella gioia della nascita di Cristo, quest'anno - più che mai - l'invito è a guardare alla speranza e a ricercare nel cuore "quello che conta realmente, ciò che ci rende uniti a chi amiamo, ciò che è davvero indispensabile". Poiché "un Natale meno scintillante non è un Natale meno autentico".

Opportunità e certezza 

Già nel recente Messaggio alle comunità cristiane in tempo di pandemia, la Cei scriveva: "Ci sembra di intravedere, nonostante le immani difficoltà che ci troviamo ad affrontare, la dimostrazione che stiamo vivendo un tempo di possibile rinascita sociale". Una consapevolezza non priva di grandi preoccupazioni ma ancora una volta resa salda - per fede - dalla certezza che "L’attesa diventa inno di lode e ringraziamento.

“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza (Is 52,7)” Nella Messa celebrata nella notte del Natale - ricordano oggi i vescovi - diventa invocazione: O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra contempliamo i suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo".

Con Cristo, oltre la paura 

"In ginocchio davanti al Bambino, insieme con Maria e Giuseppe - prosegue il Messaggio - siamo consapevoli della nostra finitudine e vulnerabilità, percepiamo appieno la nostra debolezza di fronte alla potenza della nascita del Salvatore, che non ha esitato a farsi piccolo tra i piccoli per venire in mezzo a noi. Quel Bambino - scrivono ancora i vescovi - è la notizia che attendevamo; è lui il Messia che incoraggia i discepoli ad andare per le strade del mondo; è lui la pace che vince le guerre e le paure; è lui la salvezza che viene dall’alto e che ci rende una comunità di risorti".

Insieme, portando la croce

Poi, l'impegno dei vescovi, il loro coinvolgimento nella vita e per la vita della comunità di uomini e donne a loro affidati, affiora nitido e certo: "Come Pastori, come sacerdoti, ma prima ancora come membra di uno stesso corpo, siamo accanto alla sofferenza e alla solitudine di ciascuno per prenderne una parte, per sollevare insieme un pezzo di croce e renderla meno pesante". E l'invito diventa personale e comunitario: “Aprite la porta al Signore che nasce e non abbiate timore di salire, un passo alla volta, tenendo la mano del fratello, sul monte del dolore dell’umanità per annunciare a tutti che il nostro Dio è ancora l’Emmanuele, è il Dio-con-noi”

Vatican News

MESSAGGIO NATALIZIO