giovedì 24 dicembre 2020

ADULTESCENTI E ORFANANZA

L’importanza 

di essere padri 

per aiutare 

a diventare grandi

Un modello sbilanciato sulla soddisfazione e sul piacere personale non può favorire comportamenti responsabili e maturi.   Essere «adultescenti» condanna i giovani.

 Va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può emergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé». Ma questo si fa offrendo e chiedendo molto Ha ragione papa Francesco quando dice che c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi»

di LELLO PONTICELLI

 

Su questo giornale, a novembre, un gran pedagogista come Giuseppe Bertagna ha ricordato che le emergenze sanitaria ed economica a motivo della pandemia «sono paradossalmente meno gravi di quella pedagogica». E ha chiesto un “mea culpa” in generale degli adulti. Papa Francesco, nella recente lettera Patris corde specifica ancor più: «Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre... Anche nella Chiesa c’è bisogno di padri». Queste “provocazioni” inducono a riflettere e a segnalare alcune carenze che sembrano essere alla base della «orfananza» di tanti figli (papa Francesco), per offrire qualche spunto per una paternità più responsabile.

Primo: scarseggiano proposte educative che invitano i ragazzi a “puntare in alto”, a ribellarsi a una vita mediocre: sembra che stiamo educando «polli di allevamento » e non «aquile» (A. De Mello). Secondo: è venuta meno l’autorevolezza e la testimonianza da parte degli adulti, anzi, spesso c’è molto cattivo esempio. Troppi sono i padri assenti, complici, “mammi”, deboli modelli di identificazione, in famiglia come anche nelle istituzioni formative alla vita consacrata. Terzo: mi pare carente la proposta di motivi e valori che appassionino il cuore e riempiano il vuoto che i giovani si portano dentro. Un vuoto, attenzione, che spesso dipende dalla mancanza di senso e non per forza da traumi psichici. Queste tre carenze mi pare stiano lasciando le giovani generazioni senza pathos – tanti, infatti, si rifugiano nell’apatia – e senza logos – tanti “sparano fuori” gli impulsi del momento ( acting-out), con poca capacità di decisioni ponderate e con scarso autocontrollo.

In epoca di pandemia, anche da voci laiche e con un vocabolario simile a un “quaresimale”, abbondano gli appelli ad avere comportamenti ispirati a sacrificio, rinuncia, prudenza, astinenza, capacità di resistenza-resilienza, essenzialità, rispetto per gli anziani, capacità

di “stringere la cinghia”, senso del dovere etc. Ma queste condotte non spuntano come i funghi, bensì esigono un vero e proprio allenamento e sono il frutto di uno stile educativo che da tempo sembra essere stato emarginato dalla cultura predominante: l’atteggiamento del lasciar correre ( laissez faire), rispetto a quello di una sana pro-vocazione, è di gran lunga il più adottato in tutti gli ambienti (forse perché più comodo?). Perché, allora, meravigliarsi di quanto è accaduto in estate o anche di recente, nonostante il numero dei contagi e dei morti? Pensate che nelle prossime festività andrà meglio? Lo spero, ma ne dubito! Certo, per l’educazione c’è bisogno di tempi lunghi, ma se il modello e lo stile educativo prevalente non vengono messi in discussione neanche con le provocazioni dell’attuale realtà, l’aumento di “adultescenti” è destinato a crescere e avremo sempre più generazioni con difficoltà nel far fronte alle prossime sfide.

Un modello educativo tutto sbilanciato sulla propria soddisfazione e sul piacere come può favorire comportamenti responsabili e maturi? Spesso ai ragazzi e ai giovani è stato fatto passare il messaggio che il divertimento è una priorità, quasi un obbligo ed è da “sfigati” non approfittarne. Allora perché mai dovrebbero saper rinunciare? Se non aiutiamo a capire che, per dirla con il saggio Qoelet, c’è un tempo per la gratificazione e uno per la frustrazione; un tempo per il “sì” e un tempo per il “no”; che il piacere deve fare i conti con il dovere; che il “tu” e il “nostro” chiedono che si metta da parte l’“io” e il “mio”; se non educhiamo a un sano senso di colpa e rimorso quando si fa qualcosa di male a danno degli altri o di se stessi, perché stracciarsi le vesti dinanzi alle scene che quotidianamente sono sotto i nostri occhi e che assai probabilmente si ripresenteranno durante le prossime festività natalizie?

Invece di criticarli, ai giovani va proposta la bellezza di “sognare” in grande una vita ricca di significato, dove può e- mergere il meglio di sé, mettendo da parte il «culto del sé» (P. Vitz): ma questo si fa offrendo e chiedendo molto, proponendo valori forti e motivazioni fondate, dialogate e accompagnate da esemplarità discrete ma evidenti; altrimenti le critiche sono ipocrisia e moralismo. La pandemia offre agli educatori, soprattutto ai “padri”, tante sfide importanti su cui ingaggiare un confronto educativo: la sfida dei limiti, della routine e della noia, del silenzio e della solitudine, della deprivazione e delle asperità, delle sofferenze del lutto. Noi adulti, soprattutto noi “padri”, stiamo aiutando e accompagnando bambini, ragazzi, giovani a confrontarsi con tutto questo in maniera intelligente, proporzionata, ma senza giocare al risparmio, senza sostituirci alla loro fatica e senza anestetizzare il dolore che l’accompagna? Non è soprattutto su questo che la paternità deve uscire maggiormente allo scoperto nel suo ruolo insostituibile, che integra quello della maternità, senza scimmiottarlo né sostituirlo? Non ci sono ricette, ma non possiamo non farci queste domande. Sommessamente vorrei, poi, suggerire come interessanti obiettivi educativi anche in tempo di pandemia, quelli che un grande psicologo, Daniel Goleman, suggerisce per educare una solida «intelligenza emotiva» e che offrono non pochi elementi di convergenza con alcuni spunti della pedagogia delle cosiddette virtù cardinali: «...autocontrollo, entusiasmo e perseveranza, capacità di auto-motivarsi e tenere a freno un impulso; la capacità di leggere i sentimenti più intimi di un’altra persona; di gestire senza scosse le relazioni con gli altri, di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e di rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare, e, ancora, la capacità di essere empatici e di sperare... E queste capacità possono essere insegnate ai bambini! ». Non pensate che tutto questo esiga e susciti una paternità integrata e responsabile? Ha ragione papa Francesco: c’è urgenza di non lasciare figli «orfani di genitori vivi». Soprattutto di non lasciarli orfani di padri.

 *Sacerdote e psicologo

www.avvenire.it

 

 


 

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